Nureyev, l’uomo

(di Marcella Previde Massara)

Al di là del Mito.

 Come era in realtà il mitico Rudy, una volta tolto il trucco ed il mantello nero da principe (nessuno lo porterà mai più come lui)?

Com’era spente le luci, sceso il sipario e finita la musica?

Ribelle e dissacratore, Rudolf Nureyev era tutt’altro che il gentleman  romantico che si vede in video..

Era un uomo tormentato che, fuori dalla scena si trovava a fare i conti con immense  paure, psicosi ed un rifiuto per qualunque ordine gerarchico.

Dopo una gioventù trascorsa tra le violenze psicologiche del comunismo nell’Unione Sovietica  e  cresciuto con la chimera del sogno occidentale, Rudolf

dovette convivere con un eterno sentimento di rabbia e rivalsa tra le luci della scena e le ombre della notte.

Con l’ingresso  di Nureyev in America, la sua personalità complessa trovò nuovi sfoghi nei numerosissimi locali frequentati dagli artisti negli anni Settanta.

Tra questi il celeberrimo  Studio 54, dove il ballerino conobbe Robert Tracy.

Tracy, giovane ballerino americano e studente della Columbia Arts University, fu, per lungo tempo,  suo compagno, mascherato da fidato assistente personale.

 A lui Nureyev devolverà un’ingente somma dopo la sua morte.

Nureyev era omosessuale ma, complice l’imprinting culturale e la paura di perdere tutto per comportamenti considerati “criminali” in Russia, cercò sempre di tener  nascosto il suo orientamento sessuale.

Il rapporto più famoso e forse turbolento di Rudolf Nureyev fu con Erik Bruhn, Direttore del Balletto Reale Svedese e poi di quello Nazionale Canadese, aveva dieci anni più del ballerino russo. Nonostante la differenza d’età, divenne il suo amante, il migliore amico, ma anche il nume tutelare che protesse l’eccentrico artista dalle sue stesse follie. La loro storia fu lunghissima, costellata di tradimenti da parte di Nureyev, tentativi di convivenza che terminavano dopo poche settimane, continue liti e riappacificazioni.

 «Se mi scriverai o mi telefonerai per dirmi che il tuo amore per me è ancora forte mi restituirai l’energia, la fiducia, la speranza», scriveva Erik a Rudolph dopo l’ennesima separazione.

Quando Bruhun fu ricoverato in fin di vita, ufficialmente a causa di un tumore ai

polmoni, Rudolph accorse al suo capezzale e gli rimase vicino, sussurrandogli all’orecchio fino alla morte, i ricordi della loro vita insieme.

Ultimamente si vocifera di una  relazione molto profonda con Freddie Mercury. Finora ad accomunarli c’era stato solo il triste destino condiviso da entrambi : la morte per Aids

Si erano conosciuti inoccasione di una serata di gala organizzata da re Juan Carlos a Madrid e si scrivevano appassionanti lettere d’amore. Trascorrevano lunghe ore al telefono e, quando la mancanza diventava insopportabile, cancellavano i propri impegni all’improvviso pur di incontrarsi, anche nel cuore della notte.

La morte pose fine a tutto questo:

come noto Freddie Mercury morì di Aids

nel 1991,  due anni Rudy lo segui’….

(Photo da web)

#methroughtheobject – Daniela Marchini

Trasparente e cristallina come il vetro, senza maschere, vera.

Sinuosa come la chiave del sol, alla ricerca sempre dell’armonia, della bellezza, della musica della vita nonostante tutto.

Romantica e leggera come un soffio di vento.

Daniela Marcbini è così, come le sue creazioni.

La trovate qui: fb commelesouffleduvent; ig comme_le_souffle_du_vent

Mobili in pelliccia

(di Antonella De Lucia)

Il mese di gennaio ci introduce in quella stagione dell’anno caratterizzata da temperature gelide, terreni ghiacciati e cieli azzurri. Questo panorama poco ospitale limita le nostre attività all’aperto e di conseguenza nasce in noi il desiderio di rendere la nostra casa più accogliente per trascorrervi le giornate circondati da un caldo abbraccio.

Come è possibile apportare i cambiamenti necessari per adeguare gli ambienti della casa alla stagione invernale? Sono pochi gli accorgimenti che con una spesa limitata, ma tanta creatività permetteranno un cambio di look degno di una casa avvolgente in cui potersi riparare dal freddo inverno.

La selezione di arredi che vado oggi ha proporvi e diventata velocemente un trend e negli ultimi anni sta prendendo sempre più spazio su riviste del settore e case produttrici di mobili: l’utilizzo della pelliccia, rigorosamente sintetica, nella decorazione d’interni. In commercio è ormai possibile trovare morbidi cuscini pelosi, plaid e tappeti di pelliccia, ma anche poltrone, pouf e sedie proposte nei più svariati colori, realizzati da diverse case di arredamento per soddisfare tutte le tasche.

Grazie poi alla continua evoluzione tecnologica e a nuovi processi produttivi, questo tessuto peloso sintetico non ha più un aspetto kitsch: per la sua morbidezza e per il suo aspetto sempre più simile al vero si adatta ad ogni stile di arredamento rendendo ogni superficie morbida, accogliente, ma al tempo stesso tempo trendy.

Spesso utilizzata per l’arredamento delle case in montagna in perfetto stile rustico, la pelliccia sintetica si adatta perfettamente a riscaldare gli ambienti minimali e ultramoderni.

(Photo by Pinterest)

#methroughtheobject – Roberta Sapino

“La matita Palomino. Amo scrivere con la matita. Scrivo le mie piccole rece, le mie ricette disegnate, le mie liste “to do”, la mia agenda, ecc…Questa matita l’ho sempre con me
tre aggettivi per matita/me:

ha un’aria  “antica”/agée

è un oggetto  “di nicchia” quindi un pò snob

esprime creatività”

trovate Roberta Sapino qui: ig @robertasapino ig @le_chat_egoiste

Mindfulness: il bello di vivere tutto con la mente del principiante

(di Marianna Porcaro)

Guardare il mondo con la mente del principiante. Si scardina tutto e ci si ritrova sottosopra, ribaltati come maglie indossate alla rovescia e agire con uno sguardo puro inesperto, “nuovo”. Veronica Macripò, psicologa e psicoterapeuta di Taranto, specializzata in trattamenti dell’ansia, degli attacchi di panico, della depressione, dei disturbi ossessivo compulsivo della personalità, delle dipendenze. Tra le varie tecniche e metodi utilizzati, (terapia immaginativa, training autogeno, EMDR) ci parla della Mindfulness e di quanto sia diventato necessario imparare ad essere consapevoli del nostro tempo.

  1. Mi piacerebbe descrivesse questo periodo che stiamo vivendo con una fotografia. Ci rende visibile la sua idea di tempo? 

     Il periodo che stiamo vivendo è un momento storico particolarmente  complesso dal punto di vista       psicologico.

Il Covid in modo aggressivo e inaspettato è piombato sulle nostre vite e ci ha sbattuto in faccia la verità: non vivevamo nel modo giusto. Forse avremmo voluto scoprirlo gradualmente e con dolcezza, ma probabilmente si comprendono e apprendono meglio i concetti in questo modo. Verità nuda e cruda palesatasi in modo improvviso, senza bussare alla porta.

Abbiamo per tanto tempo dato per scontato valori importanti, quali il valore della casa, della famiglia, degli affetti, della vicinanza fisica, della libertà e, soprattutto, del TEMPO. Siamo stati abituati a non vivere il tempo realmente, ma a vivere nel tempo, nel passato o nel futuro. Tutti, e in particolar modo chi sviluppa disturbi psicologici, rimangono legati agli eventi passati o pensano eccessivamente al futuro. Chi rumina sul passato pensa e ripensa in modo malinconico – a tratti angosciante – ai ricordi, agli anni trascorsi, a chi era e cosa faceva in precedenza; talmente tanto che si sente perso e impotente, poiché non esiste una macchina del tempo per ritornare indietro. Chi rimugina sul futuro, invece, manifesta una forte ansia e irritabilità per la necessità impellente di pianificare, organizzare, prevedere nei minimi dettagli gli eventi, al fine di non farsi trovare impreparato, eludere l’errore o la delusione delle aspettative degli altri.

NIENTE DI PIU’ SBAGLIATO. Ora ce ne stiamo rendendo conto e ci sentiamo disorientati, in balia delle emozioni spiacevoli; questo sta accadendo e lo noto fuori e dentro i miei studi. Le persone si sono fermate e sono state costrette a riflettere, in particolar modo sul TEMPO.

A mio avviso si dovrebbe proprio cambiare la concezione che abbiamo di tempo cronologico che scandisce gli eventi, i giorni, le stagioni e sostituirla con l’esperienza costante di tempo vissuto. Occorrerebbe vivere il tempo, mi riferisco al tempo presente, in tutte le sue infinite sfaccettature, in tutti i suoi colori, doni, ricchezze che ci circondano e che si manifestano a noi nel QUI E ORA.

Vorrei trasmettere il concetto che non è solo importante la meta che raggiungiamo nella vita, ma è altrettanto importante, se non di più, il percorso che ci conduce alla meta (esso dà significato alla meta).

Mi piacerebbe collegare la mia idea di tempo a una immagine: un tramonto con una clessidra. Dinnanzi a questa foto, per interpretarla, potremmo prendere tre strade: la prima è focalizzarci sulla clessidra e pensare all’idea di tempo che passa, al ritmo veloce oppure lento, alla paura di non farcela, al tempo perso, al tempo che verrà, etc.

La seconda è goderci lo sfondo coi suoi caldi colori, il tramonto e la sua magnificenza che rapisce i nostri sensi e ci coinvolge col cuore e con la mente. Se seguissimo questa seconda, alla fine ci accorgeremmo che la clessidra avrà smesso di funzionare, saremo giunti alla meta e ci saremo goduti il momento, senza pensare all’esito!

Di certo sarebbe meglio e ancora più coinvolgente se riuscissimo a percorrere la terza strada: prestare attenzione cosciente sia alla clessidra coi suoi granuli di sabbia che scivolano verso il basso sia al tramonto con tutte le sue meravigliose caratteristiche.

Proprio questo è in grado di insegnare la MINDFULNESS: ampliare la consapevolezza per un’esperienza di connessione piena, ricca e significativa.

  • Che cos’è la Mindfulness? Come ci insegna a vivere il momento presente?  

 Mindfulness sta per “Attenzione Cosciente”. È una pratica dall’alto valore terapeutico, che deriva dalla meditazione e dallo stile di vita orientale, che ci insegna a essere presenti e consapevoli a ciò che accade nel qui e ora, evitando che l’attenzione si focalizzi sul mondo dei sogni a occhi aperti – ciò che è successo ieri o ciò che potrebbe accadere domani –, che causa una perdita di connessione con la realtà.

Per mettere in risalto le sue caratteristiche ed evidenziare la sua importanza, vorrei partire da Leopardi che sosteneva che “la felicità non esiste né nel passato, né nel presente, ma è una vaga aspirazione per il futuro, verso l’ignota gioia del domani che non conosciamo e che ingenuamente speriamo sempre migliore di oggi”.

Per me, in linea con gli insegnamenti della Mindfulness, è davvero rischiosa questa tendenza a crearsi aspettative irrealistiche del futuro che provocano ansia e deludono se non si realizzano, portando alla depressione. Altrettanto preoccupante è la salda aderenza al passato che non lasciamo andare, faticando ad accettare i cambiamenti, costanti nella vita. Dovremmo invece concentrarci sul presente, rimanendo altamente flessibili ai cambiamenti che avvengono continuamente, né rifiutando, né attaccandoci agli eventi, che restano brevi e volatili come tutti gli attimi che compongono la vita. Se così facessimo diminuiremmo il rumore di fondo dei pensieri interferenti della nostra mente, che esauriscono le energie mentali e fisiche, senza risolvere i problemi (in quanto pensieri ridondanti e sempre uguali che danno un’illusione di controllo, ingabbiando la mente), né raggiungere alcun risultato, eccetto quello di peggiorare il benessere psicofisico e lasciarci un pericoloso senso di impotenza che mina la fiducia e stima in noi stessi. I principi cardine della Mindfulness ci invitano a esperire gli eventi con la mente del principiante, con pazienza e fiducia, senza formulare giudizi, svincolandoci dagli obiettivi finali, accettando tutte le esperienze e lasciando andare ciò che non si può modificare. Ci sono numerose pratiche di meditazione formale (meditazione sul respiro, body scan, camminata, meditazione da seduti, meditazione metta, della montagna…) che vengono compiute con l’aiuto di un istruttore e della sua voce-guida, ma ci sono anche pratiche di meditazione informale, che invece permettono di diventare presenti e consapevoli nella vita quotidiana e a cambiare il proprio stile di vita.

Interessanti sono anche le scoperte in ambito neuroscientifico, che riportano – in coloro che praticano la Mindfulness – cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello, riduzione dell’attività dell’amigdala che si associa all’aggressività, miglioramento dell’attenzione e dell’autoregolazione, preservazione delle cellule cerebrali esistenti e generazione di nuove (neurogenesi) nei centri deputati alla memoria e al funzionamento esecutivo, importanti per la prevenzione delle demenze.

  • Può essere utilizzata anche in età evolutiva? Può aiutare anche creativi e sportivi?

Certo che si può utilizzare in età evolutiva. Con semplici modifiche ed alcune accortezze si possono rendere le pratiche di meditazione più facili e alla portata dei bambini, già in età prescolare. Con la Mindfulness i piccoli comincerebbero a diventare consapevoli di loro stessi e del mondo che li circonda, a migliorare la loro attenzione e concentrazione e instaurerebbero già in tenera età una preziosa connessione con se stessi e con gli altri, sviluppando la loro intelligenza emotiva.

Sarebbe bello proporre la Mindfulness all’intero contesto familiare, ai bambini ma anche ai loro genitori che avrebbero validi strumenti per aiutare se stessi nei momenti di stress e i figli nei momenti di difficoltà legati alla crescita. Così facendo la società ne gioverebbe e si farebbe un bel lavoro di prevenzione della psicopatologia in età evolutiva e adulta.

La Mindfulness aiuta tutti, anche i CREATIVI e gli SPORTIVI. Grazie ad essa si migliora il contatto con le esperienze interne ed esterne, ci si accorge di dettagli del mondo e di se stessi che erano sempre sfuggiti all’attenzione e alla coscienza, si amplifica la percezione delle cose esaltandole al mondo dei cinque sensi e si notano connessioni particolari tra esse prima rimaste inosservate.

In questo modo è in grado di stimolare la creatività e lo stato di flusso tipico degli artisti.

Aiuta anche gli sportivi, i quali possono migliorare le prestazioni raggiungendo una migliore attenzione, conoscenza del proprio corpo, delle proprie capacità e limiti. Possono modulare e meglio orientare gli allenamenti e, in occasione delle gare, allentare la tensione e l’ansia prestazionale. La Mindfulness riduce il rumore di fondo di pensieri indesiderati e permette di convogliare nel giusto modo le energie verso il risultato, che si raggiugerà senza sforzi con una buona prestazione, magari anche in questo caso in uno stato di flusso.

  • Paul Watzlawick in “Guardarsi dentro rende ciechi” a proposito delle resistenze al cambiamento scrisse una frase che ho trovato veramente interessante: “La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni”. Quanto è importante imparare a guardarsi dentro e quanto è utile farlo nel “Qui” e “Ora”?

Guardarsi dentro a mio avviso è imprescindibile per cambiare. Ma se guardarsi dentro significa continuare a farlo con le proprie lenti disfunzionali con cui si interpretano gli eventi, allora no, è controproducente, mantiene o peggiora i problemi.

Nasce così il fenomeno della Resistenza al Cambiamento. Occorrerebbe guardarsi dentro con nuove lenti, questa volta più razionali e oggettive, rese tali dall’aiuto di un professionista della salute mentale, elemento cardine di ogni percorso di cambiamento.

Il qui e ora ci corre in soccorso per guardarci dentro al meglio, conoscerci e scoprirci realmente per come siamo, accettandoci in modo completo per poter poi compiere le scelte adatte e intraprendere le giuste azioni per una vita piena e significativa. Lo fa con semplicità e gentilezza.

In questo ci aiuta anche l’ACT (Acceptation and Committment Therapy – Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno) che riprende, elabora e amplia gli insegnamenti della Mindfulness coi suoi sei processi dell’esagono HEXAFLEX: contatto col momento presente (essere qui ed ora), defusione (osservare il proprio pensare), accettazione (aprirsi), sé come contesto (pura consapevolezza), azione impegnata (fare ciò che serve) e valori (sapere ciò che è importante).

  • Che cosa l’ha condotta ad interessarsi a questi argomenti e quanto serve ad uno psicoterapeuta e ad uno psicologo la Mindfulness?

Ho scoperto la Mindfulness durante la frequenza della scuola di specializzazione in Psicoterapia, in occasione di una lezione. Sono stata letteralmente colpita dalla sua semplicità e immediatezza, dalla facilità e velocità con cui centrava perfettamente l’obiettivo: raggiungere la serenità. Funzionava su di me e funzionava anche sui miei pazienti, oltre ad essere particolarmente apprezzata. Così ho deciso di studiarla in modo approfondito e ho seguito un corso che mi ha permesso di diventare Istruttrice Mindfulness certificata.

Così mi ritrovo oggi ad adoperarla quotidianamente anche su me stessa, in quanto persona come tutte le altre che desidera raggiungere il benessere psicofisico. In studio, in particolare, mi aiuta a essere davvero presente e attenta a ciò che accade nel paziente e col paziente, a gestire i miei pensieri, gli impegni, i tanti casi clinici complessi che affronto, senza lasciarmi prendere dalle emozioni e dalle preoccupazioni.

Come tecnica terapeutica, invece, posso affermare che è una tra quelle che maggiormente prediligo coi pazienti, per le motivazioni che ho già evidenziato nelle precedenti risposte.

  • Come la psicoterapia aiuta la pratica meditativa? Pensa che ci sia un ritorno alla crescita personale connessa alla spiritualità oppure si tratta di una fase di transizione? Quali saranno i risvolti secondo lei?

Il contesto della psicoterapia conduce il paziente a prendersi del tempo e a dedicarsi a se stesso; con l’aiuto del terapeuta che guida, sostiene, interpreta, traduce, connette e stimola, il percorso di consapevolezza e cambiamento appare più semplice e veloce da percorrere; se poi vi abbiniamo la Mindfulness, risulta tutto più immediato e rapido, con benefici duraturi nel tempo.

La sola Mindfulness è altrettanto utile ed efficace, ma non credo riesca a trasformare nel profondo il paziente allo stesso modo in cui è in grado di fare un percorso di psicoterapia.

Le consiglierei, dunque, sempre insieme.

Quanto alla seconda parte della domanda, da Istruttrice Mindfulness mi sento di dire che non posso prevedere il futuro, mi limito a osservare ciò che sta accadendo. Credo, comunque, che non si tratti semplicemente di una fase di transizione: il Covid ci sta davvero modificando e sta favorendo, inevitabilmente, una crescita spirituale.

Il periodo storico che stiamo vivendo entrerà nei libri di storia, psicologia, sociologia e segnerà anche le generazioni future non direttamente coinvolte oggi.

Per il futuro immediato credo che, a fine emergenza, ci sarà un effetto rimbalzo, un naturale e istintivo ritorno alla vecchia normalità; ma dopo poco si instaurerà un nuovo equilibrio più funzionale e coerente con gli insegnamenti appresi.

Questo potrebbe essere uno scenario possibile e auspicabile per noi ma, nella vita e nel futuro, come il Covid ci ha insegnato, tutto è possibile.

#methroughtheobject – Sara Giovanna Carletti

Impossibile non amarla, non fosse altro per aver riunito forma e sostanza nelle sue creazioni, leggerissime e colme di anima.

Sara Giovanna Carletti è il cuore di Allloveyou, brand di gioielli da collezionare tutti.

Per la nostra rubrica, ha scelto un paio di orecchini, da cui tutto è partito, e tre parole, che la descrivono e delineano la sua produzione:

Poesia, Amore, Fantasia

La trovate qui: website allloveyou.it ; fb allloveyoujewels ; ig allloveyoujewels

Nureyev. “E voi no”.

(di Marcella Previde Massara)

“Volete guardarmi? Prego..

Io sono Nureyev e voi no…”

Questo il trailer del documentario sulla vita di uno dei più grandi ballerini del ‘900, che incarna alla perfezione la figura del genio e sregolatezza e di cui, in questo mese, ricorre il ventottesimo anniversario della scomparsa.

Questa frase la dice lunga sulla personalità di un artista che ha portato la danza classica ai livelli del  Rock in quanto a popolarità, e la propria fama alla stregua di una Popstar.

Già la sua nascita presuppone una vita da favola:Rudolf Hametovic Nureyev vede la luce, il 17 marzo 1938, su un vagone della

Transiberiana Express, vicino al lago Baikal.

Comincia  tardi (11 anni) a prendere lezioni di danza, contro il volere del padre, e nel 1955 entra nella prestigiosa Scuola di Ballo del teatro Kirov di Leningrado dove, dopo soli tre anni, sarà ammesso nella compagnia.

Nel 1961 durante una tournée in Europa e come molti suoi compatrioti, con un gesto eclatante ,  chiede asilo politico alla Francia per sfuggire all’ oppressivo regime sovietico.

Comincia così la sua carriera in Occidente con il Balletto Reale Danese di Erik Bruhn  e, successivamente, con il Royal Ballet di Londra dove instaura un celebre sodalizio con Dame Margot Fonteyn con cui formerà una coppia mitica destinata ad incantare tutti gli appassionati di danza

Per la sua velocità nel danzare e la propensione verso le acrobazie fu soprannominato ” The flying Tartar” ovvero “Il Tartaro volante”.

L’attività di Nureyev, come ballerino e coreografo, fu importante non soltanto per la sua abilità tecnica ma si rivelò innovativa poiché determinò un epocale cambiamento nell’ambito del balletto, accrescendo l’importanza dei ruoli maschili, che a partire dalle sue produzioni vennero sviluppati con maggiore considerazione per la coreografia rispetto alle produzioni precedenti.

Per lui crearono balletti  i più grandi coreografi del ‘900:Frederick Ashton, Roland Petit, Kenneth Mac Millian e Bejart, sfruttando al meglio le sue enormi potenzialità sia tecniche che espressive e lasciando un patrimonio innovativo nel

repertorio della danza sia classica che moderna.

Il 6 gennaio 1993 Rudy, come lo acclamavano i fans, muore di Aids all’età di 54 anni all’Hopital du Perpetual Secours di Levallois – Perret, vicino a Parigi.

Finisce una leggenda e ci vorranno più di vent’anni perché un ballerino classico raggiunga gli stessi livelli di popolarità :Roberto Bolle.

…. ma questa è un ‘altra storia…

Valle D’Aosta boho-chic

(di Isabella De Rorre)

Di suo, già la Valle D’Aosta meriterebbe di essere visitata almeno una volta in ogni stagione dell’anno, per ricominciare a sentire battere forte il cuore. Meta di molti appassionati di sport invernali e amici del fiume, può competere con altri paesaggi suggestivi del mondo, fosse solo per il Monte Bianco, che si staglia immenso davanti a ogni sguardo. C’è più di un motivo per cui amo questi luoghi: il più recente, me lo ha offerto Luciana, proprietaria di Maison Le Champ, e anima brocante di questo B&B insolito.

Argentina di nascita, italiana di adozione, cittadina del mondo per vocazione, ha raccolto in questa casa arredi vintage, insegne, luci e ricordi di viaggio, e di altri naviganti e pellegrini per queste terre. All’entrata, una domanda diretta, che impone di fermarsi a riflettere e di cambiare pelle, anzi proprio di rimanere senza, prima di varcare la soglia.

Luciana è questa casa luminosa e magica, con la musica in diffusione che si mischia all’aria frizzante della sera e ai brindisi. Qui, capita di incontrare molte anime aperte, curiose, fra un bicchiere di vino e delle belle chiacchiere. Niente di stucchevole, dimenticate gli stili comme il faut perché la padrona di casa è asciutta, misteriosa e profonda come le montagne cui ha deciso di appartenere: e come le montagne, non arrivi mai a rubarle l’essenza, ma perché l’essenza è lì, in quello che ama, che abita, che offre.

Masion le Champ è molto più di un alloggio, di un Bed and Breakfast. Rappresenta una lunga passeggiata, a cuore spalancato, in un’anima bohemienne ma con radici solide nella terra. E sguardo perso nell’azzurro. L’augurio è quello di venire a scoprirla, questa casa con i suoi spanta spiritos, la musica jazz, i libri e un letto per addormentarsi sotto le stelle. E di non scoprire tutto subito, per poter ritornare.

Maison Le Champ, Le Champ 1, La Salle, Valle D’Aosta

#methroughtheobject – Monica Gasperini

Architetto e designer, innamorata della bellezza, del blu e dei tessuti ricchi, decisi, versatili.

Monica Gasperini si è descritta come:

Determinata, Eclettica, Entusiasta.

Monica attraverso la sua creazione è: Ondulé Swing Altalena. Elegante, Avvolgente, Scultorea.

La trovate qui: fb monicagasperiniarchitetto – ig monicagasperini -web site monicagasperini.com

#methroughtheobject – Luca Baroni

Designer eclettico, con un dna intriso diunderstatement e una vision progettuale incisiva e riconoscibile, Luca Baroni è l’anima di Sillabe Design.

Tavoli, tavolini, complementi di arredo funziobali, moderni, efficaci. Come ha identificato il suo modo di progettare e questo prototipo di Tavolo?

Essenziale
Invisibile
Inclusivo

Lo trovate qui

Fb: @sillabedesign – Ig: sillabe_lc.b – sito sillabe.studio

Me through the object

(di Isabella De Rorre)

Chi crea, esiste attraverso gli oggetti creati. Finisce per somigliare loro, meglio: è, gli oggetti ideati. Il processo tramite il quale un artigiano o un designer plasmano o scelgono qualcosa, diventa identificazione, riconoscimento, a volte simbiosi. Da qui, l’idea di dare voce ai creativi, chiedendo loro di identificarsi in un oggetto creato, attribuendogli tre definizioni.

Da qui, dal pensiero: “Gli oggetti siamo noi”, ecco #methroughtheobject.

Da domani, sabato 9 gennaio, ogni giorno un oggetto, ogni giorno chi lo ha progettato, creato, sognato.

Pantone 2021

(di Antonella De Lucia)

L’anno nuovo è cominciato e mai come oggi sentiamo il bisogno di una iniezione di coraggio e speranza per intraprendere il cammino che ci attende.

Ecco perché, come da tradizione, il Pantone Color Institute sceglie un colore tra la sua vasta gamma di toni che determinerà le tendenze del design, della moda, del make-up e di altri campi per l’anno a venire. Per questo 2021 due sono state le tonalità selezionate: un giallo brillante carico ma non aranciato, denominato Illuminating, per evocare la “promessa ottimistica di una giornata piena di sole”, e un grigio non troppo scuro, detto Ultimate Grey, sinonimo di “compostezza, stabilità e resilienza”.


Un giallo che trasmette calore e un grigio che comunica solidità si sposano meravigliosamente in un binomio elegante e classico per ricreare uno spazio interno tranquillo e protetto dove poter dimenticare le incertezze di ciò che rimane fuori.
Nell’arredo di ogni stanza della casa l’utilizzo di questi due colori abbinati non potrebbe essere più semplice; il grigio usato come colore per le pareti si può rischiarare con l’accostamento di elementi d’arredo gialli, mentre, al contrario, l’uso del giallo sui muri può essere smorzato da accessori dai toni del grigio più sobrio; pensili e basi bicolor sono di gran moda negli ultimi anni mentre in camera da letto la versatilità delle due tonalità permette di dare libero sfogo alla fantasia e alla creatività.


Le soluzioni che vi propongo di seguito sono tra le mie preferite.
(Photo by Pinterest)

Coco Chanel

La forza di essere se stessi. (maestra dentro la vita)

(di Marianna Porcaro)

Ha rivoluzionato il modo di vestire delle donne, creando uno stile unico, intramontabile. Decisa, tenace, orgogliosa, ha lottato con forza per riscattare le sue umili origini, riuscendo a fare del proprio nome sconosciuto un punto di riferimento imprescindibile nel campo della moda. Una donna libera, audace e anticonformista ( “sono stata una bimba ribelle, una innamorata ribelle, una sarta ribelle”) che non ha avuto paura di essere se stessa. 

“Un mondo finiva, un altro nasceva. Io ero lì pronta”. Con Gabrielle Chanel ( in arte Coco) spariscono busti, stecche di balena, insieme agli strati di sottovesti e corpetti stretti fino al soffocamento. “Come fa un cervello a funzionare sotto a certe cose?”, diceva. Accorcerà audacemente le gonne, inventerà tutto: la marinara, il cardigan e i completi in maglia, il tubino nero, il blazer con i bottoni dorati, il tailleur in tweed profilato, i primi pantaloni per le donne, le scarpe bicolori aperte dietro, la borsa a tracolla impunturata con la catena dorata, l’uso del gioiello finto allegramente mescolato alle pietre preziose. Utilizzerà per la prima volta materiali come il jersey. Prenderà spunto dal vestiario maschile per creare capi iperfemminili. Inventerà il lusso della semplicità.

“Sono pronta a tuffarmi nelle occasioni che si presentano”. Aveva fatto la commessa, tentato la fortuna come cantante. Il suo destino speciale Coco lo ha costruito grazie al suo talento e alla sua forza di volontà di realizzare se stessa, seguendo soltanto il suo intuito e le sue segrete aspirazioni. Sfidando anche le convenzioni sociali: con una vita sentimentale anticonformista, piena di ricchissimi amanti (e di amori sfortunati).

Tagliare, cucire, piegare la stoffa alla sua volontà, rifinire orli, fu l’attività incessante che l’accompagnò per tutta la vita. Le forbici feticcio portate attorno al collo e tenute con un foulard bianco, Coco crea per divertirsi, per essere soprattutto una donna libera. Perfezionista, esigente, attenta ai dettagli. Coco vacilla (nel 1954 la collezione presentata fu un insuccesso) ma continua a battersi per recuperare la corona con rinnovata grinta ed entusiasmo. E torna a dettare legge, imporre il suo stile, la sua visione della donna. Lavorerà instancabilmente fino all’ultimo giorno della sua vita. “Ho scelto quel che volevo essere e lo sono”. Coco ha saputo miscelare talento, orgoglio, rabbia, desiderio di rivalsa. “Detesto abbassarmi, piegarmi, umiliarmi, mascherare ciò che penso, non fare ciò che mi piace”, diceva. Non dover niente a nessuno, non dipendere dagli altri. Questa è stata la sua ossessione. Ambiziosa e determinata, impetuosa e vendicativa, “l’assoluto di un carattere che suggeriva il caldo e il freddo”, come scrive Paul Morand (Chanel, edito da novecento) lottò tenacemente per riscattare un’infanzia durissima, segnata dal rigore e dalla solitudine, trascorsa in un orfanotrofio. Il famoso tubino nero, creato nel 1926, ancora oggi un must nel guardaroba femminile, è stato la sua personalissima rielaborazione della funerea divisa che fu costretta a portare. 

“Per essere insostituibili bisogna essere diversi”

Marta Graham

(di Marcella Previde Massara)

Martha Graham
Sacerdotessa della danza moderna


Nata a Pittsburgh nel 1894, questa piccola grande donna, dai muscoli e dalla volontà d’acciaio, è considerata da molti la madre della danza moderna.
Folgorata da una rappresentazione teatrale nel 1911 capisce che la danza sarebbe stata tutta la sua vita e tutta la sua carriera e nel 1927 , dopo svariate esperienze in giro per l’America, apre la prima ” Martha Graham School of Contemporary Dance”.
La sua carica innovativa nasce dal considerare il movimento come libertà di espressione e di adattamento del corpo allo spazio ed alla musica in un periodo in cui la danza era ancora imbrigliata nei rigidi canoni della formazione classica.
La principale innovazione deriva dall’aver incentrato la sua tecnica sull’atto fondamentale del respiro, con la teoria dell’alternanza tra Contraction and Release che genera , nella spina dorsale, una dinamica simile a quella dell’arco e della freccia.


Proprio il suo metodo innovativo, che mette l’uomo e non la tecnica al centro dell’atto danzato, ha fatto sì che Martha Graham abbia cresciuto generazioni di danzatori celebri, tra i quali ricordiamo Merce Cunningham, e collaborato con personaggi famosi quali Woody Allen, Miguel Bose ‘e Madonna.
La sua vita e la sua carriera lavorativa sono state lunghissime:Martha morirà a New York nel 1991 e dopo aver danzato fino all’ età di 76anni,età record per una ballerina, esempio vivente di quanto il suo metodo basato sull’energia primitiva del respiro, fosse di beneficio al proprio corpo.
Sempre attratta dai rapporti tra arti figurative, danza e letteratura, produsse innumerevoli coreografie caratterizzate da una forte struttura narrativa, spesso coadiuvata dallo scultore Isamu Noguchi.
È del 1929 Heretic, il suo primo balletto, e la sua produzione veramente sterminata ed influenzata dalle tematiche sociale del momento storico.
Per questo crea Chronicle (contro l’imperialismo), Deep Song (sulla Guerra Civile in Spagna), Primitive Mysteries e Frenetic Rhythms (ispirati alle tradizioni indiane e messicane).
Nel 1938 viene invitata dalla Signora Roosevelt alla Casa Bianca e crea American Document (sulla Indipendenza Americana e Abramo Lincoln).
Nel 1959, insieme a Balanchine, crea Episodes, balletto danzato dalla sua compagnia e dal New York City Ballet.


Martha Graham muore il 1 aprile 1991, ed mentre sta lavorando ad un balletto, The Eye of Goddess, per i Giochi Olimpici di Barcellona 1992.
Una vita lunghissima, prolifica piena di arte, movimento, cultura e vissuta intensamente fino all’ultimo giorno…

Non è facile (di Isabella De Rorre)

Da dove si ricomincia? Ci ho pensato molto, in questi giorni. Noi di theWProject siamo cambiati, impossibile non esserlo, E anche chi sta dall’altra parte, voi che ci leggete. Non ho risposte. Possiamo solo proseguire, un passo alla volta, nella ricerca di ciò che ci piace, che è nel nostro stile. Quello in cui ci riconosciamo, e che amiamo proporvi per confrontarci sulla realtà, e su come si declina. Non ci sono regole, né formule magiche. Si va avanti, sempre. Ancora una volta. E resta l’amore per quello che facciamo. Per questo, torniamo a scrivere, a progettare, a divertirci, a pensare, a vivere con voi. Domani sarà la volta di Marcella Previde Massara, con il ritratto di una stella della danza. Poi di Marianna Porcaro, con quello di una couturier simbolo di indipendenza e coraggio. Torna Antonella De Lucia, ed il suo appuntamento con il design. E poi. Mille altre novità, con cui vogliamo soprendervi a poco a poco. Fatico ad augurare “Buon Anno”, ma vi auguro di continuare a voler coltivare il vostro angolo di mondo, nel miglior modo possibile. Anzi, nel modo che più vi assomigli.

Smart Working

(di Antonella De Lucia)

Lo smartworking (o lavoro agile in italiano) è una modalità di lavoro che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi mesi; caratterizzato dall’assenza di vincoli spaziali e a volte anche temporali questa attività lavorativa riesce a conciliare tempi di vita e lavoro nello spazio casalingo favorendo al contempo la produttività. Ma dove sarebbe meglio posizionarsi per svolgere il lavoro da casa? Sicuramente nelle vicinanze di una fonte di luce naturale, se non addirittura sotto una finestra.

Collocare una piccola scrivania sottofinestra offre senza dubbio alcuni rilevanti vantaggi, prima di tutto quello di guadagnare spazio all’interno degli ambienti piccoli della casa rendendoli più funzionali. Inoltre una scrivania ben illuminata è fondamentale per svolgere attività lavorative o per studiare al meglio senza affaticare la vista.

Per sfruttare al massimo questa tipologia di arredo, va selezionato con criterio il locale, ma soprattutto il vano finestra da adibire ad angolo ufficio per poi progettare delle soluzioni ottimali e confortevoli. Le sue dimensioni saranno determinanti: se lo spazio è ridotto sarà preferibile scegliere un piccolo tavolino o optare per una soluzione su misura, mentre se la superficie vetrata è ampia, una lunga mensola a muro o una scrivania antica o vintage potranno rispondere a tutte le esigenze lavorative.

Non va dimenticato infine di predisporre delle apparecchiature tecniche per la luce artificiale e il collegamento internet, degli accessori aggiuntivi come contenitori o cassetti, una seduta comoda ed ergonomica che consentiranno di ottimizzare al meglio questo spazio della nostra casa.

Fucsia in arredamento

(di Antonella De Lucia)

Avete bisogno di dinamismo ed ottimismo per affrontare queste giornate di inizio estate? Aggiungete allora un tocco di fucsia alla vostra casa. Questo colore acceso, allegro e brillante, ma con un che di ipnotico, ha la caratteristica principale di combattere lo stress e stimolare la creatività.

Usato molto spesso nell’arredamento d’interni e per molti oggetti di design, la sua tinta decisa e vivace alla lunga potrebbe stancare un po’: meglio allora introdurre pochi elementi decorativi di questa tonalità, come un tappeto, dei cuscini, piccoli soprammobili o un quadro dai toni intensi. Ma se non si ha paura di osare si può introdurla in tutti gli ambienti della casa scegliendo il fucsia per un mobile libreria, per un tavolo da pranzo per gli elettrodomestici della cucina o per il divano.

Un complemento d’arredo in fucsia si adatterà sia alle pareti bianche, dove risalterà alla perfezione, sia ad ambienti dalle tonalità più scure, dove creerà un contrasto deciso e rivitalizzante, come potrete vedere nella selezione di immagini che vi propongo oggi.

(Photo: Pinterest)

Zona pranzo in cucina

(di Antonella De Lucia)

Mangiare in compagnia di amici e famigliari rappresenta un momento di condivisione e socializzazione, ma è anche un evento piacevole in quanto stimola la cura del proprio benessere, un’abitudine salutare e gratificante.

La cucina è il luogo consacrato a consumare i pasti ed è proprio per questo che si tende sempre più a ricavare una zona pranzo all’interno di questo ambiente. Molto spesso trovare posto per un tavolo risulta difficoltoso a causa delle misure sempre più scarse delle cucine, ma non bisogna arrendersi perché esistono delle soluzioni davvero uniche.

Gli spazi dining che vi propongo oggi sono funzionali, gradevoli ed equilibrati a tal punto da rendere ancora più affascinante l’ambiente cucina a cui sono destinati.

Non sono necessari troppi accessori per realizzare un arredo di gusto: un tavolo tondo con sedie in legno di design, uno rettangolare in stile scandinavo, il tavolo in legno grezzo con gambe e sedie colorate o affiancato da panche e sgabelli, quello antico della nonna o vintage anni ’70. L’attenzione ai dettagli è determinante, come la scelta dei toni di colore e la giusta posizione per rendere lo spazio pranzo sofisticato e confortevole al tempo stesso.

Poche sono le regole per predisporre un angolo pranzo di tutta comodità e per potersi muovere facilmente: la distanza tra il tavolo e la parete deve essere di circa cm 60, mentre tra il tavolo e i mobili della cucina di almeno cm 90.

Dopo queste piccole accortezza non posso che augurarvi buon appetito!

(Photo Pinterest)

Dalla calottina alla famiglia. Amaurys Perez: una vita all’insegna dei valori

(di Marianna Porcaro)

“Un giocatore lo vedi dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia”
“Una strada fatta di terra, una casa molto piccola con dentro tanti valori” così descrive la sua vita Amaurys Perez prima dell’incontro con l’Italia, protagonista indiscusso dei mondiali di Shangai 2011 e delle Olimpiadi di Londra dell’anno seguente. Oggi è un uomo nuovo, continua a restare nel mondo della pallanuoto ma dedica più tempo alla famiglia. Da qualche anno partecipa a diversi programmi sul piccolo schermo che ne hanno delineato il talento anche in altre attività, come il ballo. “Io non ho mai sentito il bisogno, sono stato catapultato in questa realtà, il mio sogno era diventare campione del mondo e l’ho realizzato. Come ballerino mi ha scoperto Milli Carlucci, ha puntato su di me da subito. Durante l’intervista quando ci siamo conosciuti ho solo detto a Milli di essere questo: Oro mondiale, vice campione olimpico e padre di famiglia”. 

Quando parla di sé Amaurys tra le sue vittorie più grandi descrive la famiglia. Il carico di valori con cui è cresciuto ha trovato realizzazione nella Donna della sua vita, Angela, che per lui è stata un grande esempio e supporto è grazie a lei che oggi ha una splendida famiglia. 

Durante il periodo di lockdown Perez in nome di questi valori ha sentito il dovere di fare un appello per il rispetto delle regole e del lavoro che stavano facendo i medici. ” Fare sport ti insegna il rispetto per le regole, qualsiasi gioco è fatto di regole, sai benissimo che se il singolo non le rispetta, la squadra fatica nel portare a casa il risultato. Ho visto il lavoro che stavano facendo i medici e non potevo stare fermo, ho sentito il bisogno di invitare tutti al rispetto del prossimo e ad essere squadra questa volta per la vita.” Poi continua la chiacchierata dicendomi: “Sai cosa conta veramente in ogni cosa che facciamo? Non smettere mai di crederci. Sono diventato campione del mondo a 35 anni quando tanti giocatori appendevano la calottina al chiodo, ho avuto tanti allenatori che mi dicevano di essere un cavallo vecchio, ma io non ho mai smesso di allenarmi e di essere forte motivatore di me stesso.

Perché sai qual è la bellezza della vita? La sfida. E la bellezza ancora più grande avere il coraggio di ritrovarla in ogni cosa.” Animo sportivo e cuore da campione ma più di tutto Amaurys, il gigante della pallanuoto è forza di volontà, un potenziale performance coach, un grande motivatore che convince a fare perché leader.  ” E’ importante avere qualcuno che ci spinge in piscina per costringerci a nuotare, è importante avere qualcuno che crede in te e che ti spinge a migliorare. A me piace parlare con i giovani perché è importante festeggiare quando si vince ma è fondamentale dare spiegazioni quando si perde. La soluzione del problema è nella nostra testa sempre. La testa fa tutto in qualsiasi cosa nella vita. Se vogliamo ottenere qualcosa, dobbiamo rischiare. Non possiamo restare attaccati alle certezze se vogliamo puntare veramente in alto.” E Perez lo ha fatto dallo sport alla famiglia il mondo lo ha reso campione.

Cassettiere industriali

(di Antonella De Lucia)

L’arredamento vintage è quanto mai di moda e sempre più spesso le nostre abitazioni si popolano di elementi d’arredo che ci ricordano il passato. Ancor più ricercato è ormai il riuso di mobili vintage “industrial”, provenienti da vecchi negozi, fabbriche in disuso, laboratori tipografici e ferramenta.

Questo stile industriale è un tipo di arredamento contemporaneo entrato in voga una decina d’anni fa, soprattutto per arredare loft e open space. Ma la sua storia nasce a New York intorno alla metà degli anni 50, quando si iniziarono a recuperare vecchie strutture dismesse e grandi spazi industriali come abitazioni civili.

Ecco allora come la mia scelta sia caduta su una selezione di cassettiere industriali dedicate a coloro che ricordano con nostalgia quelle atmosfere retrò e che desiderano dare un tocco di originalità alla propria casa.

Costruite principalmente in legno povero o in ferro, sono caratterizzate da una serie di cassetti di varie misure, ma sempre di dimensioni ridotte. Spesso usate per contenere piccoli oggetti, queste cassettiere non rispondono a pieno alle regole della praticità così da limitarne l’utilizzo. Anche le loro dimensioni, spesso fuori standard, possono creare dei problemi di collocazione negli spazi ridotti delle moderne abitazioni.

Nonostante ciò il loro aspetto vecchiotto e un po’ rovinato le hanno rese un elemento d’arredo assai ricercato e accattivante, come spesso si può vedere sulle riviste del settore e sui cataloghi di catene di mobili in serie, che ne riproducono l’aspetto esterno riadattandole con misure più consone agli ambienti domestici.

Christo

(di Antonella De Lucia)

L’artista Christo Vladimirov Javacheff, meglio noto come Christo, è mancato all’età di 84 anni nella sua casa a New York. Nato il 13 giugno 1935 a Gabrovo, in Bulgaria è considerato uno dei maggiori rappresentanti della Land Art degli anni ’60 e viene ricordato soprattutto per i suoi monumenti impacchettati. Con la sua forma d’arte aveva superato le regole del mondo artistico intervenendo con spettacolari istallazioni sul territorio naturale, in particolare in grandi spazi come deserti, praterie, laghi.

La sua poetica consisteva nel fare del mondo la tela su cui rappresentare il suo spirito e le sue tematiche artistiche. Questa approccio fu considerato rivoluzionario, soprattutto agli esordi, quando le opere d’arte erano confinate nelle gallerie. Le sue creazioni effimere e di breve durata, erano pensate per attirare l’attenzione di cittadini e comunità portandoli a guardare con occhi diversi quei paesaggi che nella routine quotidiana passano inosservati.

Lo ricordiamo certamente tutti per la sua istallazione italiana Floating Piers del 2016, una passerella dorata galleggiante sul lago d’Iseo su cui hanno camminato migliaia di visitatori.

Mobili in Bambù

(di Antonella De Lucia)

Visto il successo che hanno riscosso le tappezzerie tropical, volevo oggi suggerire alcuni complementi d’arredo da accostare a questo stile etnico: i mobili in bambù. Simbolo di naturalezza e di raffinatezza questo materiale naturale richiama immediatamente alla mente immagini di luoghi lontani. Proveniente dall’Oriente geografico e culturale, è ormai diffuso anche in Europa soprattutto per la sua adattabilità climatica, ma anche per la sua crescita veloce.

Il bambù è un insieme di diverse piante verdissime, perenni e sempreverdi, che dopo il taglio assume una calda colorazione nella gamma dei beige. Essendo un prodotto naturale unico e dalle caratteristiche particolari è estremamente resistente, ma allo stesso tempo leggero, flessibile, bello esteticamente ed ecosostenibile.

Utilizzato in numerosi settori dell’architettura, è impiegato maggiormente nel campo dell’arredamento perchè offre una valida alternativa al legno tradizionale.

Queste le motivazioni che hanno favorito la diffusione dei mobili in bambù, prima solo in terrazzo e giardino, ma poi anche in appartamenti ed uffici; raffinati, comodi e caldi, si adattano facilmente ad ogni ambiente,

Perciò se il vostro ideale è ricreare lo stile etnico, che ricordi la jungla o le spiagge dei tropici il bambù è la scelta giusta, ma se invece prediligete il gusto moderno è ormai possibile trovare anche mobili di design realizzati in questo materiale.

Il mio consiglio: non esagerare con la quantità; uno o due elementi d’arredo sono più che sufficienti a garantire il risultato.

A tratti semplice: la terapeuta guidata dai suoi disegni

(di Marianna Porcaro)

“Ogni tratto che traccio mi consente di toccare una corda emotiva altrimenti irraggiungibile e di scioglierla, per farla vibrare e poi, suonare.”

Illustratrice e Psicoterapeuta, calabrese d’origine e romana di adozione. Roberta Guzzardi è uno splendido esempio di realizzazione personale. Con le sue vignette ha invaso il web di messaggi che gravidano milioni di pensieri. Leggerla è un modo per entrare dentro di noi e per accedere al suo mondo, connetterci meglio con i nostri pensieri e per scoprire che le cose che abbiamo in comune sono abbastanza per restare umani. Roberta è la sua arte, è la psicologia degli occhi, è la risposta che tutti vorrebbero leggere quando il “mostro” diventa un po’ più ingombrante. E’ un vento leggero, che ti arriva addosso e ti ricorda che non è sbagliato lasciare aperta la finestra che ci portiamo dentro. Non siamo così lontani da quello che sentiamo. Una finestra aperta che arieggia quella memoria che si fa visiva e che si offre a noi in maniera didascalica, autentica, intima. Con i suoi dialoghi accorcia le distanze e ci tiene stretti alle nostre emotività e lo fa parlandoci di lei, regalandoci parti dei suoi processi interiori. Un inno alla coesistenza. Con i suoi lavori ci invita in un luogo che diventa casa perché scavato, infangato, salvato, abitato insieme. E a guardare le sue vignette non ci si può non vedere.

  • I suoi disegni sono la materializzazione dei pensieri più profondi. Nulla è a caso. Tutto segue un ordine, una linea, una strada. Il mostro è il riflesso nello specchio, tutto quello che ci chiediamo giorno per giorno, che esce fuori attraverso il dialogo. Quanto di Roberta psicoterapeuta c’è nei suoi disegni e quanto invece il disegno funge come terapia per sé stessa?

Una domanda che mi faccio anche io: sono più una terapeuta che disegna o una illustratrice che fa terapia? Avrei disegnato queste cose se non avessi fatto anche psicologia? E i disegni sarebbero stati così curativi per me se non avessi conosciuto certi meccanismi della mente? La verità è che non lo so. E non credo che lo saprò mai. Ho sempre disegnato, molto prima di iniziare a pensare di diventare terapeuta, quindi potrebbe sembrare che l’aspetto illustrativo nasca prima dell’altro, ma una certa visione delle cose l’ho sempre avuta, fin da bambina, anche senza studiare per 10 anni quello che ho studiato nel mio percorso con la psicologia. Forse, la verità, è che non si tratta né di disegnare, né di “terapizzare”, ma di esprimere e inviare dei messaggi, cose che pian piano ho capito della vita grazie alle mie esperienze personali, ma anche cose su cui ancora mi faccio delle domande. Forse è per questo che le mie vignette riescono ad avere un effetto catartico a volte, perché nascono come espressione di processi interiori che abbiamo tutti, che tutti crediamo di vivere in solitudine, ma che sono estremamente comuni (e non nel senso banale del termine), universali, umani. Quello che è certo e che posso ammettere senza ombra di dubbio, è che se non avessi avuto il dono di disegnare, alcune cose dentro di me mi avrebbero divorata. Disegnando riesco a catturarle, a raccontarle, a darvi un nome. E una volta che dai un nome ad una cosa, la possiedi, ed essa non ti domina più.

  • La teoria dell’intelligenza emotiva, elaborata da Daniel Goleman, sostiene che non esiste solo quel tipo di intelligenza che si misura col QI, ma che esiste un’altra, che è la capacità di conoscere e gestire le proprie emozioni e di riconoscerle negli altri. Possiamo quindi allenare il nostro quoziente emotivo per avere una vita migliore. Le sue vignette sono un perfetto esercizio di intelligenza emotiva. Attraverso, ci sentiamo tutti più umani più fragili. Più simili. Quando ha capito che sarebbero diventate un nido accogliente di condivisione?

In verità lo sto capendo da poco. Qualche anno fa ho iniziato a condividere i miei disegni sui social solo e soltanto per diletto. Non avevo nessuno scopo. Sono anni che lavoro anche come illustratrice, ma non avevo mai avuto un vero e proprio seguito. Durante la quarantena una delle mie strisce è diventata inaspettatamente virale e i profili che avevo su instagram e su facebook sono cresciuti. Da quel momento in poi hanno iniziato a scrivermi tante persone che hanno iniziato a dirmi, con mia sorpresa, tutte più o meno la stessa cosa, un messaggio che suona più o meno così: “ti ho scoperta da poco. Esprimi in modo semplice quello che di complicato ho dentro e che non riesco ad esprimere. Mi sento meno solo/a, grazie”. Questi “grazie” e le parole che le persone mi rivolgono, le loro storie e le cose che mi raccontano, stanno iniziando a farmi capire che disegnare può essere qualcosa di più che uno strumento per “sfogarmi”, che può diventare un veicolo per diffondere benessere, per ricordarci reciprocamente che certe vulnerabilità, certe stranezze, certi pensieri, li facciamo tutti, e che invece di censurarci a vicenda, possiamo concederci di essere più autentici e scoprire che non siamo soli nelle nostre unicità.

  • Duranti questi mesi di quarantena le sue illustrazioni sono state un bellissimo viaggio dentro la nostra parte interna, come se la saggezza arrivasse da dentro e ci colmasse delle mancanze esterne. L’arte che diventa bellezza alla portata di tutti e che ci salva. Abbiamo imparato l’importanza di un tempo supplementare, quello che speri mai di avere ma che ti fa vincere le partite. In questo momento si percepisce una gran voglia di premere sull’acceleratore. Di ripartire. Di ritornare a una vita normale. Qual è la chiave per ripartire? Quali sono secondo Lei le linee guida da adottare?

A questa domanda voglio rispondere con l’aiuto del Mostro, perché ci sto ancora lavorando anche io. Una delle cose più importanti che credo abbiamo assaggiato un po’ tutti durante questo isolamento forzato, è stata la possibilità di smettere di stare sotto determinate pressioni sociali. Pressioni che tendono a farci amalgamare a dei prototipi di comportamento, di ritmi a quali vivere, di aspettative da avere. E’ stato un po’ come se ci avessero lasciati liberi di dire: “Oh, non me ne frega niente per un po’ di fare tot soldi, di trovarmi il fidanzato o una moglie, di mostrare al mondo che ho duemila amici con cui uscire o che faccio duemila cose bellissime, mi posso rilassare!”. Ecco, in questo stato di cose credo che sia stato possibile, con maggiore o minore intensità, scoprire un po’ meglio ciò che davvero ci fa stare bene e ciò che invece ci fa stare male. Credo che il Mostro ci suggerirebbe di utilizzare proprio questo apprendimento per “ripartire” in maniera nuova e migliore. Farci domande come: “Cosa mi piace davvero fare? Quali sono i ritmi in cui sto bene e riesco a fare le cose? Cosa mi stressava prima? Cosa mi ha dato calma invece? Che sogni o desideri sono affiorati in questo periodo dentro di me?”, per risalire sulla giostra con un atteggiamento diverso, o magari, perché no, non risalirci affatto!

  • Se dovesse descrivere Roberta Guzzardi persona attraverso una sua vignetta quale sceglierebbe e perché?

Da un paio di anni a questa parte, nel mese di luglio, mi piace partecipare ad una challenge on line fra illustratori (si chiama “Juline”) per la quale bisogna fare un disegno ispirato a una determinata parola diversa per ogni giorno. L’anno scorso decisi di creare una piccola storia legando i disegni tra di loro ed è stato allora che è nato il Mostro nella forma che assume oggi.

La storia che disegnai racconta di una ragazzina e del suo Mostro che vanno in vacanza, al mare,

e dell’arrivo di un terzo soggetto, un ragazzo, che piace alla ragazzina, ma non tanto al Mostro. La questione porta una serie di complicazioni che conducono ad un litigio piuttosto drammatico fra tutti e tre, alla fine del quale la ragazzina scappa via stanca degli intralci del suo Mostro. E’ solo a seguito di questa crisi che i due, finalmente, parlano, scoprendosi l’uno parte dell’altra.

Ecco, credo che la sequenza di questo dialogo sia effettivamente rappresentativa di chi sono io come persona, delle paure che ho, del mio modo di reagire di fronte alle cose inattese e sconosciute della vita e del rapporto che nel tempo ho imparato a costruire con me stessa, con il Mostro e con la realtà.

Ecco la sequenza:

Costruzioni-Idee e Design Creare Design a Pavia

(di Antonella De Lucia

Costruzioni-idee &design nasce nel 1992 dalla passione per tutto ciò che è design di Alida Buttarelli e Marina Danova. Il nome “Costruzioni” prende spunto da un’idea dell’artista Gherardo Frassa, mentre del logo si è occupato Emilio Tadini. Queste le solide premesse che hanno reso il negozio di corso Garibaldi 5/E a Pavia una eterogenea collezione di oggetti per la tavola, complementi d’arredo, abiti, gioielli e borse, accomunati dall’amore per la manifattura artigianale, per lo stile e per il bello.

Dalla collaborazione con artisti, artigiani e designer sono nati innumerevoli work in progress, eventi e progetti che sono una caratteristica intrinseca dello spazio.

Il mood dei prodotti proposti è sempre in divenire: dalla passione iniziale per la cultura giapponese con i suoi tessuti ed oggetti preziosi, alla scoperta delle sete cinesi o ai tappeti provenienti dalla Turchia, fino ad arrivare agli elaborati tessuti indiani dai sontuosi ricami fatti a mano.

Un’attenzione particolare è stata riservata al settore moda: gli abiti e gli accessori di manifattura sartoriale sono pezzi unici realizzati in loco da giovani talentuosi con tessuti provenienti da diversi paesi del mondo. Molto proficua si è rivelata la collaborazione con Paola Loriani, che all’interno della bottega ha creato una collezione personale di stampe con block print o stencil su tessuti e carte dando nuova vita a vecchi abiti e accessori in stoffa vintage, personalizzandoli per il cliente.

Non va poi dimenticata la sezione dedicata al design contemporaneo italiano ed europeo; Marina ed Alida hanno intrapreso, con il passare degli anni, delle collaborazioni permanenti con alcune delle più note aziende del settore che riforniscono il negozio con i loro più recenti complementi di arredo e di decorazione d’interni.

Perciò, se passate per Pavia, non dimenticate di fare una capatina a questa allettante fucina di talenti alla scoperta di qualche piccolo tesoro per voi o la vostra casa.

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Foto: Elisa Ducoli e Salvatore Rotella

Carta Tropical

(di Antonella De Lucia)

Il desiderio di visitare terre sconosciute, lontane dal nostro panorama quotidiano, racchiude in sé l’amore per paesi esotici e il fascino di civiltà e paesaggi misteriosi. Il più delle volte è possibile salire su un aereo e raggiungere le isole dei caraibi o le foreste pluviali per godere dell’esotico paesaggio tropicale: il verde delle palme, i pappagalli multicolori, il rosa intenso dei fenicotteri, le belve feroci dal mantello maculato, il blu del mare profondo, sono i colori che riportano alla mente un paradiso in terra.

Ma non sarebbe meraviglioso ricreare la magia dell’indimenticabile stile tropicale all’interno delle mura di casa? La via più facile per realizzare questo sogno ad occhi aperti è ricorrere alle carte da parati in stile Jungle, di tipo tradizionale o stampate con sistemi digitali personalizzati perfettamente adattabili ad ogni ambiente della casa.

Il colore predominante sarà sicuramente il verde in tutte le sue sfumature, ma sarà possibile smorzarlo con la profusione di colori degli uccelli, dei fiori, degli animali e degli alberi. La vivacità è infatti l’attrattiva predominante di questi rivestimenti murari.

Bisogna però fare attenzione a non esagerare perché la vegetazione tropicale rappresentata a grandezza naturale può rendere un po’ claustrofobico ogni spazio, soprattutto se di piccole dimensioni.

Il trucco sicuramente sarà di rivestire solo alcune parti della stanza: una sola parete del soggiorno o della camera da letto, un angolo dell’ingresso o dello studio, il muro della scala o la parte alta del bagno sopra una boiserie in legno.

Ecco allora che felci, banani, ibischi, orchidee, pappagalli, tucani e tigri vi faranno compagnia e vi permetteranno di assaporare il clamore della jungla tra le mura domestiche.

(Photo: Pinterest)

Luca Pieroni – lo chef figlio del proprio tempo

(di Marianna Porcaro)

“Un cuoco, per essere un grande cuoco, per lasciare un segno, deve essere figlio del proprio tempo”

Luca Pieroni ha 45 anni e un talento incredibile, chef executive nel più grande coworking di Milano. Dalla sua ha talento, creatività e lungimiranza. Uno stile essenziale e inconfondibile con cui accompagna i suoi piatti e una forte predisposizione allo spreco zero.

– La sua cucina si fonda sul valore dell’eco ristorazione, un modo inedito di ripensare la nostra tavola. C’è qualcosa a cui si è ispirato o che l’ha guidato in questo progetto?

La mia cucina si fonda sulla contemporaneità.
Negli anni 60 eravamo usciti dalla guerra e i nostri nonni erano figli di una cucina povera, avevano bisogno di consumare più carbone più benzina…l’uomo voleva andare sulla luna.
La cucina dei miei nonni voleva dimostrare al mondo che la povertà era finita, quindi ostentava grandi condimenti e grammature abbondanti. Mi ricordo ancora che Paul Bocuse, uno dei più grandi chef che abbiamo mai avuto tra gli anni 70/80, quando qualcuno gli faceva notare che la sua cucina era troppo grassa rispondeva: “Al ristorante si va per godere, se stai male devi andare dal dottore”. Ecco Marianna, Paul era considerato uno dei cuochi migliori al mondo perché riusciva ad interpretare il suo tempo meglio di chiunque altro, perché era figlio della sua epoca, sapeva capire alla perfezione le esigenze del suo periodo.
La mia cucina vuole essere moderna in questo senso, mi baso sullo spreco zero e sulla stagionalità (eco ristorazione) perché i tempi sono cambiati. La nostra vita è diventata più sedentaria e quindi abbiamo bisogno di consumare meno…meno benzina meno elettricità, dobbiamo avere un impatto ecologico e meno violento sul pianeta e quindi anche la cucina deve essere al passo coi tempi. Quando cucino mi ispiro a mia figlia, vorrei che crescendo trovasse un mondo migliore.


– La ristorazione riscuote grande interesse da parte dei giovani e in molti desiderano intraprendere una carriera nel settore. Possiamo dirci ormai figli di questo sodalizio tra web e food. Quanto è importante curare il proprio profilo sui social per diventare un food influencer?

Sono nato nel 1975 e quando ho iniziato a lavorare non esistevano i cellulari, si vivevano i ristoranti con il passaparola, adesso è importante essere in linea con il web e offrire sempre un progetto contemporaneo, i social sono diventati fondamentali, in maniera evidente per i giovanissimi. La realtà è fatta di rinunce e sacrifici infiniti prima di arrivare alla stabilità che viene messa continuamente in discussione dalla concorrenza sempre più spietata da parte della grande distribuzione, che ha tagliato fuori una fetta importante di artigiani che lavorano la materia prima, i fornitori. Loro sono i veri eroi in un mondo che ci vuole tutti uguali. La biodiversità dei nostri fornitori, la loro sapienza nell’affrontare le stagioni, il loro sapere tramandato dai loro avi è un patrimonio che non dobbiamo perdere. Dobbiamo difendere i piccoli artigiani del gusto che non hanno delocalizzato la loro azienda per più denaro e che lavorano una materia prima che nella grande distribuzione sarebbe impensabile da gestire.

– Quali sono i punti cardine su cui è importante lavorare in cucina?

I punti cardine sui quali lavorare in cucina si possono sintetizzare in: forte spirito di abnegazione, capire che questo è un lavoro totalizzante e quindi essere predisposti a non avere week end liberi o festività da trascorrere in casa con gli affetti, avere un forte senso critico ed essere pronti ad accettare i giudizi che arriveranno dai clienti, essere continuamente sottoposti all’eustress, causa poche ore di riposo. Non bisogna desistere, anche se è vero che è un lavoro per pochi.

Quindi prima ancora delle mani in pasta è fondamentale avere dei requisiti ben precisi: curiosità, etica e passione. Non si tratta solo di saper cucinare acquisendo abilità pratiche, ma è importante anche acquisire disciplina. Questi sono punti indispensabili per chi si approccia a questa carriera, assieme alla ricerca continua e alla costante applicazione della contemporaneità alla tradizione.

– Secondo lei è cambiato l’approccio del cliente nei confronti della cucina? Sembra quasi non ci si fermi più alla semplice ricetta, si cerca forse un’esperienza o un’emozione attraverso i piatti?

L’ approccio del cliente verso la ristorazione si è evoluto. Adesso la sala gioca un ruolo alla pari con la cucina, il servizio è importante tanto quanto il cibo proposto. Il cliente sceglie un ristorante perché è consapevole che in quel posto si mangia bene e ci si sente a casa. Un piatto è un’idea, uno studio, una ricerca. La sala deve essere discreta, attenta, mai invasiva e al tempo stesso presente e competente, solo così l’esperienza di un piatto sarà totalmente regalata al cliente, lasciandolo protagonista del suo momento gastronomico.

-Qual è il piatto che maggiormente la rappresenta?

Uno dei piatti che più mi rappresenta è un mezzo schiaffone di Carla Latini cacio e pepe con polvere di limone e piccole meringhe di pecorino.
La pasta viene cotta nell’acqua di governo della mozzarella perché recupero un elemento che generalmente si butta, perfettamente sapida, e viene mantecato in una crema di formaggi cotti a bassa temperatura, completo il piatto con una polvere di limone ricavata seccando le foglie dei limoni e tritandole. Uso un pepe di Sichuan che è leggermente agrumato e decoro il piatto con delle piccole meringhe di pecorino che cuocio in microonde in due minuti, in questo periodo la propongo con delle fave.
Un altro piatto che mi porto dentro è il baccalà mantecato con mozzarella di bufala, cracker di alici, paccasassi del Conero e arachidi. Oppure la pappa al pomodoro con uovo a 62 gradi e gelato di cipolla rossa con olio ultrasonico.

Luca Zagliani – Design Talks

L’interior designer Luca Zagliani, milanese di nascita, ha seguito un percorso formativo che dall’arredamento di interni lo ha portato a sperimentare in altri ambiti creativi, come il marketing e la comunicazione. Dopo la collaborazione con diverse aziende si addentra nel settore del Visual merchandising e Emotionaly Design. Molti sono le idee progettuali nate durante questo periodo di isolamento forzato, progetti in nuce che culmineranno con originali sperimentazioni e nuove avventure. Luca trova costruttiva questa esperienza per fare “ una sorta di tabula rasa del passato che può solo aprire nuove prospettive.”

Poi aggiunge :”Chi meglio di un creativo si può reinventare?

Tanti sono gli aspetti che in questo ambito possono ridefinire le meccaniche aziendali e lavorative di una persona. In futuro un viaggio all’estero, la possibilità di nuove collaborazioni e la mente aperta a nuove sfide sono per me gli elementi chiave che ogni designer dovrebbe avere.”

Il suo segreto : sorridere sempre alla vita che forse tanto male non è.

“Cerco sempre di vedere a colori.”

Con questa massima di positività vi invitiamo allora ad approfondire la conoscenza di Luca Zagliani scoprendo le sue creazioni attraverso i contatti che vi alleghiamo.

www.lucazagliani.com

IG: luca_zagliani

E-mail: lucazagliani@gmail.com

Cell. 3394185438

In memoria di Ezio Bosso

(di Marianna Porcaro)

Con la sua musica, ci ha spiegato che ogni nota d’amore arriva dritta al cuore anche senza note e che il silenzio è un forte abbraccio. Ci ha invitati a condividere qualcosa di meraviglioso per dire grazie. Pensarci dentro gesti semplici e sentirci casa per qualcuno. Casa è l’altro, il vicino, il prossimo che sta a un metro da me e che troppo spesso ignoro. Più di tutto, però, Ezio Bosso ci ha insegnato che le grandi rivoluzioni partono dal punto in cui siamo, con i mezzi che abbiamo. Che per essere pionieri, conquistatori, per realizzare un sogno alto, non serve essere più belli, più ricchi, più fortunati.  Nessuna vittoria è mai stata realizzata se non prendendosi interamente la responsabilità della propria vita. “Le cose immense non ti rendi conto, sei un bambino che non crede ai suoi occhi, sembra un sogno, no è il nostro vivere, lavorare duro, credere, andare avanti” diceva. Ci ha trasmesso la cosa più importante che esista: “Ascoltare.” Lo ha fatto con grande cura dell’animo umano e con tutto l’amore e la passione di cui ne era esempio. “Perché rinascere vuol dire costruire insieme uno per uno. E costruire è bellissimo, il gioco più bello, cominciamo..”

Grazie Maestro!

Il Soppalco

(di Antonella De Lucia)

Molti concorderanno con me nell’affermare che lo spazio in casa non è mai abbastanza. Uno dei modi più semplici per aumentarlo, soprattutto negli ambienti dove i soffitti sono più alti di quelli standard, è sfruttare l’altezza realizzando un soppalco, ovvero una zona rialzata rispetto al resto della casa.

Il soppalco è una soluzione versatile e suggestiva, anche se la nuova stanza così ottenuta non potrà essere considerata come un locale abitabile a causa delle sue dimensioni ridotte e della sua altezza spesso non a norma con le disposizioni edilizie.

Anche se l’area ricavata su questo nuovo piano permetterà di aumentare lo spazio disponibile e di conseguenza anche il valore della casa, molti sono i possibili svantaggi da valutare, come una scarsa illuminazione, le difficoltà di aerazione o la scomodità di accesso.

Ricorrendo però ad un progetto ben studiato nei minimi particolari renderà possibile creare degli ambienti ben organizzati, funzionali e con soluzioni di grande impatto estetico.

La superficie soppalcata della casa verrà comunque sempre vissuta come una zona intima e raccolta, dove dedicarsi ad attività di relax, per dormire o per svolgere attività che richiedono concentrazione, come un angolo studio.

Se l’altezza del soffitto lo permette, la zona sottostante al soppalco potrà essere utilizzata come una stanza a tutti gli effetti; in caso contrario potrà solo contenere un’armadiatura o un ripostiglio.

La struttura che sosterrà la nuova area potrà essere realizzata in diversi modi a seconda del tipo di muratura esistente nella casa. Se i muri perimetrali lo permettono sarà possibile costruire un soppalco in muratura ancorato ad essi; sarà più stabile, ma richiederà più tempo. Se invece questa via non fosse attuabile bisognerà ricorrere a tipologie composte da travi e pilastri in metallo o legno, meno stabili, ma più veloci da realizzare e più leggeri strutturalmente.

(Photo: Pinterest)

Barbara Del Sarto – disegnare la Bellezza

(di Isabella De Rorre)

Barbara Del Sarto è una donna bellissima. La sua è una bellezza che non esito a definire sostanziale. Barbara “sta” nella sua vita e nella sua attività di make up artist di livello internazionale con equilibrio e consapevolezza. Ha di certo in sé la formula per rivelare l’essenza di una persona, e preservarla. Dono di pochi, raro quanto soprendente quando lo si incontra.

  1. Facciamo un viaggio nel tempo e torniamo al 1989: chi era Barbara Del Sarto allora, e chi è oggi?

Nel 1989 avevo appena sostenuto la maturità e volevo lavorare nella moda. Subito ho “sbagliato” qualcosa (gli errori nella vita sono fondamentali quanto le vie che si imboccano diritte!): mi sono iscritta alla facoltà di Giurusprudenza di Roma, su consiglio di chi non vedeva di buon occhio il mondo della moda. Dopo due anni, compreso che non era la mia strada, ho abbandonato gli studi. A Roma ho però cominciato a muovere i primi passi in quel mondo in cui desideravo lavorare, come modella, per l’Alta Moda: era l’epoca delle sfilate a Piazza di Spagna, dei grandi couturier. Mi sono trasferita a Milano, prendendo la decisione di fare sul serio. In questa città, cui sento di appartenere in modo particolare per la visione e la modalità lavorativa che la attraversano, le possibilità si sono da subito amplificate. Da lì è iniziata veramente la mia storia.

Chi sono ora? Sono maturata a livello personale, e ho ben chiari gli obiettivi che voglio raggiungere. Posso dire di aver trovato la mia strada, e di non procedere più tentoni come ho fatto, per capire chi ero e cosa volevo, in passato.

  1. Una caratteristica che traspare dalle notizie su di Lei è certamente la riservatezza. Si intuisce una persona discreta, che preferisce far parlare i fatti. Come concilia questa sua attitudine con un mondo che dà in ogni caso ampia evidenza all’immagine?

Non è facile conciliare la mia riservatezza con il mondo in cui lavoro. Credo negli anni di essermi persa qualche “partita a carte”… se fossi stata una buona agente di me stessa, avrei forse ragguinto obiettivi diversi. I primi tempi capivo che essere presente ai party, agli eventi importanti era parte sostanziale di questo lavoro, una sorta di promozione diretta di se stessi. Ma, vede, io sono fatta così. Sono costretta a far parlare i fatti. Per fortuna,i fatti hanno parlato, e continuano a farlo, bene. Questo aspetto del mio carattere, la volontà di rimanere dietro le quinte diciamo, dà un senso di sicurezza ai miei clienti. Per me, significa rispettare dei codici, etici e di comportamento, che fanno parte di me, e che i miei clienti condividono. Una sorta di pulizia dei valori, che ha lasciato spazio ai brand che vestono me, così come a me che vesto loro. Su misura, ecco il termine giusto.

Non ho mai chiesto foto insieme alle celebrità, mi sarebbe sembrato di oltrepassare una linea che volevo invece ben definita. Le poche foto che ho insieme ad alcuni personaggi, le ho condivise perché per me erano momenti importanti, di crescita, di passaggio, a livello professionale ma prima di tutto emotivo. Non mi interessa apparire, mi interessa rispettare me stessa, e lo spazio delle persone con cui ho lavorato e lavoro.

  1. Prima di diventare make up artist, lei è stata indossatrice. Quanto ha influito questa esperienza nella sua attività?

Sono stata avvantaggiata nel conoscere già il mestiere. Sapevo leggere alla perfezione quelli che erano i ritmi di un photoshoot. Queste informazioni sono state il mio bagaglio e mi hanno resa tranquilla: per carattere voglio essere sempre molto preparata, prima di affrontare qualsiasi esperienza. Le faccio un esempio: quando ero modella, durante la fase del trucco ricordo che alcuni avevano un tocco più pesante di altri, sul viso, mentre procedevano al make up. Memore di questo, ho cercato di lavorare diversamente, tanto che moltissimi mi dicono avere una mano leggerissima. Inoltre, conoscevo già molte delle persone con cui mi sono trovata a lavorare com make up artist, perché ci avevo lavorato ai tempi in cui ero modella; posso dire ci sia stata una soluzione di continuità. A livello caratteriale, questa nuova vita mi ha aiutato moltissimo: sono infatti una timida, che ama però l’adrenalina della ribalta. Quello che mi crea ansia, è anche quello che mi fa stare davvero bene. L’aver calcato tante passerelle prima mi ha aiutato a muovermi con naturalezza in questo mondo, e mi ha dato coraggio nel parlare alle grandi platee.

  1. Come è cambiato nel corso di questi ultimi venti anni, il trucco di un photoshoot o di una sfilata?

La moda è sempre movimento! Con corsi e ricorsi. Ancora nelle ultime sfilate che ho fatto, le basi erano molto più coprenti, strutturate, i trucchi impegnativi: lo smoky eye, i rossetti decisi, i glitter usati per enfatizzare sguardo e zigomi. Nel corso degli anni, sono cambiate radicalmente le texture, che tutte le gandi aziende di make up hanno sviluppato con ingredienti innovativi. I pigmenti sono talmente micronizzati che è possibile fare presso che qualsiasi cosa. Ora si gioca molto di più sulle sovrapposizioni, pur mantenendosi una differenza sostanziale fra il mondo “crazy” dello show, ancora fatto di labbra in evidenza, ciglia finte.. e quello delle collezioni, che tende invece ad esprimere un mood, un sentimento, una tendenza precisa. Oltre alle texture, è cambiato il modo di interpretare il make up, proprio da parte delle donne comuni, che lo usano ogni giorno.

  1. Il make up artist lo immagino sempre un po’ come un fotografo, ed un regista: si deve tener conto delle luci, delle imperfezioni e delle caratteristiche del viso, di conservare l’anima di chi si affida ad un truccatore, di farla trasparire. Cosa si aspetta dal make up chi si rivolge a Lei?

I miei clienti si aspettano che il mio lavoro, una volta finito, rappresenti alla perfezione la persona che ho truccato. Mi piace lavorare su piccoli dettagli. Non stravolgo mai i visi; il make up è un accessorio, una magia. Deve tirare fuori l’essenza di una persona. Deve vedersi la donna. Il miglior complimento è: “Come sei bella!”, non “Che splendido make up”. Per questo, se è vero che nel mak up comandano le proporzioni del volto, è ancora più vero che quello che comanda è proprio l’anima. Bisogna tener conto di tante sfaccettature diverse, per questo, prima di cominciare a truccare un cliente, ci parlo. La volontà è quella di unire la sua personalità con la mia visione. In caso di make up di celebrità, faccio sempre prima una ricerca sul web, per capire quali colori indossano più frequentemente, a ltre caratteristiche per poter svolgere al meglio il mio lavoro.

  1. Tre caratteristiche che un MUA dovrebbe avere.

La sensibilità, ossia la capacità di accogliere le persone e capire cosa si aspettano dal make up. La vena artistica, che traduco nella capacità di distruggere le convenzioni per ricrearle a modo suo. E l’essere psicologi: le mie clienti vengono da me per potersi esprimere, per mettersi a nudo e ricostruirsi, rinnovarsi.

  1. Lei segue da quasi venti anni Roberta Armani come personal MUA; quali differenze ci sono fra il truccare una persona celebre in modo continuativo, e farlo per le modelle di un servizio fotografico o di una sfilata?

Con Roberta Armani si è creato un rapporto stretto, una connessione. Sono entrati in gioco i sentimenti e si sono create le basi di una amicizia solida. Seguirla è stato creare un’unione così particolare da andare oltre il lavoro. Si riesce a leggere oltre l’apparenza, a cogliere il momento, la sfaccettatura, a sapere senza che venga richiesto se è il caso per esempio di calcare di più il trucco, o al contrario di marcarlo meno. Si riesce ad arrivare a fondo nell’animo della persona, e a “cucire” ogni volta un abito su misura. Stabilire una connessione significa scegliersi come abbiamo fatto Roberta ed io, con il tempo e negli anni, a vicenda. La differenza la fa la mia personalità. Dico sempre che non sono la più brava in assoluto, ma che scegliere me in modo continuativo significa apprezzare discrezione e personalità. Sono queste le caratteristiche che avvalorano maggiormente il mio lavoro di make up artist. . La modella al contrario è una tela bianca. La devo dipingere, senza fare ricerca psicologica. Non ha voce in capitolo nella scelta del make up, viene vestita e truccata, e la cosa finisce qui.

  1. C’è, o ci sono, brand cosmetici che oggi sente più affini al suo modo di operare, cioè che in qualche modo la rappresentino?

Ho la fortuna di lavorare con il make up di Dolce e Gabbana, che esprime la donna italiana nella versione più gioiosa di sé stessa: mi ci ritrovo perfettamente rappresentata. Ho lavorato negli anni passati con Armani, che amo per le texture leggere e facilmente sovrapponibili. I brand da cui mi allontano un po’ sono quelli che giocano su colori flah, forti. Non ho mai osato così tanto, forse perché nella mia esperienza come make up artist mi sono sempre confrontata, e mi confronto tuttora, con il mio modo di essere donna. Mi mancano anche le occasioni per osare: lavorare con e sulle celebrità, significa lavorare con donne mature, non necessariamente anagraficamente, ma che hanno una identità precisa da rispettare.

Amo in generale i brand che danno attenzione alle texture; mi piacciono i mascara Lancome, la linea di Bobby Brown. Mi affaccio a Mac, quando voglio attingere ad un bacino quasi infinito di colori.

  1. Lei ha condotto un programma televisivo, e ha partecipato in qualità di tutor make up trend ad un altro: quali sono i ritmi e le regole di questo tipo di esperienza?

Innanzi tutto, sono due ritmi completamente diversi.

Quella con Sky è stata una esperienza bellissima, completamente nuova per me. I ritmi fin da subito sono stati importanti. Abbiamo girato per due mesi da una città all’altra, lavorando nelle aziende. Ci muovevamo a bordo di un truck, estensibile, che diventava un vero e proprio studio televisivo, con caldo soffocante a volte. Una esperienza faticosa, ma estremamente divertente.

L’esperienza RAI è stata molto più semplice, sia in termini di orario sia di impegno. Ogni tutorial doveva essere costruito con l’autore a casa, e poi c’era la diretta in studo, per un impegno di circa due giorni. La guida di Caternia Balivo ci ha aiutato davvero tantissimo. Una esperienza che ripeterei subito; ricordo lo stress prima della diretta, ma al momento del ciak, come per magia, si va avanti!

  1. C’è una donna che non ha ancora truccato e che le piacerebbe truccare?

Mi viene subito in mente una grande donna che non c’è più: Lady D.. Mi sarebbe piaciuto tantissimo curare la sua immagine.

E poi: Cate Blanchett, donna straordinaria incontrata a Venezia. Ha una gran truccatrice, che le rende giustizia in ogni occasione. La Blanchett rappresenta la Bellezza, intensa, anche imperfetta, ma vera.

  1. Esiste un’icona di bellezza che in quale modo l’abbia ispirata in passato e nel presente?

Audrey Hepburn: bellezza pulita, essenziale, mai sovraccarica. Il mio tema, come make up artist, per definizione la mia icona.

  1. Immagino le abbiano già chiesto se la bellezza sia importante per lei. Io le chiedo se la bellezza abbia un “costo”, in termini di responsabilità, di rispetto e di ricerca.

Certo che ha un costo. La mia bellezza, e la bellezza in genere, richiede impegno. Non si può andare in giro senza rappresentare quello che si fa. Ho sempre investito molto sulla cura di me stessa, della mia pelle, dei capelli. Curo la mia immagine, voglio che corrisponda a quello che desidero raccontare di me. Che mi rappresenti. La forma è anche sostanza. La bellezza verso noi stessi è un valore e un segno di rispetto di sé e degli altri; è la conferma di essere conforme ad un contesto in cui ci si muove, e di averne cura.

  1. Cosa si aspettano le spose di oggi da un make up artist in questo giorno così particolare? E quale tipo di sposa si rivolge a Lei?

Non c’è un tipo standard di sposa che si rivolga a me. Spesso è un passaparola continuo della amiche, che si sono affidate a me, e mandano da me altre amiche.

Le spose sono cambiate tanto. Ci sono quelle che vogliono continuare ad essere se stesse, anche nel giorno del loro matrimonio. Il make up che chiedono è leggero, luminoso, in armonia con l’abito scelto. E poi ci sono le spose che vogliono in quel giorno essere quello che ono sono mai state, e mi richiedono un look che è quasi più da Red Carpet che da matrimonio, basato su ciglia finte, sopracciglia disegnate, toni più carichi.

Certamente, il trucco acqua e sapone non paga, la luce del fotografo toglie quasi il 50% del trucco dal viso. Allora, si lavora sulla pelle, in modo che compaia perfetta. Sul mascara, su sopracciglia ben delineate. La sposa è più truccata pur sembrandolo meno; il nude make up è complicato da realizzare, e deve esserlo con perizia.

  1. Ha mai pensato a creare una propria linea cosmetica?

Non ci ho mai pensato in termini di realizzazione, ma mi piacerebbe molto realizzare per un brand cosmetico una linea “by Barbara Del Sarto”.Dciamo che è il mio sogno nel cassetto…chissà!

  1. Se dovessero definirla con tre aggettivi, quali le piacerebbe che fossero?

Raffinata, Rispettosa, Affidabile.

  1. Da dove trae le ispirazioni per il suo lavoro?

Sono molto curiosa, amo guardare subito tutti i trend della siflate per le stagioni a venire. E poi, viaggio fra le contaminazioni cromatiche a 360 gradi: adoro l’arredamento di interni, trovo che il mondo del design incida sempre con i suoi colori sulla moda e sulla bellezza. Il mondo le make up è così veloce che stargli dietro è molto complicato.

Altra fonte di ispirazione è la natura, il mondo, con i suoi colori. La natura ci offre una palette cromatica gratuita ed incredibilmente variegata, con accostamenti inusuali e meravigliosi. Se si è aperti a cogliere la bellezza dell’universo, si apprezzano toni di una bellezza incredibile.

Amo leggere anche i libri di moda del secolo scorso, capire perché ogni designer ha segnato un’epoca, come ha lasciato in essa un segno inconfondibile.

Ultima e non ultima fonte di ispirazione: il cinema.

  1. Una domanda che faccio spesso è: come si immagina fra cinque anni?

Vorrei diventare, almeno un po’ di più, uno “squalo”!

Fra cinque anni ne avrò cinquanta e voglio arrivare a quel traguardo con un progetto che rappresenti l’apice della mia carriera.

Non credo diventerò mai così aggressiva, quindi mi vedo continuare a coltivare i miei progetti, e a raccogliere i successi che ne verranno.

E, importante per me, continuare a far crescere mia figlia in un ambiente sereno con una mamma su cui poter contare. Sono rimasta agganciata alla mia famiglia. Per una donna che lavori come make up artist conciliare lavoro e famiglia implica scelte di presenza, di qualità, di insegnamento. E delle rinunce, a volte pesanti, a delle opportunità. Ma, come dicevo, si tratta di scelte.

Barbara Del Sarto ha collaborato e collabora con Armani, Gucci, Fendi, Dolce e Gabbana. Cura l’immagine di Roberta Armani da più di 18 anni, così come di molti altri personaggi famosi. Ha condotto “Pausa Pranzo” per Sky e ha partecipato a “Detto Fatto” per la RAI in qualità di Make Up Trend Tutor. Più facile dire quello che non fa: non è presuntuosa, lascia parlare i fatti, e i successi che la sua sensibilità e la sua personalità discreta, seria, costante, le procurano.

“Domenica Con”… Roberto Bolle

(di Marcella Previde Massara)

DOMENICA 10 MAGGIO MARATONA DI DANZA SU RAI STORIA CON ROBERTO BOLLE COME ANFITRIONE

Foto tratta da profilo Instagram robertobolleofficial


Dopo il successo di “Danza con me” e del suo recente “Best of” su Rai1 , la sua intensa attività sulla piattaforma OnDance che anche in questo periodo di pausa forzata continua la sua missione di diffusione della cultura della danza in tutte le sue forme, Roberto Bolle torna in televisione.
Lo fa componendo e commentando per i telespettatori il format di “Domenica Con” , il nuovo spazio di Rai Cultura curato da Giovanni Paolo Fontana ed Enrico Salvatori.
Un contenitore in cui la danza e il balletto non sono solo occasione di grande spettacolo, ma anche una chiave di lettura dei cambiamenti della nostra società che Roberto ha voluto dedicare alla grande ballerina Elisabetta Terabust, scomparsa proprio due anni fa.
La mattinata si aprira’ con “Serata a quattro stelle” di cui sono protagonisti Elisabetta Terabust, Patrice Bart, Joy Jolley, Dudley von Luggenbur; dalle 12.00 in poi seguirà un tuffo negli anni Cinquanta e Sessanta, per capire come il ballare sia stato recepito dalla gente nel dopoguerra e fino al boom economico, e come le balere ed in generale i luoghi di aggregazione siano stati il posto ideale per conoscersi e divertirsi ancora con pochi soldi.
Dalle 12.30 circa alle 14.00 avremo occasione per rivedere Roland Petit, Zizi Jeanmaire, Rita Pavone, Mina, Don Lurio, Lola Falana, Oriella Dorella, Raffaele Paganini, Heather Parisi, Alberto Sordi, Alberto Lionello.
Tra i pezzi più pregiati scovati da Bolle negli archivi delle Teche Rai e di Rai Cultura c’è il film di prima serata, proposto proprio nel giorno del compleanno del protagonista: Fred Astaire. E dell’uomo che negli anni ’50 è stato sinonimo della danza, va in onda uno dei film più noti, “Il cappello a cilindro” , interpretato con l’ inseparabile Ginger Rogers.
Subito dopo, a chiudere questa “Domenica con” c’è il balletto ispirato ad uno dei film più noti di Federico Fellini, “La Strada”, con protagonista Carla Fracci sulle note indimenticabili di Nino Rota.

Foto da sito “On dance”


Roberto presenterà, infine, anche la sua ultima trovata per danzare da casa tutti, come ha sempre fatto dal vivo e per strada, quando lo si poteva fare.
Ha, infatti, realizzato un collage di tutti i video che gli sono stati inviati di una coreografia creata appositamente, in cui centinaia e centinaia di ballerini vestiti di bianco si muovono sulle note di una musica suggettiva da lui scelta inventando “Il ballo in bianco”
Che dire.. anche questa volta si è confermato un grande.
Ti amiamo, Roberto.

Design Talks

L’appuntamento con il design raddoppia, e conferma il suo un respiro internazionale.

Avete accolto #quarantenedidesign con tanto entusiasmo, da convincerci a farne una rubrica continuativa.

Ecco allora i “Design Talks”: due appuntamenti, il giovedì con le dirette Instagram del direttore, e la domenica con le dirette Instagram in lingua inglese di Antonio Di Meglio.

Domenica 10 maggio è la volta di R+O Design, dalle voci di Reli Smith
E di Osnat Yaffe Zimmerman

Continuate a seguirci, stiamo sognando grandi cose per voi!

Piccoli Balconi

(di Antonella De Lucia)

L’inizio del mese di maggio ci introduce ai tepori più caldi della primavera e ci fa sentire il desiderio dell’estate; ma quest’anno è coinciso anche con un periodo di riacquistata libertà per allentare i limiti dei mesi precedenti di quarantena.

La voglia di trascorrere sempre più tempo all’aria aperta è fortissima, ma le disposizioni della Fase 2 sono ancora restrittive; allora perché non godersi il sole e il tepore di queste giornate senza essere costretti necessariamente ad uscire di casa? Chi vive in città ed ha la fortuna di avere un balcone, anche piccolo, potrà oggi scoprire tante semplici soluzioni per realizzare uno spazio esterno confortevole che rispecchi il proprio stile.

Il concetto di relax non è univoco: ognuno di noi interpreta il balcone come luogo di dove immergersi nella lettura, come una sala da pranzo alternativa, come una spiaggia dove arrostirsi al sole o come un giardino dove coltivare fiori o erbe aromatiche.

Bastano pochi accorgimenti ed un po’ di creatività per realizzare il vostro balcone dei sogni in uno spazio ristretto. La sapiente scelta di elementi d’arredo funzionali e salvaspazio, la ricerca di accessori originali e piacevoli, renderà possibile dar vita ad uno spazio esterno, quasi un prolungamento dell’abitazione, perfettamente fruibile e trasformabile per ogni occasione.

Per sfruttare ogni centimetro bisogna ricorrere principalmente ad arredi di dimensioni ridotte come piccoli divani, tavolini e sedie pieghevoli, panchette o poltroncine impilabili o sdraio leggere. L’uso di strutture da montare in verticale o negli angoli, come mensole e vasi a muro o da agganciare alle ringhiere, rappresentano un espediente perfetto per non ingombrare lo spazio calpestabile.

Adesso tocca a voi selezionare dalla gallery il terrazzo che più rispecchi il vostro personale desiderio di relax.

(Foto: Pinterest)

Il questionario di Proust – Marcella Previde Massara

Le 30 domande del questionario di Proust
-Il tratto principale del tuo carattere?La costanza
-Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?L’intelligenza
-Qual è la qualità che apprezzi in una donna?L’intelligenza
-Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?L’affetto di cui mi circondano
-Il tuo peggior difetto?La sensibilità
-Il tuo passatempo preferito?Volontariato in canile/gattile
-Cosa sogni per la tua felicità?Tantissimi soldi per aiutare tutti
-Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?Non poter più danzare
-Cosa vorresti essere?Un sasso
-In che paese vorresti vivere?Londra
-Il tuo colore preferito?Il blu Cina
-Il tuo fiore preferito?Gelsomino azzurro
-Il tuo uccello preferito?Merlo
-I tuoi scrittori preferiti?Edgar Allan Poe
-I tuoi poeti preferiti?Charles Baudelaire
-Chi sono i tuoi eroi? Non ne ho
-E le tue eroine?Madre Teresa di Calcutta
-Il tuo musicista preferito?Tchaikovsky
-Il tuo pittore preferito?Dante Gabriel Rossetti
-Un eroe nella tua vita reale? Mio fratello
-Una tua eroina nella vita reale?Non ne ho
-Il tuo nome preferito?Regina
– Cosa detesti?La supponenza
-Un personaggio della storia che odi più di tutti?Ponzio Pilato
-L’impresa storica che ammiri di più?Rivoluzione Francese
-Un dono che vorresti avere?L’egoismo
-Come vorresti morire?Vecchia e stordita
-Come ti senti attualmente?Sospesa
-Di cosa ti senti in colpa?Di non aver sfruttato appieno le mie qualità
-Lascia scritto il tuo motto della vita
Procedere a furia d’inciampi per andare a finire in saggezza..

Il questionario di Proust – Isabella De Rorre

(Fonte. Fotografia Moderna)

Conoscete il questionario di Proust? Trenta domande, cui in realtà il famoso scrittore da ragazzo rispose. La paternità del gioco, che era un passatempo riflessivo dei salotti francesi, fu così attribuita a lui in seguito al ritrovamento del questionario compilato di suo pugno.

La redazione di theWproject accetta la sfida e consegna ai suoi lettori trenta risposte, perché possiate conoscere meglio direttore e redattori. Comincia Isabella De Rorre

  1. Il tratto principale del tuo carattere? La curiosità
  2. Qual è la qualità che apprezzi in un uomo? L’affidabilità
  3. Qual è la qualità che apprezzi in una donna? L’eleganza
  4. Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? Che mi sopportino
  5. Il tuo peggior difetto? L’essere tignosa
  6. Il tuo passatempo preferito? Scrivere
  7. Cosa sogni per la tua felicità? Scrivere
  8. Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? Non studiare più
  9. Cosa vorresti essere? Uno scrittore
  10. In che paese vorresti vivere? In Italia, al mare
  11. Il tuo colore preferito? il blu
  12. Il tuo fiore preferito? La peonia
  13. Il tuo uccello preferito? L’usignolo
  14. I tuoi scrittori preferiti? Hemingway, Carver, Omero, Garcia Marquez
  15. I tuoi poeti preferiti? Kostantin Kavafis, Neruda, Dickinson, Witman
  16. Chi sono i tuoi eroi? Ettore
  17. E le tue eroine? Elisabetta I
  18. Il tuo musicista preferito? Paolo Conte
  19. Il tuo pittore preferito? Caravaggio
  20. Un eroe nella tua vita reale? Mio padre
  21. Una tua eroina nella vita reale? Ogni donna che realizzi se stessa
  22. Il tuo nome preferito? Francesco
  23. Cosa detesti? La stupidità
  24. Un personaggio della storia che odi più di tutti? Nerone
  25. L’impresa storica che ammiri di più? Quelle di Alessandro Magno
  26. Un dono che vorresti avere? La femminilità
  27. Come vorresti morire? Felice ed esausta di vita
  28. Come ti senti attualmente? Sul bordo di una piscina
  29. Di cosa ti senti in colpa? Di non saper essere crudele ma giusta
  30. Lascia scritto il tuo motto della vita – Per avere un destino, occorre costruirsene uno