La vita alla finestra – Pierpaolo Rovero

(di Marianna Porcaro)

  • Pierpaolo Rovero, è un illustratore e disegnatore di fumetti che lavora in modo particolare. Crea complesse immagini che raffigurano scorci di città e osservando all’interno delle finestre delle case, si possono cogliere una moltitudine di immagini diverse. Tutti i protagonisti rappresentati sono in casa con azioni che ci qualificano come esseri umani, quasi a sottolineare il nostro essere “sistema”, isolati ma connessi, distanti ma uniti. Ed è interessante concentrarsi sui volti, come cambiano in ogni disegno.
Gerusalemme prega

Il volto è la migliore superficie del mondo, ed è sempre in cambiamento”.

  • Nel suo libro Character design & Co. ci insegna che il disegno dei personaggi è una disciplina con un obiettivo ben preciso: creare aspettative. Cosa succede quando si crea un personaggio? Cosa bisogna portare in un viaggio appassionante, fatto di chilometri e chilometri di linee? 
Madrid fa l’amore

Creare un personaggio significa sempre scavare nella sua anima. In breve, possiamo rivelare la personalità di un personaggio in modo diretto o indiretto. La caratterizzazione diretta prevede che sia l’autore stesso a fornire una descrizione del carattere in questione. Esempio: “La perfida Malefica stava pensando ad un piano per vendicarsi del re”.  In questo caso il narratore ci informa esplicitamente della perfidia di Malefica. Nel modo indiretto invece non viene detto nulla circa il personaggio. Le caratteristiche psicologiche e comportamentali non vengono descritte ma mostrate, attraverso il disegno. Il pubblico ha un ruolo più attivo, perché cerca di decifrare i tratti del volto, le posture. E così si creano delle aspettative. Non sempre il disegno ci fornisce tutte le informazioni, per cui alle volte le nostre aspettative colgono nel segno, altre volte no. Per fare un esempio, se vediamo un uomo seduto con il viso rivolto verso il basso, le gambe incrociate, le braccia conserte, l’espressione tesa, potremmo pensare che si trovi in un atteggiamento difensivo. Ma potrebbe anche significare che si trova al freddo e sta cercando di riscaldarsi. 

Genova abbraccia
  • Nei suoi quadri la vita è chiusa dentro una stanza, collegata ad altre vite, in un tempo sospeso, molto vicino a quello della quarantena. Ma l’immagine che ritrae è sempre in movimento, un movimento che diventa narrazione e che colpisce all’infinito. Una clessidra di prospettive tra l’interno e l’esterno. Quanto la tecnica pittorica è sintesi tra l’intervento manuale e l’elaborazione digitale? Quanto invece la ricerca del particolare è il segreto per raccontare una buona storia?
Tokio di veste

Nei miei quadri sulle città, cerco di far sì che l’immagine non si esaurisca con un solo sguardo. Il che è andare un po’ contro le regole estetiche della rete. Internet ci ha abituato a vedere molto velocemente: ormai le figure si scorrono, e raramente si osservano. L’elaborazione digitale consente però di elaborare dettagli piccolissimi. E così, ho deciso di introdurre alcuni particolari che non sono visibili sullo schermo del computer, ma unicamente dal vivo, a dimensione molto grande. In fin dei conti, però, mi piace pubblicare i miei quadri online, perché alle volte il non vedere distintamente i particolari lascia spazio all’immaginazione.

Amsterdam dipinge
  • Quando ho visto le sue opere per la prima volta ho pensato ad Hopper. Quanto si sente ispirato dalla sua memoria storica e quanto invece si è sentito guidato dal viaggio durante il disegno? 
Londra beve tè

Ci sono due motivi che mi rendono Hopper un riferimento fondamentale. Intanto era un pittore realista. Negli anni Cinquanta del secolo scorso tanti pittori d’avanguardia abbandonarono la figurazione per dedicarsi all’espressionismo astratto o alla pittura gestuale. Hopper mantenne un forte legame con la visione reale del mondo, che espresse benissimo, ad esempio, attraverso la luce. Il modo in cui illumina le figure è meraviglioso. Il secondo motivo per cui amo Hopper risiede nel fatto che nelle sue opere ha davvero creato personaggi, nel senso che ha scavato nell’anima alla ricerca dell’interiorità della figura. Penso però di essere anche molto distante dalla sensibilità di Hopper. Nei miei quadri sono interessato più ad un aspetto corale che intimista. Vorrei semplicemente raccontare che siamo un sistema, non singoli soggetti isolati. La sfida di Hopper è decisamente impegnativa, perché ci vuole mostrare alcuni aspetti della nostra vita interiore. 

  • Se dovesse oggi descriversi attraverso un quadro quale sceglierebbe e perché?
Il figlko dell’uomo – Magritte

Più che descrivere me stesso, penso che potrei più facilmente descrivere qualche momento di tensione che ho provato in questo periodo, soprattutto durante certe notti insonni. Sceglierei allora il quadro di Magritte “Il figlio dell’uomo”. Se lo osservo provo un senso quasi di fastidio. Effettivamente Magritte presenta un’immagine con la quale è impossibile stabilire una connessione empatica. Ecco, forse in alcuni momenti di questa quarantena mi sono sentito un po’ così, come se la mia essenza venisse sovrastata da qualcosa di più grande e pericoloso. Disegnando vorrei riuscire anche a liberarmi dalle inquietudini che questa epidemia ci impone: rimuovere la mela e scoprire il volto.