Gabriella Giuriato, “Variazioni Geometriche”

A volte, i luoghi in cui nasciamo, determinano in parte o in tutto, il nostro destino.

Dischi 2007 diam 22

Gabriella Giuriato, “pittoscultrice” come è stata e ama definirsi, è come Venezia, città in cui è nata, vive e lavora: piena di sfumature, complessa, ricca.

La sensibilità all’arte di Gabriella Giuriato è forgiata e affinata fin dagli anni ’90 con lo studio della tecnica  del collage, che caratterizza molte delle sue opere, del colore, dell’arte e delle tecniche miste.

Questa splendida complessità, l’artista la esprime attraverso sculture sferiche, di legno o cartapesta, lavorate con la tecnica che ha subito fatto sua, quella del collage, e che meglio esprime la produzione artistica.

Le sfere sono fisicizzazione dello stile geometrico, e icone di eternità e perfezione assolute. Dentro di loro, si raccolgono e rincorrono varie storie o figure geometriche ad armonizzare l’insieme.

Grande attenzione è data ai colori e al loro significato simbolico: così forma geometrica e tonalità cromatiche vivono e respirano insieme. Così, forma e sostanza si allineano e completano.

La tecnica collage è il campo di prova ed il punto di espressione della sua arte; ma non basta.

Si apre allo studio e alla pratica del lavoro grafico che si svolge presso l’Atelier Aperto, scuola e laboratorio del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, seguita dall’artista Nicola Sene, che la  definirà “pittoscultrice, collagista e grafico”.

Dal 2010 aderisce alle varie iniziative a carattere nazionale e internazionale che Atelier Aperto propone, quali: “Il libro della Notte” un libro collettivo che raccoglie 110 artisti uniti insieme a formare un leporello lungo 66 metri, stampato in soli 3 esemplari che gireranno il mondo; una copia verrà poi donata alla Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

Nel 2014 l’iniziativa viene riproposta con il tema “Metropolis”, avendo la straordinaria adesione di 303 artisti, anche qui a formare un lungo libro che gira il mondo. Edito lo stesso in tre copie, una delle quali viene accolta alla Biblioteca Nazionale Marciana con una memorabile mostra (Gennaio-Febbraio 2017) che esibiscono anche le edizioni d’arte del Centro Internazionale della Grafica di Venezia; tra queste, il suo libro d’artista “Donna nella metropoli” ora ivi conservato.

Entra a far parte del gruppo degli artisti dell’Atelier Aperto nel 2014.

Nel 2014 sperimenta l’utilizzo del vetro, che riflette le tradizioni della sua Venezia, per creare varie opere, una delle quali viene esposta nel 2016 in occasione dell’Art Show of International  ad Osaka, Giappone. Nel 2016-2017 altre due opere in occasione della mostra Murano oggi – Emozioni di Vetro, vengono esposte presso il Museo del Vetro Murano (VE).

Nel 2016 è uno degli artisti che partecipa all’invito dello Studio Constellations, nel Nebraska, di realizzare un‘opera che andrà a comporre un libro d’artista, sul tema “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Nel 2012 entra a far parte del gruppo degli artisti de l’Association Internationale  des  arts  plastiques Monégasque  après de l’A.I.A.P., Unesco.

L’attività espositiva dell’artista veneziana, ha toccato, con personali e collettive, città italiane ed estere.

Dal 1 al 14 giugno 2019, la mostra “Variazioni Geometriche” di Gabriella Giuriato, presentazione  Silvio Fuso,  sarà esposta presso la Galleria delle Cornici, Lido di Venezia.

L’inaugurazione avrà luogo il 1 giugno alle 18,30.

Impossibile perdere l’occasione di visitare la mostra, e conoscere, attraverso le sue opere, questa artista sensibile e allo stesso tempo pragmatica, come le forme geometriche che ama.

Galleria delle Cornici, Via Sandro Gallo 49, 30126 Lido di Venezia

www.gabriellagiu.it

Bouquet di fiori al profumo di Tè

(di Martha Petrini)                                                                                                                       Brano consigliato per l’ascolto: Water and Mountains – Xiao Ying

 

Bouquet di fiori al profumo di Tè

Parlando di oriente di fiori e di piante non posso non pensare alla Camellia sinensis

e di conseguenza alla bevanda più antica e in uso al mondo, il Tè.

Uno dei più famosi e utilizzati è quello al Gelsomino che nasce dalla fusione dei fiori con le foglie di tè verde, un connubio delicato e allo stesso tempo ricco di molte proprietà utili e salutari per l’organismo. Ricorda il profumo dei fiori primaverili e allo stesso tempo mantiene il gusto e la freschezza del tè verde.

Lavorando le foglie della Camelia con fioriture differenti nascono infatti molte varietà di Tè.

Tutto dipende da fattori come, il tipo di foglia e di germoglio, il luogo di coltivazione e il periodo di raccolta.

Il tè al gelsomino è consigliato per coloro che hanno bisogno di molta energia, dato che aumenta la vitalità e migliora la concentrazione.

E’ un antibatterico: le sostanze contenute all’interno dei fiori, rendono il tè efficace contro alcuni batteri comuni e ha un’azione antinfiammatoria.

E’ digestivo: migliora l’attività intestinale, soprattutto se consumato durante i pasti, elimina i gas all’interno del corpo, riduce il dolore addominale e gonfiori.

E’ disintossicante: fa bene alla pelle e ha sostanze oleose che contrastano i radicali liberi è un rimedio naturale antiossidante grazie ai flavonoidi contenuti al suo interno.

Si narra che l’origine del tè sia legata alla storia dell’Imperatore cinese Shennong nel 2737 a.C. e che nel fatidico anno 1660 la bevanda si diffuse in Inghilterra, divenendo poi un rituale aristocratico pomeridiano. 

Il Tè porta con se una storia antica, fatta di aromi, sapori, tradizioni.

Anche la preparazione di una tazza di tè ha numerosi riti e metodi, dai procedimenti più semplici a tecniche diverse di infusione, fino ad arrivare alle famose cerimonie del Tè che diventano anche pratiche meditative.

Una tecnica molto allegra e affascinante la si può trovare nella preparazione del Tè fiorito.

Un tè da gustare anche con gli occhi perché fiorisce lentamente nella teiera, aprendo i petali al calore dell’acqua, sprigionando infiniti aromi e profumi.

 

Si tratta di vere e proprie opere d’arte, di composizioni artistiche, fatte con foglie di Tè e fiori legati tra di loro a mano in mazzetti spesso cuciti a forma sferica, al cui interno si celano uno o più fiori.

Ad esempio: calendule, garofani, gelsomini, ma anche crisantemi, rose o ibischi, che vengono così racchiusi in una sfera di foglie, la cui preparazione può richiedere anche un’ora, tra le mani di abili artigiani cinesi.

Il Tè fiorito messo in infusione in acqua molto calda, si schiude lentamente facendo sbocciare dal suo interno fiori di Gelsomino legati tra loro. L’acqua fa aprire il nido e grazie al calore sprigiona dall’interno tutte le proprietà del Tè.

Un bagno rinfresca il corpo, una tazza di tè lo spirito.
(proverbio orientale).

Giapponesi e Galateo della tavola

(di Anna Ubaldeschi)

GIAPPONESI E GALATEO DELLA TAVOLA


Tatami e seiza. Di cosa stiamo parlando?
Di galateo giapponese a tavola, ricco di regole, usanze e tradizioni. Vediamone insieme i sommi capi.
Il tatami costituisce la tradizionale pavimentazione giapponese, composto da stuoie di paglia di riso intrecciate e pressate, ricoperte di giunco. Non sono previste sedute come sgabelli o sedie, bensì dei cuscini in appoggio sui tatami detti zabuton o futon, su cui ci si inginocchia adottando la posizione da tenere a tavola: la seiza. Gli uomini si posizionano a gambe incrociate mentre le donne con le gambe ripiegate da un lato. La tipica posizione di seduta è resa obbligatoria a causa dell’utilizzo di tavolini molto bassi per consumare i pasti.
Sedersi in seiza è usuale anche in molte arti tradizionali giapponesi, come la cerimonia del tè, la composizione floreale, la calligrafia.
Rigorosa è la consuetudine di togliersi le scarpe prima di sedersi a tavola, sia in casa che nella maggior parte dei ristoranti: la pulizia e l’igiene personale è altissima in questa cultura ed è particolarmente manifestata a tavola.


In Giappone il pasto non prevede diverse portate, i piatti giapponesi vengono presentati tutti contemporaneamente ad imbandire magicamente la tavola che sarà rigorosamente in legno sguarnita di tovaglia. Tutti i commensali possono servirsi delle varie pietanze ed è buona regola attendere che tutte le portate siano state disposte in tavola prima di iniziare a mangiare.
Prima di iniziare il pasto si pronuncia itadakimas che significa “ricevo umilmente questo cibo”.
A inizio pasto verrà offerto ai commensali l’oshibori, un panno umido caldo in inverno e freddo d’estate, con cui detergere le mani e utilizzato anche come tovagliolo.


Durante i pasti giapponesi si consumano bevande come tè verde, birra e saké bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del riso.
Il padrone di casa verserà le bevande agli ospiti mantenendo la caraffa con entrambe le mani, così come l’ospite terrà la ciotola con una mano con le dita e l’altra mano alla sua base.
Non è consono versarsi da bere da soli. La regola è servire i commensali ed attendere che qualcuno vi serva a vostra volta. Fa parte della convivialità e del rispetto verso i propri commensali.
Il bicchiere degli ospiti non deve mai restare sfornito, ad ogni sorso viene nuovamente riempito, se non si desidera più bere, si vuoterà il bicchiere e lo si poserà girato sulla tavola.


Le bacchette giapponesi, hashi, possono essere di varie tipologie. I ristoranti normalmente ne hanno un tipo pronto in uso, che vengono eliminate al termine del pasto, mentre in famiglia se ne usano di più eleganti, talvolta laccate, che possono essere anche assai costose.
Le bacchette non vanno mai incrociate o appoggiate sul tavolo, vanno invece utilizzati gli appositi porta bacchette, o sul lato del piatto, sempre perfettamente parallele, mai incrociate.
Non devono essere mai conficcate verticalmente nella ciotola del riso, perché evoca i riti funerari.
Infatti il senkou, il bastoncino di incenso per i morti, è infilato verticalmente nei bracieri durante la commemorazione dei defunti.


Se vi trovate a servirvi da un piatto comune si deve utilizzare la parte dei bastoncini che non avete portato alla bocca, per rispetto verso i commensali.
Un assaggio al vostro vicino non deve essere passato tramite le bacchette, in quanto considerato un gesto che porta sfortuna.
Evitare azioni di qualsiasi tipo con le bacchette: non indicate cose o persone e non trasformiamoci in batteristi di ultimo grido.
Non infilzate mai il cibo con le bacchette ed al termine del pasto andranno riposte sempre sul piattino o sul porta bacchette o sulla custodia di carta in cui le abbiamo trovate.

  • Tutte le zuppe e le paste in brodo vengono gustate dai giapponesi in modo molto rumoroso, risucchiandole, così come i noodles, fatto gradito ai giapponesi che esternano in questo modo il loro consenso alla pietanza.
    Rivelare agli altri commensali di avere fame è considerato disdicevole, rassegnatevi alle porzioni ridotte servite: potrete fare svariati bis, ma è da ineducati riempirsi il piatto.
    Assolutamente disdicevole soffiarsi il naso a tavola, visto che lo è anche farlo in pubblico, farlo in un ristorante è considerato veramente ripugnante.
    Infine mai utilizzare la mano sinistra per tenere il bicchiere di sakè, in quanto considerato irriverente e porta male.
    Al termine del pasto, in segno di gradimento, i commensali usano esclamare “gochisoosama” che significa
    “il pasto era delizioso e nutriente”.

Giappone e buon maniere

(di Anna Ubaldeschi)

GIAPPONE E BUONE MANIERE

Giappone, una terra, una cultura che è agli antipodi rispetto alla nostra.

È importante conoscere le usanze e i modi di fare di un paese così antico e ricco di tradizioni, per evitare di fare brutte figure o mettere a disagio qualcuno involontariamente.

Che fare?

Se vi presentano un giapponese per salutarlo la cosa ideale sarebbe fare un inchino, come loro usanza, apprezzeranno sicuramente il gesto, anche se la gradazione dell’inchino dovrebbe mutare in base al grado della persona che vi trovate davanti. Limitatevi ad accennarlo. Se non volete farlo limitatevi ad una stretta di mano, evitando di lasciarvi andare ad effusioni di qualsivoglia genere; baci ed abbracci sono da evitare se non volete mettere i giapponesi veramente a disagio. Bisogna sempre mantenere una certa distanza quando si parla ed evitare di toccarli.

In metropolitana e negli ascensori, dove è praticamente impossibile mantenere una distanza fisica, per rispettare le buone maniere si dovrà attentamente evitare di fissare le persone, tenendo lo sguardo vacuo ed indifferente. Sui mezzi pubblici non è necessario cedere il posto ad una persona anziana, perché vi sono apposite sedute predisposte per loro e per persone disabili che, contrariamente che da noi, nessuno si sogna di utilizzare se non ne ha i requisiti.

Gli appellativi sono importanti. In Italia non ci facciamo molto caso … signore, signora, professore, dottore … sì, ma anche no. Ecco in Giappone anche sì. “Senpai” è il collega più anziano, “sensei” è un maestro o una persona che ricopre una carica politica, “Kohai” è l’opposto di senpai. E’ necessario stare molto attenti ad utilizzarli e nel modo corretto.

Il biglietto da visita in Giappone è importantissimo, soprattutto in ambito lavorativo. Il biglietto verrà “offerto” con entrambe le mani con la parte davanti posta verso l’alto, per i giapponesi è quasi sacro, perciò si dovrà prendere con la massima cura utilizzando entrambe le mani, andrà letto con attenzione subito e poi riposto al sicuro, nel portafogli o nella tasca interna della giacca. Non andrà mai sgualcito, piegato e tanto meno utilizzato per scriverci sopra. Se viene porto da una persona di grado superiore assolutamente doveroso nel prenderlo è un inchino.

Se vi recate in Giappone per motivi lavorativi sappiate che i momenti di divertimento sono una parte integrante del mondo degli affari, è quindi impossibile non prendervi parte. Dopo la riunione o l’incontro di lavoro, sarete invitati da qualche parte per “socializzare” e non sarà possibile astenersi.

I soldi sono considerati sconvenienti, quindi anche per pagare al supermercato deve sempre essere utilizzato un apposito piattino, è l’unico modo per porgere i denari.

Saper ascoltare in Giappone è ritenuto molto importante, non è solo un pro forma. Quindi ascoltate sempre con attenzione, lasciate terminare di parlare il vostro interlocutore, non monopolizzate la conversazione e soprattutto non alzate mai la voce. Cortesia e moderazione sono le parole d’ordine, da evitare sempre risate sguaiate ed aumenti bruschi della voce.

Quando ridono i giapponesi portano sempre una mano davanti alla bocca, mostrare i denti è visto come un segno di aggressione.

Regola fondamentale del galateo nipponico è quella di gesticolare il meno possibile e di non puntare mai il dito su qualcuno, indicandolo. Si dice che gli italiani parlino con la bocca e con le mani, il nostro gesticolare è ritenuto molto buffo. Il popolo del Sol Levante gesticola poco, anzi per nulla. Movimenti ampi di braccia e mani potrebbero essere interpretati come manifestazioni di rabbia.

Stando in piedi i giapponesi tengono le braccia lungo il corpo oppure intrecciano le mani dinanzi a loro; quando si siedono appoggiano le mani sul tavolo o sulle ginocchia, rimanendo sempre composti.

I giapponesi apprezzano molto l’equilibrio come valore, tanto da applicarlo ad ogni aspetto della loro vita. Evitate di apparire trasandati, di stare in piedi con le mani in tasca o di dondolarvi sulla sedia. Quando parlate con qualcuno non appoggiatevi allo stipite della porta o al muro: rimanete eretti.

Considerato molto sconveniente in Giappone è soffiarsi il naso. Si può “tirare su”, ma non soffiarselo. Quindi se dovete farlo, recatevi in bagno, utilizzate un fazzoletto di carta che butterete immediatamente. Banditi i fazzoletti di stoffa.

Fumare per strada è vietato, fuorché vi sia una apposita “smoking area”, fumare per strada è illegale e si rischiano multe salate. Camminare fumando è vietato perché passando si potrebbe bruciare qualcuno, visto che le strade sono sempre molto affollate, e perché gli altri potrebbero respirare il vostro fumo. In alcune zone è tollerato, ma in ogni caso è severamente vietato buttare mozziconi a terra.

Sconveniente è mangiare camminando, perché si potrebbe sporcare qualcuno urtandolo, è invece consentito bere.

Sui mezzi pubblici è severamente vietato utilizzare i cellulari, parlare ad alta voce e lasciarsi andare ad effusioni tra innamorati. Lo zaino non deve essere tenuto in spalla, perché occuperebbe il posto di una persona in piedi, ma tolto e tenuto dinanzi ai propri piedi.

Fare la fila, sempre. Per entrare in un locale, prendere i mezzi pubblici, acquistare o pagare al bar. I giapponesi rispettano sempre la fila, con ordine e senza lamentarsi.

Le scarpe sono “contaminanti” in quanto si è camminato per strada raccogliendo e calpestando ogni sorta di cose, ecco perché è richiesto di toglierle entrando in una casa privata e nei ristoranti.

Il galateo nipponico a tavola è molto articolato e merita un articolo dedicato. Non perdetelo …

Il Sol Levante è una terra meravigliosa e i giapponesi sono un popolo cortese, rispettiamone storia e costumi.

Un po’ di galateo non fa male a nessuno.

Japan Mood

(di Antonella De Lucia)

Il Giappone, paese lontano e perciò pervaso di mistero, è sempre riuscito ad esercitare un’attrazione straordinaria su tutti coloro che hanno avuto la fortuna di visitarlo. Il dualismo tra spiritualità e materialismo, tradizione ed innovazione ha contribuito nei secoli ad alimentarne il fascino.

Per l’antica tradizione giapponese non vi è un dio che ha creato la natura, ma il divino nasce con l’universo ed è per questo motivo che l’amore per tutto ciò che è naturale caratterizza la realizzazione delle loro abitazioni e degli oggetti d’arredo o di uso quotidiano.

Ogni casa giapponese si fonda sul forte legame con la natura: la semplice disposizione degli ambienti interni, la leggerezza delle pareti, l’utilizzo di pannelli scorrevoli consentono di creare una connessione continua tra esterno ed interno.

La struttura delle case è caratterizzata da ambienti ripetitivi e modulari che creano un perimetro ben definito e regolare la veranda coperta ed il giardino rivestono poi un ruolo fondamentale nell’architettura tradizionale nipponica.

L’impiego di materiali naturali è molto diffuso: i pannelli in carta di riso, i legni aromatici come il sandalo e il cedro, i tatami e i futon, cioè tutto quello che avvicina al mondo naturale.  

Arredare la propria casa seguendo lo stile tipico delle storiche residenze del Sol Levante non è un compito difficile. L’importante è seguire alcune piccole regole perché l’architettura e l’arredo giapponese si contraddistinguono essenzialmente per le linee pulite, il design minimal, l’utilizzo di materiali naturali ed il concetto di spazio aperto.

Gli spazi che si adattano al meglio sono soprattutto gli ambienti open space con ampie vetrate per fare entrare la luce naturale e il verde circostante, possibilmente forniti di un piccolo spazio verde come un terrazzo o un piccolo giardino.

Per gli arredi bisogna concentrarsi su mobili ed oggettistica di origine giapponese, ma ciò non è limitante; quindi stuoie per terra, tavoli bassi in legno, grandi cuscini e pannelli divisori in carta di riso o bamboo sono gli elementi essenziali ed irrinunciabili da cui partire.

Infine, per ricreare la vera anima nipponica, è impossibile rinunciare ad una area outdoor in vero stile zen: qui i protagonisti assoluti saranno le piante, i ciottoli di fiume e le fontane il tutto disposto seguendo un ordine essenziale studiato nei minimi particolari.

Leggerezza, semplicità e minimalismo sono le linee guida da seguire per la scelta degli elementi d’arredo e per la decorazione senza però rinunciare alle comodità garantite dalla tecnologia e dalla modernità che contraddistingue l’arredamento contemporaneo.

Una stagione di cose vere

(di Isabella De Rorre)

Ogni autunno ho necessità di rinnovare qualcosa. A volte piccoli dettagli, come cambiare il colore dell’agenda che per anni è rimasto il rosso. O cambiamenti ben più profondi, radicali.

Questo volta, ho bisogno di cose vere. Facce, fatti, emozioni, luoghi. In copertina troverete perciò una donna vera, bellissima, coraggiosa, moderna. Naturale, con mille sfaccettature. Decisa ma femminile. Proiettata nel futuro, come The WProject

E parleremo di Giappone. Sì, ripartiamo da decisioni non affrettate, da fiori semplici e raffinatissimi, da storie che raccontano stoffe che raccontano una storia. Ripartiamo da un ordine armonioso di vuoto e pieno, dalla dignità. Da città incanti ispirazioni libri hotel cibo, che diano serenità e aprano mille porte e mille vite ancora. Dalla consapevolezza.
Questo autunno, ripartiamo da noi.

Grazie infinite a Lara Caggiani, la nostra donna-simbolo d’autunno, per i bellissimi ritratti.

Pazzi per la bellezza. E per la Brianza.

(di Isabella De Rorre)

Una settimana fa a quest’ora, stavo godendo dei benefici effetti di una giornata passata in Brianza. Premetto, ed è come se mi costituissi dopo aver scoperto quanta bellezza nasconda, che fino a domenica scorsa non la conoscevo quasi per nulla. Ci sono passata sempre di corsa, come un viaggiatore distratto, per arrivare ad un appuntamento. A volte, per prolungare il viaggio fino alle amate montagne. Ci volevano Loredana Fumagalli, che fra le mille attività  nel mondo della comunicazione e degli uffici stampa è anche ambasciatrice del Consorzio Brianza che Nutre, ed il suo gentile invito al Blogger Day, per convincermi. Il Consorzio composto ad oggi da una quindicina circa di consorziati, promuove il territorio della Brianza e le valorizza il patrimonio culturale, artistico, gastronomico. Quella che poteva essere una domenica normale, si è trasformata così in una deliziosa domenica a spasso.

Prima tappa, è stato lo showroom de Il Bosco degli Eventi, agenzia che organizza eventi appunto di ogni genere (fra cui matrimoni) e la conoscenza con Dalila e Omar, i due titolari. Provenienza dal mondo della moda lei, dal mondo degli eventi lui, la prima cosa che ho pensato è stata: “Questo due sono matti”.

Lo dico in senso buono perché a me chi è maniaco dei dettagli, della bellezza e della sua ricerca, e di bellissimi progetti da rendere concreti, piace da subito e tantissimo. E questi due lo sono, maniaci. E soffrono di una malattia fantastica: l’entusiasmo.

Non riescono proprio a liberarsene, e uno se ne rende conto subito, da come ti accolgono, da come ti raccontano le loro idee. Disponibili a raggiungere qualsiasi punto  della terra, sono davvero al centro di un bosco, e di notte quando arrivano come folletti per preparare i loro allestimenti, si fermano a guardare le lucciole che si rincorrono fra gli alberi. Ogni tanto li abbracciano anche, gli alberi intendo. Ne hanno fatto abbracciare uno anche a me.

Ma non ero da sola. Con me c’era un gruppo di ragazze fantastiche! Giornaliste, Blogger, Copywriter… ma detto così è riduttivo.  Ah. Le ragazze sono matte. Anche loro. Come me.

 

Come Loredana. E come Danila e Omar. Che consolazione. Torniamo a Il Bosco degli Eventi. Del team fanno parte, come partner, per esempio:

Luisella Proserpio di Punto Fiore Events, che ama i fiori tanto da rispettarne l’anima, il significato più profondo e la stagionalità. Mi è sembrata una specie di vestale dei fiori, ecco.

Una bella sensazione, come quella di portare il suo corsage al polso o di vedere i fiori che avevo scelto trasformati in un bouquet che mi somigliava.

O come Francesco Marchetti di La Bottega del Cuoco, che dopo diverse esperienze presso rinomati ristoranti della Brianza, anni fa decise di mettersi in proprio, e che propone menu sani, gustosisi ed estremamente versatili. Per noi, ha preparato dei cestini da picnic,  con monodosi equilibrate e fresche, comprese alcune proposte per vegetariani.

O come Greta Baccini, che scrive di storie d’amore di dolore di esperienza e di vita su commissione. E che la vita prima di trasmetterla al foglio di carta, la percorre la accarezza la rispetta e la assapora in tutta la sua pienezza. Con queste premesse, ogni evento organizzato da Il Bosco degli Eventi,  non potrà  che essere un successo!

La seconda tappa è stata Agliate, dove ci attendeva l’antichissima Basilica dei Santi Pietro e Paolo.

Qui la padrona di casa ci ha affidato alle cure dell’Associazione Demetra Educazione Ambientale e Culturale, che ha ricevuto da Parco Valle Lambro il prezioso incarico di valorizzare e promuovere appunto le ricchezze del territorio e le sue risorse, anche ambientali.

Qui, siamo tornati tutti bambini. Occhi e bocca aperti per lo stupore  Sì! Perché con il battistero a 9 lati, i suoi affreschi raffiguranti Sant’Onofrio e la Madonna con bambino, gli echi celtici, i riferimenti al culto delle Pie Donne  particolarmente sentito sul territorio, la Basilica rappresenta un esempio di contaminazione fra culture diverse, e manifesta quanto le radici in cui affonda la storia Brianzola siano profonde e ricche di contenuti. Grazie ancora , e dal profnondo del cuore, a Loredana Fumagalli che è stata la promotrice di questa splendida giornata!

  1. (photo credits Il Bosco degli Eventi: Luca Arnone)

#theWProjectadore- Il #bloggerday di Brianza che nutre

(di Isabella De Rorre)

Certe domeniche di The WProject hanno un sapore speciale. Come quella del 22 luglio, trascorsa alla scoperta della Brianza e di luoghi che sono diventati del cuore.
I 10 #thewprojectadore legati all’evento.

Buona lettura!

1. Essere trascinati dall’energia incontenibile, e dalla professionalità, di Loredana Fumagalli , ambasciatrice del consorzio Brianza che nutre che ci ha permesso con il suo #bloggerday di dedicare la giornata ad un territorio che svela molte sorprese.

2. Scoprire che ci sono boschi dove perdersi per ritrovarsi. E trovare persone come Omar Adamo e Danila Gottardi che con Il Bosco Degli Eventi traducono sogni in realtà.

3. Trovare un gruppo di colleghe fantastiche, piene di passione e di vita da raccontare e condividere.

 

4. Fare un picnic in piena regola, grazie a La Bottega del Cuoco di Francesco Marchetti, che ci ha viziati con del cibo sano, delizioso e fresco.

5. Poter ascoltare il respiro del bosco grazie alla dedica di Greta Baccini che scrive di sentimenti, di felicità e dolori, di vita.

6. Entrare a far parte di una #flower community grazie ai corsage e ai bouquet di Luisella Proserpio con Puntofiore Events.

 

7. Tornare bambini e guardare il mondo con occhi nuovi, immergendosi nei misteri della basilica di Agliate e del suo Battistero grazie a Educazione Ambientale e Culturale AEA Demetra che per Parco Valle Lambro valorizza il territorio della Brianza.

8. Ridere, di gusto, condividere contatti esperienze numeri di telefono battute, con chi per un giorno ma speriamo anche in futuro, ci somiglia e cui somigliano.

9. Mangiare confetti e bere un prosecco in ricordo di una giornata strepitosa.

10. Desiderare di tornare a sedersi per terra per un’altra foto di gruppo e per passare un’altra giornata insieme!

Grazie ai protagonisti di questa giornata!

Elena Stafano Rossella Romano Cocco Federika Daniela Ferrando Maria Grazia Sartirana Laura Gobbi LustigTime Linda Fiumara

#theWProjectadore- Il Direttore

Come promesso, ecco i 10 #thewprojectadore del direttore:

1. Coltivare un rito tutto per sé, come stendere sul viso la sera prima di dormire un olio prezioso (in questo periodo il J’adore va a “Huile précieuse à la rose noire” di Sisley);

2. Avere una collana/talismano gioiello, realizzata in esclusiva per me per i periodi no, per quelli sì, per affrontare le prove della vita o semplicemente la giornata che verrà. La mia è rosso fuoco e il suo nome è ovviamente “Fire” dalla collezione in pietre dure “4Elements” di Maga Gioielli .

3. Continuare a studiare, sempre. Per sempre. Magari le basi della comunicazione efficace tramite la retorica antica. Perché il passato non è mai stato così amico e attuale come ora.

4. Concedersi vizi piccoli e lussuosi, per trattarsi da regina ogni volta che se ne senta il bisogno, per esempio con una selezione delle praline di Farage Cioccolato in una confezione regalo.

5. Continuare a coltivare l’arte della scrittura. Scrivere: appunti lettere liste, magari sui quaderni di Maisons du Monde che ad ogni stagione si rinnovano e sono una tentazione cui non si può resistere.

6. Tornare a Ortigia. In ogni stagione, con ogni tempo, per riscoprirla ogni volta nuova. E poi, arrivare al Castello di Eurialo per guardare il mondo con occhi diversi, per farsi inondare dalla bellezza collaterale.

7. Scalare una vetta ad ogni stagione. Non importa l’altitudine né il dislivello. Importa il viaggio. Importa godersi, il viaggio. Io ho messo in progetto uno alla volta tutti i sentieri che portano al Cornizzolo. E poi, le Grigne.

8. Sedersi all’ora di pranzo a mangiare un panzerotto tradizionale di Luini all’inizio della primavera e dell’autunno nell’Orto Botanico di Brera. Provare per credere. E per farne una tappa fissa.

9. Coltivare un giardino, segreto ma reale, piccolo e grande che sia. Per ristabilire le priorità e saper stare in silenzio ad osservare. E coltivare in grandi vasi piante antiche e rose profumate.

10. Regalarsi un abito su misura all’anno. Per essere perfette ogni volta che ci si specchierà in qualche vetrina.

#theWProjectadore

The WProject ha il suo #stile …un #mood che si mantiene costante se pur attento ad ogni novità. E somiglia a chi ci segue con affetto. Perché fra #amiche dopo un po’ si cominciano a condividere gli stessi desideri, sensazioni, ispirazioni.
Non ci fermiamo mai!
A voi una nuova #rubrica: #thewprojectadore
Dieci ispirazioni, ricordi, piccoli e grandi lussi, propositi, idee, luoghi e sensazioni, oggetti cari al cuore.
Vorremmo, come già fatto per #portraitsthroughthefood , sentirvi vicini e sapere quali sono i vostri! Inviateli qui sulla pagina facebook o alla mail: thewprojectadore@gmail.com

Ritratto di Lucilla

(di Antonella De Lucia)

Da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di adornarsi con oggetti rari e preziosi, per poter dimostrare la propria importanza e il proprio prestigio all’interno di una comunità. Mentre i primi monili erano sostanzialmente costituiti da conchiglie e pietre particolari, con l’età del bronzo si iniziò ad apprendere l’arte della lavorazione dei metalli che costituì un passo importante nella fabbricazione di gioielli che rispecchiassero la creatività personale.

Ogni creazione acquista un valore determinato dalle particolari lavorazioni che subisce e dai materiali utilizzati, così che si può arrivare a definire “arte” un gioiello che raccolga in sé queste caratteristiche.

La designer di gioielli Lucilla Giovaninetti è la protagonista di questo ritratto di donna. Intraprende la sua attività artistica sul gioiello dopo averne approfondito la storia e l’iconografia che le consentiranno per alcuni anni di dedicarsi all’insegnamento della progettazione e della storia dei gioielli in alcune scuole di design.

Il sogno di una linea di monili che rispecchi le sue esperienze e il suo gusto si realizzerà in seguito con lo studio delle tecniche di lavorazione di metalli più o meno preziosi, smalti e cere, tessuti colorati resi rigidi in un bagno di resina.

Ma dove nasce l’ispirazione, quali sono gli stimoli che colpiscono gli occhi e la mente di Lucilla? Soprattutto dalla realtà circostante, da luoghi conosciuti e cari, ma anche dalle influenze esterne e più lontane. Molti sono poi i riferimenti al mondo vegetale come foglie, fiori adagiati e rami contorti.

“I miei lavori credo siano il risultato di studi, tradizioni, influenze e sovrapposizioni geografiche, un intendere il LOCAL in senso più ampio dal semplice ambito territoriale.”  La sua sperimentazione si basa sulla sovrapposizione e non sull’esclusione, sul contrasto tra lucido e opaco, sull’unione di materiali differenti come il metallo con la stoffa.

Il tessuto, così plasmabile e versatile, riveste un grande fascino per la creatività di Lucilla: permette la realizzazione di gioielli dai grandi volumi con il vantaggio della leggerezza. Partendo da delle forme geometriche elementari la stoffa subisce varie manipolazioni (cuciture, tagli, pieghe, colorazioni) fino a giungere alla forma desiderata per poi essere irrigidita dalla resina.

Anche i gioielli in metallo seguono delle lavorazioni ad hoc adatte a ricreare un senso di morbidezza con un materiale che certo morbido non è; il filo conduttore della progettazione si fonda sul contrasto tra pieno e vuoto con richiami al mondo naturale.

Lucilla Giovanninetti, 56 anni, vive e lavora a Milano. Le sue collezioni sono caratterizzate soprattutto da pezzi unici sempre diversi tra loro o da gioielli in piccole serie che vengono proposti a negozi e gallerie.

Lunga è poi la lista delle sue partecipazioni a mostre ed eventi nel settore del design del gioiello.

(profile photo credit Vittorio Calore)

Vere signore e regole d’oro da non dimenticare

(di Anna Ubaldeschi)

Emancipazione … cavalcando questa onda galoppante, alcune donne oggi emulano gli uomini perfino nei comportamenti. A risentirne è la femminilità.
La femminilità, aurea di bellezza che resta, nonostante tutto, il segreto che conquista il mondo maschile.
Che fine hanno fatto le buone maniere da vere signore?

Il bon ton non può essere relegato semplicemente al sapersi comportare a tavola o all’evitare di dire parolacce; il bon ton è un’arte!
Sempre più donne sono quotidianamente alle prese con incontri di lavoro, riunioni, occasioni formali ed informali. Rispetto al passato si esce più spesso, si vive maggiormente a contatto con gli altri, per questo diviene importante riconoscere il momento opportuno in cui utilizzare le buone maniere.
Purtroppo poche donne riescono a comprendere ad esempio, quando arriva il momento di spegnere il cellulare. In un incontro lavorativo, di coppia o durante l’aperitivo con l’amica, il mondo virtuale dovrebbe restare fuori temporaneamente dalla nostra portata. Il ricorso continuo al telefono, ai social network da cui pare non si riesca a distaccarsi mai, è infatti indice di mancanza di rispetto per chi ci accompagna, uomo o donna che sia.
Sono altre tre le parole che andrebbero rispolverate nell’essere femminile: rispetto, cortesia e riguardo.
Una donna che sorride ad un gesto gentile è sempre una gioia per gli occhi e per il cuore e ben predispone gli astanti. Essere disponibili e cordiali è molto più importante dell’avere un buon carattere. Non si può pretendere educazione dagli altri se non siamo prima di tutto noi ad esserlo!
Le buone maniere riguardano infatti in buona parte il modo in cui trattiamo gli altri.
Una donna garbata utilizza sempre le buone maniere, sia nel pubblico come nel privato. Difficilmente alza la voce, comunica ciò che pensa sempre con toni controllati.
Sapere quale forchetta usare ad una cena formale ed adottare un perfetto comportamento a tavola sarà certamente un punto a favore, ma nell’era della comunicazione, sarà assolutamente importante saper ricorrere ad un linguaggio verbale e corporeo che crei un clima disteso e piacevole intorno a noi.
Quando qualcuno chiede “come stiamo”, ad esempio, è preferibile evitare l’elenco dei pensieri negativi, delle lamentele e la narrazione di tutto ciò che di negativo è capitato, tanto meno è cortese sciorinare gli innumerevoli successi raggiunti.
Opportuno invece limitarsi ad interagire con l’interlocutore tramite risposte brevi e positive, favorendo la conversazione e l’interscambio di notizie.
Si dovrebbe cercare di concentrarsi più sugli altri e meno su se stessi.
Parola d’ordine: pensare prima di parlare o agire.
Una donna che chiacchiera oltre modo risulta smisurata: si dovrebbe ascoltare e rispettare chi è diverso da noi, soprattutto utilizzando pazienza e gentilezza anche nelle grandi criticità.
Le buone maniere rivelano sensibilità, ecco perché la moda delle brave ragazze non è mai passata. Uno stile sobrio nel vestiario e nell’approccio col prossimo dona eleganza.
Essere donne moderne non vuol dire rinunciare alla tradizione.
La vera signora sa muoversi a passo lento o visto i tempi che ci obbligano a ritmi sempre più incalzanti, sa essere veloce nel rispetto di chi la circonda, evita abbigliamenti succinti ed inappropriati ai luoghi ed alle occasioni, sa integrarsi all’interno di una conversazione con garbo ed educazione.
E’ aperta intellettivamente, sa comprendere gli altri e non pretende che venga soddisfatto ogni suo capriccio e desiderio.
Una donna bon ton sa come e quando agire e lo fa con classe! Sempre.

Greta Garbo, la fata severa

(di Silvana Soffitta)

Chissà se Mauritz Stiller, attore e regista tra i più noti del cinema muto svedese, amico e pigmalione di Greta Lovisa Gustaffson nel darle il nome d’arte abbia immaginato quanto GARBO si addicesse per sobria eleganza alla divina attrice, mito osannato, a tratti demolito e oggetto di studio di Roland Barthes che analizza il viso della Garbo, algida bellezza esistenziale che eleva la bellezza essenziale. Esistenziale perché intima, sofferta, da “amor cortese” come scrive Barthes dove l’amore e il desiderio sviluppano sentimenti mistici.

Greta Lovisa Gustaffson nasce e vive la prima giovinezza in gravi ristrettezze economiche e già da adolescente fa i conti con quella sua bellezza inquietante che attrae lo sguardo maschile dal quale si sottrae. Il suo linguaggio è muto come i film del tempo e la sua voce in seguito all’avvento del sonoro risulterà sgradevole, inadeguata, di fatto superflua. Sono gli sguardi magnetici, sicuramente studiati a tavolino, poi, che contribuiranno alla carriera e alla nascita del mito Greta Garbo. Nelle rare interviste l’attrice raccontava di essere stata una bambina schiva, timida e di umore instabile. Amava travestirsi, agghindarsi davanti ad uno specchio e inscenare piccole rappresentazioni teatrali, alternando lunghi periodi di solitudine ad altri di piena euforia. Un carattere scontrosa distante anni luce dalla morbosa attenzione che la fama le riserverà.


Raggiunta la notorietà, lo stile Garbo, caratterizzato da un abbigliamento informale, a tratti androgino, con giacche, cravatte e pantaloni accompagnati da basse scarpe stringate, alimenta un’incursione giornalistica insopportabile per una personalità poco incline a svelarsi totalmente perché, un conto è recitare un ruolo, altro mettere a nudo quello che il pudore di sé non consente. Sembra incredibile – oggi – bombardati, nostro malgrado, da un’indigestione di gossip, solo pensare di ritirarsi dalle scene e dalla vita pubblica a 36 anni e per desiderio di calare il silenzio su di sé.

Un abisso di garbo separa la bellezza esistenziale da quella esibita: sì, reale, ma vagamente elegante. Ecco, forse la costruzione di un mito avviene per sottrazione; per l’impossibilità di scavare ancora e ancora nella vita privata di una star. Morbosità per lo più accettata nel nostro tempo di sovraesposizione mediatica che tutto ingoia ed espelle in una ingordigia che farebbe orrore alla misteriosa Garbo.
E cos’è la bellezza, se non il garbo accompagnato dallo stile? La grazia, il linguaggio non verbale, la mimica. Volgere lo sguardo là, in fondo, lontano da sé e allo stesso tempo catalizzare l’attenzione con la sola forza di una voce che vuole essere muta.
Eterea, il viso angelico custodisce due occhi freddi come il Baltico della sua Svezia illuminata dall’ aurora boreale mentre inarca il sopracciglio perfetto in un ovale lievemente squadrato. E labbra ben disegnate pur non carnose, che raramente si schiudono in una sonora risata, regalano un sorriso enigmatico.
Il mistero della sua bellezza sta nell’essere simbolo. Quella sfera che amalgama ciò che è materiale, tangibile e ciò che è sensibile: visibile attraverso la percezione dei sensi e anche oltre, sovrasensibile, al di là del percettibile, dimensione che costruisce il proprio Io. Greta Garbo ha cavalcato il suo essere simbolo di emancipazione edificando, suo malgrado, il racconto inesauribile di sé che si alimenta e s’arricchisce come solo accade per i miti con forte valenza simbolica. Miti che si avvalgono del silenzio, offrendo ad altri, nel tempo che verrà, la narrazione di ciò che sono stati.


Come una fata severa, così la definì Federico Fellini, ammalia, e ammonisce nel contempo mentre ci ricorda l’imperfezione della bellezza che l’uso esclusivo della vista limita ad una visione parziale. Fata severa, incanto di un rigore che vorremmo ritrovare.

Stile ed Eleganza in un mondo che cambia

(di Anna Ubaldeschi)

Quante volte nella vita è possibile affermare di aver incontrato una vera signora?
In un tempo in cui, ahimè, imperano arroganza, egoismo e spesso ineducazione, in cui certamente le donne sono intelligenti, in carriera, informatissime, diplomatiche … sanno essere anche eleganti?
L’avvento di Internet ha radicalmente mutato il modo in cui si interagisce: cellulari e computer hanno cambiato il nostro modo di vivere stravolgendo anche il tradizionale concetto di bon ton.
Ma per quanto diverse siano le cose, i principi della buona educazione restano gli stessi: “Per favore”, “grazie” e “prego” funzionano ancora in ogni situazione ed occasione.
Trattare gli altri nel modo in cui si vorrebbe essere trattati è ancora oggi il principio su cui una signora dovrebbe basare il proprio modo di porsi.
La continua evoluzione del mondo e le nuove e sempre più pressanti tensioni a cui le donne sono sottoposte, non dovrebbero mai impedire di conservare la pazienza ed il decoro che ha sempre contraddistinto una vera signora.
Al termine “signora” nel corso degli anni sono stati attribuiti significati differenti, anche non sempre lusinghieri, quindi l’essere donna, non significa automaticamente essere una signora.
Comportamenti, atteggiamenti, modo di vestire e costumi sociali, sono cambiati in maniera talmente drastica che “essere una signora”, come lo intendevano le nostre nonne, difficilmente corrisponde alle aspettative odierne.

Guanti bianchi e cappelli non fanno quasi più parti del nostro outfitt, come lo erano invece per le donne delle generazioni antecedenti a noi, né una donna deve essere necessariamente accompagnata ad un evento o una funzione, come invece era un tempo.
La donna di oggi sa che è necessario l’accrescimento del proprio bagaglio culturale, garantirsi un’istruzione superiore, ma sa anche che deve sapersi destreggiare correttamente in società, perché questo fattore le potrà conferire il potere per divenire veramente donna di successo e a modo.
La donna sa che la soddisfazione della vita non è unicamente arrecata dalla taglia di abito che indossa o dal brand riportato sul cartellino (anche se questi fattori le sono tutt’altro che indifferenti … ça va sans dire) e nemmeno il quantitativo di denaro che possiede o i gioielli che indossa.
Bellezza e ricchezza sono beni sfuggevoli, mentre la personalità e saper essere signora le permetteranno di essere giudicata dagli altri al meglio e per quello che veramente è.
Garbo, stima in primis per se stessa e poi per gli altri, parole sincere e valori forti le riserveranno un posto speciale nell’animo di tutti coloro che entreranno in contatto con lei.
Essere considerata una signora è uno dei complimenti più grandi che una donna possa ricevere nella vita.

I Fiori di Georgia O’Keeffe

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’introduzione alla lettura: Liberation di Christina Aguilera

Passeggiando nelle sale di musei di tutto il mondo, sono tante le tele raffiguranti soggetti floreali, appesi a muri annoiati davanti a spettatori inesistenti.

Ci sono fiori tra le dita di dame e regine, fiori in vasi trasparenti, fiori recisi adagiati su tavoli di frutta, fiori vicini a pagnotte spezzate, fiori avvizziti tra insetti e api ronzanti, fiori magistralmente dipinti ma di poco coinvolgimento, e poi ci sono fiori giganti, iperrealistici, conturbanti, pieni di simbolismo, di colore, i fiori di Georgia O’Keeffe.

Donna indipendente, anticonformista, è decisamente l’icona dell’arte americana del ventesimo secolo, sia per un discorso culturale di carriera artistica che per l’effettiva longevità che la vita le ha offerto di attraversare ben 98 anni  vissuti intensamente.

Spesso associata e presa d’ispirazione da  movimenti femministi che attribuiscono una lettura  freudiana alla sua pittura o meglio alla pittura dei suoi fiori intravedendo tra i petali associazioni legate alla sessualità femminile. Allusioni che O’Keeffe non apprezzava, suggerendo piuttosto ai suoi interlocutori di prendere tra le dita un fiore e osservarlo da vicino, sentirlo proprio e capirne il suo mondo.

Lei voleva donare questo al suo spettatore, il suo modo personale di interpretare la femminilità rappresentandone l’eleganza, la purezza, la delicatezza dei colori, un fiore che prende forma ingigantendone i tratti quasi ad entrare nell’intimo spirituale di una donna, una visione e un linguaggio prettamente metafisico elegante, delicato.

 Ma partiamo dall’inizio.

Nata in una fattoria del Wisconsin il 15 novembre del 1887 da genitori proprietari terrieri che non ostacolarono mai la sua voglia di studiare arte, permettendole di seguire vari corsi di specializzazione e iscrivendola nel 1905 all’Art Institute of Chicago.

Due anni dopo si trasferisce a New York dove segue i corsi di William Chase, valido esponente dell’ Impressionismo, all’Art Students League.

Nel 1908 conosce il suo futuro marito durante una mostra di acquerelli di Rodin, il fotografo Alfred Stieglitz, nonché mecenate della sua arte.

Le opere di Rodin la ispireranno cosi tanto da usare questa tecnica gli anni a seguire.

 Le opere degli anni ‘10 sono caratterizzate dall’astrattismo armonioso e lineare principalmente opere a carboncino ed acquerelli molto innovativi.

Tra il 1910 e il 1912 Georgia O’Keeffe, oppressa e dubbiosa sulle sue capacità artistiche, smette di dipingere con la scusa che l’odore della trementina le fa male e si dedica all’insegnamento presso diverse scuole: University of Virginia, Columbia College, West Texas Normal College, scuola pubblica di Amarillo (Texas).

Nel 1914 frequenta un corso di aggiornamento per insegnanti presso la Columbia University.

Ma la fortuna la accompagna, come maestri ha: Arthur Dove, uno dei primi artisti modernisti americani considerato il primo pittore astratto americano e Arthur Wesley Dow appassionato delle espressioni artistiche orientali e delle tecniche giapponesi. Aiuta la O’Keeffe ad allontanarsi dalle forme e dalle regole pittoriche che aveva trovato soffocanti nei suoi primi studi.

 O’Keeffe, lavora sul suo nuovo modo di dipingere, desidera fare arte e usare la pittura più spontaneamente, cerca la sua anima e la sua natura.

  “Ho delle cose nella mia testa che non sono come quello che qualcuno mi ha insegnato … forme e idee così vicino a me … così naturali per il mio modo di essere e di pensare anche se altri non hanno pensato di dipingerle”.

Nel 1916 espone a New York in una collettiva presso la famosa “291” centro dell’Avanguardia Modernista, sulla Fifth Avenue, la galleria fondata e diretta dal futuro marito dove, l’anno dopo, terrà la sua prima personale.

Nel 1918 Georgia O’Keeffe decide di dedicarsi interamente alla pittura, si stabilisce a New York e stringe rapporti con alcuni artisti che frequentano la “291”, sposa Alfred Stieglitz  iniziando una delle collaborazioni più fruttuose.

Stieglitz, organizzerà diverse mostre per O’Keeffe facendola conoscere negli ambienti dell’avanguardia newyorkese.

 La relazione tuttavia  si rivelerà in futuro insostenibile e tempestosa. Spinse la O’Keeffe ad allontanarsi per lunghi periodi verso il New Messico, luogo che negli anni futuri diverrà la sua casa definitiva oltre che terra ispiratrice di quadri diventati iconici.

Dagli anni ‘20 a seguire lascia definitivamente la tecnica dell’acquerello per dar spazio a produzioni ad olio con quadri di grandi dimensioni spesso con soggetti architettonici ispirati ad edifici newyorkesi.

 

La sua composizione pittorica si avvicina sempre di più a quella che sarà  la futura autentica O’Keeffe.

Questa nuova produzione la introdusse al successo consacrandola una delle artiste più importanti d’America.

Dal 1929 passa diverso tempo nel Nuovo Messico dando inizio ad alcune delle produzioni più famose con soggetti tipici della zona, come conchiglie, ossa di animali, paesaggi desertici, ma anche cieli aperti e luminosi tipici delle zone che visitava.

Le immagini sono spesso astratte dai contorni increspati, i colori sono lievi fatti da tonalizzazioni variabili che trasformano i soggetti in entità astratte, spesso interpretabili in trasfigurazioni erotiche.

Gli anni ‘30 e ‘40 le furono molto riconoscenti, premiandola con importanti “lauree ad honoris causa” ricevute da numerose università.

 

Nel ’46 muore il marito e lei si trasferisce nel Nuovo Messico dove produce una serie di pitture ispirate all’architettura della sua casa, oltre a paesaggi e scorci di nuvole come viste dai finestrini di un aeroplano, immagini presenti nella sua mente forse per i numerosi viaggi sostenuti.

Ma torniamo alla suo percorso artistico, nel 1951, O’Keeffe fa il suo primo viaggio in Messico, dove incontra gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo.

Negli anni ’40 e ’50 la pittrice tiene numerose retrospettive in diversi musei e nel 1953 compie un primo viaggio in Europa, seguito da un lungo viaggio in giro per il mondo che la porta Asia, nel Pacifico e nel Sud America.

Nel 1970 torna a New York dopo quasi trent’anni di assenza, in occasione di una vasta retrospettiva al Whitney Museum, la sua fama la precede, ma l’età avanzata le indebolisce la vista obbligandola a diminuire la sua pittura.  È del 1972 il suo ultimo dipinto.

Questa condizione fisica la spinge a esplorare altre tecniche si avvicina alla creta ed inizia a lavorare su alcuni manufatti scultorei. Per aiutarla nel suo sempre più faticoso lavoro, Georgia O’Keeffe assume un giovane ceramista, Juan Hamilton.


Il 10 gennaio 1977 il Presidente degli Stati Uniti Gerald Ford la premia con la Medaglia presidenziale della libertà, la prestigiosa onorificenza civile che viene conferita a coloro che hanno dato “un contributo meritorio speciale per la sicurezza o per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata”.

Gli anni passano e nel 1984 si trasferisce a Santa Fe, a vivere con Juan e la sua famiglia, mentre continua a preparare mostre e retrospettive.

 Muore nel marzo del 1986 a Santa Fe.

I suoi quadri, il suo stile la sua personalità hanno influenzato non solo la pittura ma anche la moda del suo secolo e quella contemporanea, detiene il record mondiale come artista femminile per il valore delle sue opere battute all’asta; record raggiunto nel 2014 quando il suo quadro “Jimson Weed/White flower n1” dipinto nel’32 è stato venduto da Sotheby (Londra) per circa 44 milioni di dollari.

 

 

I paesaggi urbani, le nature morte, i fiori, non solo hanno riempito le tele dell’arte, con energia e passione selvaggia ma anche con coraggio interpretativo.

Il suo personaggio è l’arte a 360 gradi, pittura, scultura, architettura, fotografia, icona di stile per le scelte stilistiche del suo guardaroba e accessori ricercati.

La Donna.

Reale, minimal, nei toni del bianco e nero, ha raccontato come essere sensuale anche senza troppi fronzoli e senza seguire cliché. Anteponendo intelletto, temperamento e soprattutto Libertà personale.

Madame la Marchesa

(di Antonella De Lucia)

Definita la “Divina Marchesa da ” Gabriele D’Annunzio, Luisa Amman, nata a Milano nel 1881, era la figlia di un ricco ed intraprendente produttore di cotone di origini ebraiche. Nel 1900 sposò il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino e fu madre della loro unica figlia Cristina.

Luisa, assieme la sorella Fanny, trascorre la giovinezza frequentando l’ambiente culturale del primo novecento, ricco di stimoli e cosmopolita. Vari saranno i personaggi che avrà la fortuna di frequentare e conoscere: da Ludwig II di Baviera all’imperatrice Sissi d’Austria, o Sarah Bernhardt e Virginia Oldoini, contessa di Castiglione che per l’epoca rispecchiavano il modello di donna libera ed indipendente dal dominio maschile.

Rimasta orfana giovanissima, eredita la grande fortuna del padre e perciò entra a far parte di quella schiera di giovani ricche ereditiere ambitissima tra i giovani dell’aristocrazia e della borghesia italiana.

La sua figura longilinea, il suo amore per gli sport, il suo carattere originale e i suoi magnifici occhi verdi e il rosso acceso della sua capigliatura le consentono di convolare a nozze con il marchese Casati Stampa, scapolo prestigioso ed affascinante.

Il ruolo di moglie e poi di madre che le viene imposto dal matrimonio si ripercuoterà negativamente sulla vita coniugale della bella marchesa; i suoi interessi più ampi ed estrosi la spingeranno verso la ricerca di nuove esperienze che spesso rasentavano l’eccentricità. Abiti stravaganti, trucco pesante, acconciature moderne, passioni dispendiose, feste sfarzose sono alcune delle cause che determinarono la separazione conclusasi con il divorzio nel 1924.

 

E’ l’incontro con Gabriele D’Annunzio e la loro relazione amorosa, che determinerà la sua definitiva trasformazione, il suo rifiuto delle regole borghesi, la sua ribellione che la porterà a diventare uno spirito libero e la musa prediletta degli artisti del primo novecento. Questa sua voglia di indipendenza, unita ad un discreto patrimonio economico, si concretizzo nelle sue molteplici relazioni amorose, in viaggi, cambi di residenza, ma soprattutto nell’opera di mecenatismo verso i talenti emergenti.

La lista degli artisti che si sono ispirati a lei, che ne hanno descritto l’eccentricità, che ne hanno dipinto la bellezza, che ne hanno sottolineato l’indipendenza, è lunga e costellata di nomi illustri.

Il più conosciuto fra tutti è il pittore Giovanni Boldini, con il suo ritratto “La Marchesa Luisa Casati con un levriero” del 1908: Esposto al Salon de Paris l’anno seguente l’opera riscuoterà un immediato successo, non solo per bellezza del quadro, ma soprattutto per il fascino del soggetto raffigurato. Ma non fu certo l’unico che volle rendere immortale l’estroversa dama con un suo ritratto: Alberto Martini, Umberto Boccioni e Giacomo Balla ne furono fortemente ispirati, poi ricordiamo il dipinto del pittore britannico Augustus John che nel 1919 ritrae la Marchesa senza veli;

nel 1920 fu la volta della pittrice americana Romaine Brooks che ritrasse anche D’Annunzio mentre Mario Natale Biazzi ci ha lasciato un suo intenso primo piano dipinto nel 1930.

Molto infine sono le fotografie che ci riportano della marchesa un’immagine fedele ed in continua evoluzione con il passare degli anni; la foto in bianco e nero scattata nel 1928  dall’artista dadaista Man Ray rispecchia in pieno il suo desiderio di sperimentare e di conoscere.

Il suo stile di vita dispendioso infine la portò alla rovina; dovette vendere molte delle sue proprietà e delle sue collezioni d’arte per fronteggiare i debitori per poi trasferirsi a Londra ricongiungendosi con la figlia Cristina. Qui è sepolta nel Brompton Cemetary dal 1957, anno della sua morte.

Female Portraits


(di Isabella De Rorre)

Molti, moltissimi sono i ritratti di donna che arte, cinema e letteratura ci hanno regalato e continuano a regalarci.

Nei miei ricordi più vividi stanno Meryl Streep e Glenn Close, alias Clara e Férula de “La Casa degli spiriti” di Isabel Allende, in particolare nella scena alla sala da thea, dove Clara dice a Férula che saranno sempre sorelle. E poi c’è la divina Greta Garbo, ne “La regina Cristina”, mentre dopo l’incontro con l’uomo amato sfiora ogni oggetto della stanza da cui dovrà prendere commiato per sempre, come se volesse imprimere nella memoria ogni particolare della felicità che andrà a sfuggirle di mano.

E Cate Blanchett come “Elizabeth” nell’omonimo film, che avanza fra la corte che si divide e si inginocchia per onorare la sua figura, e la promessa di essere sposata all’Inghilterra. Ritratti forti, personalissimi, umani, indimenticabili.

Per celebrare e aprire il tema che theWProject si è dato, “Female Portraits”, l’attenzione per me va a Nicole Kidman, nella scena finale di “Ritratto di Signora”. Quella mano sulla maniglia della porta, non si sa ancora se volta a chiuderla per sempre alle sue spalle, o ad aprirla su una nuova vita. Un momento perfetto, sospeso ma estremamente dinamico. La consapevolezza di poter cambiare e trasformare la propria vita. Una intensa, risoluta, conquistata libertà. La stessa, che ritroverete nei nostri ritratti,  continuando a seguirci con l’affetto che ci portate.

In_materia – Il fashion show di Accademia del Lusso

(di La Redazione di theWProject)

What we’ll do tonight?
Try to guess!
Stasera alle 21 preso lo Spazio Eventi “La Pelota” di Via Palermo a Milano, si terrà il fashion show 2018 di Accademia del Lusso, scuola di Moda e Design. Come ogni anno i designer si sono fatti guidare da un tema dominante, che questa volta ha a che vedere con la materia. Materiali speciali per façon altrettanto innovative. theWProject ha il piacere e l’onore di essere per la terza volta testimone dell’evento. Seguiteci su sito e social!

#in_materia #in_materiafashionshow #accademiadellussomilano

Creazioni e creatori- Dario Princiotta

(di la Redazione di theWProject)

Dovima e l’eleganza che fu. Avere 257 anni e un quarto nel 2018. La Contessa di Castiglione, e la creazione generata che genera a sua volta il creatore. Sono solo alcuni dei temi di un pomeriggio di pioggia e di chiacchiere gentili con Dario Princiotta, couturier.
Presto su queste pagine!

Chef e Bollicine a Villa Fassati Barba

(di La Redazione di theWProject)

Villa Fassati Barba a Passirano apre le sue porte al Franciacorta Summer Festival, con degustazioni, assaggi gourmet, chef locali e ospiti (fra cui Alessandro Gavagna) e visite guidate per i visitatori che hanno deciso di dedicare il fine settimana alla cultura di vino cibo e territorio.
Ma non finisce qui: ogni fine settimana di giugno il Festival sarà dedicato ad un tema specifico, per incontrare i gusti dei visitatori e far conoscere, se mai ancora ce ne fosse bisogno!, ed apprezzare, questa meravigliosa zona d’Italia.
Si è cominciato con una tre giorni, 1-2-3 giugno, a tema Food & Wine, E si proseguirà con Sport & Outdoor il 9 e 10 giugno con itinerari dedicati agli sportivi a piedi in bicicletta in Vespa; con Art & Culture il 16 e 17 giugno, con mostre e visite guidate in collaborazione con la delegazione FAI di Brescia; per chiudere in bellezza con Music il 23 e 24 giugno, con concerti nelle cantine e in luoghi di fascino e rilevanza storica.
Non perdete l’occasione di vivere la Franciacorta in uno dei mesi più belli dell’anno!

per programma e info www.franciacorta.net

Menta e Rosmarino: creatività a Miasino

(di la Redazione di theWProject)

Giugno inizia regalandoci belle giornate di sole: vietato restare a casa!

Cosa vedere-Vi segnaliamo una deliziosa iniziativa di questo fine settimana, ideata e promossa da Asilo Bianco: il Green Festival “Menta e Rosmarino”. Si tratta di una mostra mercato,  volta innanzi tutto alla valorizzazione del verde e al ribadire il rapporto indissolubile fra uomo e ambiente, e che raccoglie per aree tematiche vivaisti, artigiani designer e creativi, e produttori agroalimentari.

Dove- Location dell’evento è  Villa Nigra in località Miasino, sulle colline del Lago D’Orta. “Menta e Rosmarino” sarà  aperta al pubblico oggi 2  e domani 3 giugno, ad ingresso gratuito.

Perché visitarla- Per vivere una giornata all’aria aperta in una villa e una zona romantiche e suggestive. Per poter partecipare a visite guidate ai giardini e altre mille iniziative per grandi e piccoli. Per passeggiare in mezzo alla bellezza.

Cosa piace a theWProject- Tanti sono gli espositori pieni di talento che troverete e alle cui creazioni, ve lo anticipiamo!, sarà impossibile resistere. Noi ci siamo innamorate del progetto di Roberta Sapino, nata illustratrice ma dai mille interessi coltivati con cura e professionalità, che qui a Miasino presenta, insieme al team che ha sposato l’idea, “Cose Inperfette”.

Sottopentola, tovagliette all’americana, sotto bicchieri…tutto quello che regalerà alle vostre tavole un tocco in più.  Roberta ha investito, insieme alle altre ideatrici, tempo e attenzione nella scelta di filati naturali di altissima qualità, e in quella di una palette di colori chic, gradevole, adatta ad ogni mise en place.

Si parte da una tabella di colori di base, di ispirazione nordica, cui si accompagnano tre colori “di moda” scelti stagione per stagione. Esiste anche la possibilità di personalizzare le creazioni attraverso la scelta di colori diversi. Ma vi assicuriamo che una volta visto l’allestimento di Cose Inperfette, amerete anche voi alla follia questa palette così essenziale e raffinata al tempo stesso.

www.asilobianco.it

Instagram: @coseinperfette

Orticola- L’arte del giardino a Milano

(di Antonella De Lucia)

L’ormai tradizionale appuntamento della primavera milanese, la Mostra Mercato Orticola di Lombardia si è svolta anche quest’anno poche settimane fa, all’interno dei Giardini Pubblici di Milano, Indro Montanelli.
Tre erano gli ingressi per accedere all’area espositiva, ognuno con un suggestivo allestimento a contraddistinguerlo, ma il più grande e tradizionale è stato quello dal portone di Palazzo Dugnani che ricordava l’atmosfera di un giardino ottocentesco dove dei gazebi a righe colorate accoglievano alcune delle attività progettate nelle tre giornate di apertura.


Il tema della manifestazione aveva come titolo “ al piacer loro”; infatti i vivaisti e non gli organizzatori sono stati liberi di scegliere di presentare, proprio a loro piacere, le piante ed i fiori che più rappresentassero la loro personalità o il loro lavoro.
La fontana di forma tondeggiante con al centro uno scoglio con un getto verticale, fulcro dell’esposizione, era stata decorata con figure fatate di fieno posate sull’acqua e circondate di fiori di campo delicati ad opera di Julia Artico.


Molti gli espositori, come sempre, con i loro stand: fiori di ogni varietà e colore, mobili da giardino, piante acquatiche o da frutto, vasi dipinti o di terracotta colorata sono stati i protagonisti assoluti della mostra mercato. Lo street food, molto apprezzato e di buon gusto, era collocato in una zona del parco molto ombreggiata per ristorare gli amanti della natura che partecipavano all’evento.


Ben organizzata e varia anche l’offerta dei laboratori per adulti e bambini con lo scopo principale di avvicinarli al piacere della bellezza della natura e favorire il più possibile la cultura del verde e il rispetto delle aree destinate a giardino.


A tale scopo anche l’associazione Orticola Arte, nata proprio quest’anno, ha presentato dei progetti di intervento artistici permanenti in alcune aree cittadine. L’opera artistica del 2018, a cura di Claudia Losi, si intitola “Dove sei? Dove Abiti?” ed è stata realizzata sulla facciata principale della Scuola dell’Infanzia di via Savona n°30, frutto della collaborazione tra l’artista e i bambini della scuola stessa.

Il lino: un fragile fiore dalla tempra d’acciaio

(di Antonella De Lucia)

E’ il lino (o Linum Usitatissimum) una delle piante della famiglia delle Linaceae la cui coltura è antichissima; si pensi che alcune fibre di lino tinte risalenti al 30000 a.C. sono state rinvenute in una grotta in Georgia. Gli antichi Egizi poi utilizzavano le bende di lino per rivestire le mummie di faraoni, mentre i Romani furono i primi ad utilizzarlo oltre che per l’abbigliamento anche per la casa.

I Fenici, grandi navigatori ed abili mercanti lo esportarono su continente europeo divenendo uno dei tessuti più diffusi ed utilizzati. Nel Medioevo il lino raggiunse il culmine della sua espansione sul continente, in particolare nel centro e nord Europa e durante il periodo rinascimentale la fibra lavorata e tessuta, come lenzuola e camicie, entrò a far parte della vita quotidiana. Dalla metà del 1500 i tessitori fiamminghi esiliati in Inghilterra e Irlanda a seguito delle guerre di religione ne diffusero l’uso anche in questi paesi.

Questa fragile pianta dal fusto verdissimo e dai cerulei fiori viene coltivato per i suoi semi, ma soprattutto per la sua fibra composta dal 70% di cellulosa. La sua diffusione su larga scale è dovuta sì alla sua bellezza, ma soprattutto alle sue caratteristiche di resistenza, alle sue proprietà di isolamento ed al suo effetto rinfrescante.

La cellulosa è contenuta nella parte interna della corteccia o ” tiglio”; per ricavarla bisogna seguire una complessa lavorazione, prima eseguita manualmente, ma che con il tempo si è meccanizzata. Prima si lasciano macerare gli steli per alcuni giorni in acqua o con l’utilizzo di vapore acqueo. In seguito gli steli vengono essiccati e poi sottoposti alla maciullatura per mezzo di speciali martelli, che schiacciano frantumandola la parte legnosa. Con la scotolatura vengono asportati dai derivati i frantumi legnosi così da separarne le fibre a cui farà seguito la pettinatura al fine di dividere le fibre corte e spezzate, la stoppa, da quella lunghe ed integre.

A questo punto la fibra di lino può passare alla filatura che la trasformerà in fili sottili che alla fine verranno tessuti al telaio.

Ora il tessuto di lino finito è pronto; la natura, la composizione e l’architettura lo rendono una fibra dalle proprietà eccezionali. I vantaggi della lavorazione di questo materiale naturale sono evidenti e non ne condizionano l’uso finale del tessuto che può spaziare dall’abbigliamento, all’arredamento, alla biancheria per la casa fino agli usi tecnici.

Tra tutte le fibre tessili naturali, il lino è tra le più resistenti. Mettendolo in relazione con altri materiali e considerando la sua grande resistenza alla trazione, può essere classificato immediatamente dopo gli acciai speciali.

Il suo utilizzo come isolante invernale è sempre più diffuso, grazie soprattutto alla sua ridotta conducibilità termica: non a caso la fibra di lino è annoverata tra i più funzionali isolanti termici naturali, a pari con la fibra di legno e la canapa. I pannelli di lino vengono anche impiegati per l’isolamento acustico in quanto il materiale presenta un’alta fibrosità; è inoltre traspirante, anallergico e antibatterico.

Ultima caratteristica significativa del lino è rappresentata dal suo potere di assorbimento dell’umidità che lo rende un tessuto fresco e traspirante; esso infatti è in grado di trattenere una quantità di acqua pari alla propria massa secca e perciò è ideale come tessuto sia nell’abbigliamento che nella biancheria per la casa.

Fragilità e Forza- La Peonia e la Katana

(di Isabella De Rorre)

Questa volta theWProject parlerà di Fragilità e Forza. E lo farà come sempre attraverso gli articoli della sua redazione. Anni fa, parecchi ormai, mi avvicinai alla pratica dello Iaido, un’antichissima arte marziale giapponese, anche complementare al Kendo. Mi ci approcciai inizialmente forse per vanità: avevo visto immagini dei samurai che indossavano lo iaidoji, e la loro eleganza mi aveva incantato. E poi, perché c’era la katana, la spada dei samurai appunto. Una spada leggendaria, con una storia e una tradizione sempre affascinante alle spalle. Ci volle poco per liberarsi della vanità: lo laido è la lotta costante per abbandonare, a volte sconfiggere, lo “Io” di ieri, in favore di quello odierno. Sforzo costante, commovente, fragile perché infinito, e per questo pieno di forza. Poche volte nella mia vita sono stata così concentrata su respiro muscoli e ricerca della perfezione nell’esecuzione dei kata (il praticante non combatte contro altri, come avviene in altre arti marziali, ma contro se stesso). In silenzio, con i muscoli indolenziti dai movimenti rituali, lo sguardo fisso altrove, la schiena diritta. Il samurai vince sui suoi avversari senza sguainare la spada. Il gesto con cui la stessa spada la si arma, è di un’autorevolezza e di una potenza impressionante. Ecco. Da questo amore mai sopito per lo Iaido (sono un Ronin, ahimè,  ho abbandonato presto la pratica ma la mia katana è lì) è nato in seguito un blog, che si chiamava “La Peonia e la Katana”. Fragilità e Forza dunque. Mai meglio espressa come da un fiore di bellezza e profumo sconvolgente e indimenticabile, e di vita effimera. Dedichiamo la vita alla ricerca della costruzione di noi, se siamo capaci di capire che questo è uno dei pochi scopi per cui vale la pena lottare, consapevoli della nostra fragilità e della fragilità di tale ricerca. Sottoposta, per chi crede a disegni superiori, o al fato, e capace di mutare in modo repentino da un momento con un altro. Eppure, sta in questo, proprio in questo binomio e in questa dicotomia, la bellezza che cerchiamo. È lì, fra l’uno e l’altro eccesso, a dare significato alle nostre vite. E alle nostre parole. Buona lettura quindi, a chi è capace di servire come padrone il proprio divenire.



 

Quel che resta del design

(di Isabella De Rorre)

 

Dopo qualche settimana dalla fine della Milano Design Week, sorge spontaneo pensare ancora al design. E dire che tutto quello che sappiamo di esso è che è ovunque. Possiamo amarlo, essere critici, apprezzarlo, sospendere il giudizio, odiarlo, ma non possiamo ignorarlo.

Dirò di più: se è davvero creativo e funzionale, lavora nel passato per far sì che, un giorno, quell’oggetto nel presente ci sembri famigliare e insostituibile nel futuro. Il design ci lega ad un’epoca e la identifica con perfezione chirurgica quando osserviamo una sedia una caffettiera un tavolo. Ma la forza del design è  immensa e inarrestabile.

Perché non si ferma e non si limita. Forse abbiamo cominciato a parlarne per l’arredo, ma abita le linee delle auto, corre sulle bottiglie delle bibite preferite, ci illumina e si trasforma.

A volte si nasconde, perché nasconde la sua etimologia. Un designer traccia a mano la storia la funzione e il destino di un oggetto. Penso alla perizia dell’orafo e a chi moltiplica la luce degli specchi.

Il design ci stupisce e ci conforta, quando richiama affetti e suggestioni di un’epoca in cui siamo stati felici, o icone che accompagnano il cammino

Il design è divertente, vuole sbalordire cambiando il mondo disturbando la forma della sostanza e viceversa.


Tutto quello che sappiamo del design è che rimane, fra ombre e luci, una delle vie che abbiamo per ricercare la bellezza. Che è un modo di vivere più pienamente lo stesso numero di anni che abbiamo in sorte. Attenzione alla valutazione che date dei creativi: essi sono uno strumento per comprendere la realtà, per vederla prima, per assicurarsi la certezza che le cose sopravvivono a noi e ci rendono quasi eterni.

Ecco a voi un piccolo e sentimentale excursus sul Fuorisalone 2018. Grazie sempre, per la documentazione fotografica, a Luca Arnone.


 

Royal Wedding: I fiori di Meghan

(di Martha Petrini)

Il linguaggio dei fiori si sa, ha origini molto antiche, è assai articolato ed affascina sempre. Attraverso un tocco di pura raffinatezza che lancia messaggi molto particolari il matrimonio di Harry e Meghan verrà ricordato anche per questo.

Racchiusi in un piccolo e delicato bouquet raccolto tra le mani di Meghan Markle, spuntano delicate corolle primaverili di fiori dai toni del bianco e del verde chiaro, il greenery fresco ed elegante.

A realizzare gli addobbi floreali, incluso il grazioso bouquet della sposa, è la fiorista Philippa Craddock, aiutata da un assistente molto particolare: il principe Harry.

Con un tributo dolcissimo a Lady Diana che amava i “non ti scordar di me” Harry ha raccolto nel giardino privato di Kensington Palace, alcuni dei fiori per il bouquet, il giorno prima del matrimonio.

Un messaggio metaforico molto chiaro per descrivere un legame costruito sulla dedizione reciproca sulla forza e sull’unione, tutti elementi auspicabili per una felice e duratura strada insieme nella vita di coppia.

Oltre ai fiori preferiti di Lady D. troviamo l’Astilbe , simbolo di dedizione e pazienza che si dice sia stato raccolto da un cespuglio piantato dalla Regina Vittoria; l’Astranzia” che incarna forza coraggio e protezione; i fiori di “Pisello odoroso”; profumatissimi rametti di “Gelsomino” ; il delicato profumo dei fiori di “Mughetto” a simbolo della , ed infine il “Mirto” che affascinò la Regina Vittoria nel 1845 che lo piantò per la prima volta nei giardini di Osborne House sull’isola di Wight. Si racconta provengano dalla stessa pianta coltivata e dallo stesso mirto usato nel 1947 per realizzare il bouquet nuziale della regina Elisabetta.

Ma non finisce qui, la fa da protagonista anche il Velo della sposa.

Attraverso una spettacolare composizione floreale ricamata da mani sapienti è stato realizzato un velo di 5mt di lunghezza in tulle di seta, con un bordo costituito da fiori ricamati a mano con fili di seta e organza.

Rappresenta simbolicamente il grande abbraccio rivolto ai 53 paesi del Commonwealth: Regno Unito, Canada, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, India, Pakistan, Sri Lanka, Ghana, Malesia, Nigeria, Cipro, Sierra Leone, Giamaica, Trinidad e Tobago, Uganda, Kenya, Tanzania, Malawi, Malta, Zambia, Singapore, Guyana, Botswana, Lesotho, Barbados, Mauritius, Swaziland, Samoa, Tonga, Figi, Bangladesh, Bahama Grenada, Papua Nuova Guinea, Seychelles, Isole Salomone, Tuvalu, Dominica, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Kiribati, Vanuatu, Antigua e Barbuda, Belize, Maldive, Saint Kitts e Nevis, Brunei, Namibia, Mozambico, Camerun, Nauru, Ruanda.

Attraverso l’analisi della flora si è trovato un fiore unico per ogni nazione. Un lavoro immenso di ricerca sui fiori i più rappresentativi di ogni paese, che ha portato ad un risultato unico e perfetto. Un velo magico che raccoglie l’unicità delle nazioni che lo compongono. Nel suo simbolismo tra i fiori presenti troviamo: la rosa inglese, l’orchidea bianca del Gambia e due fiori aggiunti da Meghan stessa, il calicanto d’inverno e il papavero della California, fiore ufficiale dello stato natale della neo Duchessa di Sussex.

Elementi che corrispondono alla sua dimora attuale senza dimenticare le sue origini californiane.

Royal Wedding: Windsor e la sua Cappella

(di Antonella De Lucia)

La St. George’s Chapel di Windsor è la cattedrale inglese dove si è celebrato sabato 19 maggio il matrimonio del principe Harry con Meghan Markle. Questa cappella, che si affaccia sulla corte inferiore del castello omonimo, rappresenta uno dei più belli esempi di architettura tardo-gotica d’Inghilterra.

La sua architettura è riconducibile al periodo gotico perpendicolare molto diffuso sul territorio inglese, ben diverso da quello primitivo. A differenza del precedente, lo stile perpendicolare, che si diffuse a partire dal 1330 fino alla fine del medioevo, ristabilì un certo ordine stilistico ed è così definito per l’uso di angoli dritti; la suddivisione delle superfici murarie viene realizzata in pannelli quadrangolari, come la decorazione delle porte e delle finestre compresa tra riquadrature rettangolari.

Durante la sanguinosa e lunga guerra dei cento anni si interrompono le costruzioni che riprenderanno verso il 1480 con un nuovo periodo dello stile perpendicolare. Re Edoardo III d’Inghilterra fondò nel 1348 due nuovi collegi religiosi, dedicati uno a Santo Stefano a Westminster e l’altro a San Giorgio a Windsor unendolo alla cappella di Sant’Edoardo il Confessore, costruita all’inizio del XIII, apportando delle modifiche rilevanti all’impianto originario.

La St. George’s Chapel fu poi ampliata fra il 1475 e il 1528 ad opera dell’architetto Henry Janyns con la supervisione del vescovo di Salisbury.

Nell’ottobre del 1642 fu presa di mira dai parlamentari durante la guerra civile inglese che la saccheggiarono depredandola di molti dei suoi tesori. L’anno seguente una nuova ondata di saccheggi portò al furto del celebre monumento funebre di Enrico VIII. Con la fine delle rivolte e la caduta di Cromwell, i successori di Carlo I si adoperarono per ricostruire le parti della cappella andate distrutte.

Anche sotto il regno della Regina Vittoria il complesso subì numerosi rimaneggiamenti e la Regina particolare volle dedicare all’amato marito, il Principe Alberto, una cappella in fondo al coro.

Molti sono i reali che riposano sotto le sue volte: Re Edoardo IV è stato il primo monarca ad essere sepolto lì nel 1484, poi ricordiamo Carlo I, giustiziato nel 1649 dopo la guerra civile inglese, Re Enrico VIII, morto nel 1547, sepolto qui insieme alla terza moglie Jane Seymour, Re Edoardo IV e Re Enrico VI, Giorgio III e Giorgio IV. L’ultima è stata la Regina Madre Elizabeth nel 2002 posta al fianco di suo marito Giorgio VI ed alla figlia Margherita.

Questa chiesa è ancora oggi la casa spirituale dell’Ordine della Giarrettiera, il più antico ordine cavalleresco del regno inglese, fondato nel 1348 da Edoardo III; tutti gli anni, a giugno, vi si celebra una messa speciale dell’ordine le cui insegne sono rappresentate sugli stalli superiori del coro, che vengono occupati in quel giorno dai discendenti dei cavalieri.

La sua caratteristica più scenografica è la struttura della volta a ventaglio che poggia sui muri portanti e forma una successione di semi-coni svasati lungo le pareti; ampie arcate ribassate separano le navate centrale da quelle laterali, le volte sono decorate con fantasiosi decori, le finestre dai vetri colorati rendono armonioso il complesso e il tutto sprigiona eleganza e spiritualità.

Questa la storia della cappella di St. George a Windsro; il perché della scelta di questo luogo è semplice: qui sono soliti sposarsi i figli cadetti e i nipoti della Royal Family o si celebrano le seconde nozze.

Le dimensioni più ridotte della chiesa assolvono bene al compito di ospitare matrimoni più riservati e relativamente sobri, in confronto alle più maestose cattedrali londinesi di Westminster e di St. Paul. Non a caso il secondo matrimonio tra l’erede al trono Charles con la signora Parker Bowles si celebrò in questa chiesa nel 2005, mentre nel 1999 si sposò a Windsor l’altro figlio della regina Elizabeth II, Edward con Sophie Rhys-Jones. Ultime in ordine cronologico le nozze tra Peter Philip, figlio della principessa Anna, che a Windsor nel 2008 ha sposato la canadese Autumn Kelly.

Royal Wedding: tradizioni, protocollo e galateo

(di Anna Ubaldeschi)

Ancora una volta un Royal Wedding ci ha rapito davanti ai teleschermi e sui social network.

Abbiamo guardato, letto ed ascoltato commenti, dichiarazioni e riflessioni sulla novella coppia reale ed il loro wedding day.

Ben sappiamo che, in particolare per delle nozze di regnanti, vi sono una serie di tradizioni ed un preciso protocollo a cui attenersi. Che è successo di tutte queste regolette con Harry e Meghan?

Diciamo che è stata data una bella rispolverata a codici di protocollo e dettami di galateo di nozze …

Harry, accompagnato dal fratello William, è arrivato alla cappella di St. George a piedi, entrambi indossavano l’alta uniforme militare, per Harry quella della cavalleria di sua maestà British Army Blues and Royals e qui primo strappo alla regola: l’etichetta impone che indossando l’alta uniforme ci si rada doverosamente, Harry invece ha mantenuto la barba.

William dal canto suo indossava sull’uniforme un cordone sulla spalla destra che ha un preciso significato: “aiutante in capo”, in questo giorno speciale quindi William si è messo al servizio del fratello Harry.

Meghan porta indubbiamente una ventata di novità nel rigido protocollo reale, venendo a meno e rivoluzionando tutta una serie di tradizioni e consuetudini reali.

Il suo ingresso nella cappella lo fa da sola, seguita unicamente da paggetti e damigelle. Fiera e sicura procede a testa alta per la navata fino al coro, punto in cui è attesa dal Principe Carlo con cui percorrerà il secondo tratto, fino all’altare. E qui attenzione … giunti all’altare non è Carlo a consegnare la mano della sposa allo sposo, è lei autonomamente che si avvicina allo sposo e prende posto.

Altro strappo al protocollo di corte: Harry accenna l’inchino con il capo alla regina Elisabetta, cosa che Meghan non fa …

L’omelia viene affidata ad un vescovo afroamericano che cita durante il sermone Martin Luther King e nella cappella risuonano per la prima volta durante una celebrazione reale le note di un coro gospel fortemente voluto dalla sposa.

Durante la dichiarazione delle promesse gli sposi non pronunciano come protocollo vorrebbe tutti i nomi di battesimo del consorte, ma unicamente “Harry” e “Meghan”, dalle promesse viene inoltre omesso il voto di obbedienza al coniuge.

I reali non indossano la fede nuziale, Harry ha invece deciso che la indosserà e sarà in platino decorato, mentre per Meghan viene rispettata la tradizione che vede la sua fede donata personalmente dalla regina Elisabetta e forgiata con oro gallese proveniente dalla miniera di Clogau St. David, ora dismessa, ma di cui si conservano delle pepite appositamente dedite a questo utilizzo.

Innamoratissimi, gli sposi si tengono la mano per tutto il tempo: adieu etichetta reale.

Il galateo consiglia che la sposa non indossi gioielli in eccesso.

Meghan portava l’anello di fidanzamento sulla mano destra per lasciare posto alla fede, ma subito dopo le nozze lo sposterà sulla sinistra, mentre almeno il giorno delle nozze la fede dovrebbe essere l’unico anello all’anulare sinistro; indossava la tiara Queen Mary’s Lozenge Bandeau, pezzo molto raro in stile art déco appartenuta alla Principessa Mary e indossata anche dalla Principessa Margareth nel 1965.

Nessun’altra dopo di lei, e prima di Meghan oggi, l’ha più indossata.

Oltre a questo preziosissimo gioiello, Meghan ha scelto una parure composta da orecchini e bracciale doppio pavé di Cartier. Decisamente troppo.

La torta delle nozze reali è tradizionalmente da decenni una torta alla frutta, in quanto gli ingredienti come frutta secca, alcool e spezie sono simbolo di ricchezza e prosperità.

Meghan e Herry hanno invece optato per un dolce ricoperto di glassa e decorato con fiori freschi al limone e fiori di sambuco con presentazione inusuale disposta in differenti coppe di dimensioni ed altezze differenti.

Il bouquet è piccolo e rotondo in stile natural chic e legato da un nastro di seta grezzo, non a goccia come è usanza delle principesse. E’ stato realizzato inserendo nella composizione di pisello odoroso, mughetti, astilbe, gelsomino e astrantia, alcuni “non ti scordar di me” raccolti il mattino stesso da Harry nel giardino della loro casa di Kensighon Palace. Un omaggio a Diana in quanto suoi fiori prediletti.

Come tradizione reale vuole all’interno del bouquet sono stati inseriti rami di mirto provenienti da un cespuglio nei giardini dell’isola di Wight, piantumato dalla regina Vittoria nel 1845, simbolo di fortuna in amore e nel matrimonio.

Rispettata anche la tradizione che impedisce il lancio del bouquet. Le spose reali lo portano sulla tomba del guerriero sconosciuto nell’Abbazia di Westminster, come fece la Regina Madre nel 1923 per onorare il fratello ucciso durante la Prima Guerra Mondiale. Oggi la tomba è considerata un simbolo per tutti i soldati che hanno servito l’Inghilterra e hanno perso la vita nei conflitti bellici. Dopo la Regina Madre tutte le spose della Corona Reale depongono in quel luogo il loro bouquet di nozze.

Il tradizionale giro in carrozza degli sposi per salutare i sudditi è stato effettuato con tanto di saluti, sorrisi e sguardi innamorati e complici tra i due sposi.

Forse l’emozione ha giocato un tiro mancino a Meghan che, venendo a meno alle certe nozioni di galateo e bon ton che le saranno state impartite, seduta durante la cerimonia ha accavallato le gambe, gesto che non si addice ad una lady.

Il protocollo della royal family lo dice chiaro e forte: niente unghie colorate per la manicure delle reali inglesi. I colori bene accetti dalla monarchia sono quelli rientranti nella palette delle tonalità nude.

La stessa Regina Elisabetta usa lo stesso smalto dal 1989. Nei precedenti appuntamenti istituzionali a cui ha presenziato a fianco di Harry in questi ultimi tempi, Meghan è stata attenta e perfetta. Al suo matrimonio invece … lo smalto c’era! Poteva essere annoverato nelle tonalità nude, ma la sfumatura tendeva ad un grigio perlato leggermente cangiante al viola. Un modo di svecchiare, senza infrangere completamente, il protocollo reale.

Ed infine vediamo alcune cadute di stile da parte di invitati

Camilla indossava un cappello decisamente eccessivamente largo, particolare raccomandato nel dress code degli inviti.

George Clooney in abito grigio perla con camicia azzurra, non consono alla richiesta degli inviti di morning coat, Amal di contro indossava tacchi talmente alti da impedirle un passo regolare, anche questo uno sgarro all’etichetta.

Svariate invitate si sono presentate con abiti sbracciati che mal si addicevano ad un ingresso in chiesa ed alle richieste di protocollo reale.

Infine Kate Middleton che ha preferito non sfilare a fianco dei reali come da protocollo, ma di restare accanto ai figli giungendo in auto con loro, come le mamme degli altri paggetti e damigelle.

Ha commesso la disattenzione di scegliere di indossare un abito color magnolia, quando l’etichetta impone di non indossare colori chiari che sono riservati alle spose, inoltre l’abito era stato già sfoggiato in occasione di una visita ufficiale in Belgio e del battesimo della secondagenita Charlotte e questo potrebbe essere interpretato come una scarsa attenzione nei confronti degli sposi.

Vera galanteria nel gesto del Principe Carlo che al termine della cerimonia, con un impercettibile cenno ha invitato Doria Radlan, mamma della sposa che presenziava in completa solitudine da famigliari alle nozze, ad unirsi a lui e Camilla per il corteo di uscita dalla cappella. Un vero gentleman!

Forse tutto questo segna l’inizio di una serie di piccoli e delicati cambiamenti in casa Windsor … certo è che le nozze reali fanno sempre sognare ad occhi aperti e che Harry e Meghan con tutto il loro amore che trapelava da ogni gesto ed in ogni sguardo, ci ha riempito i cuori.

(photo da web)

Area Porta Romana- fra Sinagoga e Moschea


(di Antonella De Lucia)

Si è da poco conclusa la Milano design week e le manifestazioni del Fuori Salone 2018 ad essa correlate che hanno visto partecipare la redazione di TheWproject come media-partner di Areaportaromana.
Come ultimo evento della settimana, domenica 22 Aprile è stata organizzata una suggestiva passeggiata che potesse idealmente unire due luoghi di culto di grande rilevanza per la città e per l’area di Porta Romana. Partendo dal Centro Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana) che ospita la moschea al_Wahid situata in via G. Meda al n°9 ci siamo poi recati in corso Lodi al n° 8 per visitare Il Centro Studi Beth Shlomo con l’attigua Sinagoga.


La prima tappa ci ha permesso di scoprire un luogo poco noto ai milanesi che raccoglie sotto la sua guida quasi tutti i mussulmani presenti a Milano. Qui siamo stati accolti dall’ Imam Yahya Pallavicini che ci ha raccontato come l’associazione Coreis si proponga di tutelare e proteggere il patrimonio religioso islamico, ma anche formare ed aiutare la comunità islamica cittadina e diffonderne gli usi e la cultura antichissima.
La moschea al-Wahid, nata nei primi anni novanta, nel 2000 è stata riconosciuta luogo di culto ed è oggi una delle più rappresentative del nord Italia; è accessibile per la preghiera del venerdì, durante le feste del calendario islamico e per le preghiere del mese di Ramadan. Alcuni degli imam coinvolti nelle attività dell’associazione sono italiani mussulmani, perciò più vicini e attenti alle esigenze delle nuove generazioni.


Terminata la visita la comitiva si è diretta verso corso Lodi per ritrovarsi al Centro Studi Beth Shlomo dove sorge la sinagoga, punto di ritrovo di una piccola comunita’ ebraica milanese e dove si svolgono lo Shabbat e le altre feste religiose. Il centro studi, sorto con il compito di salvaguardare l’identità nazionale e diffondere le tradizioni e i valori della cultura ebraica, ha al suo attivo l’organizzazione di varie attività e progetti finalizzati all’integrazione nel tessuto cittadino.
Nata nel 1940, dopo la proclamazione delle leggi razziali, la sinagoga continuò la sua opera durante il periodo bellico, come fulcro del campo di internamento milanese. Durante la liberazione divenne il punto di incontro logistico dei soldati appartenenti alla Brigata Ebraica, che con le sue azioni ha scritto una pagina, poco conosciuta, ma determinante per la storia italiana, come ci ha illustrato Davide Riccardo Romano.
Il Corpo dell’esercitò inglese di cui facevano parte molti soldati ebrei si formò nel 1941, per scongiurare l’avanzata del comandante Rommel; si arricchì poi di ebrei provenienti da molti altri paesi e nel 1944 sbarcò a Taranto per unirsi all’esercito di liberazione che risaliva lungo l’Adriatico.
Proprio per ricordare e celebrare le numerose operazioni militari condotte da questo corpo militare sul territorio Italiano, a fine maggio presso il centro Studi Beth Shlomo verrà inaugurato il primo museo della Brigata Ebraica con una mostra intitolata “La Brigata Ebraica in Italia e la Liberazione”, curata dal ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale Stefano Scaletta e dai professori dell’Università Ben Gurion di Israele Cristina Bettin e Samuele Rocca; sarà una raccolta di testimonianze e cimeli, fotografie e reperti, cartoline e lettere risalenti a quel periodo storico.

Tre giorni per il giardino

(di Martha Petrini)

brano consigliato per la lettura: Primavera – Ludovico Einaudi

La strada che conduce al castello di Masino attraversa un bosco alberato pieno di varietà di piante che
in questa stagione spiccano rigogliose. Tra i raggi del sole nel sottobosco verdissime foglie di Felce
costeggiano tutto il percorso lungo la strada, accompagnando il visitatore fino alla Rocca.
Il castello, (patrimonio artistico italiano Acquistato dal FAI da Luigi Valperga di Masino nel 1988)
si trova in una posizione strategica e domina dall’alto la zona di Ivrea.
Per questo motivo fu fin dall’inizio al centro di numerose battaglie, che videro come protagonisti i
Savoia, gli Acaia, i Visconti e gli stessi conti di Masino e i cugini Valperga. Inizialmente adibita
a fortezza per il suo ruolo difensivo, il castello era circondato da alte mura e da possenti torri di
guardia, che però scomparvero dopo il Rinascimento per far posto ai magnifici giardini.
Alla fine del Settecento la tenuta perse completamente il suo valore difensivo per trasformarsi
definitivamente in una dimora di campagna adibita a feste, momenti di relax e attività ludiche.
Il giardino del castello, completamente ristrutturato tra il settecento e l’ottocento è tipico dell’arte
inglese, circonda per intero la rocca, e si estende per diversi ettari di terreno. La strada che percorre
per intero i suoi boschetti, arriva fino alla vicina località di Strambino.
Nel corso dei secoli ha subito notevoli trasformazioni arrivando a diventare una splendida tenuta di
campagna che ancora oggi è possibile visitare ed ammirare.
All’interno di questo splendido luogo potrete trovare inoltre un Labirinto di Siepi, visibile dal
castello, il Giardino dei Cipressi e la strada dei ventidue giri.


IL LABIRINTO – Seguendo il disegno settecentesco ritrovato negli archivi del castello, nasce su
progetto dell’architetto Paolo Pejrone, un impianto di duemila piante di Carpini tagliati con grande
maestria e precisione che vanno a formare uno dei labirinti più importanti e grandi d’Italia
Oggi tutelato dal Fai (Fondo Ambiente Italiano).
Si tratta di una tenuta davvero affascinante, per la particolare bellezza dei suoi interni riccamente e
finemente decorati ed arredati, e per il fascino dei suoi giardini esterni che immergono questo luogo
in un’atmosfera di altri tempi.


Inoltre il Castello propone sempre numerosi eventi e attività come le passeggiate guidate nel
labirinto, la consultazione dei libri della bellissima biblioteca e il giro in mongolfiera e a anche
molte altre le attività.


Una di queste si è tenuta due week end fa.
Si tratta della Tre giorni per il Giardino la mostra mercato riconosciuta a livello internazionale
che regala un trionfo di fiori e di profumi. Produttori vivaisti che presentano e vendono essenze per
giardini di ogni genere.


Oggetti d’arredo per il giardino, alberi da frutto, rose di ogni varietà, galline che scorrazzano
nell’aia, ghirlande di fiori per copricapo, composizioni acquatiche di ninfee, piante aromatiche, fiori
commestibili.


Una meraviglia per gli occhi.
Il tutto guarnito da laboratori didattici, incontri, conferenze, presentazioni di libri.


Un’occasione unica per conoscere e acquistare fiori e piante insolite di alta qualità, acquistare
frutta, verdura e profumi dell’orto di primavera e altri prodotti biologici.

Giardini della Guastalla

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’ascolto: Woodkid, Shadows

Giardini della Guastalla

Passeggiando in storiche vie milanesi, via Francesco Sforza, via San Barnaba e via Guastalla c’è un Giardino, il più antico giardino pubblico di Milano.

Commissionato dalla contessa Paola Ludovica Torelli della Guastalla (da cui prende il nome) terminato nel 1555, fu realizzato secondo lo stile del Giardino all’Italiana, seguendo forme geometriche e perfette simmetrie.

Si racconta che Paola Ludovica Torelli, acquistò il territorio oggi occupato dai giardini, da un famoso medico milanese Matteo delle Quattro Marie vendendo la propria contea a Don Ferrante Gonzaga.

Qui costruì il “Collegio della Guastalla” che ospitava ventiquattro giovani ragazze, tra i 10 e i 22 anni, appartenenti a famiglie nobili decadute. Lo scopo del collegio era dare vitto, alloggio, educazione e una dote in modo tale che le giovani donne non prendessero i voti contro voglia né, ancor peggio, si prostituissero.
Il giardino svolgeva quindi una triplice funzione: relax, educazione e sostentamento. 

Quest’ultima avveniva grazie agli orti coltivati nel parco, agli alberi da frutta e alle numerose specie di pesci allevati nella peschiera barocca.

La Contessa diceva: «le fanciulle sono come le viti novelle, che se si appoggiano a pali ritti crescono ritte, se a torti, vengono torte e difettose». Riteneva che la bellezza stessa fosse educativa e quindi che le fanciulle dovessero vivere immerse in essa.

Per questo nella costruzione, è stata messa una cura particolare, sia dal punto di vista botanico che architettonico. 

Il parco è costituito da 183 alberi tra i quali si segnalano la Catalpa bignonioides walt, detta anche l’albero dei sigari, è stata importata in Italia dall’America meridionale per scopi decorativi, il suo tronco è possente e si contorce su se stesso assumendo forme bizzarre che lo rendono una scultura vegetale.

E’ presente il Bosso, un piccolo arbusto dalla chioma facilmente modellabile che testimonia il fatto che “la Guastalla” sia un giardino all’italiana che si basa su una particolare corrente filosofica secondo la quale l’uomo domina la natura.

Tra le specie arboree troviamo: Acero argentato (Acer saccharinum), Albero dei tulipani (Liriodendron tulipifera), Arancio trifogliato (Poncirus trifoliata), Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica), Faggio pendulo (Fagus sylvatica‘Pendula’)

Farnia (Quercus robur), Ippocastano rosa (Aesculus x carnea), Liquidambar (Liquidambar styraciflua), Tiglio selvatico (Tilia cordata).

Tra gli arbusti, Eleagno (Eleagnus spp), Pittosforo (Pittosporum tobira), Cotognastro (Cotoneaster), Nandina (Nandina spp), Aucuba (Aucuba japonica), Mahonia (Mahonia aquifolium).

 Nel 1938 il Comune di Milano acquisì l’intero complesso e affidò il progetto di restauro all’architetto Renzo Gerla per la parte architettonica e all’ingegnere Gaetano Fassi per quella botanica. Si sostituì il muro di cinta con una recinzione per offrire alla vista lo spazio prima nascosto.

Al suo interno troviamo un importante gioiello di stile Barocco: la Peschiera, con balaustre in granito bianco e ringhiere di ferro battuto, formata da due terrazze in comunicazione tra loro attraverso quattro rampe di scale.

La peschiera è stata costruita nel ‘600, sostituendo un laghetto artificiale del ‘500 che fu sotterrato per motivi igienici. Alimentata un tempo dalle acque dei Navigli (ora ricoperti per creare strade di passaggio) era utilizzata come vasca di allevamento dei pesci. 

Tra i beni architettonici interni ai giardini sono presenti anche un edicola seicentesca contenente un gruppo in terracotta policroma e stucco raffigurante la “Maddalena assistita dagli angeli”.

Un elemento utilizzato per richiamare le grotte tipiche dei giardini all’italiana, dal significato molto simbolico e fonte di ispirazione e insegnamento per le fanciulle del collegio.

Proseguendo troviamo un tempietto neoclassico opera di Luigi Cagnola, il timpano poggia su sei colonne ioniche e all’interno è presente una statua rappresentante una Ninfa posta simmetricamente al centro.

Durante il percorso collocata in un punto panoramico troviamo una statua di fanciulla delimitata da un anello di Ippocastani che la avvolgono.

All’esterno del giardino una pregevole fontana all’angolo di via della Commenda con via San Barnaba.

I Giardini della Gustalla sono un piccolo gioiello della città di Milano.

Al suo interno oggi troviamo, percorsi botanici, aree giochi per bambini, chioschi e soprattutto un bellissimo prato dove sedersi, rilassarsi ed ammirare le bellezze che lo circondano.

Fuorisalone 2018- B&B e Maxalto per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Anche i noti marchi B&B Italia e Maxalto hanno scelto Area Porta Romana per presentare, durante il Fuorisalone 2018, la loro nuova collezione di arredi outdoor, firmata da Doshi Levien, Naoto Fukasawa e Antonio Citterio.

La location di alto impatto scenico è stata quella del Chiostro dei Pesci all’interno della Società Umanitaria dove armonia e tranquillità hanno accolto in maniera sublime divani, poltrone e tavoli quasi a creare un luogo preposto alla meditazione e al riposo dal rumore della città.

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Gli arredi di entrambi i brand rappresentano il punto di congiunzione tra creatività innovativa e nuove tecnologie industriali per interpretare al meglio l’evoluzione continua di un pubblico sempre più attento al proprio benessere. Il risultato finale sono la collezione di divani e poltrone Bay, la selezione di tavoli Antrum e le sedute assemblabili Otium.

Il Salone degli Affreschi, antico refettorio del convento di Santa Maria della Pace, ha ospitato inoltre una mostra commemorativa con una ventina di arredi del grande maestro Luigi Caccia Dominioni che B&B Italia rimetterà in produzione entro la fine dell’anno. Sotto la volta affrescata, su una pedana centrale hanno trovato posto alcuni degli arredi più rappresentativi del designer e architetto come la lampada Monachella del 1953, la poltroncina Catilina del 1957 e il pouff Cilindro del 1963.

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Ascoli Bottoni- La tradizione al servizio del futuro

(di Antonella De Lucia)

L’azienda Ascoli Bottoni rappresenta un pezzo di storia dell’Area di Porta Romana. Il laboratorio che produce bottoni, alamari e fibbie dal 1903 ha aperto le porte per la Milano Design Week raccontandoci l’evoluzione del gusto e della tecnologia dei questi piccoli oggetti, spesso poco considerati.

Il Design è strettamente connesso con la progettazione di accessori moda e nelle diverse epoche sono stati sperimentati materiali, forme e colori per adattarsi ai dettami dello stile.

Fantasia, creatività e praticità sono le qualità richieste dagli stilisti che si rivolgono alle sorelle Ascoli per realizzare le loro eccezionali creazioni.

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Ascoli Bottoni– via Burlamacchi 14

Al LavORO- 4 designer per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Durante la Milano Design Week si scoprono luoghi nascosti, ma soprattutto nuovi talenti artistici ed artigianali. Anche la nostra redattrice Martha Petrini ha deciso di mettersi in gioco con un allestimento creativo per sperimentare nuove vie del garden design.

L’occasione è stata la serie di eventi promossa da Area Porta Romana, associazione neonata, ma con un obiettivo ben chiaro: promuovere e far scoprire o riscoprire il distretto di Porta Romana, dall’importante valore storico e artistico.

All’interno del cortile di viale Caldara 13, sede di Castrovilli Milano , ha preso vita la collaborazione tra quattro artisti grazie all’esposizione “Al lavORO”: laboratorio orafo con Andrea Castrovilli e Beatrice Baraldi insieme all’Art Designer Alice Corbetta e appunto con Martha di  Studio Marthea Garden Projects.

L’istallazione “Naturare” ricorda una pietra preziosa esplosa in cui la fragilità dei fili d’erba è sostenuta dalla forza della struttura in ferro; ogni sfaccettatura rappresenta l’unione tra la materia inanimata del metallo e la natura vitale dell’erba.

Il visitatore ha la possibilità di attraversare questo spazio per sentirsi parte di esso e per scoprirne i segreti più reconditi.

Mise en Place al profumo di Fiori

(di Martha Petrini)

Mise en place al profumo di Fiori

Dal Rinascimento al Rococò

Brano consigliato per l’ascolto: Jean Philippe Rameau- Opera Dardanus Overture

Che i fiori danno vita agli ambienti lo sapevano bene anche in passato, ogni arte li ha rappresentati la pittura la musica persino l’arte del ricamo ma più di tutte in assoluto li ha fatti vivere e prosperare l’Architettura del Giardino, grazie all’arte del paesaggio che raggiunse la massima espressione nel periodo che andò dal Rinascimento al Rococò.

Partendo dal Rinascimento l’ideologia del periodo afferma l’immagine dell’uomo al centro dell’universo, capace di avere il controllo su ogni cosa compreso la natura.

Nel ‘500 numerosi artisti italiani si recarono alle corti straniere per prestare la loro opera portando l’immagine dell’arte italiana un riferimento unico e riconoscibile in tutta Europa. L’arte del giardino divenne una delle più importanti e riconoscibili anche all’estero. I nobili facevano a gara per selezionare e aggiudicarsi i migliori giardinieri italiani per incaricarli di creare i giardini più belli ricchi e sfarzosi, segno di una nobiltà unica che voleva contraddistinguersi. Grazie anche all’invenzione della stampa, il modello italiano si diffuse ancora più rapidamente, così da far diventare ville e giardini degli elementi indispensabili a creare uno status sociale importante, oltre che un simbolo per distinguere principi e famiglie di potere.

In questo periodo in Italia nacque il termine di “Giardino all’Italiana” partendo da due grandi centri cittadini Roma e Firenze.

Il giardino diventa un estensione della villa realizzato seguendo forme geometriche ben precise, ricche di armonia e di proporzione. I giardini acquistano un carattere scenografico, grazie anche all’arte topiaria fatta di essenze sempreverdi come il Bosso, il Cipresso, il Tasso, Mirto

Troviamo elementi vegetali potati e fatti crescere in forme geometriche. Molto utilizzato è anche l’elemento dell’acqua sotto forma di cascate e zampilli, fontane canali, finalizzato a creare stupore nello spettatore.

 

 

 

 

 

 

L’architettura del giardino all’italiana si concretizza con la creazione di riquadri simmetrici all’interno dei quali trovano posto le aiuole circondate da siepi sempreverdi mantenute basse e squadrate, mentre disseminati lungo il percorso si trovano manufatti architettonici di epoca evocativi di un’epoca romana oltre che scultorei insieme a elementi vegetali (piante in vaso e piante topiate) posizionati in modo da non disturbare la lettura del disegno del giardino.

Il giardino all’italiana è anche chiamato “Giardino formale” un luogo di svago e divertimento e non più di puro utilizzo finalizzato solo per la coltivazione come nel Medioevo.

Il giardino formale del Castello Ruspoli di Vignanello.

Tra i nomi di giardinieri italiani troviamo: Niccolò Tribolo, progettista dei giardini di Boboli, Villa Corsini , Giovanni Antonio Montorsoli con il progetto dei giardini di palazzo Doria.

Nascono anche i Giardini Segreti utilizzati per lo più per passeggiate o incontri sociali. Complessi articolati composti da terrazze, scalinate, rampe, fontane, tempietti, loggiati, pergole, ninfei e gruppi scultorei ed ogni elemento costituisce una sosta nei complicati percorsi simbolici del giardino.

 

Il giardino segreto di Tramontana, Villa Borghese. Roma

Ispirandosi ai giardini italiani del primo rinascimento, i francesi ne adottarono i principi sia nel disegno dell’impianto sia nell’utilizzo dei diversi elementi, quali la compartimentazione delle aiuole, le fontane di marmo, le pergole ed i padiglioni.

L’adozione del modello italiano costituì̀ l’inizio dell’evoluzione artistica del giardino francese del 600, per arrivare al “Giardino Barocco” , ma mentre nella Roma pontificia il barocco si esprime soprattutto nell’architettura religiosa e urbana, nel resto d’Europa si afferma un’arte più̀ legata al sovrano e alla rappresentazione del suo potere.

Il giardino Barocco ho forme meno rigide e schematiche ma mantiene i tracciati lineari del giardino rinascimentale. L’effetto scenografico e pittorico diviene predominante, i giardini si relazionano e si legano al contesto ambientale inglobando parte del paesaggio circostante, sfruttandone gli elementi di maggiori potenzialità̀ scenografiche: vedute panoramiche, dislivelli e salti di quota, presenza di boschi, colline e corsi d’ acqua.

Veduta a volo d’uccello sui giardini della Reggia di Versailles, XIX secolo

Vengono addirittura riprodotte artificialmente rocce, grotte ninfee e fontane che assumono dimensioni più ampie mentre cascate d’acqua diventano l’elemento principale della composizione.

La vegetazione diventa più ampia il volume è armonizzato, vi è una maggiore attenzione allo sviluppo verticale a all’utilizzo di raggruppamenti arborei. L’effetto chiaroscuro del bosco di fondo gioca un ruolo fondamentale.

La sua magnificenza culminerà con il modello alla francese dello stile del Giardino Rococò.

Un esempio molto rappresentativo di quest’ultimo è rappresentato nel Boschetto des Rocaille progetto di André Le Nôtre, (architetto di famosi giardini reali ,come Palazzo Reale a Torino) che fu l’ultimo boschetto che andò a realizzare nella reggia di Versailles.

I Boschetti furono l’elemento distintivo durante la seconda fase di costruzione dei giardini di Versailles una grande proliferazione che portò Le Nôtre a realizzarne ben dieci.

Arrivato fino a noi come eredità del regno di Luigi XIV° fu Inaugurato nel 1685 dopo il suo insediamento definitivo a palazzo.

Il Boschetto des Rocaille (boschetto delle pietre 1678-1682 ) ha cascate semicircolari, conteneva dei grandi candelabri dorati, nel centro la Salle de Bal che venne in seguito sostituita alla morte di Le Nôtre con una piccola isola.

La struttura di questo boschetto ricorda l’anfiteatro romano è avvolto da gradini in parte ricoperti d’erba e in parte da cascate d’acqua realizzate con incastonature di Lapislazzuli del Madagascar con pietre e conchiglie, provenienti dall’Île-de-France che accompagnavano la musica al suono dell’acqua.

Pittura dell’epoca del Boschetto des Rocaille.

Le rampe sono in marmo rosa del Languedoc e sono adornate e decorate con e vasi di piombo dorato.

L’utilizzo di vari materiali rende la composizione architettonica ancora più scenografica rappresentando molte delle regole decorative dello stile Barocco e Roccocò, riconducibile anche alle rappresentazioni teatrali dell’epoca illusionistiche ed artificiali che ben rappresentavano la sontuosa magnificenza.