Smart Working

(di Antonella De Lucia)

Lo smartworking (o lavoro agile in italiano) è una modalità di lavoro che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi mesi; caratterizzato dall’assenza di vincoli spaziali e a volte anche temporali questa attività lavorativa riesce a conciliare tempi di vita e lavoro nello spazio casalingo favorendo al contempo la produttività. Ma dove sarebbe meglio posizionarsi per svolgere il lavoro da casa? Sicuramente nelle vicinanze di una fonte di luce naturale, se non addirittura sotto una finestra.

Collocare una piccola scrivania sottofinestra offre senza dubbio alcuni rilevanti vantaggi, prima di tutto quello di guadagnare spazio all’interno degli ambienti piccoli della casa rendendoli più funzionali. Inoltre una scrivania ben illuminata è fondamentale per svolgere attività lavorative o per studiare al meglio senza affaticare la vista.

Per sfruttare al massimo questa tipologia di arredo, va selezionato con criterio il locale, ma soprattutto il vano finestra da adibire ad angolo ufficio per poi progettare delle soluzioni ottimali e confortevoli. Le sue dimensioni saranno determinanti: se lo spazio è ridotto sarà preferibile scegliere un piccolo tavolino o optare per una soluzione su misura, mentre se la superficie vetrata è ampia, una lunga mensola a muro o una scrivania antica o vintage potranno rispondere a tutte le esigenze lavorative.

Non va dimenticato infine di predisporre delle apparecchiature tecniche per la luce artificiale e il collegamento internet, degli accessori aggiuntivi come contenitori o cassetti, una seduta comoda ed ergonomica che consentiranno di ottimizzare al meglio questo spazio della nostra casa.

Fucsia in arredamento

(di Antonella De Lucia)

Avete bisogno di dinamismo ed ottimismo per affrontare queste giornate di inizio estate? Aggiungete allora un tocco di fucsia alla vostra casa. Questo colore acceso, allegro e brillante, ma con un che di ipnotico, ha la caratteristica principale di combattere lo stress e stimolare la creatività.

Usato molto spesso nell’arredamento d’interni e per molti oggetti di design, la sua tinta decisa e vivace alla lunga potrebbe stancare un po’: meglio allora introdurre pochi elementi decorativi di questa tonalità, come un tappeto, dei cuscini, piccoli soprammobili o un quadro dai toni intensi. Ma se non si ha paura di osare si può introdurla in tutti gli ambienti della casa scegliendo il fucsia per un mobile libreria, per un tavolo da pranzo per gli elettrodomestici della cucina o per il divano.

Un complemento d’arredo in fucsia si adatterà sia alle pareti bianche, dove risalterà alla perfezione, sia ad ambienti dalle tonalità più scure, dove creerà un contrasto deciso e rivitalizzante, come potrete vedere nella selezione di immagini che vi propongo oggi.

(Photo: Pinterest)

Zona pranzo in cucina

(di Antonella De Lucia)

Mangiare in compagnia di amici e famigliari rappresenta un momento di condivisione e socializzazione, ma è anche un evento piacevole in quanto stimola la cura del proprio benessere, un’abitudine salutare e gratificante.

La cucina è il luogo consacrato a consumare i pasti ed è proprio per questo che si tende sempre più a ricavare una zona pranzo all’interno di questo ambiente. Molto spesso trovare posto per un tavolo risulta difficoltoso a causa delle misure sempre più scarse delle cucine, ma non bisogna arrendersi perché esistono delle soluzioni davvero uniche.

Gli spazi dining che vi propongo oggi sono funzionali, gradevoli ed equilibrati a tal punto da rendere ancora più affascinante l’ambiente cucina a cui sono destinati.

Non sono necessari troppi accessori per realizzare un arredo di gusto: un tavolo tondo con sedie in legno di design, uno rettangolare in stile scandinavo, il tavolo in legno grezzo con gambe e sedie colorate o affiancato da panche e sgabelli, quello antico della nonna o vintage anni ’70. L’attenzione ai dettagli è determinante, come la scelta dei toni di colore e la giusta posizione per rendere lo spazio pranzo sofisticato e confortevole al tempo stesso.

Poche sono le regole per predisporre un angolo pranzo di tutta comodità e per potersi muovere facilmente: la distanza tra il tavolo e la parete deve essere di circa cm 60, mentre tra il tavolo e i mobili della cucina di almeno cm 90.

Dopo queste piccole accortezza non posso che augurarvi buon appetito!

(Photo Pinterest)

Dalla calottina alla famiglia. Amaurys Perez: una vita all’insegna dei valori

(di Marianna Porcaro)

“Un giocatore lo vedi dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia”
“Una strada fatta di terra, una casa molto piccola con dentro tanti valori” così descrive la sua vita Amaurys Perez prima dell’incontro con l’Italia, protagonista indiscusso dei mondiali di Shangai 2011 e delle Olimpiadi di Londra dell’anno seguente. Oggi è un uomo nuovo, continua a restare nel mondo della pallanuoto ma dedica più tempo alla famiglia. Da qualche anno partecipa a diversi programmi sul piccolo schermo che ne hanno delineato il talento anche in altre attività, come il ballo. “Io non ho mai sentito il bisogno, sono stato catapultato in questa realtà, il mio sogno era diventare campione del mondo e l’ho realizzato. Come ballerino mi ha scoperto Milli Carlucci, ha puntato su di me da subito. Durante l’intervista quando ci siamo conosciuti ho solo detto a Milli di essere questo: Oro mondiale, vice campione olimpico e padre di famiglia”. 

Quando parla di sé Amaurys tra le sue vittorie più grandi descrive la famiglia. Il carico di valori con cui è cresciuto ha trovato realizzazione nella Donna della sua vita, Angela, che per lui è stata un grande esempio e supporto è grazie a lei che oggi ha una splendida famiglia. 

Durante il periodo di lockdown Perez in nome di questi valori ha sentito il dovere di fare un appello per il rispetto delle regole e del lavoro che stavano facendo i medici. ” Fare sport ti insegna il rispetto per le regole, qualsiasi gioco è fatto di regole, sai benissimo che se il singolo non le rispetta, la squadra fatica nel portare a casa il risultato. Ho visto il lavoro che stavano facendo i medici e non potevo stare fermo, ho sentito il bisogno di invitare tutti al rispetto del prossimo e ad essere squadra questa volta per la vita.” Poi continua la chiacchierata dicendomi: “Sai cosa conta veramente in ogni cosa che facciamo? Non smettere mai di crederci. Sono diventato campione del mondo a 35 anni quando tanti giocatori appendevano la calottina al chiodo, ho avuto tanti allenatori che mi dicevano di essere un cavallo vecchio, ma io non ho mai smesso di allenarmi e di essere forte motivatore di me stesso.

Perché sai qual è la bellezza della vita? La sfida. E la bellezza ancora più grande avere il coraggio di ritrovarla in ogni cosa.” Animo sportivo e cuore da campione ma più di tutto Amaurys, il gigante della pallanuoto è forza di volontà, un potenziale performance coach, un grande motivatore che convince a fare perché leader.  ” E’ importante avere qualcuno che ci spinge in piscina per costringerci a nuotare, è importante avere qualcuno che crede in te e che ti spinge a migliorare. A me piace parlare con i giovani perché è importante festeggiare quando si vince ma è fondamentale dare spiegazioni quando si perde. La soluzione del problema è nella nostra testa sempre. La testa fa tutto in qualsiasi cosa nella vita. Se vogliamo ottenere qualcosa, dobbiamo rischiare. Non possiamo restare attaccati alle certezze se vogliamo puntare veramente in alto.” E Perez lo ha fatto dallo sport alla famiglia il mondo lo ha reso campione.

Cassettiere industriali

(di Antonella De Lucia)

L’arredamento vintage è quanto mai di moda e sempre più spesso le nostre abitazioni si popolano di elementi d’arredo che ci ricordano il passato. Ancor più ricercato è ormai il riuso di mobili vintage “industrial”, provenienti da vecchi negozi, fabbriche in disuso, laboratori tipografici e ferramenta.

Questo stile industriale è un tipo di arredamento contemporaneo entrato in voga una decina d’anni fa, soprattutto per arredare loft e open space. Ma la sua storia nasce a New York intorno alla metà degli anni 50, quando si iniziarono a recuperare vecchie strutture dismesse e grandi spazi industriali come abitazioni civili.

Ecco allora come la mia scelta sia caduta su una selezione di cassettiere industriali dedicate a coloro che ricordano con nostalgia quelle atmosfere retrò e che desiderano dare un tocco di originalità alla propria casa.

Costruite principalmente in legno povero o in ferro, sono caratterizzate da una serie di cassetti di varie misure, ma sempre di dimensioni ridotte. Spesso usate per contenere piccoli oggetti, queste cassettiere non rispondono a pieno alle regole della praticità così da limitarne l’utilizzo. Anche le loro dimensioni, spesso fuori standard, possono creare dei problemi di collocazione negli spazi ridotti delle moderne abitazioni.

Nonostante ciò il loro aspetto vecchiotto e un po’ rovinato le hanno rese un elemento d’arredo assai ricercato e accattivante, come spesso si può vedere sulle riviste del settore e sui cataloghi di catene di mobili in serie, che ne riproducono l’aspetto esterno riadattandole con misure più consone agli ambienti domestici.

Christo

(di Antonella De Lucia)

L’artista Christo Vladimirov Javacheff, meglio noto come Christo, è mancato all’età di 84 anni nella sua casa a New York. Nato il 13 giugno 1935 a Gabrovo, in Bulgaria è considerato uno dei maggiori rappresentanti della Land Art degli anni ’60 e viene ricordato soprattutto per i suoi monumenti impacchettati. Con la sua forma d’arte aveva superato le regole del mondo artistico intervenendo con spettacolari istallazioni sul territorio naturale, in particolare in grandi spazi come deserti, praterie, laghi.

La sua poetica consisteva nel fare del mondo la tela su cui rappresentare il suo spirito e le sue tematiche artistiche. Questa approccio fu considerato rivoluzionario, soprattutto agli esordi, quando le opere d’arte erano confinate nelle gallerie. Le sue creazioni effimere e di breve durata, erano pensate per attirare l’attenzione di cittadini e comunità portandoli a guardare con occhi diversi quei paesaggi che nella routine quotidiana passano inosservati.

Lo ricordiamo certamente tutti per la sua istallazione italiana Floating Piers del 2016, una passerella dorata galleggiante sul lago d’Iseo su cui hanno camminato migliaia di visitatori.

Mobili in Bambù

(di Antonella De Lucia)

Visto il successo che hanno riscosso le tappezzerie tropical, volevo oggi suggerire alcuni complementi d’arredo da accostare a questo stile etnico: i mobili in bambù. Simbolo di naturalezza e di raffinatezza questo materiale naturale richiama immediatamente alla mente immagini di luoghi lontani. Proveniente dall’Oriente geografico e culturale, è ormai diffuso anche in Europa soprattutto per la sua adattabilità climatica, ma anche per la sua crescita veloce.

Il bambù è un insieme di diverse piante verdissime, perenni e sempreverdi, che dopo il taglio assume una calda colorazione nella gamma dei beige. Essendo un prodotto naturale unico e dalle caratteristiche particolari è estremamente resistente, ma allo stesso tempo leggero, flessibile, bello esteticamente ed ecosostenibile.

Utilizzato in numerosi settori dell’architettura, è impiegato maggiormente nel campo dell’arredamento perchè offre una valida alternativa al legno tradizionale.

Queste le motivazioni che hanno favorito la diffusione dei mobili in bambù, prima solo in terrazzo e giardino, ma poi anche in appartamenti ed uffici; raffinati, comodi e caldi, si adattano facilmente ad ogni ambiente,

Perciò se il vostro ideale è ricreare lo stile etnico, che ricordi la jungla o le spiagge dei tropici il bambù è la scelta giusta, ma se invece prediligete il gusto moderno è ormai possibile trovare anche mobili di design realizzati in questo materiale.

Il mio consiglio: non esagerare con la quantità; uno o due elementi d’arredo sono più che sufficienti a garantire il risultato.

A tratti semplice: la terapeuta guidata dai suoi disegni

(di Marianna Porcaro)

“Ogni tratto che traccio mi consente di toccare una corda emotiva altrimenti irraggiungibile e di scioglierla, per farla vibrare e poi, suonare.”

Illustratrice e Psicoterapeuta, calabrese d’origine e romana di adozione. Roberta Guzzardi è uno splendido esempio di realizzazione personale. Con le sue vignette ha invaso il web di messaggi che gravidano milioni di pensieri. Leggerla è un modo per entrare dentro di noi e per accedere al suo mondo, connetterci meglio con i nostri pensieri e per scoprire che le cose che abbiamo in comune sono abbastanza per restare umani. Roberta è la sua arte, è la psicologia degli occhi, è la risposta che tutti vorrebbero leggere quando il “mostro” diventa un po’ più ingombrante. E’ un vento leggero, che ti arriva addosso e ti ricorda che non è sbagliato lasciare aperta la finestra che ci portiamo dentro. Non siamo così lontani da quello che sentiamo. Una finestra aperta che arieggia quella memoria che si fa visiva e che si offre a noi in maniera didascalica, autentica, intima. Con i suoi dialoghi accorcia le distanze e ci tiene stretti alle nostre emotività e lo fa parlandoci di lei, regalandoci parti dei suoi processi interiori. Un inno alla coesistenza. Con i suoi lavori ci invita in un luogo che diventa casa perché scavato, infangato, salvato, abitato insieme. E a guardare le sue vignette non ci si può non vedere.

  • I suoi disegni sono la materializzazione dei pensieri più profondi. Nulla è a caso. Tutto segue un ordine, una linea, una strada. Il mostro è il riflesso nello specchio, tutto quello che ci chiediamo giorno per giorno, che esce fuori attraverso il dialogo. Quanto di Roberta psicoterapeuta c’è nei suoi disegni e quanto invece il disegno funge come terapia per sé stessa?

Una domanda che mi faccio anche io: sono più una terapeuta che disegna o una illustratrice che fa terapia? Avrei disegnato queste cose se non avessi fatto anche psicologia? E i disegni sarebbero stati così curativi per me se non avessi conosciuto certi meccanismi della mente? La verità è che non lo so. E non credo che lo saprò mai. Ho sempre disegnato, molto prima di iniziare a pensare di diventare terapeuta, quindi potrebbe sembrare che l’aspetto illustrativo nasca prima dell’altro, ma una certa visione delle cose l’ho sempre avuta, fin da bambina, anche senza studiare per 10 anni quello che ho studiato nel mio percorso con la psicologia. Forse, la verità, è che non si tratta né di disegnare, né di “terapizzare”, ma di esprimere e inviare dei messaggi, cose che pian piano ho capito della vita grazie alle mie esperienze personali, ma anche cose su cui ancora mi faccio delle domande. Forse è per questo che le mie vignette riescono ad avere un effetto catartico a volte, perché nascono come espressione di processi interiori che abbiamo tutti, che tutti crediamo di vivere in solitudine, ma che sono estremamente comuni (e non nel senso banale del termine), universali, umani. Quello che è certo e che posso ammettere senza ombra di dubbio, è che se non avessi avuto il dono di disegnare, alcune cose dentro di me mi avrebbero divorata. Disegnando riesco a catturarle, a raccontarle, a darvi un nome. E una volta che dai un nome ad una cosa, la possiedi, ed essa non ti domina più.

  • La teoria dell’intelligenza emotiva, elaborata da Daniel Goleman, sostiene che non esiste solo quel tipo di intelligenza che si misura col QI, ma che esiste un’altra, che è la capacità di conoscere e gestire le proprie emozioni e di riconoscerle negli altri. Possiamo quindi allenare il nostro quoziente emotivo per avere una vita migliore. Le sue vignette sono un perfetto esercizio di intelligenza emotiva. Attraverso, ci sentiamo tutti più umani più fragili. Più simili. Quando ha capito che sarebbero diventate un nido accogliente di condivisione?

In verità lo sto capendo da poco. Qualche anno fa ho iniziato a condividere i miei disegni sui social solo e soltanto per diletto. Non avevo nessuno scopo. Sono anni che lavoro anche come illustratrice, ma non avevo mai avuto un vero e proprio seguito. Durante la quarantena una delle mie strisce è diventata inaspettatamente virale e i profili che avevo su instagram e su facebook sono cresciuti. Da quel momento in poi hanno iniziato a scrivermi tante persone che hanno iniziato a dirmi, con mia sorpresa, tutte più o meno la stessa cosa, un messaggio che suona più o meno così: “ti ho scoperta da poco. Esprimi in modo semplice quello che di complicato ho dentro e che non riesco ad esprimere. Mi sento meno solo/a, grazie”. Questi “grazie” e le parole che le persone mi rivolgono, le loro storie e le cose che mi raccontano, stanno iniziando a farmi capire che disegnare può essere qualcosa di più che uno strumento per “sfogarmi”, che può diventare un veicolo per diffondere benessere, per ricordarci reciprocamente che certe vulnerabilità, certe stranezze, certi pensieri, li facciamo tutti, e che invece di censurarci a vicenda, possiamo concederci di essere più autentici e scoprire che non siamo soli nelle nostre unicità.

  • Duranti questi mesi di quarantena le sue illustrazioni sono state un bellissimo viaggio dentro la nostra parte interna, come se la saggezza arrivasse da dentro e ci colmasse delle mancanze esterne. L’arte che diventa bellezza alla portata di tutti e che ci salva. Abbiamo imparato l’importanza di un tempo supplementare, quello che speri mai di avere ma che ti fa vincere le partite. In questo momento si percepisce una gran voglia di premere sull’acceleratore. Di ripartire. Di ritornare a una vita normale. Qual è la chiave per ripartire? Quali sono secondo Lei le linee guida da adottare?

A questa domanda voglio rispondere con l’aiuto del Mostro, perché ci sto ancora lavorando anche io. Una delle cose più importanti che credo abbiamo assaggiato un po’ tutti durante questo isolamento forzato, è stata la possibilità di smettere di stare sotto determinate pressioni sociali. Pressioni che tendono a farci amalgamare a dei prototipi di comportamento, di ritmi a quali vivere, di aspettative da avere. E’ stato un po’ come se ci avessero lasciati liberi di dire: “Oh, non me ne frega niente per un po’ di fare tot soldi, di trovarmi il fidanzato o una moglie, di mostrare al mondo che ho duemila amici con cui uscire o che faccio duemila cose bellissime, mi posso rilassare!”. Ecco, in questo stato di cose credo che sia stato possibile, con maggiore o minore intensità, scoprire un po’ meglio ciò che davvero ci fa stare bene e ciò che invece ci fa stare male. Credo che il Mostro ci suggerirebbe di utilizzare proprio questo apprendimento per “ripartire” in maniera nuova e migliore. Farci domande come: “Cosa mi piace davvero fare? Quali sono i ritmi in cui sto bene e riesco a fare le cose? Cosa mi stressava prima? Cosa mi ha dato calma invece? Che sogni o desideri sono affiorati in questo periodo dentro di me?”, per risalire sulla giostra con un atteggiamento diverso, o magari, perché no, non risalirci affatto!

  • Se dovesse descrivere Roberta Guzzardi persona attraverso una sua vignetta quale sceglierebbe e perché?

Da un paio di anni a questa parte, nel mese di luglio, mi piace partecipare ad una challenge on line fra illustratori (si chiama “Juline”) per la quale bisogna fare un disegno ispirato a una determinata parola diversa per ogni giorno. L’anno scorso decisi di creare una piccola storia legando i disegni tra di loro ed è stato allora che è nato il Mostro nella forma che assume oggi.

La storia che disegnai racconta di una ragazzina e del suo Mostro che vanno in vacanza, al mare,

e dell’arrivo di un terzo soggetto, un ragazzo, che piace alla ragazzina, ma non tanto al Mostro. La questione porta una serie di complicazioni che conducono ad un litigio piuttosto drammatico fra tutti e tre, alla fine del quale la ragazzina scappa via stanca degli intralci del suo Mostro. E’ solo a seguito di questa crisi che i due, finalmente, parlano, scoprendosi l’uno parte dell’altra.

Ecco, credo che la sequenza di questo dialogo sia effettivamente rappresentativa di chi sono io come persona, delle paure che ho, del mio modo di reagire di fronte alle cose inattese e sconosciute della vita e del rapporto che nel tempo ho imparato a costruire con me stessa, con il Mostro e con la realtà.

Ecco la sequenza:

Costruzioni-Idee e Design Creare Design a Pavia

(di Antonella De Lucia

Costruzioni-idee &design nasce nel 1992 dalla passione per tutto ciò che è design di Alida Buttarelli e Marina Danova. Il nome “Costruzioni” prende spunto da un’idea dell’artista Gherardo Frassa, mentre del logo si è occupato Emilio Tadini. Queste le solide premesse che hanno reso il negozio di corso Garibaldi 5/E a Pavia una eterogenea collezione di oggetti per la tavola, complementi d’arredo, abiti, gioielli e borse, accomunati dall’amore per la manifattura artigianale, per lo stile e per il bello.

Dalla collaborazione con artisti, artigiani e designer sono nati innumerevoli work in progress, eventi e progetti che sono una caratteristica intrinseca dello spazio.

Il mood dei prodotti proposti è sempre in divenire: dalla passione iniziale per la cultura giapponese con i suoi tessuti ed oggetti preziosi, alla scoperta delle sete cinesi o ai tappeti provenienti dalla Turchia, fino ad arrivare agli elaborati tessuti indiani dai sontuosi ricami fatti a mano.

Un’attenzione particolare è stata riservata al settore moda: gli abiti e gli accessori di manifattura sartoriale sono pezzi unici realizzati in loco da giovani talentuosi con tessuti provenienti da diversi paesi del mondo. Molto proficua si è rivelata la collaborazione con Paola Loriani, che all’interno della bottega ha creato una collezione personale di stampe con block print o stencil su tessuti e carte dando nuova vita a vecchi abiti e accessori in stoffa vintage, personalizzandoli per il cliente.

Non va poi dimenticata la sezione dedicata al design contemporaneo italiano ed europeo; Marina ed Alida hanno intrapreso, con il passare degli anni, delle collaborazioni permanenti con alcune delle più note aziende del settore che riforniscono il negozio con i loro più recenti complementi di arredo e di decorazione d’interni.

Perciò, se passate per Pavia, non dimenticate di fare una capatina a questa allettante fucina di talenti alla scoperta di qualche piccolo tesoro per voi o la vostra casa.

costruzioni.a.m@virgilio.it

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Instagram costruzioni.pavia

Foto: Elisa Ducoli e Salvatore Rotella

Carta Tropical

(di Antonella De Lucia)

Il desiderio di visitare terre sconosciute, lontane dal nostro panorama quotidiano, racchiude in sé l’amore per paesi esotici e il fascino di civiltà e paesaggi misteriosi. Il più delle volte è possibile salire su un aereo e raggiungere le isole dei caraibi o le foreste pluviali per godere dell’esotico paesaggio tropicale: il verde delle palme, i pappagalli multicolori, il rosa intenso dei fenicotteri, le belve feroci dal mantello maculato, il blu del mare profondo, sono i colori che riportano alla mente un paradiso in terra.

Ma non sarebbe meraviglioso ricreare la magia dell’indimenticabile stile tropicale all’interno delle mura di casa? La via più facile per realizzare questo sogno ad occhi aperti è ricorrere alle carte da parati in stile Jungle, di tipo tradizionale o stampate con sistemi digitali personalizzati perfettamente adattabili ad ogni ambiente della casa.

Il colore predominante sarà sicuramente il verde in tutte le sue sfumature, ma sarà possibile smorzarlo con la profusione di colori degli uccelli, dei fiori, degli animali e degli alberi. La vivacità è infatti l’attrattiva predominante di questi rivestimenti murari.

Bisogna però fare attenzione a non esagerare perché la vegetazione tropicale rappresentata a grandezza naturale può rendere un po’ claustrofobico ogni spazio, soprattutto se di piccole dimensioni.

Il trucco sicuramente sarà di rivestire solo alcune parti della stanza: una sola parete del soggiorno o della camera da letto, un angolo dell’ingresso o dello studio, il muro della scala o la parte alta del bagno sopra una boiserie in legno.

Ecco allora che felci, banani, ibischi, orchidee, pappagalli, tucani e tigri vi faranno compagnia e vi permetteranno di assaporare il clamore della jungla tra le mura domestiche.

(Photo: Pinterest)

Luca Pieroni – lo chef figlio del proprio tempo

(di Marianna Porcaro)

“Un cuoco, per essere un grande cuoco, per lasciare un segno, deve essere figlio del proprio tempo”

Luca Pieroni ha 45 anni e un talento incredibile, chef executive nel più grande coworking di Milano. Dalla sua ha talento, creatività e lungimiranza. Uno stile essenziale e inconfondibile con cui accompagna i suoi piatti e una forte predisposizione allo spreco zero.

– La sua cucina si fonda sul valore dell’eco ristorazione, un modo inedito di ripensare la nostra tavola. C’è qualcosa a cui si è ispirato o che l’ha guidato in questo progetto?

La mia cucina si fonda sulla contemporaneità.
Negli anni 60 eravamo usciti dalla guerra e i nostri nonni erano figli di una cucina povera, avevano bisogno di consumare più carbone più benzina…l’uomo voleva andare sulla luna.
La cucina dei miei nonni voleva dimostrare al mondo che la povertà era finita, quindi ostentava grandi condimenti e grammature abbondanti. Mi ricordo ancora che Paul Bocuse, uno dei più grandi chef che abbiamo mai avuto tra gli anni 70/80, quando qualcuno gli faceva notare che la sua cucina era troppo grassa rispondeva: “Al ristorante si va per godere, se stai male devi andare dal dottore”. Ecco Marianna, Paul era considerato uno dei cuochi migliori al mondo perché riusciva ad interpretare il suo tempo meglio di chiunque altro, perché era figlio della sua epoca, sapeva capire alla perfezione le esigenze del suo periodo.
La mia cucina vuole essere moderna in questo senso, mi baso sullo spreco zero e sulla stagionalità (eco ristorazione) perché i tempi sono cambiati. La nostra vita è diventata più sedentaria e quindi abbiamo bisogno di consumare meno…meno benzina meno elettricità, dobbiamo avere un impatto ecologico e meno violento sul pianeta e quindi anche la cucina deve essere al passo coi tempi. Quando cucino mi ispiro a mia figlia, vorrei che crescendo trovasse un mondo migliore.


– La ristorazione riscuote grande interesse da parte dei giovani e in molti desiderano intraprendere una carriera nel settore. Possiamo dirci ormai figli di questo sodalizio tra web e food. Quanto è importante curare il proprio profilo sui social per diventare un food influencer?

Sono nato nel 1975 e quando ho iniziato a lavorare non esistevano i cellulari, si vivevano i ristoranti con il passaparola, adesso è importante essere in linea con il web e offrire sempre un progetto contemporaneo, i social sono diventati fondamentali, in maniera evidente per i giovanissimi. La realtà è fatta di rinunce e sacrifici infiniti prima di arrivare alla stabilità che viene messa continuamente in discussione dalla concorrenza sempre più spietata da parte della grande distribuzione, che ha tagliato fuori una fetta importante di artigiani che lavorano la materia prima, i fornitori. Loro sono i veri eroi in un mondo che ci vuole tutti uguali. La biodiversità dei nostri fornitori, la loro sapienza nell’affrontare le stagioni, il loro sapere tramandato dai loro avi è un patrimonio che non dobbiamo perdere. Dobbiamo difendere i piccoli artigiani del gusto che non hanno delocalizzato la loro azienda per più denaro e che lavorano una materia prima che nella grande distribuzione sarebbe impensabile da gestire.

– Quali sono i punti cardine su cui è importante lavorare in cucina?

I punti cardine sui quali lavorare in cucina si possono sintetizzare in: forte spirito di abnegazione, capire che questo è un lavoro totalizzante e quindi essere predisposti a non avere week end liberi o festività da trascorrere in casa con gli affetti, avere un forte senso critico ed essere pronti ad accettare i giudizi che arriveranno dai clienti, essere continuamente sottoposti all’eustress, causa poche ore di riposo. Non bisogna desistere, anche se è vero che è un lavoro per pochi.

Quindi prima ancora delle mani in pasta è fondamentale avere dei requisiti ben precisi: curiosità, etica e passione. Non si tratta solo di saper cucinare acquisendo abilità pratiche, ma è importante anche acquisire disciplina. Questi sono punti indispensabili per chi si approccia a questa carriera, assieme alla ricerca continua e alla costante applicazione della contemporaneità alla tradizione.

– Secondo lei è cambiato l’approccio del cliente nei confronti della cucina? Sembra quasi non ci si fermi più alla semplice ricetta, si cerca forse un’esperienza o un’emozione attraverso i piatti?

L’ approccio del cliente verso la ristorazione si è evoluto. Adesso la sala gioca un ruolo alla pari con la cucina, il servizio è importante tanto quanto il cibo proposto. Il cliente sceglie un ristorante perché è consapevole che in quel posto si mangia bene e ci si sente a casa. Un piatto è un’idea, uno studio, una ricerca. La sala deve essere discreta, attenta, mai invasiva e al tempo stesso presente e competente, solo così l’esperienza di un piatto sarà totalmente regalata al cliente, lasciandolo protagonista del suo momento gastronomico.

-Qual è il piatto che maggiormente la rappresenta?

Uno dei piatti che più mi rappresenta è un mezzo schiaffone di Carla Latini cacio e pepe con polvere di limone e piccole meringhe di pecorino.
La pasta viene cotta nell’acqua di governo della mozzarella perché recupero un elemento che generalmente si butta, perfettamente sapida, e viene mantecato in una crema di formaggi cotti a bassa temperatura, completo il piatto con una polvere di limone ricavata seccando le foglie dei limoni e tritandole. Uso un pepe di Sichuan che è leggermente agrumato e decoro il piatto con delle piccole meringhe di pecorino che cuocio in microonde in due minuti, in questo periodo la propongo con delle fave.
Un altro piatto che mi porto dentro è il baccalà mantecato con mozzarella di bufala, cracker di alici, paccasassi del Conero e arachidi. Oppure la pappa al pomodoro con uovo a 62 gradi e gelato di cipolla rossa con olio ultrasonico.

Luca Zagliani – Design Talks

L’interior designer Luca Zagliani, milanese di nascita, ha seguito un percorso formativo che dall’arredamento di interni lo ha portato a sperimentare in altri ambiti creativi, come il marketing e la comunicazione. Dopo la collaborazione con diverse aziende si addentra nel settore del Visual merchandising e Emotionaly Design. Molti sono le idee progettuali nate durante questo periodo di isolamento forzato, progetti in nuce che culmineranno con originali sperimentazioni e nuove avventure. Luca trova costruttiva questa esperienza per fare “ una sorta di tabula rasa del passato che può solo aprire nuove prospettive.”

Poi aggiunge :”Chi meglio di un creativo si può reinventare?

Tanti sono gli aspetti che in questo ambito possono ridefinire le meccaniche aziendali e lavorative di una persona. In futuro un viaggio all’estero, la possibilità di nuove collaborazioni e la mente aperta a nuove sfide sono per me gli elementi chiave che ogni designer dovrebbe avere.”

Il suo segreto : sorridere sempre alla vita che forse tanto male non è.

“Cerco sempre di vedere a colori.”

Con questa massima di positività vi invitiamo allora ad approfondire la conoscenza di Luca Zagliani scoprendo le sue creazioni attraverso i contatti che vi alleghiamo.

www.lucazagliani.com

IG: luca_zagliani

E-mail: lucazagliani@gmail.com

Cell. 3394185438

In memoria di Ezio Bosso

(di Marianna Porcaro)

Con la sua musica, ci ha spiegato che ogni nota d’amore arriva dritta al cuore anche senza note e che il silenzio è un forte abbraccio. Ci ha invitati a condividere qualcosa di meraviglioso per dire grazie. Pensarci dentro gesti semplici e sentirci casa per qualcuno. Casa è l’altro, il vicino, il prossimo che sta a un metro da me e che troppo spesso ignoro. Più di tutto, però, Ezio Bosso ci ha insegnato che le grandi rivoluzioni partono dal punto in cui siamo, con i mezzi che abbiamo. Che per essere pionieri, conquistatori, per realizzare un sogno alto, non serve essere più belli, più ricchi, più fortunati.  Nessuna vittoria è mai stata realizzata se non prendendosi interamente la responsabilità della propria vita. “Le cose immense non ti rendi conto, sei un bambino che non crede ai suoi occhi, sembra un sogno, no è il nostro vivere, lavorare duro, credere, andare avanti” diceva. Ci ha trasmesso la cosa più importante che esista: “Ascoltare.” Lo ha fatto con grande cura dell’animo umano e con tutto l’amore e la passione di cui ne era esempio. “Perché rinascere vuol dire costruire insieme uno per uno. E costruire è bellissimo, il gioco più bello, cominciamo..”

Grazie Maestro!

Il Soppalco

(di Antonella De Lucia)

Molti concorderanno con me nell’affermare che lo spazio in casa non è mai abbastanza. Uno dei modi più semplici per aumentarlo, soprattutto negli ambienti dove i soffitti sono più alti di quelli standard, è sfruttare l’altezza realizzando un soppalco, ovvero una zona rialzata rispetto al resto della casa.

Il soppalco è una soluzione versatile e suggestiva, anche se la nuova stanza così ottenuta non potrà essere considerata come un locale abitabile a causa delle sue dimensioni ridotte e della sua altezza spesso non a norma con le disposizioni edilizie.

Anche se l’area ricavata su questo nuovo piano permetterà di aumentare lo spazio disponibile e di conseguenza anche il valore della casa, molti sono i possibili svantaggi da valutare, come una scarsa illuminazione, le difficoltà di aerazione o la scomodità di accesso.

Ricorrendo però ad un progetto ben studiato nei minimi particolari renderà possibile creare degli ambienti ben organizzati, funzionali e con soluzioni di grande impatto estetico.

La superficie soppalcata della casa verrà comunque sempre vissuta come una zona intima e raccolta, dove dedicarsi ad attività di relax, per dormire o per svolgere attività che richiedono concentrazione, come un angolo studio.

Se l’altezza del soffitto lo permette, la zona sottostante al soppalco potrà essere utilizzata come una stanza a tutti gli effetti; in caso contrario potrà solo contenere un’armadiatura o un ripostiglio.

La struttura che sosterrà la nuova area potrà essere realizzata in diversi modi a seconda del tipo di muratura esistente nella casa. Se i muri perimetrali lo permettono sarà possibile costruire un soppalco in muratura ancorato ad essi; sarà più stabile, ma richiederà più tempo. Se invece questa via non fosse attuabile bisognerà ricorrere a tipologie composte da travi e pilastri in metallo o legno, meno stabili, ma più veloci da realizzare e più leggeri strutturalmente.

(Photo: Pinterest)

Barbara Del Sarto – disegnare la Bellezza

(di Isabella De Rorre)

Barbara Del Sarto è una donna bellissima. La sua è una bellezza che non esito a definire sostanziale. Barbara “sta” nella sua vita e nella sua attività di make up artist di livello internazionale con equilibrio e consapevolezza. Ha di certo in sé la formula per rivelare l’essenza di una persona, e preservarla. Dono di pochi, raro quanto soprendente quando lo si incontra.

  1. Facciamo un viaggio nel tempo e torniamo al 1989: chi era Barbara Del Sarto allora, e chi è oggi?

Nel 1989 avevo appena sostenuto la maturità e volevo lavorare nella moda. Subito ho “sbagliato” qualcosa (gli errori nella vita sono fondamentali quanto le vie che si imboccano diritte!): mi sono iscritta alla facoltà di Giurusprudenza di Roma, su consiglio di chi non vedeva di buon occhio il mondo della moda. Dopo due anni, compreso che non era la mia strada, ho abbandonato gli studi. A Roma ho però cominciato a muovere i primi passi in quel mondo in cui desideravo lavorare, come modella, per l’Alta Moda: era l’epoca delle sfilate a Piazza di Spagna, dei grandi couturier. Mi sono trasferita a Milano, prendendo la decisione di fare sul serio. In questa città, cui sento di appartenere in modo particolare per la visione e la modalità lavorativa che la attraversano, le possibilità si sono da subito amplificate. Da lì è iniziata veramente la mia storia.

Chi sono ora? Sono maturata a livello personale, e ho ben chiari gli obiettivi che voglio raggiungere. Posso dire di aver trovato la mia strada, e di non procedere più tentoni come ho fatto, per capire chi ero e cosa volevo, in passato.

  1. Una caratteristica che traspare dalle notizie su di Lei è certamente la riservatezza. Si intuisce una persona discreta, che preferisce far parlare i fatti. Come concilia questa sua attitudine con un mondo che dà in ogni caso ampia evidenza all’immagine?

Non è facile conciliare la mia riservatezza con il mondo in cui lavoro. Credo negli anni di essermi persa qualche “partita a carte”… se fossi stata una buona agente di me stessa, avrei forse ragguinto obiettivi diversi. I primi tempi capivo che essere presente ai party, agli eventi importanti era parte sostanziale di questo lavoro, una sorta di promozione diretta di se stessi. Ma, vede, io sono fatta così. Sono costretta a far parlare i fatti. Per fortuna,i fatti hanno parlato, e continuano a farlo, bene. Questo aspetto del mio carattere, la volontà di rimanere dietro le quinte diciamo, dà un senso di sicurezza ai miei clienti. Per me, significa rispettare dei codici, etici e di comportamento, che fanno parte di me, e che i miei clienti condividono. Una sorta di pulizia dei valori, che ha lasciato spazio ai brand che vestono me, così come a me che vesto loro. Su misura, ecco il termine giusto.

Non ho mai chiesto foto insieme alle celebrità, mi sarebbe sembrato di oltrepassare una linea che volevo invece ben definita. Le poche foto che ho insieme ad alcuni personaggi, le ho condivise perché per me erano momenti importanti, di crescita, di passaggio, a livello professionale ma prima di tutto emotivo. Non mi interessa apparire, mi interessa rispettare me stessa, e lo spazio delle persone con cui ho lavorato e lavoro.

  1. Prima di diventare make up artist, lei è stata indossatrice. Quanto ha influito questa esperienza nella sua attività?

Sono stata avvantaggiata nel conoscere già il mestiere. Sapevo leggere alla perfezione quelli che erano i ritmi di un photoshoot. Queste informazioni sono state il mio bagaglio e mi hanno resa tranquilla: per carattere voglio essere sempre molto preparata, prima di affrontare qualsiasi esperienza. Le faccio un esempio: quando ero modella, durante la fase del trucco ricordo che alcuni avevano un tocco più pesante di altri, sul viso, mentre procedevano al make up. Memore di questo, ho cercato di lavorare diversamente, tanto che moltissimi mi dicono avere una mano leggerissima. Inoltre, conoscevo già molte delle persone con cui mi sono trovata a lavorare com make up artist, perché ci avevo lavorato ai tempi in cui ero modella; posso dire ci sia stata una soluzione di continuità. A livello caratteriale, questa nuova vita mi ha aiutato moltissimo: sono infatti una timida, che ama però l’adrenalina della ribalta. Quello che mi crea ansia, è anche quello che mi fa stare davvero bene. L’aver calcato tante passerelle prima mi ha aiutato a muovermi con naturalezza in questo mondo, e mi ha dato coraggio nel parlare alle grandi platee.

  1. Come è cambiato nel corso di questi ultimi venti anni, il trucco di un photoshoot o di una sfilata?

La moda è sempre movimento! Con corsi e ricorsi. Ancora nelle ultime sfilate che ho fatto, le basi erano molto più coprenti, strutturate, i trucchi impegnativi: lo smoky eye, i rossetti decisi, i glitter usati per enfatizzare sguardo e zigomi. Nel corso degli anni, sono cambiate radicalmente le texture, che tutte le gandi aziende di make up hanno sviluppato con ingredienti innovativi. I pigmenti sono talmente micronizzati che è possibile fare presso che qualsiasi cosa. Ora si gioca molto di più sulle sovrapposizioni, pur mantenendosi una differenza sostanziale fra il mondo “crazy” dello show, ancora fatto di labbra in evidenza, ciglia finte.. e quello delle collezioni, che tende invece ad esprimere un mood, un sentimento, una tendenza precisa. Oltre alle texture, è cambiato il modo di interpretare il make up, proprio da parte delle donne comuni, che lo usano ogni giorno.

  1. Il make up artist lo immagino sempre un po’ come un fotografo, ed un regista: si deve tener conto delle luci, delle imperfezioni e delle caratteristiche del viso, di conservare l’anima di chi si affida ad un truccatore, di farla trasparire. Cosa si aspetta dal make up chi si rivolge a Lei?

I miei clienti si aspettano che il mio lavoro, una volta finito, rappresenti alla perfezione la persona che ho truccato. Mi piace lavorare su piccoli dettagli. Non stravolgo mai i visi; il make up è un accessorio, una magia. Deve tirare fuori l’essenza di una persona. Deve vedersi la donna. Il miglior complimento è: “Come sei bella!”, non “Che splendido make up”. Per questo, se è vero che nel mak up comandano le proporzioni del volto, è ancora più vero che quello che comanda è proprio l’anima. Bisogna tener conto di tante sfaccettature diverse, per questo, prima di cominciare a truccare un cliente, ci parlo. La volontà è quella di unire la sua personalità con la mia visione. In caso di make up di celebrità, faccio sempre prima una ricerca sul web, per capire quali colori indossano più frequentemente, a ltre caratteristiche per poter svolgere al meglio il mio lavoro.

  1. Tre caratteristiche che un MUA dovrebbe avere.

La sensibilità, ossia la capacità di accogliere le persone e capire cosa si aspettano dal make up. La vena artistica, che traduco nella capacità di distruggere le convenzioni per ricrearle a modo suo. E l’essere psicologi: le mie clienti vengono da me per potersi esprimere, per mettersi a nudo e ricostruirsi, rinnovarsi.

  1. Lei segue da quasi venti anni Roberta Armani come personal MUA; quali differenze ci sono fra il truccare una persona celebre in modo continuativo, e farlo per le modelle di un servizio fotografico o di una sfilata?

Con Roberta Armani si è creato un rapporto stretto, una connessione. Sono entrati in gioco i sentimenti e si sono create le basi di una amicizia solida. Seguirla è stato creare un’unione così particolare da andare oltre il lavoro. Si riesce a leggere oltre l’apparenza, a cogliere il momento, la sfaccettatura, a sapere senza che venga richiesto se è il caso per esempio di calcare di più il trucco, o al contrario di marcarlo meno. Si riesce ad arrivare a fondo nell’animo della persona, e a “cucire” ogni volta un abito su misura. Stabilire una connessione significa scegliersi come abbiamo fatto Roberta ed io, con il tempo e negli anni, a vicenda. La differenza la fa la mia personalità. Dico sempre che non sono la più brava in assoluto, ma che scegliere me in modo continuativo significa apprezzare discrezione e personalità. Sono queste le caratteristiche che avvalorano maggiormente il mio lavoro di make up artist. . La modella al contrario è una tela bianca. La devo dipingere, senza fare ricerca psicologica. Non ha voce in capitolo nella scelta del make up, viene vestita e truccata, e la cosa finisce qui.

  1. C’è, o ci sono, brand cosmetici che oggi sente più affini al suo modo di operare, cioè che in qualche modo la rappresentino?

Ho la fortuna di lavorare con il make up di Dolce e Gabbana, che esprime la donna italiana nella versione più gioiosa di sé stessa: mi ci ritrovo perfettamente rappresentata. Ho lavorato negli anni passati con Armani, che amo per le texture leggere e facilmente sovrapponibili. I brand da cui mi allontano un po’ sono quelli che giocano su colori flah, forti. Non ho mai osato così tanto, forse perché nella mia esperienza come make up artist mi sono sempre confrontata, e mi confronto tuttora, con il mio modo di essere donna. Mi mancano anche le occasioni per osare: lavorare con e sulle celebrità, significa lavorare con donne mature, non necessariamente anagraficamente, ma che hanno una identità precisa da rispettare.

Amo in generale i brand che danno attenzione alle texture; mi piacciono i mascara Lancome, la linea di Bobby Brown. Mi affaccio a Mac, quando voglio attingere ad un bacino quasi infinito di colori.

  1. Lei ha condotto un programma televisivo, e ha partecipato in qualità di tutor make up trend ad un altro: quali sono i ritmi e le regole di questo tipo di esperienza?

Innanzi tutto, sono due ritmi completamente diversi.

Quella con Sky è stata una esperienza bellissima, completamente nuova per me. I ritmi fin da subito sono stati importanti. Abbiamo girato per due mesi da una città all’altra, lavorando nelle aziende. Ci muovevamo a bordo di un truck, estensibile, che diventava un vero e proprio studio televisivo, con caldo soffocante a volte. Una esperienza faticosa, ma estremamente divertente.

L’esperienza RAI è stata molto più semplice, sia in termini di orario sia di impegno. Ogni tutorial doveva essere costruito con l’autore a casa, e poi c’era la diretta in studo, per un impegno di circa due giorni. La guida di Caternia Balivo ci ha aiutato davvero tantissimo. Una esperienza che ripeterei subito; ricordo lo stress prima della diretta, ma al momento del ciak, come per magia, si va avanti!

  1. C’è una donna che non ha ancora truccato e che le piacerebbe truccare?

Mi viene subito in mente una grande donna che non c’è più: Lady D.. Mi sarebbe piaciuto tantissimo curare la sua immagine.

E poi: Cate Blanchett, donna straordinaria incontrata a Venezia. Ha una gran truccatrice, che le rende giustizia in ogni occasione. La Blanchett rappresenta la Bellezza, intensa, anche imperfetta, ma vera.

  1. Esiste un’icona di bellezza che in quale modo l’abbia ispirata in passato e nel presente?

Audrey Hepburn: bellezza pulita, essenziale, mai sovraccarica. Il mio tema, come make up artist, per definizione la mia icona.

  1. Immagino le abbiano già chiesto se la bellezza sia importante per lei. Io le chiedo se la bellezza abbia un “costo”, in termini di responsabilità, di rispetto e di ricerca.

Certo che ha un costo. La mia bellezza, e la bellezza in genere, richiede impegno. Non si può andare in giro senza rappresentare quello che si fa. Ho sempre investito molto sulla cura di me stessa, della mia pelle, dei capelli. Curo la mia immagine, voglio che corrisponda a quello che desidero raccontare di me. Che mi rappresenti. La forma è anche sostanza. La bellezza verso noi stessi è un valore e un segno di rispetto di sé e degli altri; è la conferma di essere conforme ad un contesto in cui ci si muove, e di averne cura.

  1. Cosa si aspettano le spose di oggi da un make up artist in questo giorno così particolare? E quale tipo di sposa si rivolge a Lei?

Non c’è un tipo standard di sposa che si rivolga a me. Spesso è un passaparola continuo della amiche, che si sono affidate a me, e mandano da me altre amiche.

Le spose sono cambiate tanto. Ci sono quelle che vogliono continuare ad essere se stesse, anche nel giorno del loro matrimonio. Il make up che chiedono è leggero, luminoso, in armonia con l’abito scelto. E poi ci sono le spose che vogliono in quel giorno essere quello che ono sono mai state, e mi richiedono un look che è quasi più da Red Carpet che da matrimonio, basato su ciglia finte, sopracciglia disegnate, toni più carichi.

Certamente, il trucco acqua e sapone non paga, la luce del fotografo toglie quasi il 50% del trucco dal viso. Allora, si lavora sulla pelle, in modo che compaia perfetta. Sul mascara, su sopracciglia ben delineate. La sposa è più truccata pur sembrandolo meno; il nude make up è complicato da realizzare, e deve esserlo con perizia.

  1. Ha mai pensato a creare una propria linea cosmetica?

Non ci ho mai pensato in termini di realizzazione, ma mi piacerebbe molto realizzare per un brand cosmetico una linea “by Barbara Del Sarto”.Dciamo che è il mio sogno nel cassetto…chissà!

  1. Se dovessero definirla con tre aggettivi, quali le piacerebbe che fossero?

Raffinata, Rispettosa, Affidabile.

  1. Da dove trae le ispirazioni per il suo lavoro?

Sono molto curiosa, amo guardare subito tutti i trend della siflate per le stagioni a venire. E poi, viaggio fra le contaminazioni cromatiche a 360 gradi: adoro l’arredamento di interni, trovo che il mondo del design incida sempre con i suoi colori sulla moda e sulla bellezza. Il mondo le make up è così veloce che stargli dietro è molto complicato.

Altra fonte di ispirazione è la natura, il mondo, con i suoi colori. La natura ci offre una palette cromatica gratuita ed incredibilmente variegata, con accostamenti inusuali e meravigliosi. Se si è aperti a cogliere la bellezza dell’universo, si apprezzano toni di una bellezza incredibile.

Amo leggere anche i libri di moda del secolo scorso, capire perché ogni designer ha segnato un’epoca, come ha lasciato in essa un segno inconfondibile.

Ultima e non ultima fonte di ispirazione: il cinema.

  1. Una domanda che faccio spesso è: come si immagina fra cinque anni?

Vorrei diventare, almeno un po’ di più, uno “squalo”!

Fra cinque anni ne avrò cinquanta e voglio arrivare a quel traguardo con un progetto che rappresenti l’apice della mia carriera.

Non credo diventerò mai così aggressiva, quindi mi vedo continuare a coltivare i miei progetti, e a raccogliere i successi che ne verranno.

E, importante per me, continuare a far crescere mia figlia in un ambiente sereno con una mamma su cui poter contare. Sono rimasta agganciata alla mia famiglia. Per una donna che lavori come make up artist conciliare lavoro e famiglia implica scelte di presenza, di qualità, di insegnamento. E delle rinunce, a volte pesanti, a delle opportunità. Ma, come dicevo, si tratta di scelte.

Barbara Del Sarto ha collaborato e collabora con Armani, Gucci, Fendi, Dolce e Gabbana. Cura l’immagine di Roberta Armani da più di 18 anni, così come di molti altri personaggi famosi. Ha condotto “Pausa Pranzo” per Sky e ha partecipato a “Detto Fatto” per la RAI in qualità di Make Up Trend Tutor. Più facile dire quello che non fa: non è presuntuosa, lascia parlare i fatti, e i successi che la sua sensibilità e la sua personalità discreta, seria, costante, le procurano.

“Domenica Con”… Roberto Bolle

(di Marcella Previde Massara)

DOMENICA 10 MAGGIO MARATONA DI DANZA SU RAI STORIA CON ROBERTO BOLLE COME ANFITRIONE

Foto tratta da profilo Instagram robertobolleofficial


Dopo il successo di “Danza con me” e del suo recente “Best of” su Rai1 , la sua intensa attività sulla piattaforma OnDance che anche in questo periodo di pausa forzata continua la sua missione di diffusione della cultura della danza in tutte le sue forme, Roberto Bolle torna in televisione.
Lo fa componendo e commentando per i telespettatori il format di “Domenica Con” , il nuovo spazio di Rai Cultura curato da Giovanni Paolo Fontana ed Enrico Salvatori.
Un contenitore in cui la danza e il balletto non sono solo occasione di grande spettacolo, ma anche una chiave di lettura dei cambiamenti della nostra società che Roberto ha voluto dedicare alla grande ballerina Elisabetta Terabust, scomparsa proprio due anni fa.
La mattinata si aprira’ con “Serata a quattro stelle” di cui sono protagonisti Elisabetta Terabust, Patrice Bart, Joy Jolley, Dudley von Luggenbur; dalle 12.00 in poi seguirà un tuffo negli anni Cinquanta e Sessanta, per capire come il ballare sia stato recepito dalla gente nel dopoguerra e fino al boom economico, e come le balere ed in generale i luoghi di aggregazione siano stati il posto ideale per conoscersi e divertirsi ancora con pochi soldi.
Dalle 12.30 circa alle 14.00 avremo occasione per rivedere Roland Petit, Zizi Jeanmaire, Rita Pavone, Mina, Don Lurio, Lola Falana, Oriella Dorella, Raffaele Paganini, Heather Parisi, Alberto Sordi, Alberto Lionello.
Tra i pezzi più pregiati scovati da Bolle negli archivi delle Teche Rai e di Rai Cultura c’è il film di prima serata, proposto proprio nel giorno del compleanno del protagonista: Fred Astaire. E dell’uomo che negli anni ’50 è stato sinonimo della danza, va in onda uno dei film più noti, “Il cappello a cilindro” , interpretato con l’ inseparabile Ginger Rogers.
Subito dopo, a chiudere questa “Domenica con” c’è il balletto ispirato ad uno dei film più noti di Federico Fellini, “La Strada”, con protagonista Carla Fracci sulle note indimenticabili di Nino Rota.

Foto da sito “On dance”


Roberto presenterà, infine, anche la sua ultima trovata per danzare da casa tutti, come ha sempre fatto dal vivo e per strada, quando lo si poteva fare.
Ha, infatti, realizzato un collage di tutti i video che gli sono stati inviati di una coreografia creata appositamente, in cui centinaia e centinaia di ballerini vestiti di bianco si muovono sulle note di una musica suggettiva da lui scelta inventando “Il ballo in bianco”
Che dire.. anche questa volta si è confermato un grande.
Ti amiamo, Roberto.

Design Talks

L’appuntamento con il design raddoppia, e conferma il suo un respiro internazionale.

Avete accolto #quarantenedidesign con tanto entusiasmo, da convincerci a farne una rubrica continuativa.

Ecco allora i “Design Talks”: due appuntamenti, il giovedì con le dirette Instagram del direttore, e la domenica con le dirette Instagram in lingua inglese di Antonio Di Meglio.

Domenica 10 maggio è la volta di R+O Design, dalle voci di Reli Smith
E di Osnat Yaffe Zimmerman

Continuate a seguirci, stiamo sognando grandi cose per voi!

Piccoli Balconi

(di Antonella De Lucia)

L’inizio del mese di maggio ci introduce ai tepori più caldi della primavera e ci fa sentire il desiderio dell’estate; ma quest’anno è coinciso anche con un periodo di riacquistata libertà per allentare i limiti dei mesi precedenti di quarantena.

La voglia di trascorrere sempre più tempo all’aria aperta è fortissima, ma le disposizioni della Fase 2 sono ancora restrittive; allora perché non godersi il sole e il tepore di queste giornate senza essere costretti necessariamente ad uscire di casa? Chi vive in città ed ha la fortuna di avere un balcone, anche piccolo, potrà oggi scoprire tante semplici soluzioni per realizzare uno spazio esterno confortevole che rispecchi il proprio stile.

Il concetto di relax non è univoco: ognuno di noi interpreta il balcone come luogo di dove immergersi nella lettura, come una sala da pranzo alternativa, come una spiaggia dove arrostirsi al sole o come un giardino dove coltivare fiori o erbe aromatiche.

Bastano pochi accorgimenti ed un po’ di creatività per realizzare il vostro balcone dei sogni in uno spazio ristretto. La sapiente scelta di elementi d’arredo funzionali e salvaspazio, la ricerca di accessori originali e piacevoli, renderà possibile dar vita ad uno spazio esterno, quasi un prolungamento dell’abitazione, perfettamente fruibile e trasformabile per ogni occasione.

Per sfruttare ogni centimetro bisogna ricorrere principalmente ad arredi di dimensioni ridotte come piccoli divani, tavolini e sedie pieghevoli, panchette o poltroncine impilabili o sdraio leggere. L’uso di strutture da montare in verticale o negli angoli, come mensole e vasi a muro o da agganciare alle ringhiere, rappresentano un espediente perfetto per non ingombrare lo spazio calpestabile.

Adesso tocca a voi selezionare dalla gallery il terrazzo che più rispecchi il vostro personale desiderio di relax.

(Foto: Pinterest)

Il questionario di Proust – Marcella Previde Massara

Le 30 domande del questionario di Proust
-Il tratto principale del tuo carattere?La costanza
-Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?L’intelligenza
-Qual è la qualità che apprezzi in una donna?L’intelligenza
-Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?L’affetto di cui mi circondano
-Il tuo peggior difetto?La sensibilità
-Il tuo passatempo preferito?Volontariato in canile/gattile
-Cosa sogni per la tua felicità?Tantissimi soldi per aiutare tutti
-Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?Non poter più danzare
-Cosa vorresti essere?Un sasso
-In che paese vorresti vivere?Londra
-Il tuo colore preferito?Il blu Cina
-Il tuo fiore preferito?Gelsomino azzurro
-Il tuo uccello preferito?Merlo
-I tuoi scrittori preferiti?Edgar Allan Poe
-I tuoi poeti preferiti?Charles Baudelaire
-Chi sono i tuoi eroi? Non ne ho
-E le tue eroine?Madre Teresa di Calcutta
-Il tuo musicista preferito?Tchaikovsky
-Il tuo pittore preferito?Dante Gabriel Rossetti
-Un eroe nella tua vita reale? Mio fratello
-Una tua eroina nella vita reale?Non ne ho
-Il tuo nome preferito?Regina
– Cosa detesti?La supponenza
-Un personaggio della storia che odi più di tutti?Ponzio Pilato
-L’impresa storica che ammiri di più?Rivoluzione Francese
-Un dono che vorresti avere?L’egoismo
-Come vorresti morire?Vecchia e stordita
-Come ti senti attualmente?Sospesa
-Di cosa ti senti in colpa?Di non aver sfruttato appieno le mie qualità
-Lascia scritto il tuo motto della vita
Procedere a furia d’inciampi per andare a finire in saggezza..

Il questionario di Proust – Isabella De Rorre

(Fonte. Fotografia Moderna)

Conoscete il questionario di Proust? Trenta domande, cui in realtà il famoso scrittore da ragazzo rispose. La paternità del gioco, che era un passatempo riflessivo dei salotti francesi, fu così attribuita a lui in seguito al ritrovamento del questionario compilato di suo pugno.

La redazione di theWproject accetta la sfida e consegna ai suoi lettori trenta risposte, perché possiate conoscere meglio direttore e redattori. Comincia Isabella De Rorre

  1. Il tratto principale del tuo carattere? La curiosità
  2. Qual è la qualità che apprezzi in un uomo? L’affidabilità
  3. Qual è la qualità che apprezzi in una donna? L’eleganza
  4. Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? Che mi sopportino
  5. Il tuo peggior difetto? L’essere tignosa
  6. Il tuo passatempo preferito? Scrivere
  7. Cosa sogni per la tua felicità? Scrivere
  8. Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? Non studiare più
  9. Cosa vorresti essere? Uno scrittore
  10. In che paese vorresti vivere? In Italia, al mare
  11. Il tuo colore preferito? il blu
  12. Il tuo fiore preferito? La peonia
  13. Il tuo uccello preferito? L’usignolo
  14. I tuoi scrittori preferiti? Hemingway, Carver, Omero, Garcia Marquez
  15. I tuoi poeti preferiti? Kostantin Kavafis, Neruda, Dickinson, Witman
  16. Chi sono i tuoi eroi? Ettore
  17. E le tue eroine? Elisabetta I
  18. Il tuo musicista preferito? Paolo Conte
  19. Il tuo pittore preferito? Caravaggio
  20. Un eroe nella tua vita reale? Mio padre
  21. Una tua eroina nella vita reale? Ogni donna che realizzi se stessa
  22. Il tuo nome preferito? Francesco
  23. Cosa detesti? La stupidità
  24. Un personaggio della storia che odi più di tutti? Nerone
  25. L’impresa storica che ammiri di più? Quelle di Alessandro Magno
  26. Un dono che vorresti avere? La femminilità
  27. Come vorresti morire? Felice ed esausta di vita
  28. Come ti senti attualmente? Sul bordo di una piscina
  29. Di cosa ti senti in colpa? Di non saper essere crudele ma giusta
  30. Lascia scritto il tuo motto della vita – Per avere un destino, occorre costruirsene uno

La vita alla finestra – Pierpaolo Rovero

(di Marianna Porcaro)

  • Pierpaolo Rovero, è un illustratore e disegnatore di fumetti che lavora in modo particolare. Crea complesse immagini che raffigurano scorci di città e osservando all’interno delle finestre delle case, si possono cogliere una moltitudine di immagini diverse. Tutti i protagonisti rappresentati sono in casa con azioni che ci qualificano come esseri umani, quasi a sottolineare il nostro essere “sistema”, isolati ma connessi, distanti ma uniti. Ed è interessante concentrarsi sui volti, come cambiano in ogni disegno.
Gerusalemme prega

Il volto è la migliore superficie del mondo, ed è sempre in cambiamento”.

  • Nel suo libro Character design & Co. ci insegna che il disegno dei personaggi è una disciplina con un obiettivo ben preciso: creare aspettative. Cosa succede quando si crea un personaggio? Cosa bisogna portare in un viaggio appassionante, fatto di chilometri e chilometri di linee? 
Madrid fa l’amore

Creare un personaggio significa sempre scavare nella sua anima. In breve, possiamo rivelare la personalità di un personaggio in modo diretto o indiretto. La caratterizzazione diretta prevede che sia l’autore stesso a fornire una descrizione del carattere in questione. Esempio: “La perfida Malefica stava pensando ad un piano per vendicarsi del re”.  In questo caso il narratore ci informa esplicitamente della perfidia di Malefica. Nel modo indiretto invece non viene detto nulla circa il personaggio. Le caratteristiche psicologiche e comportamentali non vengono descritte ma mostrate, attraverso il disegno. Il pubblico ha un ruolo più attivo, perché cerca di decifrare i tratti del volto, le posture. E così si creano delle aspettative. Non sempre il disegno ci fornisce tutte le informazioni, per cui alle volte le nostre aspettative colgono nel segno, altre volte no. Per fare un esempio, se vediamo un uomo seduto con il viso rivolto verso il basso, le gambe incrociate, le braccia conserte, l’espressione tesa, potremmo pensare che si trovi in un atteggiamento difensivo. Ma potrebbe anche significare che si trova al freddo e sta cercando di riscaldarsi. 

Genova abbraccia
  • Nei suoi quadri la vita è chiusa dentro una stanza, collegata ad altre vite, in un tempo sospeso, molto vicino a quello della quarantena. Ma l’immagine che ritrae è sempre in movimento, un movimento che diventa narrazione e che colpisce all’infinito. Una clessidra di prospettive tra l’interno e l’esterno. Quanto la tecnica pittorica è sintesi tra l’intervento manuale e l’elaborazione digitale? Quanto invece la ricerca del particolare è il segreto per raccontare una buona storia?
Tokio di veste

Nei miei quadri sulle città, cerco di far sì che l’immagine non si esaurisca con un solo sguardo. Il che è andare un po’ contro le regole estetiche della rete. Internet ci ha abituato a vedere molto velocemente: ormai le figure si scorrono, e raramente si osservano. L’elaborazione digitale consente però di elaborare dettagli piccolissimi. E così, ho deciso di introdurre alcuni particolari che non sono visibili sullo schermo del computer, ma unicamente dal vivo, a dimensione molto grande. In fin dei conti, però, mi piace pubblicare i miei quadri online, perché alle volte il non vedere distintamente i particolari lascia spazio all’immaginazione.

Amsterdam dipinge
  • Quando ho visto le sue opere per la prima volta ho pensato ad Hopper. Quanto si sente ispirato dalla sua memoria storica e quanto invece si è sentito guidato dal viaggio durante il disegno? 
Londra beve tè

Ci sono due motivi che mi rendono Hopper un riferimento fondamentale. Intanto era un pittore realista. Negli anni Cinquanta del secolo scorso tanti pittori d’avanguardia abbandonarono la figurazione per dedicarsi all’espressionismo astratto o alla pittura gestuale. Hopper mantenne un forte legame con la visione reale del mondo, che espresse benissimo, ad esempio, attraverso la luce. Il modo in cui illumina le figure è meraviglioso. Il secondo motivo per cui amo Hopper risiede nel fatto che nelle sue opere ha davvero creato personaggi, nel senso che ha scavato nell’anima alla ricerca dell’interiorità della figura. Penso però di essere anche molto distante dalla sensibilità di Hopper. Nei miei quadri sono interessato più ad un aspetto corale che intimista. Vorrei semplicemente raccontare che siamo un sistema, non singoli soggetti isolati. La sfida di Hopper è decisamente impegnativa, perché ci vuole mostrare alcuni aspetti della nostra vita interiore. 

  • Se dovesse oggi descriversi attraverso un quadro quale sceglierebbe e perché?
Il figlko dell’uomo – Magritte

Più che descrivere me stesso, penso che potrei più facilmente descrivere qualche momento di tensione che ho provato in questo periodo, soprattutto durante certe notti insonni. Sceglierei allora il quadro di Magritte “Il figlio dell’uomo”. Se lo osservo provo un senso quasi di fastidio. Effettivamente Magritte presenta un’immagine con la quale è impossibile stabilire una connessione empatica. Ecco, forse in alcuni momenti di questa quarantena mi sono sentito un po’ così, come se la mia essenza venisse sovrastata da qualcosa di più grande e pericoloso. Disegnando vorrei riuscire anche a liberarmi dalle inquietudini che questa epidemia ci impone: rimuovere la mela e scoprire il volto.

Save the Wedding – Il dono della Bellezza

(di Isabella De Rorre)

Chi si interroghi seriamente sulla bellezza, soprattutto in questi tempi sospesi, sa che essa ha un compito innato e superiore: offrire conforto.

L’architetto Angelo Garini lo fa da tempo, attraverso l’attività di designer dell’evento matrimonio, con una cultura raffinata e profonda, la formazione, la passione.

Ma la bellezza resta un concetto olimpico, isolato, se non viene tradotto in azione.

Ecco allora nascere il progetto solidale Save the Wedding fortemente voluto da Angelo Garini, per essere di aiuto, a titolo gratuito, alle coppie che hanno dovuto, per l’emergenza pandemica attuale, rimandare le nozze e loro organizzazione.

Insieme al suo team “Garini Soul Trainers”, composto da 44 professionisti su tutto il territorio nazionale coordinati e scelti personalmente fra persone che condividono il medesimo modus operandi – verrebbe da dire vivendi – del noto wedding planner, Angelo Garini si occuperà di realizzare il sogno di futuri sposi che hanno dovuto rimandare le nozze, e che non potrebbero usufruire normalmente del supporto di professionisti dedicati all’organizzazione del matrimonio, come di quelli che, proprio perché in prima linea in questo momento per contrastare l’emergenza, lì concentrano le loro energie, non riuscendo quindi a compiere le scelte cruciali legate alla scelta dei fonitori, e del mood dell’evento stesso.

L’opportunità è davvero unica: avere in dono un progetto creativo ad hoc, sviluppato da una delle voci più significative e autorevoli a livello nazionale e internazionale in materia di wedding design e planning, l’assistenza durante i mesi che precedono il grande evento, e una regia discreta e attenta nel giorno del matrimonio.

Di certo, un sogno nel sogno, la realizzazione di un desiderio che molte future spose hanno coltivato.

Non perdano nemmeno un attimo quindi i nubendi che pensano di corrispondere ai requisiti sopra elencati!

Per candidarsi al contest, occorre scrivere alla mail: garini@gariniimmagina.com

Vi verrà inviato un form, da compilare con alcune indicazioni per comprendere se siete idonei alla partecipazione e qualche informazione su di voi e sulle nozze.

Perché, e questo l’architetto Garini lo sa bene, la creatività ed il talento non conoscono sosta. La bellezza deve continuare a nutrire le nostre anime, ad appagare sensi e far battere il cuore.

http://www.gariniimmagina.com

Photo courtesy of Angelo Garini

Caramelo Revolution!

(di Antonella De Lucia)

Da qualche anno a questa parte la produzione di prodotti “handmade” ha avuto un incremento rilevante. Molti di questi produttori sono giovani creativi che hanno dato vita ad una piccola impresa di vendita per portare le loro creazioni agli angoli delle strade. Per fare ciò moltissimi di loro si sono affidati al noleggio o all’acquisto di un Ape Car, il famoso motocarro su tre ruote della Piaggio, derivato da uno scooter. Personalizzato a seconda del tipo di prodotti da vendere è tornato alla ribalta attirando l’interesse e la curiosità di curiosi e potenziali clienti.

Per Costanza Queirolo e José Rojas l’incontro con l’Ape è stato amore a prima vista.

Arrivati in Italia dal Cile, dove le loro creazioni hanno visto la luce, si sono gettati a capofitto in questa nuova avventura della vendita per strada con Caramelo Milano Apestore.

“Adoriamo creare e abbiamo tanti prodotti fatti a mano con tanto colore e passione. Quando vedrai l’Ape troverai amore e allegria, e ogni prodotto ti regalerà un sorriso che illuminerà la tua giornata.”

Allora quando incontrerete per le vie di Milano il loro “treruote” azzurro fermatevi a curiosare tra i grembiuli, i paralumi, le tovagliette all’americana e le sporte, il tutto realizzato rigorosamente a mano con tessuti allegri e coloratissimi. Le zone frequentate sono Via Spallanzani, vicino a Corso Buenos Aires, la Darsena a Milano e le vie di San Donato Milanese.

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I sogni sono fatti di stoffa – Dalila Recchia

(di Marianna Porcaro)

I sogni sono fatti di stoffa, di stoffa vera. Quelli che da bambina vestivano i manichini di un’arte le cui radici sarebbero diventate sangue che scorre nelle vene. Quelli che dopo anni di studio e sacrificio, oggi corrono soli. Pugliese di nascita napoletana di adozione. Dalila Recchia con la sua collezione “Psicosoma” vince il premio Miglior Designer Mad Mood Milan Fashion Week 2019. Dalila ridisegna il concetto di bellezza, adattandolo al nostro tempo, rendendola movimento puro come Miuccia Prada insegna. Lei ha stravolto la comune concezione di armonia, confezionandone una più consona all’ imperfezione del nostro essere.

Sdrammatizza la femminilità più classica a tratti onirica. Sporcandola con qualcosa solo di apparentemente stonato – fuori luogo e fuori tempo – per renderlo più umano perché è questo, ciò siamo: Umani. Parla di sé, denuda la sua anima e lo fa coprendo lembi di pelle con lembi di stoffa. Sublima il sacro regalando l’umana immortalità. Personalità, non mode sembra dirci. Ridisegna. Modella. Adatta. Proprio come si fa quando si racconta una storia. Con la devota cura che dovrebbe caratterizzare la scelta delle parole. Dei gesti o dei silenzi. La moda, quella vera. Quella che ritorna all’essenziale. Quella senza maschere. Quella senza eccessi che altro non sono che il desiderio di farsi notare. Quella della gente che ride, che sente, che attraverso il corpo esprime la pelle.

La moda che diventa parola scritta su forme irregolari, perfette. Il corpo come abito della mente. La moda di chi ama questo mondo a prescindere. E attraverso di lei racconta pezzi di sé. Perché è per questo che esistono i vestiti. Per dare voce a tutte le nostre anime. Dalila sembra riconnetterci ad una realtà che potenzia il corpo. Tridimensionale, appunto. Donne, la cui profondità traduce in “futuribilità” di prospettive l’immagine. ” E’ questo che siamo” sembra dirci, indissolubilmente collegate le une con le altre, da una moltitudine di forme – sottili, piene e asimmetriche. E forse non ce ne accorgiamo e forse ci risulta più facile oltre che più comodo dimenticarlo e probabilmente distratti come siamo a quelle forme in cui inciampiamo continuamente preferiamo non prestare troppa attenzione certi che – siamo isole libere in questo mare. Eppure sono quelle, forme – sottili, imperfette, morbide, nelle curve e nei concetti – che ci consentono di rimanere a galla e di non annegare. Che ci ricordano certi giorni l’origine della nostra identità. Quelle forme che danno vita all’arcipelago in cui fluttiamo – isole certo, mai troppo distanti l’una dall’altra perché sole perderebbero il senso di ciò che sono. Per essere se stesse, per dare spazio alla libertà e mostrarsi senza maschere. Mi piace pensare che è racchiusa in questa collezione, in questo “Qualunque cosa vogliate essere. Non vergognatevi di essere chi siete”, in questa vittoria dell’essere sull’apparire, il concetto stesso di femminilità.

Oggi, Dalila, lavora ad un progetto “Torneremo a respirare”, mette a disposizione la sua passione per dare un contributo all’emergenza Covid-19, rivolgendo parte del ricavato alla protezione civile. Sono delle meravigliose t-shirt disponibili on-line sul suo profilo, uno dei nostri polmoni è completamente rivestito di fiori, un invito a nutrire il nostro respiro di possibilità e nuovi inizi, sembra quasi di sentirne l’odore attraverso la stampa, un dispiegarsi di “E poi” che ci lega tutti.

Un progetto che vede la Moda al servizio del popolo, perché “nessuno si salva da solo” e mai come in questo momento l’arte qualifica il nostro senso umano. E se poi vi capita di conoscere Dalila e di chiederle: “Perché fai tutto questo?” non riceverete che una sola risposta che poi è l’essenza del suo talento, “Perché mi fa bene al cuore”

R+O Design #quarantenedidesign

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Armonia e grandezza caratterizzano il lavoro di Reli Smith e Osnat Yaffe Zimmerman con la loro collaborazione artistica per il brand R+O Design. L’obiettivo del loro lavoro è creare un mondo magico di vivaci colori con tinte pastello e opere monocromatiche di materiali differenti, a formare insieme un racconto estetico e accogliente.

La nostra arte trasmette un messaggio di gioia, buona volontà, prospettive positive, felicità, fanciullezza e vivacità. In questo periodo travagliato è molto incoraggiante vedere persone che desiderano acquistare le nostre creazioni che trasmettono loro il nostro ottimismo

Harmony and grandeur characterize the work of Reli Smith and Osnat Yaffe Zimmerman in their artistic cooperation under the brand R+O Design. The goal in their work is to create a magical world of bright colors, along with pastels and monochromatic works of differing textures, which together form an aesthetic and “welcoming” tale.

Our art carries a message of joy, good will, positive outlook, happiness ,childhood and colorfulness. In this challenging time it is very encouraging to see that people want to buy our art which transmits to them our optimism

https://www.facebook.com/RO-Design-1027912963886442/

Vasi con visi

(Antonella De Lucia)

Le piante, ma anche i fiori recisi, sono diventate sempre più di frequente una componente decorativa delle nostre abitazioni con l’intento di condividere gli spazi con gli elementi naturali; le erbe aromatiche popolano le cucine, mentre le orchidee tropicali trovano il loro habitat ideale nel bagno. Per non parlare del soggiorno dove le piante da appartamento sono sempre state una parte integrante e immancabile dell’arredamento. Per questo motivo anche i vasi che le contengono hanno assunto un ruolo importante, che presuppone una scelta complessa tra le tante offerte sul mercato-

Oggi la ricerca è caduta su una selezione di vasi antropoidi, vasi cioè che riproducono le fattezze del viso umano.

Sembra che l’uso di questo tipo di decorazione risalga alla preistoria dove alcune anfore presentavano il collo ornato a rappresentare i tratti del viso, con occhi e labbra ricavati da piccole incisioni. Anche durante la civiltà egizia si ricorreva a questo tipo di decorazione, raffigurando le sembianze umane, ma anche animali, via per i vasi decorativi che per le urne funerarie.

Da lì in poi i vasi antropoidi sono presenti in quasi tutte le epoche ed è possibile trovarli spesso lungo i sentieri dei giardini rinascimentali o tra gli arredi dei palazzi barocchi.

Ironici e a volte un po’ inquietanti, queste teste porta-vaso costituiscono un elemento ricercato e al tempo stesso scherzoso dell’home decor moderno.

Ecco allora una divertente galleria di foto per chi desidera possedere un vaso decorato con una faccia, la cui pianta, crescendo, possa ricreare una sorta di capigliatura verde.

Photo Pinterest

La Giornata Internazionale della Danza

(di Marcella Previde Massara)

(Photo: Pixabay)

Oggi per la prima volta dal 1982, il mondo festeggerà la Giornata Internazionale della Danza a sipari chiusi e platee vuote.
Misure necessarie, in tempo di pandemia. Ma tra dirette streaming, omaggi, riprese di repertorio, si danzerà comunque, per festeggiare l’appuntamento mondiale promosso dall’International Dance Council dell’UNESCO, dedicato alla divina Prima Ballerina Alicia Alonso, scomparsa il 19 ottobre scorso a L’Avana e di cui questo anno ricorre il Centenario
Il mondo intero ha assistito all’arte di Alicia Alonso, un’artista che ha portato la danza alla suprema espressione dell’arte ”
Si ricorda, inoltre, la sua vasta e ricca carriera di ballerina molto apprezzata per le sue convincenti rappresentazioni dei ruoli principali nelle grandi opere del balletto classico e romantico. Era conosciuta soprattutto per la sua vivace e precisa Giselle e per la sua sensuale e tragica Carmen.

Photo: Getty Images


La commemorazione è stata istituita nel 1982 da il Comitato Internazionale della Danza – C.I.D. dell’Istituto Internazionale del Teatro (ITI-UNESCO). La data commemora la nascita di Jean-Georges Noverre (1727-1810), che fu il più grande coreografo della sua epoca, il creatore del balletto moderno.
Tra le varie iniziative che ci saranno in Italia ricordiamo Eleonora Abbagnato, direttrice dell’opera di Roma, che festeggerà la Giornata internazionale tenendo una grande lezione aperta sul canale Youtube dell’Opera di Roma con i ballerini del Corpo di ballo.
Uno dei lati positivi della quarantena: in tutto il mondo grandi étoile si sono messe a disposizione del pubblico. “
Tra i tanti appuntamenti di domani, anche La Scala, con i primi ballerini live alle 14 su Facebook, insieme al direttore del corpo di ballo Frédéric Olivieri.


RaiPlay inaugura invece una nuova programmazione sul balletto classico e contemporaneo, dalla tradizione russa dello Schiaccianoci a La Fenice di Venezia alla rilettura di Giselle firmata da Akram Khan per l’English National Ballet. Il 2 maggio alle 22.45, con il documentario di Rita Rocca “Lindsay Dances: il teatro e la vita secondo Lindsay Kemp”, Rai5 omaggia il Maestro che sabato avrebbe compiuto 82 anni.


Nessuno sa quando e come si potrà tornare in scena dal vivo e se in Cina sono ripartite le prime timide classi con i danzatori con le mascherine, i teatri dormono avvolti nei loro lussuosi sipari di velluto in attesa di poterli rialzare.
La situazione, però, è difficilissima, per i teatri, le compagnie, le scuole di danza.
La danza è contatto, bisognerà reinventarsi tutto…

Ardoma Studio #quarantenedidesign

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Armonia e Contrasti

Ardoma studio dedica il suo lavoro alla ricerca di un’armonia visiva attraverso l’uso di elementi contrastanti.

I contrasti tra rigidità e morbidezza, luce e buio, maschilità e femminilità, dritto e curvo, forza e fragilità sono gli strumenti e l’armonia è l’obiettivo.

Il cemento, la pietra liquida, è stata scelta come un elemento rappresentativo per questa ricerca. Un rigido e freddo materiale che, se padroneggiato correttamente, può magicamente migliorare l’ambiente in cui è inserito, fondendosi e ipnotizzando con la sua delicatezza.

Harmony of Contrasts

Ardoma studio dedicates its work to the investigation of visual harmony through the use of contrasting elements.

The contrasts of rigid and soft, light and dark, masculine and feminine, straight and curved, robust and fragile are the tools and harmony is the objective.

Concrete, the liquid stone, was chosen as a representative material for this quest. A rigid and cold material that, when properly mastered, can magically enhance the environment in which it is placed, blend in and mesmerize with its ability to be gentle.

website: www.ardomadesign.com

Instagram: www.instagram.com/ardomadesign/

Cristiano Cavina – lo scrittore con il piercing

(di Marianna Porcaro)

L’eterno outsider della narrativa italiana. Jeans e maglietta dei Sex Pistols. Cristiano Cavina nato a Casola Valsenio, cresciuto con la madre e dei nonni prodigiosi. Si racconta fuori da quell’esistenza “decaffeinata e light che vivevamo prima”. Le sue passioni? Sono evidenti fin da piccolo: Leggere tantissimo e di tutto, avventura, fantascienza, classici russi, americani e il calcio.

MP -Anima ribelle, pensiero fuori dagli schemi, frutto del peccato, Padre dei no e delle buone rivoluzioni. Nella tua vita è come se con la scrittura foste stati due sconosciuti attorno a un tavolo, due mondi completamente diversi, che non si sono scontrati, ma avvicinati lentamente, fino ad entrare l’uno nell’altro per guarirsi dalla stessa ferita. Quanto devi alla Holden questo sodalizio? E quanta importanza ha oggi la scrittura?

CC- Inizio dalla fine: molta importanza, anche solo per il fatto che è il mio mestiere e quindi, che mi piaccia o no, mi tocca. Fortunatamente, mi piace. Cioè, mi piace quando viene, quando sento che lo sto facendo bene. Quando non viene, scrivere tira fuori da dentro di te le peggiori bestemmie.

Alla Holden devo tantissimo, allo stesso modo in cui devo tantissimo a ogni scuola che ho frequentato, dall’asilo con le suore all’istituto tecnico. La Holden ha un po’ lo spirito dell’ITIS. tecnici che ti insegnano a usare vari strumenti: scrittori che hai letto che ti parlano di come affrontano loro la faccenda, sceneggiatori, registi, fumettisti. Ed è stata fondamentale per due cose: la prima, aggiungere benzina a quella che per me era passione, farmi capire che poteva diventare anche altro. La seconda, darmi la certezza che nessuno nasce “imparato”. Che non vuol dire che tutti possono fare gli scrittori, ma che tutti hanno la possibilità di provarci. Che il talento è solo una derivata del desiderio.

MP- Cavina nelle antologie viene subito dopo Calvino, per il ragazzo di Casola Valsenio, chitarra elettrica ed evasione cosa significa tutto questo?

CC-In realtà non in tutte, solo in quelle curate da gente abbastanza folle da mettermi dentro. Che mi va comunque di lusso. Fa piacere, come fa piacere sentirsi dire che tutto sommato stai lavorando bene – vale per ogni tipo di mestiere. Ovviamente, quest’anno ci ho fatto più caso, perché sono nell’antologia di italiano che mio figlio usa a scuola, e penso sia normale essere un po’ orgogliosi. Fortunatamente Giovanni è un romagnolo vecchio stampo, nonostante i suoi dodici anni: piuttosto che fare un complimento, si farebbe torturare. Quindi non mi sono pavoneggiato più di tanto. diciamo che nelle antologie sono in affitto nel seminterrato, senza bagno indipendente. Non sono proprietario, e non finirò mai nell’ attico…

MP- Nei tuoi libri ho sempre ritrovato forti influenze letterarie a tal punto da poter definire ogni testo una “cover”. Quale autore per te è padre e maestro? E in che modo la tua memoria letteraria ispira la scrittura?

CC-Beh non saprei, nel senso, qualsiasi opera in qualsiasi disciplina ‘umanistica’ deriva da qualcos’altro, mantenendo comunque la propria originalità. Si può risalire l’albero genealogico di Hullenbeq praticamente fino a Celine con molta facilità, così come quello di Stephen King fino a Matheson e ancora più indietro fino a Twain. Quasi tutti in realtà finiamo fino a Twain. Ora, quanto al discorso del padre, seppur letterario, non sono ferrato in materia, non avendone avuto uno vero, quindi figuriamoci, però ho affilato il mio mediocre strumento sul lavoro di un pugno di scrittori, Fante di sicuro, Soriano, Stephen King, Guareschi, Parise, la Ginzburg. In realtà la cosa è fluida, a volte di un autore trovi ‘ispirazione’ solo in un libro, o in qualche pagina di un libro. La faccenda è sconfinata. Come essere umano, il mio autore guida è Eduardo Galena, questo senza ombra di dubbio.

MP – Nel tuo libro “Ottanta rose mezz’ora”, la scrittura diventa impertinente e acuta e descrive alla perfezione le emozioni dei suoi protagonisti. Rinnovi un concetto di “meraviglia” come se fosse quasi un sentimento. “Piccoli sospiri di meraviglia, casuali e improvvise escursioni fuori dalle rotte prestabilite”. Quanto cambieranno e stanno cambiando le parole in questo periodo?

Quale sarà la tua parola preferita?

CC-Non ne ho idea, di come cambierà. di solito questo genere di cose, cioè, quando la storia prende davvero il passo epico e pauroso dei momenti che noi avevamo solo letto nei libri, servono anni per farsene un’idea. Di sicuro, molte storie che mi sono venute in mente, o che mi stavo rigirando in testa per scriverle, sono diventate all’improvviso futili, quasi sciocche.

Le parole preferite…beh, questo è il genere di domanda che si fa agli autori famosi, non a gli scribacchini. Io poi sono nato in dialetto, quindi molte mie parole preferite le capirebbero solo qui in Romagna. Al netto di tutto, ho già le mie parole preferite. Sono tre. Tutti sostantivi: Giovanni, Olivia e Delia. Nomi propri di persona.

Una cosa so di questo periodo: che la storia, la vera storia, non quell’esistenza decaffeinata e light che vivevamo prima, dove tutto sommato i cazzi amari veri accadevano da qualche altra parte, quella storia lì, ha davvero una potenza incredibile. Senti davvero il respiro di questo mondo, della sua anima, del bestione che ci sta dentro accucciato. E un po’ riesco a capire, un po’, quello che deve essere stato per mia nonna, quando bombardavano, quando vedevi i vicini morire, quando ti chiedevi speriamo non capiti a me. È pauroso, ma a modo suo anche affascinante, in modo oscuro.

MP- Se dovessi lasciarmi una fotografia, un riconoscimento a te stesso, quale sceglieresti e perché?

CC-Macché! Ho già lasciato disposizioni per il mio funerale, ho preparato la mortalina. Non voglio quelle foto serie che si fanno di solito al caro estinto. Ho preparato un mio fotomontaggio sul corpo di Brad Pitt, con la chioma bionda vaporosa che non ho mai avuto, la camicia aperta sui pettorali.

Le mie foto più belle per me sono quelle di quando fumo, in ogni caso. Ho fumato tutta la vita. In moltissimi momenti, belli o schifosi, avevo la sigaretta in mano. Lo so, è stupido. Sbagliato. E via dicendo. Ma è così.

Oppure, una emoji di una faccina che sorride, con la benda da pirata e il piercing al sopracciglio…

WORK BIKE G.S. #quarantenedidesign

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WORK BIKE G.S. bici da lavoro… Un’idea per incrementare ogni tipo di attività, per ripartire più forti dopo questo lungo periodo di “pausa” che ci ha permesso di riflettere… Facendo nascere nuove idee!

Work bikes… An idea to increase all types of activities, to start again stronger after this period of “pause” that made us think… giving birth to new ideas!

Stefano Work Bike G.S.

www.workbikegs.com

social: workbikegs

telefono; 370 3291504

L’Opéra National de Paris

(di Marcella Previde Massara)

L’Opéra National de Paris è un teatro nel cuore di Parigi che persegue lo scopo di rendere accessibile il patrimonio lirico e coreografico al maggior numero di persone, e quello di favorire la creazione e la rappresentazione delle opere contemporanee. A questo titolo, l’Opéra dispone di due sale: l’Opéra Garnier (che ospita la compagnia di balletto stabile del teatro) e l’Opéra Bastille.
L’Opéra national de Paris contribuisce inoltre alla formazione professionale e al perfezionamento dei cantanti e dei ballerini, con il suo centro di formazione d’arte lirica e con la celebre scuola di danza di Nanterre.
Il 9 aprile, l’Opera di Parigi impossibilitata come tutti i teatri europei a perseguire la sua missione culturale, ha lanciato, in collaborazione con Huawei, una nuova app (si tratta più precisamente di un sito per smartphone e tablet) dedicata all’arte lirica in tutte le sue forme con lo scopo, per gli utenti, di mettersi alla prova esplorando, con una serie di contenuti interattivi – quiz, immagini, storie di arie d’opera, di coreografi, di cantanti famosi – il mondo dell’arte e del balletto.

Dopo aver reso accessibili gli spettacoli online (purtroppo solo per chi risiede in Francia), il teatro lancia ora Aria, dedicata alle sue opere liriche e ai balletti. Disponibile solo su cellulari e tablet, “Aria” si concentra sulla divulgazione del patrimonio operistico e della danza con testi, video e giochi interattivi arricchiti da aneddoti in tono leggero e insolito. Opera e balletto dialogano in particolare con la cultura pop, il cinema, la musica e la letteratura.
Il 17 aprile, invece, il corpo di ballo dell’Opera ha divulgato un meraviglioso video con l’hastag #RestezChezVouz #Stayhome in cui i ballerini, sulle note della famosissima “Danza del cuscino” tratto da Giulietta e Romeo di Prokofiev, si muovono nell’intimità delle proprie casa facendo i plies in cucina, o i grand battements attaccati alla ringhiera della scala o ancora facendo le flessioni con i bebè sulle spalle, unendo lo splendore del loro talento ad una tenera quotidianità a cui, se non fosse stato per la quarantena, il pubblico non sarebbe mai stato ammesso.

Marinella Porzio #quarantenedidesign

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In passato erano i libri e la scrittura a darmi una marcia in più per uscire dai periodi sfavorevoli. La mia creatività, frutto di quel desiderio di conoscenza che vado a cercare tra le pagine dei libri e dei giornali, oggi compensa il mio stato d’animo altalenante, durante questa quarantena. Le borse come i filati, e ancora i libri e la scrittura, deviano i pensieri di grande apprensione verso progetti futuri di serenità.

In the past writing and books always helped me, with a special boost, to overcome bad times.
Today my fluctuating mood, during this quarantine, is compensated by my creativity which was brought up by the need of knowledge that I constantly search in books and newspapers.
Bags, yarns and still books and writing are moving my apprehensive thoughts towards future projects of peace.

@lapirpy su Instagram

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Sillabe Design #quarantenedidesign

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Siamo tutti chiamati a rimanere a casa e dobbiamo comportarci in modo  rispettoso e intelligente, adattando le nostre case per accogliere la nostra vita quotidiana. Scrivanie e tavolini vengono ri-utilizzati per diventare i luoghi dove passare le giornate: lavorando, riposando e per la pausa caffè.

We are all called to stay at home and we have to be respectful and smart, adapting our homes and bringing there all our life, desks and small tables are transformed to become places to spend our time: working and resting and of course coffee time

@sillabe_lc.b
@debou_it   shopping online
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Sussiebiribissi #quarantenedidesign

English test follows

Gioia, paura, amore, ansia, energia, dubbi, sogni, frustrazioni, voglia di cambiamento, rimpianti, amicizia, solitudine, mare, montagna, fiori, stelle…usiamoli tutti questi colori.
Creare con le emozioni, in una infinita tavolozza, un lampadario o la vita che vorremmo.
Questa è la lezione che spero ci rimanga.
E sarà bellissimo!

Joy, fears, love, anxiety, energy, dreams, nightmares, friendships, loneliness, sea, mountains, stars…let’s use all of this colours.
We shall create through emotions using all the shades in the world.
It might be either a chandelier or the life you always dreamed of.
Be creative, it will be gorgeous!

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