A tratti semplice: la terapeuta guidata dai suoi disegni

(di Marianna Porcaro)

“Ogni tratto che traccio mi consente di toccare una corda emotiva altrimenti irraggiungibile e di scioglierla, per farla vibrare e poi, suonare.”

Illustratrice e Psicoterapeuta, calabrese d’origine e romana di adozione. Roberta Guzzardi è uno splendido esempio di realizzazione personale. Con le sue vignette ha invaso il web di messaggi che gravidano milioni di pensieri. Leggerla è un modo per entrare dentro di noi e per accedere al suo mondo, connetterci meglio con i nostri pensieri e per scoprire che le cose che abbiamo in comune sono abbastanza per restare umani. Roberta è la sua arte, è la psicologia degli occhi, è la risposta che tutti vorrebbero leggere quando il “mostro” diventa un po’ più ingombrante. E’ un vento leggero, che ti arriva addosso e ti ricorda che non è sbagliato lasciare aperta la finestra che ci portiamo dentro. Non siamo così lontani da quello che sentiamo. Una finestra aperta che arieggia quella memoria che si fa visiva e che si offre a noi in maniera didascalica, autentica, intima. Con i suoi dialoghi accorcia le distanze e ci tiene stretti alle nostre emotività e lo fa parlandoci di lei, regalandoci parti dei suoi processi interiori. Un inno alla coesistenza. Con i suoi lavori ci invita in un luogo che diventa casa perché scavato, infangato, salvato, abitato insieme. E a guardare le sue vignette non ci si può non vedere.

  • I suoi disegni sono la materializzazione dei pensieri più profondi. Nulla è a caso. Tutto segue un ordine, una linea, una strada. Il mostro è il riflesso nello specchio, tutto quello che ci chiediamo giorno per giorno, che esce fuori attraverso il dialogo. Quanto di Roberta psicoterapeuta c’è nei suoi disegni e quanto invece il disegno funge come terapia per sé stessa?

Una domanda che mi faccio anche io: sono più una terapeuta che disegna o una illustratrice che fa terapia? Avrei disegnato queste cose se non avessi fatto anche psicologia? E i disegni sarebbero stati così curativi per me se non avessi conosciuto certi meccanismi della mente? La verità è che non lo so. E non credo che lo saprò mai. Ho sempre disegnato, molto prima di iniziare a pensare di diventare terapeuta, quindi potrebbe sembrare che l’aspetto illustrativo nasca prima dell’altro, ma una certa visione delle cose l’ho sempre avuta, fin da bambina, anche senza studiare per 10 anni quello che ho studiato nel mio percorso con la psicologia. Forse, la verità, è che non si tratta né di disegnare, né di “terapizzare”, ma di esprimere e inviare dei messaggi, cose che pian piano ho capito della vita grazie alle mie esperienze personali, ma anche cose su cui ancora mi faccio delle domande. Forse è per questo che le mie vignette riescono ad avere un effetto catartico a volte, perché nascono come espressione di processi interiori che abbiamo tutti, che tutti crediamo di vivere in solitudine, ma che sono estremamente comuni (e non nel senso banale del termine), universali, umani. Quello che è certo e che posso ammettere senza ombra di dubbio, è che se non avessi avuto il dono di disegnare, alcune cose dentro di me mi avrebbero divorata. Disegnando riesco a catturarle, a raccontarle, a darvi un nome. E una volta che dai un nome ad una cosa, la possiedi, ed essa non ti domina più.

  • La teoria dell’intelligenza emotiva, elaborata da Daniel Goleman, sostiene che non esiste solo quel tipo di intelligenza che si misura col QI, ma che esiste un’altra, che è la capacità di conoscere e gestire le proprie emozioni e di riconoscerle negli altri. Possiamo quindi allenare il nostro quoziente emotivo per avere una vita migliore. Le sue vignette sono un perfetto esercizio di intelligenza emotiva. Attraverso, ci sentiamo tutti più umani più fragili. Più simili. Quando ha capito che sarebbero diventate un nido accogliente di condivisione?

In verità lo sto capendo da poco. Qualche anno fa ho iniziato a condividere i miei disegni sui social solo e soltanto per diletto. Non avevo nessuno scopo. Sono anni che lavoro anche come illustratrice, ma non avevo mai avuto un vero e proprio seguito. Durante la quarantena una delle mie strisce è diventata inaspettatamente virale e i profili che avevo su instagram e su facebook sono cresciuti. Da quel momento in poi hanno iniziato a scrivermi tante persone che hanno iniziato a dirmi, con mia sorpresa, tutte più o meno la stessa cosa, un messaggio che suona più o meno così: “ti ho scoperta da poco. Esprimi in modo semplice quello che di complicato ho dentro e che non riesco ad esprimere. Mi sento meno solo/a, grazie”. Questi “grazie” e le parole che le persone mi rivolgono, le loro storie e le cose che mi raccontano, stanno iniziando a farmi capire che disegnare può essere qualcosa di più che uno strumento per “sfogarmi”, che può diventare un veicolo per diffondere benessere, per ricordarci reciprocamente che certe vulnerabilità, certe stranezze, certi pensieri, li facciamo tutti, e che invece di censurarci a vicenda, possiamo concederci di essere più autentici e scoprire che non siamo soli nelle nostre unicità.

  • Duranti questi mesi di quarantena le sue illustrazioni sono state un bellissimo viaggio dentro la nostra parte interna, come se la saggezza arrivasse da dentro e ci colmasse delle mancanze esterne. L’arte che diventa bellezza alla portata di tutti e che ci salva. Abbiamo imparato l’importanza di un tempo supplementare, quello che speri mai di avere ma che ti fa vincere le partite. In questo momento si percepisce una gran voglia di premere sull’acceleratore. Di ripartire. Di ritornare a una vita normale. Qual è la chiave per ripartire? Quali sono secondo Lei le linee guida da adottare?

A questa domanda voglio rispondere con l’aiuto del Mostro, perché ci sto ancora lavorando anche io. Una delle cose più importanti che credo abbiamo assaggiato un po’ tutti durante questo isolamento forzato, è stata la possibilità di smettere di stare sotto determinate pressioni sociali. Pressioni che tendono a farci amalgamare a dei prototipi di comportamento, di ritmi a quali vivere, di aspettative da avere. E’ stato un po’ come se ci avessero lasciati liberi di dire: “Oh, non me ne frega niente per un po’ di fare tot soldi, di trovarmi il fidanzato o una moglie, di mostrare al mondo che ho duemila amici con cui uscire o che faccio duemila cose bellissime, mi posso rilassare!”. Ecco, in questo stato di cose credo che sia stato possibile, con maggiore o minore intensità, scoprire un po’ meglio ciò che davvero ci fa stare bene e ciò che invece ci fa stare male. Credo che il Mostro ci suggerirebbe di utilizzare proprio questo apprendimento per “ripartire” in maniera nuova e migliore. Farci domande come: “Cosa mi piace davvero fare? Quali sono i ritmi in cui sto bene e riesco a fare le cose? Cosa mi stressava prima? Cosa mi ha dato calma invece? Che sogni o desideri sono affiorati in questo periodo dentro di me?”, per risalire sulla giostra con un atteggiamento diverso, o magari, perché no, non risalirci affatto!

  • Se dovesse descrivere Roberta Guzzardi persona attraverso una sua vignetta quale sceglierebbe e perché?

Da un paio di anni a questa parte, nel mese di luglio, mi piace partecipare ad una challenge on line fra illustratori (si chiama “Juline”) per la quale bisogna fare un disegno ispirato a una determinata parola diversa per ogni giorno. L’anno scorso decisi di creare una piccola storia legando i disegni tra di loro ed è stato allora che è nato il Mostro nella forma che assume oggi.

La storia che disegnai racconta di una ragazzina e del suo Mostro che vanno in vacanza, al mare,

e dell’arrivo di un terzo soggetto, un ragazzo, che piace alla ragazzina, ma non tanto al Mostro. La questione porta una serie di complicazioni che conducono ad un litigio piuttosto drammatico fra tutti e tre, alla fine del quale la ragazzina scappa via stanca degli intralci del suo Mostro. E’ solo a seguito di questa crisi che i due, finalmente, parlano, scoprendosi l’uno parte dell’altra.

Ecco, credo che la sequenza di questo dialogo sia effettivamente rappresentativa di chi sono io come persona, delle paure che ho, del mio modo di reagire di fronte alle cose inattese e sconosciute della vita e del rapporto che nel tempo ho imparato a costruire con me stessa, con il Mostro e con la realtà.

Ecco la sequenza: