Cristiano Cavina – lo scrittore con il piercing

(di Marianna Porcaro)

L’eterno outsider della narrativa italiana. Jeans e maglietta dei Sex Pistols. Cristiano Cavina nato a Casola Valsenio, cresciuto con la madre e dei nonni prodigiosi. Si racconta fuori da quell’esistenza “decaffeinata e light che vivevamo prima”. Le sue passioni? Sono evidenti fin da piccolo: Leggere tantissimo e di tutto, avventura, fantascienza, classici russi, americani e il calcio.

MP -Anima ribelle, pensiero fuori dagli schemi, frutto del peccato, Padre dei no e delle buone rivoluzioni. Nella tua vita è come se con la scrittura foste stati due sconosciuti attorno a un tavolo, due mondi completamente diversi, che non si sono scontrati, ma avvicinati lentamente, fino ad entrare l’uno nell’altro per guarirsi dalla stessa ferita. Quanto devi alla Holden questo sodalizio? E quanta importanza ha oggi la scrittura?

CC- Inizio dalla fine: molta importanza, anche solo per il fatto che è il mio mestiere e quindi, che mi piaccia o no, mi tocca. Fortunatamente, mi piace. Cioè, mi piace quando viene, quando sento che lo sto facendo bene. Quando non viene, scrivere tira fuori da dentro di te le peggiori bestemmie.

Alla Holden devo tantissimo, allo stesso modo in cui devo tantissimo a ogni scuola che ho frequentato, dall’asilo con le suore all’istituto tecnico. La Holden ha un po’ lo spirito dell’ITIS. tecnici che ti insegnano a usare vari strumenti: scrittori che hai letto che ti parlano di come affrontano loro la faccenda, sceneggiatori, registi, fumettisti. Ed è stata fondamentale per due cose: la prima, aggiungere benzina a quella che per me era passione, farmi capire che poteva diventare anche altro. La seconda, darmi la certezza che nessuno nasce “imparato”. Che non vuol dire che tutti possono fare gli scrittori, ma che tutti hanno la possibilità di provarci. Che il talento è solo una derivata del desiderio.

MP- Cavina nelle antologie viene subito dopo Calvino, per il ragazzo di Casola Valsenio, chitarra elettrica ed evasione cosa significa tutto questo?

CC-In realtà non in tutte, solo in quelle curate da gente abbastanza folle da mettermi dentro. Che mi va comunque di lusso. Fa piacere, come fa piacere sentirsi dire che tutto sommato stai lavorando bene – vale per ogni tipo di mestiere. Ovviamente, quest’anno ci ho fatto più caso, perché sono nell’antologia di italiano che mio figlio usa a scuola, e penso sia normale essere un po’ orgogliosi. Fortunatamente Giovanni è un romagnolo vecchio stampo, nonostante i suoi dodici anni: piuttosto che fare un complimento, si farebbe torturare. Quindi non mi sono pavoneggiato più di tanto. diciamo che nelle antologie sono in affitto nel seminterrato, senza bagno indipendente. Non sono proprietario, e non finirò mai nell’ attico…

MP- Nei tuoi libri ho sempre ritrovato forti influenze letterarie a tal punto da poter definire ogni testo una “cover”. Quale autore per te è padre e maestro? E in che modo la tua memoria letteraria ispira la scrittura?

CC-Beh non saprei, nel senso, qualsiasi opera in qualsiasi disciplina ‘umanistica’ deriva da qualcos’altro, mantenendo comunque la propria originalità. Si può risalire l’albero genealogico di Hullenbeq praticamente fino a Celine con molta facilità, così come quello di Stephen King fino a Matheson e ancora più indietro fino a Twain. Quasi tutti in realtà finiamo fino a Twain. Ora, quanto al discorso del padre, seppur letterario, non sono ferrato in materia, non avendone avuto uno vero, quindi figuriamoci, però ho affilato il mio mediocre strumento sul lavoro di un pugno di scrittori, Fante di sicuro, Soriano, Stephen King, Guareschi, Parise, la Ginzburg. In realtà la cosa è fluida, a volte di un autore trovi ‘ispirazione’ solo in un libro, o in qualche pagina di un libro. La faccenda è sconfinata. Come essere umano, il mio autore guida è Eduardo Galena, questo senza ombra di dubbio.

MP – Nel tuo libro “Ottanta rose mezz’ora”, la scrittura diventa impertinente e acuta e descrive alla perfezione le emozioni dei suoi protagonisti. Rinnovi un concetto di “meraviglia” come se fosse quasi un sentimento. “Piccoli sospiri di meraviglia, casuali e improvvise escursioni fuori dalle rotte prestabilite”. Quanto cambieranno e stanno cambiando le parole in questo periodo?

Quale sarà la tua parola preferita?

CC-Non ne ho idea, di come cambierà. di solito questo genere di cose, cioè, quando la storia prende davvero il passo epico e pauroso dei momenti che noi avevamo solo letto nei libri, servono anni per farsene un’idea. Di sicuro, molte storie che mi sono venute in mente, o che mi stavo rigirando in testa per scriverle, sono diventate all’improvviso futili, quasi sciocche.

Le parole preferite…beh, questo è il genere di domanda che si fa agli autori famosi, non a gli scribacchini. Io poi sono nato in dialetto, quindi molte mie parole preferite le capirebbero solo qui in Romagna. Al netto di tutto, ho già le mie parole preferite. Sono tre. Tutti sostantivi: Giovanni, Olivia e Delia. Nomi propri di persona.

Una cosa so di questo periodo: che la storia, la vera storia, non quell’esistenza decaffeinata e light che vivevamo prima, dove tutto sommato i cazzi amari veri accadevano da qualche altra parte, quella storia lì, ha davvero una potenza incredibile. Senti davvero il respiro di questo mondo, della sua anima, del bestione che ci sta dentro accucciato. E un po’ riesco a capire, un po’, quello che deve essere stato per mia nonna, quando bombardavano, quando vedevi i vicini morire, quando ti chiedevi speriamo non capiti a me. È pauroso, ma a modo suo anche affascinante, in modo oscuro.

MP- Se dovessi lasciarmi una fotografia, un riconoscimento a te stesso, quale sceglieresti e perché?

CC-Macché! Ho già lasciato disposizioni per il mio funerale, ho preparato la mortalina. Non voglio quelle foto serie che si fanno di solito al caro estinto. Ho preparato un mio fotomontaggio sul corpo di Brad Pitt, con la chioma bionda vaporosa che non ho mai avuto, la camicia aperta sui pettorali.

Le mie foto più belle per me sono quelle di quando fumo, in ogni caso. Ho fumato tutta la vita. In moltissimi momenti, belli o schifosi, avevo la sigaretta in mano. Lo so, è stupido. Sbagliato. E via dicendo. Ma è così.

Oppure, una emoji di una faccina che sorride, con la benda da pirata e il piercing al sopracciglio…