Dalla calottina alla famiglia. Amaurys Perez: una vita all’insegna dei valori

(di Marianna Porcaro)

“Un giocatore lo vedi dal coraggio dall’altruismo e dalla fantasia”
“Una strada fatta di terra, una casa molto piccola con dentro tanti valori” così descrive la sua vita Amaurys Perez prima dell’incontro con l’Italia, protagonista indiscusso dei mondiali di Shangai 2011 e delle Olimpiadi di Londra dell’anno seguente. Oggi è un uomo nuovo, continua a restare nel mondo della pallanuoto ma dedica più tempo alla famiglia. Da qualche anno partecipa a diversi programmi sul piccolo schermo che ne hanno delineato il talento anche in altre attività, come il ballo. “Io non ho mai sentito il bisogno, sono stato catapultato in questa realtà, il mio sogno era diventare campione del mondo e l’ho realizzato. Come ballerino mi ha scoperto Milli Carlucci, ha puntato su di me da subito. Durante l’intervista quando ci siamo conosciuti ho solo detto a Milli di essere questo: Oro mondiale, vice campione olimpico e padre di famiglia”. 

Quando parla di sé Amaurys tra le sue vittorie più grandi descrive la famiglia. Il carico di valori con cui è cresciuto ha trovato realizzazione nella Donna della sua vita, Angela, che per lui è stata un grande esempio e supporto è grazie a lei che oggi ha una splendida famiglia. 

Durante il periodo di lockdown Perez in nome di questi valori ha sentito il dovere di fare un appello per il rispetto delle regole e del lavoro che stavano facendo i medici. ” Fare sport ti insegna il rispetto per le regole, qualsiasi gioco è fatto di regole, sai benissimo che se il singolo non le rispetta, la squadra fatica nel portare a casa il risultato. Ho visto il lavoro che stavano facendo i medici e non potevo stare fermo, ho sentito il bisogno di invitare tutti al rispetto del prossimo e ad essere squadra questa volta per la vita.” Poi continua la chiacchierata dicendomi: “Sai cosa conta veramente in ogni cosa che facciamo? Non smettere mai di crederci. Sono diventato campione del mondo a 35 anni quando tanti giocatori appendevano la calottina al chiodo, ho avuto tanti allenatori che mi dicevano di essere un cavallo vecchio, ma io non ho mai smesso di allenarmi e di essere forte motivatore di me stesso.

Perché sai qual è la bellezza della vita? La sfida. E la bellezza ancora più grande avere il coraggio di ritrovarla in ogni cosa.” Animo sportivo e cuore da campione ma più di tutto Amaurys, il gigante della pallanuoto è forza di volontà, un potenziale performance coach, un grande motivatore che convince a fare perché leader.  ” E’ importante avere qualcuno che ci spinge in piscina per costringerci a nuotare, è importante avere qualcuno che crede in te e che ti spinge a migliorare. A me piace parlare con i giovani perché è importante festeggiare quando si vince ma è fondamentale dare spiegazioni quando si perde. La soluzione del problema è nella nostra testa sempre. La testa fa tutto in qualsiasi cosa nella vita. Se vogliamo ottenere qualcosa, dobbiamo rischiare. Non possiamo restare attaccati alle certezze se vogliamo puntare veramente in alto.” E Perez lo ha fatto dallo sport alla famiglia il mondo lo ha reso campione.

A tratti semplice: la terapeuta guidata dai suoi disegni

(di Marianna Porcaro)

“Ogni tratto che traccio mi consente di toccare una corda emotiva altrimenti irraggiungibile e di scioglierla, per farla vibrare e poi, suonare.”

Illustratrice e Psicoterapeuta, calabrese d’origine e romana di adozione. Roberta Guzzardi è uno splendido esempio di realizzazione personale. Con le sue vignette ha invaso il web di messaggi che gravidano milioni di pensieri. Leggerla è un modo per entrare dentro di noi e per accedere al suo mondo, connetterci meglio con i nostri pensieri e per scoprire che le cose che abbiamo in comune sono abbastanza per restare umani. Roberta è la sua arte, è la psicologia degli occhi, è la risposta che tutti vorrebbero leggere quando il “mostro” diventa un po’ più ingombrante. E’ un vento leggero, che ti arriva addosso e ti ricorda che non è sbagliato lasciare aperta la finestra che ci portiamo dentro. Non siamo così lontani da quello che sentiamo. Una finestra aperta che arieggia quella memoria che si fa visiva e che si offre a noi in maniera didascalica, autentica, intima. Con i suoi dialoghi accorcia le distanze e ci tiene stretti alle nostre emotività e lo fa parlandoci di lei, regalandoci parti dei suoi processi interiori. Un inno alla coesistenza. Con i suoi lavori ci invita in un luogo che diventa casa perché scavato, infangato, salvato, abitato insieme. E a guardare le sue vignette non ci si può non vedere.

  • I suoi disegni sono la materializzazione dei pensieri più profondi. Nulla è a caso. Tutto segue un ordine, una linea, una strada. Il mostro è il riflesso nello specchio, tutto quello che ci chiediamo giorno per giorno, che esce fuori attraverso il dialogo. Quanto di Roberta psicoterapeuta c’è nei suoi disegni e quanto invece il disegno funge come terapia per sé stessa?

Una domanda che mi faccio anche io: sono più una terapeuta che disegna o una illustratrice che fa terapia? Avrei disegnato queste cose se non avessi fatto anche psicologia? E i disegni sarebbero stati così curativi per me se non avessi conosciuto certi meccanismi della mente? La verità è che non lo so. E non credo che lo saprò mai. Ho sempre disegnato, molto prima di iniziare a pensare di diventare terapeuta, quindi potrebbe sembrare che l’aspetto illustrativo nasca prima dell’altro, ma una certa visione delle cose l’ho sempre avuta, fin da bambina, anche senza studiare per 10 anni quello che ho studiato nel mio percorso con la psicologia. Forse, la verità, è che non si tratta né di disegnare, né di “terapizzare”, ma di esprimere e inviare dei messaggi, cose che pian piano ho capito della vita grazie alle mie esperienze personali, ma anche cose su cui ancora mi faccio delle domande. Forse è per questo che le mie vignette riescono ad avere un effetto catartico a volte, perché nascono come espressione di processi interiori che abbiamo tutti, che tutti crediamo di vivere in solitudine, ma che sono estremamente comuni (e non nel senso banale del termine), universali, umani. Quello che è certo e che posso ammettere senza ombra di dubbio, è che se non avessi avuto il dono di disegnare, alcune cose dentro di me mi avrebbero divorata. Disegnando riesco a catturarle, a raccontarle, a darvi un nome. E una volta che dai un nome ad una cosa, la possiedi, ed essa non ti domina più.

  • La teoria dell’intelligenza emotiva, elaborata da Daniel Goleman, sostiene che non esiste solo quel tipo di intelligenza che si misura col QI, ma che esiste un’altra, che è la capacità di conoscere e gestire le proprie emozioni e di riconoscerle negli altri. Possiamo quindi allenare il nostro quoziente emotivo per avere una vita migliore. Le sue vignette sono un perfetto esercizio di intelligenza emotiva. Attraverso, ci sentiamo tutti più umani più fragili. Più simili. Quando ha capito che sarebbero diventate un nido accogliente di condivisione?

In verità lo sto capendo da poco. Qualche anno fa ho iniziato a condividere i miei disegni sui social solo e soltanto per diletto. Non avevo nessuno scopo. Sono anni che lavoro anche come illustratrice, ma non avevo mai avuto un vero e proprio seguito. Durante la quarantena una delle mie strisce è diventata inaspettatamente virale e i profili che avevo su instagram e su facebook sono cresciuti. Da quel momento in poi hanno iniziato a scrivermi tante persone che hanno iniziato a dirmi, con mia sorpresa, tutte più o meno la stessa cosa, un messaggio che suona più o meno così: “ti ho scoperta da poco. Esprimi in modo semplice quello che di complicato ho dentro e che non riesco ad esprimere. Mi sento meno solo/a, grazie”. Questi “grazie” e le parole che le persone mi rivolgono, le loro storie e le cose che mi raccontano, stanno iniziando a farmi capire che disegnare può essere qualcosa di più che uno strumento per “sfogarmi”, che può diventare un veicolo per diffondere benessere, per ricordarci reciprocamente che certe vulnerabilità, certe stranezze, certi pensieri, li facciamo tutti, e che invece di censurarci a vicenda, possiamo concederci di essere più autentici e scoprire che non siamo soli nelle nostre unicità.

  • Duranti questi mesi di quarantena le sue illustrazioni sono state un bellissimo viaggio dentro la nostra parte interna, come se la saggezza arrivasse da dentro e ci colmasse delle mancanze esterne. L’arte che diventa bellezza alla portata di tutti e che ci salva. Abbiamo imparato l’importanza di un tempo supplementare, quello che speri mai di avere ma che ti fa vincere le partite. In questo momento si percepisce una gran voglia di premere sull’acceleratore. Di ripartire. Di ritornare a una vita normale. Qual è la chiave per ripartire? Quali sono secondo Lei le linee guida da adottare?

A questa domanda voglio rispondere con l’aiuto del Mostro, perché ci sto ancora lavorando anche io. Una delle cose più importanti che credo abbiamo assaggiato un po’ tutti durante questo isolamento forzato, è stata la possibilità di smettere di stare sotto determinate pressioni sociali. Pressioni che tendono a farci amalgamare a dei prototipi di comportamento, di ritmi a quali vivere, di aspettative da avere. E’ stato un po’ come se ci avessero lasciati liberi di dire: “Oh, non me ne frega niente per un po’ di fare tot soldi, di trovarmi il fidanzato o una moglie, di mostrare al mondo che ho duemila amici con cui uscire o che faccio duemila cose bellissime, mi posso rilassare!”. Ecco, in questo stato di cose credo che sia stato possibile, con maggiore o minore intensità, scoprire un po’ meglio ciò che davvero ci fa stare bene e ciò che invece ci fa stare male. Credo che il Mostro ci suggerirebbe di utilizzare proprio questo apprendimento per “ripartire” in maniera nuova e migliore. Farci domande come: “Cosa mi piace davvero fare? Quali sono i ritmi in cui sto bene e riesco a fare le cose? Cosa mi stressava prima? Cosa mi ha dato calma invece? Che sogni o desideri sono affiorati in questo periodo dentro di me?”, per risalire sulla giostra con un atteggiamento diverso, o magari, perché no, non risalirci affatto!

  • Se dovesse descrivere Roberta Guzzardi persona attraverso una sua vignetta quale sceglierebbe e perché?

Da un paio di anni a questa parte, nel mese di luglio, mi piace partecipare ad una challenge on line fra illustratori (si chiama “Juline”) per la quale bisogna fare un disegno ispirato a una determinata parola diversa per ogni giorno. L’anno scorso decisi di creare una piccola storia legando i disegni tra di loro ed è stato allora che è nato il Mostro nella forma che assume oggi.

La storia che disegnai racconta di una ragazzina e del suo Mostro che vanno in vacanza, al mare,

e dell’arrivo di un terzo soggetto, un ragazzo, che piace alla ragazzina, ma non tanto al Mostro. La questione porta una serie di complicazioni che conducono ad un litigio piuttosto drammatico fra tutti e tre, alla fine del quale la ragazzina scappa via stanca degli intralci del suo Mostro. E’ solo a seguito di questa crisi che i due, finalmente, parlano, scoprendosi l’uno parte dell’altra.

Ecco, credo che la sequenza di questo dialogo sia effettivamente rappresentativa di chi sono io come persona, delle paure che ho, del mio modo di reagire di fronte alle cose inattese e sconosciute della vita e del rapporto che nel tempo ho imparato a costruire con me stessa, con il Mostro e con la realtà.

Ecco la sequenza:

Luca Pieroni – lo chef figlio del proprio tempo

(di Marianna Porcaro)

“Un cuoco, per essere un grande cuoco, per lasciare un segno, deve essere figlio del proprio tempo”

Luca Pieroni ha 45 anni e un talento incredibile, chef executive nel più grande coworking di Milano. Dalla sua ha talento, creatività e lungimiranza. Uno stile essenziale e inconfondibile con cui accompagna i suoi piatti e una forte predisposizione allo spreco zero.

– La sua cucina si fonda sul valore dell’eco ristorazione, un modo inedito di ripensare la nostra tavola. C’è qualcosa a cui si è ispirato o che l’ha guidato in questo progetto?

La mia cucina si fonda sulla contemporaneità.
Negli anni 60 eravamo usciti dalla guerra e i nostri nonni erano figli di una cucina povera, avevano bisogno di consumare più carbone più benzina…l’uomo voleva andare sulla luna.
La cucina dei miei nonni voleva dimostrare al mondo che la povertà era finita, quindi ostentava grandi condimenti e grammature abbondanti. Mi ricordo ancora che Paul Bocuse, uno dei più grandi chef che abbiamo mai avuto tra gli anni 70/80, quando qualcuno gli faceva notare che la sua cucina era troppo grassa rispondeva: “Al ristorante si va per godere, se stai male devi andare dal dottore”. Ecco Marianna, Paul era considerato uno dei cuochi migliori al mondo perché riusciva ad interpretare il suo tempo meglio di chiunque altro, perché era figlio della sua epoca, sapeva capire alla perfezione le esigenze del suo periodo.
La mia cucina vuole essere moderna in questo senso, mi baso sullo spreco zero e sulla stagionalità (eco ristorazione) perché i tempi sono cambiati. La nostra vita è diventata più sedentaria e quindi abbiamo bisogno di consumare meno…meno benzina meno elettricità, dobbiamo avere un impatto ecologico e meno violento sul pianeta e quindi anche la cucina deve essere al passo coi tempi. Quando cucino mi ispiro a mia figlia, vorrei che crescendo trovasse un mondo migliore.


– La ristorazione riscuote grande interesse da parte dei giovani e in molti desiderano intraprendere una carriera nel settore. Possiamo dirci ormai figli di questo sodalizio tra web e food. Quanto è importante curare il proprio profilo sui social per diventare un food influencer?

Sono nato nel 1975 e quando ho iniziato a lavorare non esistevano i cellulari, si vivevano i ristoranti con il passaparola, adesso è importante essere in linea con il web e offrire sempre un progetto contemporaneo, i social sono diventati fondamentali, in maniera evidente per i giovanissimi. La realtà è fatta di rinunce e sacrifici infiniti prima di arrivare alla stabilità che viene messa continuamente in discussione dalla concorrenza sempre più spietata da parte della grande distribuzione, che ha tagliato fuori una fetta importante di artigiani che lavorano la materia prima, i fornitori. Loro sono i veri eroi in un mondo che ci vuole tutti uguali. La biodiversità dei nostri fornitori, la loro sapienza nell’affrontare le stagioni, il loro sapere tramandato dai loro avi è un patrimonio che non dobbiamo perdere. Dobbiamo difendere i piccoli artigiani del gusto che non hanno delocalizzato la loro azienda per più denaro e che lavorano una materia prima che nella grande distribuzione sarebbe impensabile da gestire.

– Quali sono i punti cardine su cui è importante lavorare in cucina?

I punti cardine sui quali lavorare in cucina si possono sintetizzare in: forte spirito di abnegazione, capire che questo è un lavoro totalizzante e quindi essere predisposti a non avere week end liberi o festività da trascorrere in casa con gli affetti, avere un forte senso critico ed essere pronti ad accettare i giudizi che arriveranno dai clienti, essere continuamente sottoposti all’eustress, causa poche ore di riposo. Non bisogna desistere, anche se è vero che è un lavoro per pochi.

Quindi prima ancora delle mani in pasta è fondamentale avere dei requisiti ben precisi: curiosità, etica e passione. Non si tratta solo di saper cucinare acquisendo abilità pratiche, ma è importante anche acquisire disciplina. Questi sono punti indispensabili per chi si approccia a questa carriera, assieme alla ricerca continua e alla costante applicazione della contemporaneità alla tradizione.

– Secondo lei è cambiato l’approccio del cliente nei confronti della cucina? Sembra quasi non ci si fermi più alla semplice ricetta, si cerca forse un’esperienza o un’emozione attraverso i piatti?

L’ approccio del cliente verso la ristorazione si è evoluto. Adesso la sala gioca un ruolo alla pari con la cucina, il servizio è importante tanto quanto il cibo proposto. Il cliente sceglie un ristorante perché è consapevole che in quel posto si mangia bene e ci si sente a casa. Un piatto è un’idea, uno studio, una ricerca. La sala deve essere discreta, attenta, mai invasiva e al tempo stesso presente e competente, solo così l’esperienza di un piatto sarà totalmente regalata al cliente, lasciandolo protagonista del suo momento gastronomico.

-Qual è il piatto che maggiormente la rappresenta?

Uno dei piatti che più mi rappresenta è un mezzo schiaffone di Carla Latini cacio e pepe con polvere di limone e piccole meringhe di pecorino.
La pasta viene cotta nell’acqua di governo della mozzarella perché recupero un elemento che generalmente si butta, perfettamente sapida, e viene mantecato in una crema di formaggi cotti a bassa temperatura, completo il piatto con una polvere di limone ricavata seccando le foglie dei limoni e tritandole. Uso un pepe di Sichuan che è leggermente agrumato e decoro il piatto con delle piccole meringhe di pecorino che cuocio in microonde in due minuti, in questo periodo la propongo con delle fave.
Un altro piatto che mi porto dentro è il baccalà mantecato con mozzarella di bufala, cracker di alici, paccasassi del Conero e arachidi. Oppure la pappa al pomodoro con uovo a 62 gradi e gelato di cipolla rossa con olio ultrasonico.

Il questionario di Proust – Marcella Previde Massara

Le 30 domande del questionario di Proust
-Il tratto principale del tuo carattere?La costanza
-Qual è la qualità che apprezzi in un uomo?L’intelligenza
-Qual è la qualità che apprezzi in una donna?L’intelligenza
-Cosa apprezzi di più dei tuoi amici?L’affetto di cui mi circondano
-Il tuo peggior difetto?La sensibilità
-Il tuo passatempo preferito?Volontariato in canile/gattile
-Cosa sogni per la tua felicità?Tantissimi soldi per aiutare tutti
-Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia?Non poter più danzare
-Cosa vorresti essere?Un sasso
-In che paese vorresti vivere?Londra
-Il tuo colore preferito?Il blu Cina
-Il tuo fiore preferito?Gelsomino azzurro
-Il tuo uccello preferito?Merlo
-I tuoi scrittori preferiti?Edgar Allan Poe
-I tuoi poeti preferiti?Charles Baudelaire
-Chi sono i tuoi eroi? Non ne ho
-E le tue eroine?Madre Teresa di Calcutta
-Il tuo musicista preferito?Tchaikovsky
-Il tuo pittore preferito?Dante Gabriel Rossetti
-Un eroe nella tua vita reale? Mio fratello
-Una tua eroina nella vita reale?Non ne ho
-Il tuo nome preferito?Regina
– Cosa detesti?La supponenza
-Un personaggio della storia che odi più di tutti?Ponzio Pilato
-L’impresa storica che ammiri di più?Rivoluzione Francese
-Un dono che vorresti avere?L’egoismo
-Come vorresti morire?Vecchia e stordita
-Come ti senti attualmente?Sospesa
-Di cosa ti senti in colpa?Di non aver sfruttato appieno le mie qualità
-Lascia scritto il tuo motto della vita
Procedere a furia d’inciampi per andare a finire in saggezza..

Il questionario di Proust – Isabella De Rorre

(Fonte. Fotografia Moderna)

Conoscete il questionario di Proust? Trenta domande, cui in realtà il famoso scrittore da ragazzo rispose. La paternità del gioco, che era un passatempo riflessivo dei salotti francesi, fu così attribuita a lui in seguito al ritrovamento del questionario compilato di suo pugno.

La redazione di theWproject accetta la sfida e consegna ai suoi lettori trenta risposte, perché possiate conoscere meglio direttore e redattori. Comincia Isabella De Rorre

  1. Il tratto principale del tuo carattere? La curiosità
  2. Qual è la qualità che apprezzi in un uomo? L’affidabilità
  3. Qual è la qualità che apprezzi in una donna? L’eleganza
  4. Cosa apprezzi di più dei tuoi amici? Che mi sopportino
  5. Il tuo peggior difetto? L’essere tignosa
  6. Il tuo passatempo preferito? Scrivere
  7. Cosa sogni per la tua felicità? Scrivere
  8. Quale sarebbe, per te, la più grande disgrazia? Non studiare più
  9. Cosa vorresti essere? Uno scrittore
  10. In che paese vorresti vivere? In Italia, al mare
  11. Il tuo colore preferito? il blu
  12. Il tuo fiore preferito? La peonia
  13. Il tuo uccello preferito? L’usignolo
  14. I tuoi scrittori preferiti? Hemingway, Carver, Omero, Garcia Marquez
  15. I tuoi poeti preferiti? Kostantin Kavafis, Neruda, Dickinson, Witman
  16. Chi sono i tuoi eroi? Ettore
  17. E le tue eroine? Elisabetta I
  18. Il tuo musicista preferito? Paolo Conte
  19. Il tuo pittore preferito? Caravaggio
  20. Un eroe nella tua vita reale? Mio padre
  21. Una tua eroina nella vita reale? Ogni donna che realizzi se stessa
  22. Il tuo nome preferito? Francesco
  23. Cosa detesti? La stupidità
  24. Un personaggio della storia che odi più di tutti? Nerone
  25. L’impresa storica che ammiri di più? Quelle di Alessandro Magno
  26. Un dono che vorresti avere? La femminilità
  27. Come vorresti morire? Felice ed esausta di vita
  28. Come ti senti attualmente? Sul bordo di una piscina
  29. Di cosa ti senti in colpa? Di non saper essere crudele ma giusta
  30. Lascia scritto il tuo motto della vita – Per avere un destino, occorre costruirsene uno

La vita alla finestra – Pierpaolo Rovero

(di Marianna Porcaro)

  • Pierpaolo Rovero, è un illustratore e disegnatore di fumetti che lavora in modo particolare. Crea complesse immagini che raffigurano scorci di città e osservando all’interno delle finestre delle case, si possono cogliere una moltitudine di immagini diverse. Tutti i protagonisti rappresentati sono in casa con azioni che ci qualificano come esseri umani, quasi a sottolineare il nostro essere “sistema”, isolati ma connessi, distanti ma uniti. Ed è interessante concentrarsi sui volti, come cambiano in ogni disegno.
Gerusalemme prega

Il volto è la migliore superficie del mondo, ed è sempre in cambiamento”.

  • Nel suo libro Character design & Co. ci insegna che il disegno dei personaggi è una disciplina con un obiettivo ben preciso: creare aspettative. Cosa succede quando si crea un personaggio? Cosa bisogna portare in un viaggio appassionante, fatto di chilometri e chilometri di linee? 
Madrid fa l’amore

Creare un personaggio significa sempre scavare nella sua anima. In breve, possiamo rivelare la personalità di un personaggio in modo diretto o indiretto. La caratterizzazione diretta prevede che sia l’autore stesso a fornire una descrizione del carattere in questione. Esempio: “La perfida Malefica stava pensando ad un piano per vendicarsi del re”.  In questo caso il narratore ci informa esplicitamente della perfidia di Malefica. Nel modo indiretto invece non viene detto nulla circa il personaggio. Le caratteristiche psicologiche e comportamentali non vengono descritte ma mostrate, attraverso il disegno. Il pubblico ha un ruolo più attivo, perché cerca di decifrare i tratti del volto, le posture. E così si creano delle aspettative. Non sempre il disegno ci fornisce tutte le informazioni, per cui alle volte le nostre aspettative colgono nel segno, altre volte no. Per fare un esempio, se vediamo un uomo seduto con il viso rivolto verso il basso, le gambe incrociate, le braccia conserte, l’espressione tesa, potremmo pensare che si trovi in un atteggiamento difensivo. Ma potrebbe anche significare che si trova al freddo e sta cercando di riscaldarsi. 

Genova abbraccia
  • Nei suoi quadri la vita è chiusa dentro una stanza, collegata ad altre vite, in un tempo sospeso, molto vicino a quello della quarantena. Ma l’immagine che ritrae è sempre in movimento, un movimento che diventa narrazione e che colpisce all’infinito. Una clessidra di prospettive tra l’interno e l’esterno. Quanto la tecnica pittorica è sintesi tra l’intervento manuale e l’elaborazione digitale? Quanto invece la ricerca del particolare è il segreto per raccontare una buona storia?
Tokio di veste

Nei miei quadri sulle città, cerco di far sì che l’immagine non si esaurisca con un solo sguardo. Il che è andare un po’ contro le regole estetiche della rete. Internet ci ha abituato a vedere molto velocemente: ormai le figure si scorrono, e raramente si osservano. L’elaborazione digitale consente però di elaborare dettagli piccolissimi. E così, ho deciso di introdurre alcuni particolari che non sono visibili sullo schermo del computer, ma unicamente dal vivo, a dimensione molto grande. In fin dei conti, però, mi piace pubblicare i miei quadri online, perché alle volte il non vedere distintamente i particolari lascia spazio all’immaginazione.

Amsterdam dipinge
  • Quando ho visto le sue opere per la prima volta ho pensato ad Hopper. Quanto si sente ispirato dalla sua memoria storica e quanto invece si è sentito guidato dal viaggio durante il disegno? 
Londra beve tè

Ci sono due motivi che mi rendono Hopper un riferimento fondamentale. Intanto era un pittore realista. Negli anni Cinquanta del secolo scorso tanti pittori d’avanguardia abbandonarono la figurazione per dedicarsi all’espressionismo astratto o alla pittura gestuale. Hopper mantenne un forte legame con la visione reale del mondo, che espresse benissimo, ad esempio, attraverso la luce. Il modo in cui illumina le figure è meraviglioso. Il secondo motivo per cui amo Hopper risiede nel fatto che nelle sue opere ha davvero creato personaggi, nel senso che ha scavato nell’anima alla ricerca dell’interiorità della figura. Penso però di essere anche molto distante dalla sensibilità di Hopper. Nei miei quadri sono interessato più ad un aspetto corale che intimista. Vorrei semplicemente raccontare che siamo un sistema, non singoli soggetti isolati. La sfida di Hopper è decisamente impegnativa, perché ci vuole mostrare alcuni aspetti della nostra vita interiore. 

  • Se dovesse oggi descriversi attraverso un quadro quale sceglierebbe e perché?
Il figlko dell’uomo – Magritte

Più che descrivere me stesso, penso che potrei più facilmente descrivere qualche momento di tensione che ho provato in questo periodo, soprattutto durante certe notti insonni. Sceglierei allora il quadro di Magritte “Il figlio dell’uomo”. Se lo osservo provo un senso quasi di fastidio. Effettivamente Magritte presenta un’immagine con la quale è impossibile stabilire una connessione empatica. Ecco, forse in alcuni momenti di questa quarantena mi sono sentito un po’ così, come se la mia essenza venisse sovrastata da qualcosa di più grande e pericoloso. Disegnando vorrei riuscire anche a liberarmi dalle inquietudini che questa epidemia ci impone: rimuovere la mela e scoprire il volto.

Cristiano Cavina – lo scrittore con il piercing

(di Marianna Porcaro)

L’eterno outsider della narrativa italiana. Jeans e maglietta dei Sex Pistols. Cristiano Cavina nato a Casola Valsenio, cresciuto con la madre e dei nonni prodigiosi. Si racconta fuori da quell’esistenza “decaffeinata e light che vivevamo prima”. Le sue passioni? Sono evidenti fin da piccolo: Leggere tantissimo e di tutto, avventura, fantascienza, classici russi, americani e il calcio.

MP -Anima ribelle, pensiero fuori dagli schemi, frutto del peccato, Padre dei no e delle buone rivoluzioni. Nella tua vita è come se con la scrittura foste stati due sconosciuti attorno a un tavolo, due mondi completamente diversi, che non si sono scontrati, ma avvicinati lentamente, fino ad entrare l’uno nell’altro per guarirsi dalla stessa ferita. Quanto devi alla Holden questo sodalizio? E quanta importanza ha oggi la scrittura?

CC- Inizio dalla fine: molta importanza, anche solo per il fatto che è il mio mestiere e quindi, che mi piaccia o no, mi tocca. Fortunatamente, mi piace. Cioè, mi piace quando viene, quando sento che lo sto facendo bene. Quando non viene, scrivere tira fuori da dentro di te le peggiori bestemmie.

Alla Holden devo tantissimo, allo stesso modo in cui devo tantissimo a ogni scuola che ho frequentato, dall’asilo con le suore all’istituto tecnico. La Holden ha un po’ lo spirito dell’ITIS. tecnici che ti insegnano a usare vari strumenti: scrittori che hai letto che ti parlano di come affrontano loro la faccenda, sceneggiatori, registi, fumettisti. Ed è stata fondamentale per due cose: la prima, aggiungere benzina a quella che per me era passione, farmi capire che poteva diventare anche altro. La seconda, darmi la certezza che nessuno nasce “imparato”. Che non vuol dire che tutti possono fare gli scrittori, ma che tutti hanno la possibilità di provarci. Che il talento è solo una derivata del desiderio.

MP- Cavina nelle antologie viene subito dopo Calvino, per il ragazzo di Casola Valsenio, chitarra elettrica ed evasione cosa significa tutto questo?

CC-In realtà non in tutte, solo in quelle curate da gente abbastanza folle da mettermi dentro. Che mi va comunque di lusso. Fa piacere, come fa piacere sentirsi dire che tutto sommato stai lavorando bene – vale per ogni tipo di mestiere. Ovviamente, quest’anno ci ho fatto più caso, perché sono nell’antologia di italiano che mio figlio usa a scuola, e penso sia normale essere un po’ orgogliosi. Fortunatamente Giovanni è un romagnolo vecchio stampo, nonostante i suoi dodici anni: piuttosto che fare un complimento, si farebbe torturare. Quindi non mi sono pavoneggiato più di tanto. diciamo che nelle antologie sono in affitto nel seminterrato, senza bagno indipendente. Non sono proprietario, e non finirò mai nell’ attico…

MP- Nei tuoi libri ho sempre ritrovato forti influenze letterarie a tal punto da poter definire ogni testo una “cover”. Quale autore per te è padre e maestro? E in che modo la tua memoria letteraria ispira la scrittura?

CC-Beh non saprei, nel senso, qualsiasi opera in qualsiasi disciplina ‘umanistica’ deriva da qualcos’altro, mantenendo comunque la propria originalità. Si può risalire l’albero genealogico di Hullenbeq praticamente fino a Celine con molta facilità, così come quello di Stephen King fino a Matheson e ancora più indietro fino a Twain. Quasi tutti in realtà finiamo fino a Twain. Ora, quanto al discorso del padre, seppur letterario, non sono ferrato in materia, non avendone avuto uno vero, quindi figuriamoci, però ho affilato il mio mediocre strumento sul lavoro di un pugno di scrittori, Fante di sicuro, Soriano, Stephen King, Guareschi, Parise, la Ginzburg. In realtà la cosa è fluida, a volte di un autore trovi ‘ispirazione’ solo in un libro, o in qualche pagina di un libro. La faccenda è sconfinata. Come essere umano, il mio autore guida è Eduardo Galena, questo senza ombra di dubbio.

MP – Nel tuo libro “Ottanta rose mezz’ora”, la scrittura diventa impertinente e acuta e descrive alla perfezione le emozioni dei suoi protagonisti. Rinnovi un concetto di “meraviglia” come se fosse quasi un sentimento. “Piccoli sospiri di meraviglia, casuali e improvvise escursioni fuori dalle rotte prestabilite”. Quanto cambieranno e stanno cambiando le parole in questo periodo?

Quale sarà la tua parola preferita?

CC-Non ne ho idea, di come cambierà. di solito questo genere di cose, cioè, quando la storia prende davvero il passo epico e pauroso dei momenti che noi avevamo solo letto nei libri, servono anni per farsene un’idea. Di sicuro, molte storie che mi sono venute in mente, o che mi stavo rigirando in testa per scriverle, sono diventate all’improvviso futili, quasi sciocche.

Le parole preferite…beh, questo è il genere di domanda che si fa agli autori famosi, non a gli scribacchini. Io poi sono nato in dialetto, quindi molte mie parole preferite le capirebbero solo qui in Romagna. Al netto di tutto, ho già le mie parole preferite. Sono tre. Tutti sostantivi: Giovanni, Olivia e Delia. Nomi propri di persona.

Una cosa so di questo periodo: che la storia, la vera storia, non quell’esistenza decaffeinata e light che vivevamo prima, dove tutto sommato i cazzi amari veri accadevano da qualche altra parte, quella storia lì, ha davvero una potenza incredibile. Senti davvero il respiro di questo mondo, della sua anima, del bestione che ci sta dentro accucciato. E un po’ riesco a capire, un po’, quello che deve essere stato per mia nonna, quando bombardavano, quando vedevi i vicini morire, quando ti chiedevi speriamo non capiti a me. È pauroso, ma a modo suo anche affascinante, in modo oscuro.

MP- Se dovessi lasciarmi una fotografia, un riconoscimento a te stesso, quale sceglieresti e perché?

CC-Macché! Ho già lasciato disposizioni per il mio funerale, ho preparato la mortalina. Non voglio quelle foto serie che si fanno di solito al caro estinto. Ho preparato un mio fotomontaggio sul corpo di Brad Pitt, con la chioma bionda vaporosa che non ho mai avuto, la camicia aperta sui pettorali.

Le mie foto più belle per me sono quelle di quando fumo, in ogni caso. Ho fumato tutta la vita. In moltissimi momenti, belli o schifosi, avevo la sigaretta in mano. Lo so, è stupido. Sbagliato. E via dicendo. Ma è così.

Oppure, una emoji di una faccina che sorride, con la benda da pirata e il piercing al sopracciglio…

Fallire per Rinascere

(di Marianna Porcaro)

Economista, ricercatrice e formatrice. Presidente di Play Res, ideatrice della prima scuola di Fallimento. Il suo motto è: “Bisogna volere l’impossibile perché l’impossibile accada”. Francesca Corrado in una nostra intervista.

– C’è tanto di tutti noi nella tua storia Francesca, tutto parte da una profonda sofferenza che si evolve in una meravigliosa risposta alle “regole” del mondo esterno. Il fallimento come parte del successo. Oggi più di ieri le tue parole avvicinano. Quanto è importante l’errore, quanto conta stare al margine e sviluppare uno sguardo creativo e innovativo sulla propria strada dopo una caduta?

Quando perdi, quasi nello stesso istante come è accaduto a me, tutto ciò che avevi faticosamente costruito sul piano professionale e personale, la sensazione è quella di essere caduti in un burrone profondissimo da cui non si scorge la luce. E questa sensazione credo mi accomuni alla maggioranza delle persone. Tutti, prima o poi, vivono un momento di sconforto per una sconfitta, un insuccesso, una caduta, un imprevisto. Il punto è come vedi e vivi quel burrone e quei fallimenti. Pensiamo sempre che tutto andrà secondo i nostri piani. E consideriamo nefasta una deviazione imprevista rispetto alle nostre aspettative. Ma l’aspettativa non è certezza. Forse l’unica certezza è che la vita è una montagna russa: un alternarsi di salite e discese, cadute e risalite, accelerate e frenate. E l’errore e il fallimento sono parte integrante del percorso. Se l’errore è accolto, reso parte delle nostre aspettative e analizzato, permette di vedere la realtà con occhi nuovi. In fondo il fallimento è solo un feedback utile a capire se stiamo andando nella giusta direzione o se dobbiamo cambiare rotta.

– Quanto il tuo “sentire” è stato maieutica delle cose che ti sono accadute? E quando hai capito che la condivisione sarebbe diventata una possibilità?

Raccontare a sé stessi gli errori è difficile, ma non quanto raccontare agli altri i nostri fallimenti e la ragione dei nostri insuccessi. Raccontarsi senza temere di essere percepiti come sfigati o incompetenti è però una ottima terapia per iniziare a cambiare i nostri schemi mentali rimettendo al centro l’atto manchevole e non la nostra persona. Io sentivo di non essere il mio errore ma avevo paura di rendere pubblica la mia vulnerabilità. Finché non ho capito, studiando, che dovevo condividere i miei errori per prenderne le distanze e non minare la mia autostima. Per cui ho organizzato una festa per condividere e festeggiare i miei errori, e scritto un libro. Ho pensato che potesse essere un modo per aiutare me stessa ma anche gli altri. Condividere mi dava l’opportunità di non popolare la mia mente di scenari pessimistici, che magari non si sarebbero mai realizzati, ma di confrontarmi con la realtà. In questo momento, in cui sebbene iperconnessi possiamo comunque sentirci soli nelle nostre difficoltà, condividere i propri errori, raccontare gli alti e bassi della vita o gli aneddoti che illustrano la lotta e gli ostacoli superati, può essere fonte di apprendimento comune e di progresso.

– Nel tuo libro “Il Fallimento è rivoluzione” ho letto ispirazioni da altre forme d’arte. Da cosa parte questo bisogno?

Sì, in effetti ho cercato di creare una ricetta nuova a partire da tanti ingredienti che avevo nella mia “dispensa”. E li ho combinati nel modo più funzionale al mio obiettivo: riuscire a trarre vantaggio dai miei fallimenti. Il percorso che insegno e che ho riportato nelle pagine del libro prende infatti spunto dalla mia esperienza personale e dal mio itinerario professionale e formativo, e attinge alle ultime ricerche nel campo delle neuroscienze e della psicologia, dell’economia e del gioco, del teatro e dello sport. La combinazione di prospettive, che è alla base della Scuola di fallimento, porta a utilizzare entrambi gli emisferi del cervello in modo sinergico, a risvegliare la capacità di pensiero innovativo, creativo, di problem solving ma soprattutto di problem finding. Una soft skill, quest’ultima, poco valorizzata. Per trovare o anticipare problemi occorre sviluppare altre capacità come la creatività, l’immaginazione, la capacità di pensiero innovativo, l’empatia, l’ascolto, e il pensiero strategico. Imparare a gestire errori e fallimenti, imprevisti e inciampi può essere considerata una soft skill sempre più importante in un mondo complesso e caotico come il nostro.

– C’è una bellezza dell’errore che è anche valore pedagogico, da qui la scelta di idearne una scuola. Nel tuo libro parli di questa spinta motivazione come desiderio di migliorare sé stessi. Riproponi un concetto che mi ha colpito molto “l’antifragile”. Come lo svilupperesti nei confronti del periodo che stiamo vivendo?

Antifragile è il titolo di un libro di Nassim Taleb e il termine si contrappone al concetto di resilienza. Resiliente è chi resiste agli shock ma rimane identico a sé stesso. L’antifragilità è un tipo di mindset (mentalità), è la capacità di un individuo, un’istituzione, di sopravvivere in un sistema complesso. Diventando qualcosa di migliore rispetto a prima e prosperando in un contesto incerto e volatile come quello che stiamo vivendo. Ciascuno di noi legge e interpreta il mondo e sé stesso sulla base di rappresentazioni mentali, supposizioni e convinzioni grazie ai quali concepiamo, sentiamo e giudichiamo situazioni e persone. Se siamo convinti che in ciò stiamo vivendo non ci sarà niente di buono per noi, che non saremo in grado di rialzarci e di trarre beneficio dagli scossoni allora ogni fallimento sarà vissuto come un vicolo cieco. E saremo ciechi alle opportunità che potrebbero presentarci, magari cambiando lavoro o reinventandoci. Ho lanciato proprio dieci giorni fa un progetto per sviluppare, in questo periodo, un mindset antifragile. Ogni giorno per 30 giorni occorre leggere una carta e mettere in pratica gli esercizi ad essa collegati. Il mindset antifragile può essere allenato perché la nostra mente è flessibile e il nostro cervello è plastico. Allenarsi all’antifragilità significa imparare ad amare l’avventura, il rischio e l’incertezza. Non lasciarsi abbattere dall’umiliazione della caduta e dal giudizio altrui, sapere quando perseverare o mollare la presa per sperimentare qualcosa di nuovo. Ma soprattutto considerare normali i cambiamenti, anche quelli che non ci aspettavamo.

– Cosa diresti a Francesca oggi? Quale momento della tua vita ringrazieresti per essere ciò che sei?

Credo che ciascuno di noi sia in continua evoluzione. Ciò che sono oggi è certamente il risultato di ciò che ho vissuto e delle scelte che ho fatto. E ogni evento ha in qualche modo plasmato il mio “Io” nonché modificato le mie connessioni neurali! Ma forse gli eventi che ho giudicato come negativi o “sfortunati” hanno avuto un peso maggiore perché mi hanno messo di fronte ai miei limiti e alle mie mancanze. E a darmi la certezza che i limiti, come la realtà, sono illusioni. Prima consideravo i limiti fisici, economici o di contesto come una linea terminale che segnava un confine che mi impediva di andare oltre. Le mie esperienze sono state per me una testimonianza che il limite è valicabile, perché è una soglia che apre a nuove e diverse opportunità. In questo senso una malattia, una carenza economica, un lavoro che non ci piace o che non abbiamo più possono essere condizioni da vivere. Solo superando i limiti possiamo migliorarci e generare progresso, per noi e gli altri. Per cui alla Francesca di oggi direi di ricordarsi sempre di accettare ciò che le accade, cercando il suo lato positivo, di andare alla ricerca di limiti da superare con coraggio. Non per mostrarlo, ma per sapere di aver agito sempre in modo libero e col cuore.

Gabriella Giuriato, “Variazioni Geometriche”

A volte, i luoghi in cui nasciamo, determinano in parte o in tutto, il nostro destino.

Dischi 2007 diam 22

Gabriella Giuriato, “pittoscultrice” come è stata e ama definirsi, è come Venezia, città in cui è nata, vive e lavora: piena di sfumature, complessa, ricca.

La sensibilità all’arte di Gabriella Giuriato è forgiata e affinata fin dagli anni ’90 con lo studio della tecnica  del collage, che caratterizza molte delle sue opere, del colore, dell’arte e delle tecniche miste.

Questa splendida complessità, l’artista la esprime attraverso sculture sferiche, di legno o cartapesta, lavorate con la tecnica che ha subito fatto sua, quella del collage, e che meglio esprime la produzione artistica.

Le sfere sono fisicizzazione dello stile geometrico, e icone di eternità e perfezione assolute. Dentro di loro, si raccolgono e rincorrono varie storie o figure geometriche ad armonizzare l’insieme.

Grande attenzione è data ai colori e al loro significato simbolico: così forma geometrica e tonalità cromatiche vivono e respirano insieme. Così, forma e sostanza si allineano e completano.

La tecnica collage è il campo di prova ed il punto di espressione della sua arte; ma non basta.

Si apre allo studio e alla pratica del lavoro grafico che si svolge presso l’Atelier Aperto, scuola e laboratorio del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, seguita dall’artista Nicola Sene, che la  definirà “pittoscultrice, collagista e grafico”.

Dal 2010 aderisce alle varie iniziative a carattere nazionale e internazionale che Atelier Aperto propone, quali: “Il libro della Notte” un libro collettivo che raccoglie 110 artisti uniti insieme a formare un leporello lungo 66 metri, stampato in soli 3 esemplari che gireranno il mondo; una copia verrà poi donata alla Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

Nel 2014 l’iniziativa viene riproposta con il tema “Metropolis”, avendo la straordinaria adesione di 303 artisti, anche qui a formare un lungo libro che gira il mondo. Edito lo stesso in tre copie, una delle quali viene accolta alla Biblioteca Nazionale Marciana con una memorabile mostra (Gennaio-Febbraio 2017) che esibiscono anche le edizioni d’arte del Centro Internazionale della Grafica di Venezia; tra queste, il suo libro d’artista “Donna nella metropoli” ora ivi conservato.

Entra a far parte del gruppo degli artisti dell’Atelier Aperto nel 2014.

Nel 2014 sperimenta l’utilizzo del vetro, che riflette le tradizioni della sua Venezia, per creare varie opere, una delle quali viene esposta nel 2016 in occasione dell’Art Show of International  ad Osaka, Giappone. Nel 2016-2017 altre due opere in occasione della mostra Murano oggi – Emozioni di Vetro, vengono esposte presso il Museo del Vetro Murano (VE).

Nel 2016 è uno degli artisti che partecipa all’invito dello Studio Constellations, nel Nebraska, di realizzare un‘opera che andrà a comporre un libro d’artista, sul tema “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Nel 2012 entra a far parte del gruppo degli artisti de l’Association Internationale  des  arts  plastiques Monégasque  après de l’A.I.A.P., Unesco.

L’attività espositiva dell’artista veneziana, ha toccato, con personali e collettive, città italiane ed estere.

Dal 1 al 14 giugno 2019, la mostra “Variazioni Geometriche” di Gabriella Giuriato, presentazione  Silvio Fuso,  sarà esposta presso la Galleria delle Cornici, Lido di Venezia.

L’inaugurazione avrà luogo il 1 giugno alle 18,30.

Impossibile perdere l’occasione di visitare la mostra, e conoscere, attraverso le sue opere, questa artista sensibile e allo stesso tempo pragmatica, come le forme geometriche che ama.

Galleria delle Cornici, Via Sandro Gallo 49, 30126 Lido di Venezia

www.gabriellagiu.it

Japan Mood

(di Antonella De Lucia)

Il Giappone, paese lontano e perciò pervaso di mistero, è sempre riuscito ad esercitare un’attrazione straordinaria su tutti coloro che hanno avuto la fortuna di visitarlo. Il dualismo tra spiritualità e materialismo, tradizione ed innovazione ha contribuito nei secoli ad alimentarne il fascino.

Per l’antica tradizione giapponese non vi è un dio che ha creato la natura, ma il divino nasce con l’universo ed è per questo motivo che l’amore per tutto ciò che è naturale caratterizza la realizzazione delle loro abitazioni e degli oggetti d’arredo o di uso quotidiano.

Ogni casa giapponese si fonda sul forte legame con la natura: la semplice disposizione degli ambienti interni, la leggerezza delle pareti, l’utilizzo di pannelli scorrevoli consentono di creare una connessione continua tra esterno ed interno.

La struttura delle case è caratterizzata da ambienti ripetitivi e modulari che creano un perimetro ben definito e regolare la veranda coperta ed il giardino rivestono poi un ruolo fondamentale nell’architettura tradizionale nipponica.

L’impiego di materiali naturali è molto diffuso: i pannelli in carta di riso, i legni aromatici come il sandalo e il cedro, i tatami e i futon, cioè tutto quello che avvicina al mondo naturale.  

Arredare la propria casa seguendo lo stile tipico delle storiche residenze del Sol Levante non è un compito difficile. L’importante è seguire alcune piccole regole perché l’architettura e l’arredo giapponese si contraddistinguono essenzialmente per le linee pulite, il design minimal, l’utilizzo di materiali naturali ed il concetto di spazio aperto.

Gli spazi che si adattano al meglio sono soprattutto gli ambienti open space con ampie vetrate per fare entrare la luce naturale e il verde circostante, possibilmente forniti di un piccolo spazio verde come un terrazzo o un piccolo giardino.

Per gli arredi bisogna concentrarsi su mobili ed oggettistica di origine giapponese, ma ciò non è limitante; quindi stuoie per terra, tavoli bassi in legno, grandi cuscini e pannelli divisori in carta di riso o bamboo sono gli elementi essenziali ed irrinunciabili da cui partire.

Infine, per ricreare la vera anima nipponica, è impossibile rinunciare ad una area outdoor in vero stile zen: qui i protagonisti assoluti saranno le piante, i ciottoli di fiume e le fontane il tutto disposto seguendo un ordine essenziale studiato nei minimi particolari.

Leggerezza, semplicità e minimalismo sono le linee guida da seguire per la scelta degli elementi d’arredo e per la decorazione senza però rinunciare alle comodità garantite dalla tecnologia e dalla modernità che contraddistingue l’arredamento contemporaneo.

Una stagione di cose vere

(di Isabella De Rorre)

Ogni autunno ho necessità di rinnovare qualcosa. A volte piccoli dettagli, come cambiare il colore dell’agenda che per anni è rimasto il rosso. O cambiamenti ben più profondi, radicali.

Questo volta, ho bisogno di cose vere. Facce, fatti, emozioni, luoghi. In copertina troverete perciò una donna vera, bellissima, coraggiosa, moderna. Naturale, con mille sfaccettature. Decisa ma femminile. Proiettata nel futuro, come The WProject

E parleremo di Giappone. Sì, ripartiamo da decisioni non affrettate, da fiori semplici e raffinatissimi, da storie che raccontano stoffe che raccontano una storia. Ripartiamo da un ordine armonioso di vuoto e pieno, dalla dignità. Da città incanti ispirazioni libri hotel cibo, che diano serenità e aprano mille porte e mille vite ancora. Dalla consapevolezza.
Questo autunno, ripartiamo da noi.

Grazie infinite a Lara Caggiani, la nostra donna-simbolo d’autunno, per i bellissimi ritratti.

#theWProjectadore- Il #bloggerday di Brianza che nutre

(di Isabella De Rorre)

Certe domeniche di The WProject hanno un sapore speciale. Come quella del 22 luglio, trascorsa alla scoperta della Brianza e di luoghi che sono diventati del cuore.
I 10 #thewprojectadore legati all’evento.

Buona lettura!

1. Essere trascinati dall’energia incontenibile, e dalla professionalità, di Loredana Fumagalli , ambasciatrice del consorzio Brianza che nutre che ci ha permesso con il suo #bloggerday di dedicare la giornata ad un territorio che svela molte sorprese.

2. Scoprire che ci sono boschi dove perdersi per ritrovarsi. E trovare persone come Omar Adamo e Danila Gottardi che con Il Bosco Degli Eventi traducono sogni in realtà.

3. Trovare un gruppo di colleghe fantastiche, piene di passione e di vita da raccontare e condividere.

 

4. Fare un picnic in piena regola, grazie a La Bottega del Cuoco di Francesco Marchetti, che ci ha viziati con del cibo sano, delizioso e fresco.

5. Poter ascoltare il respiro del bosco grazie alla dedica di Greta Baccini che scrive di sentimenti, di felicità e dolori, di vita.

6. Entrare a far parte di una #flower community grazie ai corsage e ai bouquet di Luisella Proserpio con Puntofiore Events.

 

7. Tornare bambini e guardare il mondo con occhi nuovi, immergendosi nei misteri della basilica di Agliate e del suo Battistero grazie a Educazione Ambientale e Culturale AEA Demetra che per Parco Valle Lambro valorizza il territorio della Brianza.

8. Ridere, di gusto, condividere contatti esperienze numeri di telefono battute, con chi per un giorno ma speriamo anche in futuro, ci somiglia e cui somigliano.

9. Mangiare confetti e bere un prosecco in ricordo di una giornata strepitosa.

10. Desiderare di tornare a sedersi per terra per un’altra foto di gruppo e per passare un’altra giornata insieme!

Grazie ai protagonisti di questa giornata!

Elena Stafano Rossella Romano Cocco Federika Daniela Ferrando Maria Grazia Sartirana Laura Gobbi LustigTime Linda Fiumara

#theWProjectadore- Il Direttore

Come promesso, ecco i 10 #thewprojectadore del direttore:

1. Coltivare un rito tutto per sé, come stendere sul viso la sera prima di dormire un olio prezioso (in questo periodo il J’adore va a “Huile précieuse à la rose noire” di Sisley);

2. Avere una collana/talismano gioiello, realizzata in esclusiva per me per i periodi no, per quelli sì, per affrontare le prove della vita o semplicemente la giornata che verrà. La mia è rosso fuoco e il suo nome è ovviamente “Fire” dalla collezione in pietre dure “4Elements” di Maga Gioielli .

3. Continuare a studiare, sempre. Per sempre. Magari le basi della comunicazione efficace tramite la retorica antica. Perché il passato non è mai stato così amico e attuale come ora.

4. Concedersi vizi piccoli e lussuosi, per trattarsi da regina ogni volta che se ne senta il bisogno, per esempio con una selezione delle praline di Farage Cioccolato in una confezione regalo.

5. Continuare a coltivare l’arte della scrittura. Scrivere: appunti lettere liste, magari sui quaderni di Maisons du Monde che ad ogni stagione si rinnovano e sono una tentazione cui non si può resistere.

6. Tornare a Ortigia. In ogni stagione, con ogni tempo, per riscoprirla ogni volta nuova. E poi, arrivare al Castello di Eurialo per guardare il mondo con occhi diversi, per farsi inondare dalla bellezza collaterale.

7. Scalare una vetta ad ogni stagione. Non importa l’altitudine né il dislivello. Importa il viaggio. Importa godersi, il viaggio. Io ho messo in progetto uno alla volta tutti i sentieri che portano al Cornizzolo. E poi, le Grigne.

8. Sedersi all’ora di pranzo a mangiare un panzerotto tradizionale di Luini all’inizio della primavera e dell’autunno nell’Orto Botanico di Brera. Provare per credere. E per farne una tappa fissa.

9. Coltivare un giardino, segreto ma reale, piccolo e grande che sia. Per ristabilire le priorità e saper stare in silenzio ad osservare. E coltivare in grandi vasi piante antiche e rose profumate.

10. Regalarsi un abito su misura all’anno. Per essere perfette ogni volta che ci si specchierà in qualche vetrina.

#theWProjectadore

The WProject ha il suo #stile …un #mood che si mantiene costante se pur attento ad ogni novità. E somiglia a chi ci segue con affetto. Perché fra #amiche dopo un po’ si cominciano a condividere gli stessi desideri, sensazioni, ispirazioni.
Non ci fermiamo mai!
A voi una nuova #rubrica: #thewprojectadore
Dieci ispirazioni, ricordi, piccoli e grandi lussi, propositi, idee, luoghi e sensazioni, oggetti cari al cuore.
Vorremmo, come già fatto per #portraitsthroughthefood , sentirvi vicini e sapere quali sono i vostri! Inviateli qui sulla pagina facebook o alla mail: thewprojectadore@gmail.com

Ritratto di Lucilla

(di Antonella De Lucia)

Da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di adornarsi con oggetti rari e preziosi, per poter dimostrare la propria importanza e il proprio prestigio all’interno di una comunità. Mentre i primi monili erano sostanzialmente costituiti da conchiglie e pietre particolari, con l’età del bronzo si iniziò ad apprendere l’arte della lavorazione dei metalli che costituì un passo importante nella fabbricazione di gioielli che rispecchiassero la creatività personale.

Ogni creazione acquista un valore determinato dalle particolari lavorazioni che subisce e dai materiali utilizzati, così che si può arrivare a definire “arte” un gioiello che raccolga in sé queste caratteristiche.

La designer di gioielli Lucilla Giovaninetti è la protagonista di questo ritratto di donna. Intraprende la sua attività artistica sul gioiello dopo averne approfondito la storia e l’iconografia che le consentiranno per alcuni anni di dedicarsi all’insegnamento della progettazione e della storia dei gioielli in alcune scuole di design.

Il sogno di una linea di monili che rispecchi le sue esperienze e il suo gusto si realizzerà in seguito con lo studio delle tecniche di lavorazione di metalli più o meno preziosi, smalti e cere, tessuti colorati resi rigidi in un bagno di resina.

Ma dove nasce l’ispirazione, quali sono gli stimoli che colpiscono gli occhi e la mente di Lucilla? Soprattutto dalla realtà circostante, da luoghi conosciuti e cari, ma anche dalle influenze esterne e più lontane. Molti sono poi i riferimenti al mondo vegetale come foglie, fiori adagiati e rami contorti.

“I miei lavori credo siano il risultato di studi, tradizioni, influenze e sovrapposizioni geografiche, un intendere il LOCAL in senso più ampio dal semplice ambito territoriale.”  La sua sperimentazione si basa sulla sovrapposizione e non sull’esclusione, sul contrasto tra lucido e opaco, sull’unione di materiali differenti come il metallo con la stoffa.

Il tessuto, così plasmabile e versatile, riveste un grande fascino per la creatività di Lucilla: permette la realizzazione di gioielli dai grandi volumi con il vantaggio della leggerezza. Partendo da delle forme geometriche elementari la stoffa subisce varie manipolazioni (cuciture, tagli, pieghe, colorazioni) fino a giungere alla forma desiderata per poi essere irrigidita dalla resina.

Anche i gioielli in metallo seguono delle lavorazioni ad hoc adatte a ricreare un senso di morbidezza con un materiale che certo morbido non è; il filo conduttore della progettazione si fonda sul contrasto tra pieno e vuoto con richiami al mondo naturale.

Lucilla Giovanninetti, 56 anni, vive e lavora a Milano. Le sue collezioni sono caratterizzate soprattutto da pezzi unici sempre diversi tra loro o da gioielli in piccole serie che vengono proposti a negozi e gallerie.

Lunga è poi la lista delle sue partecipazioni a mostre ed eventi nel settore del design del gioiello.

(profile photo credit Vittorio Calore)

Madame la Marchesa

(di Antonella De Lucia)

Definita la “Divina Marchesa da ” Gabriele D’Annunzio, Luisa Amman, nata a Milano nel 1881, era la figlia di un ricco ed intraprendente produttore di cotone di origini ebraiche. Nel 1900 sposò il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino e fu madre della loro unica figlia Cristina.

Luisa, assieme la sorella Fanny, trascorre la giovinezza frequentando l’ambiente culturale del primo novecento, ricco di stimoli e cosmopolita. Vari saranno i personaggi che avrà la fortuna di frequentare e conoscere: da Ludwig II di Baviera all’imperatrice Sissi d’Austria, o Sarah Bernhardt e Virginia Oldoini, contessa di Castiglione che per l’epoca rispecchiavano il modello di donna libera ed indipendente dal dominio maschile.

Rimasta orfana giovanissima, eredita la grande fortuna del padre e perciò entra a far parte di quella schiera di giovani ricche ereditiere ambitissima tra i giovani dell’aristocrazia e della borghesia italiana.

La sua figura longilinea, il suo amore per gli sport, il suo carattere originale e i suoi magnifici occhi verdi e il rosso acceso della sua capigliatura le consentono di convolare a nozze con il marchese Casati Stampa, scapolo prestigioso ed affascinante.

Il ruolo di moglie e poi di madre che le viene imposto dal matrimonio si ripercuoterà negativamente sulla vita coniugale della bella marchesa; i suoi interessi più ampi ed estrosi la spingeranno verso la ricerca di nuove esperienze che spesso rasentavano l’eccentricità. Abiti stravaganti, trucco pesante, acconciature moderne, passioni dispendiose, feste sfarzose sono alcune delle cause che determinarono la separazione conclusasi con il divorzio nel 1924.

 

E’ l’incontro con Gabriele D’Annunzio e la loro relazione amorosa, che determinerà la sua definitiva trasformazione, il suo rifiuto delle regole borghesi, la sua ribellione che la porterà a diventare uno spirito libero e la musa prediletta degli artisti del primo novecento. Questa sua voglia di indipendenza, unita ad un discreto patrimonio economico, si concretizzo nelle sue molteplici relazioni amorose, in viaggi, cambi di residenza, ma soprattutto nell’opera di mecenatismo verso i talenti emergenti.

La lista degli artisti che si sono ispirati a lei, che ne hanno descritto l’eccentricità, che ne hanno dipinto la bellezza, che ne hanno sottolineato l’indipendenza, è lunga e costellata di nomi illustri.

Il più conosciuto fra tutti è il pittore Giovanni Boldini, con il suo ritratto “La Marchesa Luisa Casati con un levriero” del 1908: Esposto al Salon de Paris l’anno seguente l’opera riscuoterà un immediato successo, non solo per bellezza del quadro, ma soprattutto per il fascino del soggetto raffigurato. Ma non fu certo l’unico che volle rendere immortale l’estroversa dama con un suo ritratto: Alberto Martini, Umberto Boccioni e Giacomo Balla ne furono fortemente ispirati, poi ricordiamo il dipinto del pittore britannico Augustus John che nel 1919 ritrae la Marchesa senza veli;

nel 1920 fu la volta della pittrice americana Romaine Brooks che ritrasse anche D’Annunzio mentre Mario Natale Biazzi ci ha lasciato un suo intenso primo piano dipinto nel 1930.

Molto infine sono le fotografie che ci riportano della marchesa un’immagine fedele ed in continua evoluzione con il passare degli anni; la foto in bianco e nero scattata nel 1928  dall’artista dadaista Man Ray rispecchia in pieno il suo desiderio di sperimentare e di conoscere.

Il suo stile di vita dispendioso infine la portò alla rovina; dovette vendere molte delle sue proprietà e delle sue collezioni d’arte per fronteggiare i debitori per poi trasferirsi a Londra ricongiungendosi con la figlia Cristina. Qui è sepolta nel Brompton Cemetary dal 1957, anno della sua morte.

Female Portraits


(di Isabella De Rorre)

Molti, moltissimi sono i ritratti di donna che arte, cinema e letteratura ci hanno regalato e continuano a regalarci.

Nei miei ricordi più vividi stanno Meryl Streep e Glenn Close, alias Clara e Férula de “La Casa degli spiriti” di Isabel Allende, in particolare nella scena alla sala da thea, dove Clara dice a Férula che saranno sempre sorelle. E poi c’è la divina Greta Garbo, ne “La regina Cristina”, mentre dopo l’incontro con l’uomo amato sfiora ogni oggetto della stanza da cui dovrà prendere commiato per sempre, come se volesse imprimere nella memoria ogni particolare della felicità che andrà a sfuggirle di mano.

E Cate Blanchett come “Elizabeth” nell’omonimo film, che avanza fra la corte che si divide e si inginocchia per onorare la sua figura, e la promessa di essere sposata all’Inghilterra. Ritratti forti, personalissimi, umani, indimenticabili.

Per celebrare e aprire il tema che theWProject si è dato, “Female Portraits”, l’attenzione per me va a Nicole Kidman, nella scena finale di “Ritratto di Signora”. Quella mano sulla maniglia della porta, non si sa ancora se volta a chiuderla per sempre alle sue spalle, o ad aprirla su una nuova vita. Un momento perfetto, sospeso ma estremamente dinamico. La consapevolezza di poter cambiare e trasformare la propria vita. Una intensa, risoluta, conquistata libertà. La stessa, che ritroverete nei nostri ritratti,  continuando a seguirci con l’affetto che ci portate.

Orticola- L’arte del giardino a Milano

(di Antonella De Lucia)

L’ormai tradizionale appuntamento della primavera milanese, la Mostra Mercato Orticola di Lombardia si è svolta anche quest’anno poche settimane fa, all’interno dei Giardini Pubblici di Milano, Indro Montanelli.
Tre erano gli ingressi per accedere all’area espositiva, ognuno con un suggestivo allestimento a contraddistinguerlo, ma il più grande e tradizionale è stato quello dal portone di Palazzo Dugnani che ricordava l’atmosfera di un giardino ottocentesco dove dei gazebi a righe colorate accoglievano alcune delle attività progettate nelle tre giornate di apertura.


Il tema della manifestazione aveva come titolo “ al piacer loro”; infatti i vivaisti e non gli organizzatori sono stati liberi di scegliere di presentare, proprio a loro piacere, le piante ed i fiori che più rappresentassero la loro personalità o il loro lavoro.
La fontana di forma tondeggiante con al centro uno scoglio con un getto verticale, fulcro dell’esposizione, era stata decorata con figure fatate di fieno posate sull’acqua e circondate di fiori di campo delicati ad opera di Julia Artico.


Molti gli espositori, come sempre, con i loro stand: fiori di ogni varietà e colore, mobili da giardino, piante acquatiche o da frutto, vasi dipinti o di terracotta colorata sono stati i protagonisti assoluti della mostra mercato. Lo street food, molto apprezzato e di buon gusto, era collocato in una zona del parco molto ombreggiata per ristorare gli amanti della natura che partecipavano all’evento.


Ben organizzata e varia anche l’offerta dei laboratori per adulti e bambini con lo scopo principale di avvicinarli al piacere della bellezza della natura e favorire il più possibile la cultura del verde e il rispetto delle aree destinate a giardino.


A tale scopo anche l’associazione Orticola Arte, nata proprio quest’anno, ha presentato dei progetti di intervento artistici permanenti in alcune aree cittadine. L’opera artistica del 2018, a cura di Claudia Losi, si intitola “Dove sei? Dove Abiti?” ed è stata realizzata sulla facciata principale della Scuola dell’Infanzia di via Savona n°30, frutto della collaborazione tra l’artista e i bambini della scuola stessa.

Il lino: un fragile fiore dalla tempra d’acciaio

(di Antonella De Lucia)

E’ il lino (o Linum Usitatissimum) una delle piante della famiglia delle Linaceae la cui coltura è antichissima; si pensi che alcune fibre di lino tinte risalenti al 30000 a.C. sono state rinvenute in una grotta in Georgia. Gli antichi Egizi poi utilizzavano le bende di lino per rivestire le mummie di faraoni, mentre i Romani furono i primi ad utilizzarlo oltre che per l’abbigliamento anche per la casa.

I Fenici, grandi navigatori ed abili mercanti lo esportarono su continente europeo divenendo uno dei tessuti più diffusi ed utilizzati. Nel Medioevo il lino raggiunse il culmine della sua espansione sul continente, in particolare nel centro e nord Europa e durante il periodo rinascimentale la fibra lavorata e tessuta, come lenzuola e camicie, entrò a far parte della vita quotidiana. Dalla metà del 1500 i tessitori fiamminghi esiliati in Inghilterra e Irlanda a seguito delle guerre di religione ne diffusero l’uso anche in questi paesi.

Questa fragile pianta dal fusto verdissimo e dai cerulei fiori viene coltivato per i suoi semi, ma soprattutto per la sua fibra composta dal 70% di cellulosa. La sua diffusione su larga scale è dovuta sì alla sua bellezza, ma soprattutto alle sue caratteristiche di resistenza, alle sue proprietà di isolamento ed al suo effetto rinfrescante.

La cellulosa è contenuta nella parte interna della corteccia o ” tiglio”; per ricavarla bisogna seguire una complessa lavorazione, prima eseguita manualmente, ma che con il tempo si è meccanizzata. Prima si lasciano macerare gli steli per alcuni giorni in acqua o con l’utilizzo di vapore acqueo. In seguito gli steli vengono essiccati e poi sottoposti alla maciullatura per mezzo di speciali martelli, che schiacciano frantumandola la parte legnosa. Con la scotolatura vengono asportati dai derivati i frantumi legnosi così da separarne le fibre a cui farà seguito la pettinatura al fine di dividere le fibre corte e spezzate, la stoppa, da quella lunghe ed integre.

A questo punto la fibra di lino può passare alla filatura che la trasformerà in fili sottili che alla fine verranno tessuti al telaio.

Ora il tessuto di lino finito è pronto; la natura, la composizione e l’architettura lo rendono una fibra dalle proprietà eccezionali. I vantaggi della lavorazione di questo materiale naturale sono evidenti e non ne condizionano l’uso finale del tessuto che può spaziare dall’abbigliamento, all’arredamento, alla biancheria per la casa fino agli usi tecnici.

Tra tutte le fibre tessili naturali, il lino è tra le più resistenti. Mettendolo in relazione con altri materiali e considerando la sua grande resistenza alla trazione, può essere classificato immediatamente dopo gli acciai speciali.

Il suo utilizzo come isolante invernale è sempre più diffuso, grazie soprattutto alla sua ridotta conducibilità termica: non a caso la fibra di lino è annoverata tra i più funzionali isolanti termici naturali, a pari con la fibra di legno e la canapa. I pannelli di lino vengono anche impiegati per l’isolamento acustico in quanto il materiale presenta un’alta fibrosità; è inoltre traspirante, anallergico e antibatterico.

Ultima caratteristica significativa del lino è rappresentata dal suo potere di assorbimento dell’umidità che lo rende un tessuto fresco e traspirante; esso infatti è in grado di trattenere una quantità di acqua pari alla propria massa secca e perciò è ideale come tessuto sia nell’abbigliamento che nella biancheria per la casa.

Fragilità e Forza- La Peonia e la Katana

(di Isabella De Rorre)

Questa volta theWProject parlerà di Fragilità e Forza. E lo farà come sempre attraverso gli articoli della sua redazione. Anni fa, parecchi ormai, mi avvicinai alla pratica dello Iaido, un’antichissima arte marziale giapponese, anche complementare al Kendo. Mi ci approcciai inizialmente forse per vanità: avevo visto immagini dei samurai che indossavano lo iaidoji, e la loro eleganza mi aveva incantato. E poi, perché c’era la katana, la spada dei samurai appunto. Una spada leggendaria, con una storia e una tradizione sempre affascinante alle spalle. Ci volle poco per liberarsi della vanità: lo laido è la lotta costante per abbandonare, a volte sconfiggere, lo “Io” di ieri, in favore di quello odierno. Sforzo costante, commovente, fragile perché infinito, e per questo pieno di forza. Poche volte nella mia vita sono stata così concentrata su respiro muscoli e ricerca della perfezione nell’esecuzione dei kata (il praticante non combatte contro altri, come avviene in altre arti marziali, ma contro se stesso). In silenzio, con i muscoli indolenziti dai movimenti rituali, lo sguardo fisso altrove, la schiena diritta. Il samurai vince sui suoi avversari senza sguainare la spada. Il gesto con cui la stessa spada la si arma, è di un’autorevolezza e di una potenza impressionante. Ecco. Da questo amore mai sopito per lo Iaido (sono un Ronin, ahimè,  ho abbandonato presto la pratica ma la mia katana è lì) è nato in seguito un blog, che si chiamava “La Peonia e la Katana”. Fragilità e Forza dunque. Mai meglio espressa come da un fiore di bellezza e profumo sconvolgente e indimenticabile, e di vita effimera. Dedichiamo la vita alla ricerca della costruzione di noi, se siamo capaci di capire che questo è uno dei pochi scopi per cui vale la pena lottare, consapevoli della nostra fragilità e della fragilità di tale ricerca. Sottoposta, per chi crede a disegni superiori, o al fato, e capace di mutare in modo repentino da un momento con un altro. Eppure, sta in questo, proprio in questo binomio e in questa dicotomia, la bellezza che cerchiamo. È lì, fra l’uno e l’altro eccesso, a dare significato alle nostre vite. E alle nostre parole. Buona lettura quindi, a chi è capace di servire come padrone il proprio divenire.



 

Quel che resta del design

(di Isabella De Rorre)

 

Dopo qualche settimana dalla fine della Milano Design Week, sorge spontaneo pensare ancora al design. E dire che tutto quello che sappiamo di esso è che è ovunque. Possiamo amarlo, essere critici, apprezzarlo, sospendere il giudizio, odiarlo, ma non possiamo ignorarlo.

Dirò di più: se è davvero creativo e funzionale, lavora nel passato per far sì che, un giorno, quell’oggetto nel presente ci sembri famigliare e insostituibile nel futuro. Il design ci lega ad un’epoca e la identifica con perfezione chirurgica quando osserviamo una sedia una caffettiera un tavolo. Ma la forza del design è  immensa e inarrestabile.

Perché non si ferma e non si limita. Forse abbiamo cominciato a parlarne per l’arredo, ma abita le linee delle auto, corre sulle bottiglie delle bibite preferite, ci illumina e si trasforma.

A volte si nasconde, perché nasconde la sua etimologia. Un designer traccia a mano la storia la funzione e il destino di un oggetto. Penso alla perizia dell’orafo e a chi moltiplica la luce degli specchi.

Il design ci stupisce e ci conforta, quando richiama affetti e suggestioni di un’epoca in cui siamo stati felici, o icone che accompagnano il cammino

Il design è divertente, vuole sbalordire cambiando il mondo disturbando la forma della sostanza e viceversa.


Tutto quello che sappiamo del design è che rimane, fra ombre e luci, una delle vie che abbiamo per ricercare la bellezza. Che è un modo di vivere più pienamente lo stesso numero di anni che abbiamo in sorte. Attenzione alla valutazione che date dei creativi: essi sono uno strumento per comprendere la realtà, per vederla prima, per assicurarsi la certezza che le cose sopravvivono a noi e ci rendono quasi eterni.

Ecco a voi un piccolo e sentimentale excursus sul Fuorisalone 2018. Grazie sempre, per la documentazione fotografica, a Luca Arnone.


 

Royal Wedding: Windsor e la sua Cappella

(di Antonella De Lucia)

La St. George’s Chapel di Windsor è la cattedrale inglese dove si è celebrato sabato 19 maggio il matrimonio del principe Harry con Meghan Markle. Questa cappella, che si affaccia sulla corte inferiore del castello omonimo, rappresenta uno dei più belli esempi di architettura tardo-gotica d’Inghilterra.

La sua architettura è riconducibile al periodo gotico perpendicolare molto diffuso sul territorio inglese, ben diverso da quello primitivo. A differenza del precedente, lo stile perpendicolare, che si diffuse a partire dal 1330 fino alla fine del medioevo, ristabilì un certo ordine stilistico ed è così definito per l’uso di angoli dritti; la suddivisione delle superfici murarie viene realizzata in pannelli quadrangolari, come la decorazione delle porte e delle finestre compresa tra riquadrature rettangolari.

Durante la sanguinosa e lunga guerra dei cento anni si interrompono le costruzioni che riprenderanno verso il 1480 con un nuovo periodo dello stile perpendicolare. Re Edoardo III d’Inghilterra fondò nel 1348 due nuovi collegi religiosi, dedicati uno a Santo Stefano a Westminster e l’altro a San Giorgio a Windsor unendolo alla cappella di Sant’Edoardo il Confessore, costruita all’inizio del XIII, apportando delle modifiche rilevanti all’impianto originario.

La St. George’s Chapel fu poi ampliata fra il 1475 e il 1528 ad opera dell’architetto Henry Janyns con la supervisione del vescovo di Salisbury.

Nell’ottobre del 1642 fu presa di mira dai parlamentari durante la guerra civile inglese che la saccheggiarono depredandola di molti dei suoi tesori. L’anno seguente una nuova ondata di saccheggi portò al furto del celebre monumento funebre di Enrico VIII. Con la fine delle rivolte e la caduta di Cromwell, i successori di Carlo I si adoperarono per ricostruire le parti della cappella andate distrutte.

Anche sotto il regno della Regina Vittoria il complesso subì numerosi rimaneggiamenti e la Regina particolare volle dedicare all’amato marito, il Principe Alberto, una cappella in fondo al coro.

Molti sono i reali che riposano sotto le sue volte: Re Edoardo IV è stato il primo monarca ad essere sepolto lì nel 1484, poi ricordiamo Carlo I, giustiziato nel 1649 dopo la guerra civile inglese, Re Enrico VIII, morto nel 1547, sepolto qui insieme alla terza moglie Jane Seymour, Re Edoardo IV e Re Enrico VI, Giorgio III e Giorgio IV. L’ultima è stata la Regina Madre Elizabeth nel 2002 posta al fianco di suo marito Giorgio VI ed alla figlia Margherita.

Questa chiesa è ancora oggi la casa spirituale dell’Ordine della Giarrettiera, il più antico ordine cavalleresco del regno inglese, fondato nel 1348 da Edoardo III; tutti gli anni, a giugno, vi si celebra una messa speciale dell’ordine le cui insegne sono rappresentate sugli stalli superiori del coro, che vengono occupati in quel giorno dai discendenti dei cavalieri.

La sua caratteristica più scenografica è la struttura della volta a ventaglio che poggia sui muri portanti e forma una successione di semi-coni svasati lungo le pareti; ampie arcate ribassate separano le navate centrale da quelle laterali, le volte sono decorate con fantasiosi decori, le finestre dai vetri colorati rendono armonioso il complesso e il tutto sprigiona eleganza e spiritualità.

Questa la storia della cappella di St. George a Windsro; il perché della scelta di questo luogo è semplice: qui sono soliti sposarsi i figli cadetti e i nipoti della Royal Family o si celebrano le seconde nozze.

Le dimensioni più ridotte della chiesa assolvono bene al compito di ospitare matrimoni più riservati e relativamente sobri, in confronto alle più maestose cattedrali londinesi di Westminster e di St. Paul. Non a caso il secondo matrimonio tra l’erede al trono Charles con la signora Parker Bowles si celebrò in questa chiesa nel 2005, mentre nel 1999 si sposò a Windsor l’altro figlio della regina Elizabeth II, Edward con Sophie Rhys-Jones. Ultime in ordine cronologico le nozze tra Peter Philip, figlio della principessa Anna, che a Windsor nel 2008 ha sposato la canadese Autumn Kelly.

Area Porta Romana- fra Sinagoga e Moschea


(di Antonella De Lucia)

Si è da poco conclusa la Milano design week e le manifestazioni del Fuori Salone 2018 ad essa correlate che hanno visto partecipare la redazione di TheWproject come media-partner di Areaportaromana.
Come ultimo evento della settimana, domenica 22 Aprile è stata organizzata una suggestiva passeggiata che potesse idealmente unire due luoghi di culto di grande rilevanza per la città e per l’area di Porta Romana. Partendo dal Centro Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana) che ospita la moschea al_Wahid situata in via G. Meda al n°9 ci siamo poi recati in corso Lodi al n° 8 per visitare Il Centro Studi Beth Shlomo con l’attigua Sinagoga.


La prima tappa ci ha permesso di scoprire un luogo poco noto ai milanesi che raccoglie sotto la sua guida quasi tutti i mussulmani presenti a Milano. Qui siamo stati accolti dall’ Imam Yahya Pallavicini che ci ha raccontato come l’associazione Coreis si proponga di tutelare e proteggere il patrimonio religioso islamico, ma anche formare ed aiutare la comunità islamica cittadina e diffonderne gli usi e la cultura antichissima.
La moschea al-Wahid, nata nei primi anni novanta, nel 2000 è stata riconosciuta luogo di culto ed è oggi una delle più rappresentative del nord Italia; è accessibile per la preghiera del venerdì, durante le feste del calendario islamico e per le preghiere del mese di Ramadan. Alcuni degli imam coinvolti nelle attività dell’associazione sono italiani mussulmani, perciò più vicini e attenti alle esigenze delle nuove generazioni.


Terminata la visita la comitiva si è diretta verso corso Lodi per ritrovarsi al Centro Studi Beth Shlomo dove sorge la sinagoga, punto di ritrovo di una piccola comunita’ ebraica milanese e dove si svolgono lo Shabbat e le altre feste religiose. Il centro studi, sorto con il compito di salvaguardare l’identità nazionale e diffondere le tradizioni e i valori della cultura ebraica, ha al suo attivo l’organizzazione di varie attività e progetti finalizzati all’integrazione nel tessuto cittadino.
Nata nel 1940, dopo la proclamazione delle leggi razziali, la sinagoga continuò la sua opera durante il periodo bellico, come fulcro del campo di internamento milanese. Durante la liberazione divenne il punto di incontro logistico dei soldati appartenenti alla Brigata Ebraica, che con le sue azioni ha scritto una pagina, poco conosciuta, ma determinante per la storia italiana, come ci ha illustrato Davide Riccardo Romano.
Il Corpo dell’esercitò inglese di cui facevano parte molti soldati ebrei si formò nel 1941, per scongiurare l’avanzata del comandante Rommel; si arricchì poi di ebrei provenienti da molti altri paesi e nel 1944 sbarcò a Taranto per unirsi all’esercito di liberazione che risaliva lungo l’Adriatico.
Proprio per ricordare e celebrare le numerose operazioni militari condotte da questo corpo militare sul territorio Italiano, a fine maggio presso il centro Studi Beth Shlomo verrà inaugurato il primo museo della Brigata Ebraica con una mostra intitolata “La Brigata Ebraica in Italia e la Liberazione”, curata dal ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale Stefano Scaletta e dai professori dell’Università Ben Gurion di Israele Cristina Bettin e Samuele Rocca; sarà una raccolta di testimonianze e cimeli, fotografie e reperti, cartoline e lettere risalenti a quel periodo storico.

Fuorisalone 2018- B&B e Maxalto per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Anche i noti marchi B&B Italia e Maxalto hanno scelto Area Porta Romana per presentare, durante il Fuorisalone 2018, la loro nuova collezione di arredi outdoor, firmata da Doshi Levien, Naoto Fukasawa e Antonio Citterio.

La location di alto impatto scenico è stata quella del Chiostro dei Pesci all’interno della Società Umanitaria dove armonia e tranquillità hanno accolto in maniera sublime divani, poltrone e tavoli quasi a creare un luogo preposto alla meditazione e al riposo dal rumore della città.

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Gli arredi di entrambi i brand rappresentano il punto di congiunzione tra creatività innovativa e nuove tecnologie industriali per interpretare al meglio l’evoluzione continua di un pubblico sempre più attento al proprio benessere. Il risultato finale sono la collezione di divani e poltrone Bay, la selezione di tavoli Antrum e le sedute assemblabili Otium.

Il Salone degli Affreschi, antico refettorio del convento di Santa Maria della Pace, ha ospitato inoltre una mostra commemorativa con una ventina di arredi del grande maestro Luigi Caccia Dominioni che B&B Italia rimetterà in produzione entro la fine dell’anno. Sotto la volta affrescata, su una pedana centrale hanno trovato posto alcuni degli arredi più rappresentativi del designer e architetto come la lampada Monachella del 1953, la poltroncina Catilina del 1957 e il pouff Cilindro del 1963.

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Ascoli Bottoni- La tradizione al servizio del futuro

(di Antonella De Lucia)

L’azienda Ascoli Bottoni rappresenta un pezzo di storia dell’Area di Porta Romana. Il laboratorio che produce bottoni, alamari e fibbie dal 1903 ha aperto le porte per la Milano Design Week raccontandoci l’evoluzione del gusto e della tecnologia dei questi piccoli oggetti, spesso poco considerati.

Il Design è strettamente connesso con la progettazione di accessori moda e nelle diverse epoche sono stati sperimentati materiali, forme e colori per adattarsi ai dettami dello stile.

Fantasia, creatività e praticità sono le qualità richieste dagli stilisti che si rivolgono alle sorelle Ascoli per realizzare le loro eccezionali creazioni.

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Ascoli Bottoni– via Burlamacchi 14

Al LavORO- 4 designer per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Durante la Milano Design Week si scoprono luoghi nascosti, ma soprattutto nuovi talenti artistici ed artigianali. Anche la nostra redattrice Martha Petrini ha deciso di mettersi in gioco con un allestimento creativo per sperimentare nuove vie del garden design.

L’occasione è stata la serie di eventi promossa da Area Porta Romana, associazione neonata, ma con un obiettivo ben chiaro: promuovere e far scoprire o riscoprire il distretto di Porta Romana, dall’importante valore storico e artistico.

All’interno del cortile di viale Caldara 13, sede di Castrovilli Milano , ha preso vita la collaborazione tra quattro artisti grazie all’esposizione “Al lavORO”: laboratorio orafo con Andrea Castrovilli e Beatrice Baraldi insieme all’Art Designer Alice Corbetta e appunto con Martha di  Studio Marthea Garden Projects.

L’istallazione “Naturare” ricorda una pietra preziosa esplosa in cui la fragilità dei fili d’erba è sostenuta dalla forza della struttura in ferro; ogni sfaccettatura rappresenta l’unione tra la materia inanimata del metallo e la natura vitale dell’erba.

Il visitatore ha la possibilità di attraversare questo spazio per sentirsi parte di esso e per scoprirne i segreti più reconditi.

La tavola in stile barocco

(di Antonella De Lucia)

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Leggendo la storia sull’arte della tavola scopriamo che la posata più antica usata in tavola era il coltello; nell’antichità si usava mangiare con le mani e accanto al piatto veniva sistemata una ciotola d’acqua dove i commensali potevano lavarsi le mani costantemente. Per trovare notizie sulla forchetta si deve arrivare al XI secolo in Europa, fino ad arrivare al XVIII secolo, quando gli ospiti iniziarono ad utilizzare il proprio piatto, bicchiere, coltello, cucchiaio, forchetta e tovagliolo.

Soffermandoci sullo stile barocco possiamo vedere come l’allestimento della tavola assuma un compito assai diverso da quello estetico: le mise en place tra il seicento e il settecento sono finalizzate a mostrare l’opulenza e il potere del personaggio che riceve gli ospiti alla sua tavola. Nelle sale da pranzo di re e ricchi cortigiani viene messa in scena una vera e propria scenografia sfarzosa, ricca di particolari e suppellettili, simile ad una rappresentazione teatrale.

Ogni particolare è curato nei minimi dettagli: il tavolo, le sedie e le stoviglie, le posate si arricchiscono di decorazioni e i materiali più ricchi e preziosi vengono modellati e plasmati per soddisfare le esigenze più ardite.

L’utilizzo dell’argenteria per la tavola diventa un’arte pari all’oreficeria o alla pittura e la lavorazione della ceramica raggiunge vette di perfezione.

Il regno di Luigi XIV, a partire dal 1661, costituisce una delle tappe più importanti della storia dell’oreficeria francese. La formazione di un nuovo stile è inscindibile dalla volontà autocratica del nuovo re. E’ in questo contesto che bisogna porre lo sviluppo prodigioso, ed effimero, che conobbe l’oreficeria e l’argenteria da tavola durante la prima parte del suo regno.

Il gusto di Luigi XIV per gli oggetti di metallo prezioso non si spiega solo con motivazioni politiche e di prestigio; fin dall’infanzia il principe entrò in contatto con gli arredi preziosi di cui si circondava la madre Anna d’Austria e perciò non fece altro che estendere le usanze materne su scala inaudita.

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Il suo vasellame d’oro comprendeva un nef d’oro o vassoio con contenitori per posate, trentasei piatti piani, dodici piatti fondi e sessantotto posate. Non mancavano poi gli argenti: candelabri, bacili per lavarsi le mani, vasi, vassoi forniti di sostegni, boccali ed anche sedie, specchi e tavolini.

Atro segno di prestigio erano rappresentati dai sottocoppa e dai vassoi coperti per salvaguardare la qualità delle pietanze.

La porcellana, meno utilizzata sulle tavole reali, assume comunque una sua importanza sia dal punto di vista decorativo che da quello più utilitaristico.

All’epoca di Luigi XIV la manifattura di Rouen era quella di più alto livello tecnico: la pasta delle maioliche di Rouen si compone di argilla bianca della Senna, di argilla rossa e di sabbia. L’aspetto della maiolica variava da sottile e leggero, con colorazione tendente al grigio-giallastro (sec. XVII), ad un tipo più pesante e rosato (sec. XVIII). Lo smalto poteva avere colorazioni bianco latteo, bianco azzurrato e a volte verdastro. Mentre i colori tipici della decorazione erano il rosso violetto, l’ocra e il nero.

Un settore dove si utilizzò molto la porcellana fu quello delle minuzie: manici di posate piccole ciotoline, portapillole, ditali, statuine.

Meno importanti per la tavola barocca sono i tessuti, utilizzati invece a profusione per le sedie, le poltrone, i tendaggi o per ricoprire le pareti. I tipi di tessuto in voga in quel periodo sono svariati: damaschi, broccati, sovrarizzi (velluto operato, eseguito in riccio e taglio inserendo due ferri ogni quattro trame ) con prevalenza di disegni grandi e grottesche.

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Il tavolo è a volte ricoperto da una tovaglia con decori damascati, ma più frequentemente la tavola veniva imbandita direttamente sul piano in legno; anche il tovagliolo spesso mancava e veniva sostituito da bacili d’acqua profumata dove i commensali potevano lavare le mani tra una portata e l’altra.

Le pietanze venivano poste sulla tavola tutte insieme e nel centro campeggiavano delle alzate di fiori e frutta oppure, nelle case più ricche, il surtout veri e propri trionfi in metallo prezioso in cui prendevano posto salsiere, porta spezie, saliere, oliere, candelieri e porta fiori.

Area Porta Romana – un’associazione per scoprire Milano durante la Design Week

(di Antonella De Lucia)

Area Porta Romana rappresenta il progetto di riunire realtà diverse sparse in quest’area di Milano al fine di valorizzarne l’importanza storica e renderla più fruibile ed accessibile.

Il quartiere deve il suo nome all’antica Porta Romana o porta Imperiale che nell’antica Roma rappresentava la principale via di accesso a Milano e da cui partiva la strada che portava alla capitale dell’impero passando per Lodi e Piacenza.

L’attuale arco monumentale fu edificato lungo le mura spagnole nel 1596 per festeggiare l’arrivo di Margherita d’Austria Stiria, futura sposa di Filippo III di Spagna.

Oggi la Porta sorge al centro di Piazza Medaglie d’Oro su cui convergono diverse vie la cui direttrice nord- sud comprende Corso di Porta Romana e Corso Lodi.

Tutta l’area è pervasa di storia; non c’è angolo o palazzo, strada o giardino, area industriale o teatro che non possa raccontarci dei segreti o ricordarci avvenimenti di rilievo di un passato mai dimenticato o di un futuro ancora da scoprire. Ma più di questo c’è l’amore per la propria città, il proprio quartiere, la propria via o per la propria casa.

Queste sono le ragioni che hanno guidato la scelta di un gruppo di amici di creare il distretto Area Porta Romana, che verrà presentato al pubblico durante la Milano Design Week 2018, uno degli appuntamenti più attesi e di maggior richiamo per la città, con l’organizzazione di diversi eventi su tema del design finalizzati alla riscoperta della zona.

Sarà quindi possibile visitare alcuni degli spazi più noti dell’area come la Rotonda della Besana dove verrà presentata una mostra sulla condivisione e gli spazi pubblici dal titolo “design for reading”, ma anche luoghi meno conosciuti e solitamente poco accessibili al pubblico come l’archivio storico della manifattura Ascoli Bottoni, che aprirà i battenti il 18 aprile.

Sono stati poi organizzati dei “Giri di architettura” a tema e delle presentazioni guidate in alcuni luoghi di interesse artistico, religioso e storico: il Giardino della Guastalla con visita al parco monumentale e agli alberi secolari; la mostra “City Jungle Design” a cura di una giovane architetto presso MiMade in Corso di Porta Vigentina; l’apertura del laboratorio Castrovilli con la mostra “al lavORO” Trame tessute, dove tradizione e modernità convivono; infine la possibilità di visitare la Sinagoga di Corso Lodi e la Moschea di Via Meda, con una passeggiata tra i due templi, il 22 aprile dalle 11 per conoscere la storia di due centri di fede molto attivi nel dialogo interreligioso.

Anche molti degli esercizi commerciali, botteghe artigianali, sedi di istituzioni parteciperanno alla realizzazione di questo progetto con l’esposizione di prodotti di design, di artigianato e di architettura. Non si può non menzionare il supporto fondamentale dei comitati di quartiere CO4, Portaromanabella, Raggio Crocetta e Amici della Guastalla.

Infine due associazioni collaboreranno con il progetto Area Porta Romana: Portamipermano dove venerdi alle 16,30 si svolgeranno delle letture per bambini e Aiutiamoli Onlus con la manifestazione “FUORI fuoco: Obiettivo CENTRATO”, mostra del primo corso di fotografia digitale per giovani appassionati.

La redazione di TheWProject è lieta di annunciare con orgoglio di essere stata inserita come media partner del distretto Area Porta Romana e ci auguriamo di poter fornire un valido supporto a tutte le iniziative che ci verranno proposte dai sostenitori del progetto.

Due case per due passioni

(di Antonella De Lucia)

DUE CASE PER DUE PASSIONI

L’artista messicana Frida Kahlo, conosciuta in tutto il mondo, e suo marito, il muralista Diego Rivera, hanno vissuto la loro lunga e travagliata storia d’amore in due case dove la loro passione artistica si conciliava con la vita domestica.

La casa in Messico è considerata un elemento importante della vita quotidiana, in più le condizioni climatiche e il paesaggio ne hanno condizionato in modo determinante l’architettura. Molte sono le caratteristiche che accomunano le residenze messicane dove la distribuzione degli ambienti contribuisce a rendere labile il confine tra interno ed esterno. Le aree verdi e l’immancabile patio dove prendere il fresco, le linee regolari e geometriche nelle strutture, i porticati, l’utilizzo di materiali naturali per integrarsi con l’ambiente circostante e l’uso tradizionale di colori vivaci sia all’interno che all’esterno contraddistinguono l’architettura messicana tradizionale come quella moderna.

La prima casa di Frida, progettata dall’architetto Juan O’Gorman caro amico di Diego, viene edificata in un’area sita in Calle Álvaro Obregón a Città del Messico, nel quartiere di San Ángel, nei primi anni 30’. La struttura è realizzata con forme cubiche e innovative per l’epoca e l’uso razionale della luce e degli spazi si adatta alle esigenze dei due artisti consentendo loro di lavorare insieme senza interferenze reciproche.

Fu la prima costruzione di Città del Messico che rifletteva l’architettura moderna razionale e funzionale europea senza trascurare gli elementi tipici della tradizione messicana. La casa si sviluppa in due edifici distinti in acciaio e calcestruzzo, uno blu per Frida e uno rosso per Diego, uniti da un passaggio sospeso a sottolineare la loro unione.

Ma è proprio qui che si consumò la triste separazione tra i due artisti. Poco tempo dopo il loro amore mai sopito li portò a celebrare un nuovo matrimonio e a rìtrasferirsi a vivere nella casa di Coyoacán dove Frida era nata e cresciuta.

E’ questa la famosa Casa Azul, che oggi ospita il museo di Frida Kahlo e dove sono conservati i suoi disegni, i suoi quadri, i suoi oggetti personali e le sue ceneri.

L’edificio rappresenta una casa tradizionale messicana realizzata nel 1904 dal padre dell’artista: tutte le stanze si affacciano sul vasto patio a delimitare uno spazio fresco e in ombra dove si svolgono piacevoli momenti di ritrovo e di relax; qui si trovano vasi di fiori e aiuole di piante, reperti archeologici o tradizionali, sedute e tavoli dove ricevere gli ospiti di passaggio. Gli ambienti interni sono spaziosi ed illuminati da numerose portefinestre che creano un continuum con l’esterno.

Frida e Diego apportarono poi alcune modifiche all‘impianto originario per creare quegli spazi personali di autonomia e comunione a cui erano abituati nella precedente dimora. Il giardino fu arricchito di piante locali e fu realizzata una fontana per creare un armonioso legame con la natura del luogo. La scelta dei materiali naturali e dei colori vivaci per le pareti conferma la loro volontà di mantenere un forte legame con la tradizione architettonica messicana.

Sono sempre lì le due case, a Città del Messico, a poca distanza tra loro. E come testimoni inconsapevoli di una lunga passione artistica e sentimentale riescono ancora ad affascinare migliaia di turisti.

(photo da web)

Frida per noi

(di Isabella De Rorre)

Dire qualcosa che non sia già stato scritto di Frida Kahlo è quasi impossibile. Questo è il suo anno, e anche i pochissimi che ancora non avevano mai sentito parlare di questo personaggio iconico, della sua vita, dei suoi amori, delle sue opere, sicuramente da sempre sanno riconoscere uno dei tanti ritratti o autoritratti che hanno conquistato design, moda, arte, letteratura. Frida per noi, Frida per theWProject: una donna forte, indipendente, coraggiosa ed estrema. Che ci ha insegnato i colori, i fiori, il contrasto, il sentimento. Ma anche fragile, dipendente dall’amore contrastatissimo per Diego Rivera, amore che le ragazze del 2018 giudicherebbero passionale ma forse insano, totalizzante, senza equilibrio, malata e assetata di normalità. Che dipinse molti autoritratti perchè spesso era sola, e se stessa, era la persona che conosceva più a fondo. La nostra Frida, contemporanea e antica, è tutta in questa foto: capelli al vento, gli immancabili fiori nei capelli, l’abito dal colore sgargiante, lo sguardo assorto, altrove. Una presenza forte, assoluta, piena di sfumature, misteriosa, eppure presente, dinamica, evocativa. Frida 2.0 è per noi una donna che ha scelto per prima se stessa, come compagna di viaggio. Per cui l’amore sopra e oltre tutto, è quello per il proprio carattere e per il progetto di una vita non ordinaria.

(photo Luca Arnone/dress Sartoria Massimo di Massimo Panuccio/ model Francesca Maria Cerri)

La Cà Brutta

(di Antonella De Lucia)

A Milano c’è una casa, una casa di sette piani, una casa sproporzionata, una casa senza armonia, una casa diversa che, ai primi del Novecento, diede scandalo.

Arrivati in piazza Stati Uniti d’America non si può non notarla: sulla curva di via Moscova sorge dal 1922 la “Cà Brutta”, come venne soprannominata dai milanesi borghesi e dagli architetti della vecchia scuola.

Giovanni Muzio, giovane architetto milanese presso lo studio V. Colonnese, P.F. Barelli, ebbe la possibilità di gestire il progetto liberamente, riuscì a conciliare le nuove esigenze abitative con la tradizione classica. La casa fu la prima opera importante che realizzò nel dopoguerra e dove visse fino alla sua morte nel 1982.

La tipologia del condominio, lo sfruttamento massimo dell’area a disposizione, il recupero immediato dei capitali investiti rappresentarono per Muzio una sfida che purtroppo sin dai primi mesi non fu apprezzata, anzi contestata, così avversata che molti provarono a far sospendere i lavori di costruzione. In occasione della rimozione delle impalcature la polemica scatenò la stampa e i cittadini della borghesia milanese che la soprannominarono appunto “Cà Brutta”, con un’espressione tipicamente milanese.

Per capire lo spirito che aleggiava intorno alla costruzione, il corrispondente milanese della rivista “Architettura e arti decorative” Paolo Mezzanotte scrisse che la casa seppur lontana “dalla tronfia volgarità e dalla banalità melensa di troppe architetture di cemento, vuole però ispirarsi alle fonti classiche e…. sembra mancare precisamente, in un tormento di linee e modanature, della dote peculiare delle architetture classiche: di serenità…”

Muzio infatti volle rivoluzionare le regole classiche dell’architettura che avevano caratterizzato fino ad allora gli edifici milanese: utilizzò una gabbia di cemento su cui impostò le facciate classicheggianti dove le colonne, le nicchie, gli archi, le modanature erano ridotti a forme geometriche pure.

L’intento fu modernizzare e rendere contemporanea la classicità utilizzando sapientemente materiali della cultura classica come il marmorino, il travertino, lo stucco francese, ma anche del colore che dal grigio scuro sfuma nel bianco.

Ma la sua modernità non si ferma all’aspetto esteriore; sono gli interni a riscuotere maggior successo: gli appartamenti sono spaziosi ed eleganti, luminosi e decorati, scanditi in ampi locali e corridoi di servizio, ma soprattutto funzionali e provvisti di tutte le comodità moderne come le cantine, i garage, ascensori e montacarichi. I più richiesti sono gli attici dell’ultimo piano che dispongono di lunghe terrazze con vista sui tetti di Milano. In uno di questi risiederà lo stesso Muzio fino alla sua morte, nel 1982

Così la “Cà Brutta”, con il trascorrere degli anni, riconquista il cuore di coloro che l’avevano denigrata definendola troppo grossa, troppo alta, troppo brutta. Il suo travagliato esordio si arricchisce di aneddoti e la sua storia viene narrata nei libri di architettura e sulle guide di Milano. Chi passa sotto le sue finestre non può fare a meno di fermarsi ad ammirarla e a fotografarla.

Nel 2013 è partito un cantiere per il restauro dell’edificio per salvaguardare la pittura delle facciate e per lo smaltimento dell’amianto, finalizzato a conservare l’autenticità del manufatto e restituirgli il suo splendore originario seguendo un progetto redatto dall’architetto Giovanni Muzio, nipote e omonimo del grande Muzio.

Ecco allora che la “Cà Brutta” brutta non lo è più, risorge, ma il suo soprannome resta, quel soprannome che l’ha resa così favolosa da diventare parte della tradizione milanese, un luogo di interesse architettonico, quasi alla pari di chiese o musei.

(photo da web)

Ultra Violet

(di Antonella De Lucia)

La proposta di Pantone per il colore del 2018 è il Codice 18-3838: ultra – violet, una tonalità di viola/blu simbolo di originalità e creatività.

Il viola prende il nome dall’omonimo fiore di cui descrive il colore.

Nasce dall’unione dei colori primari rosso e blu; il rosso rappresenta forza, amore ed energia mentre il blu calma, saggezza e malinconia: caratteristiche opposte che si attraggono fondendosi nel viola.

Trovandosi al limite estremo dello spettro cromatico ed essendo l’ultimo colore percepito dall’occhio umano, è sempre stato permeato di mistero e magia tanto da diventare un colore di spiritualità e metamorfosi.

Le pietre viola come il quarzo ametrino, l’ametista o la kunzite favoriscono la meditazione ascetica e spesso vengono utilizzate nella cristalloterapia. Hanno il potere di aiutare ognuno di noi a svuotare la mente per raggiungere la visione più chiara di chi si è realmente e possono facilitarci ad allontanare le cattive abitudini.

Chi predilige il viola ama sentirsi libero ed attirare la simpatia e l’ammirazione del prossimo, cura molto l’aspetto fisico, è dotato di comunicativa e riesce ad immedesimarsi negli altri. Ama le sensazioni forti, è intelligente, umile e saggio.

Questa tonalità è sempre stata ritenuta capace di accrescere le facoltà creative e la fantasia tanto da far nascere l’assioma: chi ama il viola ama l’arte.

Nel Medioevo il colore viola per il cristianesimo è stato accomunato alla penitenza e al dolore (lo si indossa ancora oggi per le cerimonie religiose durante la quaresima). Questa è anche la ragione per cui nello spettacolo gli attori non indossino mai abiti di queste tonalità: durante la quaresima erano infatti proibite le rappresentazioni teatrali e gli attori non potendo esibirsi non guadagnavano nulla.

Ha invece una connotazione di potere e prestigio per Re e principi, che sia negli abiti che nelle pietre preziose utilizzavano questo colore per far risaltare la loro supremazia e la loro autorevolezza.

Imperativo per quest’anno sarà quindi osare: indossare il viola nelle sue svariate sfumature, sentirsi ricercate ed ammirate, forti e libere con un pizzico di umiltà e snobismo.

Viola e basta

(di Isabella De Rorre)

Bandito nei teatri per motivi scaramantici, osannato dai creativi e dai coraggiosi e temuto dai più per l’aura di eccesso che lo circonda, il viola resta uno dei colori più intensi e misteriosi di sempre. In questo 2018 tocca a Pantone sdoganarlo, nella tonalità- guida dell’ultraviolet. Il viola è incontro di ragione e sentimento, blu e rosso, che si fondono in equilibrio perfetto. E’ il colore del cambiamento, della spiritualità, della metamorfosi. Nulla, dopo una sua pennellata, è uguale a prima. Colore per pochi, che invece dona a molti. Colore serio, autoritario, più profondo e cangiante del nero, più denso e criptico del blu, e potentissimo.

Quando, in “Elizabeth, The golden Age” Cate Blanchett entra in scena dominando un plastico della città di Londra in attesa dell’attacco della Invincibile Armata spagnola, è facile comprendere che la situazione è grave, e che tutto sta per mutare. Quell’abito, solo quell’abito di scena e nessun altro del film, preannuncia in modo così deciso e inequivocabile il precipitare degli eventi.

Ma il viola è anche moda, e che moda. Quella di una artista, Elsa Schiapparelli, disprezzata da Coco Chanel ma geniale nel proporre abiti di alta moda che sembrano quadri astratti.

Quella, minimale, architettonicamente destrutturata, lineare, di Giorgio Armani, che lascia parlare il colore e lo purifica, lo rende fluido.

Quella sontuosa, immaginifica, estrema, impeccabile dal punto di vista sartoriale!, di John Galliano per Dior nella sfilata del 2011, dove colore e façon diventano un unico esercizio di stile perfetto.

Quella sexy, spudorata, esibita di Versace, una cascata di seta morbida che scivola sulle curve del corpo e le ridisegna, come in un Olimpo moderno in cui le donne sono assolutamente consapevoli della propria femminilità.

Accettiamo perciò la sfida dell’ultraviolet, guardando al 2018 come ad un anno di trasformazione e di positivo cambiamento. Ne parleremo relativamente all’arte, ai fiori, al cinema, al design. Chiudo con gli occhi di una attrice che è stata involontariamente grande testimonial di questa tonalità: Liz Taylor

(photo da web)

Ho visto un posto che mi piace- Vistaterra

(di Silvia Bottazzi)

Ho visto un posto che mi piace, si chiama Vistaterra.

Sembra un paesaggio dipinto del Seicento, con un castello che domina un paesello, immerso nel verde, con giardini vialetti e fontane, vigne e boschi.

Ma Vistaterra è più di un parco, è un Agriparco, completamente eco-sostenibile che abbraccia il Castello di Parella, sulle splendide colline del Canavese, accanto alla Serra di Ivrea.

E’ un innovativo progetto di impresa etica, dove l’ecosostenibilità si misura dalle scelte architettoniche, energetiche e nell’uso di tecnologie avanzate e a basso impatto, impiegate nel pieno rispetto dell’ambiente circostante.

Il 31 maggio 2017 per 5 giorni Vistaterra ha aperto le sue porte al pubblico che ha potuto rivedere restaurati gli splendidi affreschi originali nei saloni del castello, risalenti al XVII secolo. Sono stati recuperati strutture, pavimentazioni e materiali originali e, dove non è stato possibile, sono stati utilizzati materiali locali o nazionali, con il benestare della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Monumentali del Piemonte.

Si è potuto camminare nel silenzio delle sue vigne dove persino passeggiare diventa delicato, su passatoie di legno installate apposta per non calpestare l’erba.

Nell’antico cortile delle carrozze, dove sono state ricavate piccole botteghe invece sono stati commessi peccati di gola ma con la certezza dell’assoluzione, visto che l’intento è quello di promuovere e sostenere gli artigiani cioccolatai e birrai locali.

Vistaterra nasce con lo spirito con cui si pianta un seme: amore, cura, pazienza nell’aspettare di veder germogliare una nuova vita, in armonia con il territorio e il tessuto socio-economico circostanti.

Graziano Cimadom, Presidente di Manital e Founder di Vistaterra spiega che il progetto, in cui sono stati già impiegati oltre 20 milioni di euro di 40 totali dell’investimento, è quello di creare un modello virtuoso di recupero delle eccellenze, di valorizzazione della tradizione e capacità imprenditoriale del territorio, attraverso i valori dell’azienda: etica, bellezza, sostenibilità, arte del buon vivere, nel pieno rispetto della natura e delle persone.

Il progetto è in divenire: oltre al Castello nel quale sono state ricavati spazi per eventi privati ed aziendali, è in atto il recupero a certificazione biologica della vigna storica di Erbaluce e dei Vivai canavesani fondati da Adriano Olivetti negli anni Cinquanta.

Vistaterra sarà un agrimercato dove si potranno riscoprire antichi sapori ormai appiattiti dalla grande distribuzione che provengono da orti biologici a Km 0, con prodotti artigianali della tradizione casearia, panificati, conserve, un birrificio artigianale e una cantina di vinificazione.

Vistaterra è anche un contenitore di cultura: corsi, eventi e workshop a tema cibo, botanica, cura della mente e del corpo, pensati anche per bambini con lo scopo di far passare anche nelle nuove generazioni il messaggio di rispetto per il pianeta.

Nel prossimo futuro si potranno ascoltare concerti nell’anfiteatro a gradoni verdi, sotto un boschetto di betulle e il biolago verrà reso balneabile grazie all’attività di fitodepurazione svolta dalla flora acquatica, dove le famiglie potranno ritrovare divertimento e freschezza nei giorni d’estate.

Completano l’offerta Slow life di Vistaterra una residenza di charme con 37 camere e 3 suite, camere in vigna, un centro benessere completamente bio, una varietà di ristorazione per la riscoperta dei prodotti del territorio. Perfezionano l’esperienza gastronomica il raffinato ristorante gourmet che aprirà in autunno e la cantina dell’enoteca, ,la cui selezione di vini è stata curata dalla Banca del Vino di Pollenzo.

Il connubio con slow food e con l’Università del Gusto risale infatti al 2012 e con esso la condivisione dei valori di “buono pulito e giusto”, come mi spiega Erika Ferlito, anima del progetto , della direzione e sviluppo della Manital.

Me lo racconta con orgoglio e la fatica che deriva dall’essere coerenti all’impegno rigoroso che Vistaterra ha contratto nei confronti dell’ambiente che è quello di voler “lasciare un luogo più armonioso alle generazioni future” .

Ci invita quindi a tornare per assicurarci che le promesse vengano mantenute.

Sarà un lavoro duro, ma qualcuno lo dovrà pur fare….

Aiutatemi anche voi: appuntamento quindi nel 2018 per un tuffo nel Biolago.

Vistaterra

Via Carandini, 40

10010 Parella (TO)

www.Vistaterra.it

 

La bottega creativa di Elena

(di Antonella De Lucia)

Manualità e creatività sono due attività strettamente interconnesse tra loro: più esercitiamo la manualità e più sviluppiamo la creatività e la capacità di saper fare.

All’interno del laboratorio di Elena Parenti possiamo trovare tutto ciò che serve per dare libero sfogo alla nostra fantasia creativa; l’occorrente per realizzare decorazioni per la casa, bomboniere per il matrimonio e ornamenti natalizi è affiancato dai corsi specifici di tagli, cucito, ricamo, maglia e decoupage che si svolgono periodicamente in bottega.

Ghirlande, lanterne, cuscini, tessuti, nastri, pizzi e candele fanno bella mostra di sé in un caleidoscopio di tinte pastello che non possono che attirare lo sguardo già dalla vetrina. Le novità e i pezzi originali non mancano; ogni particolare è studiato con gusto e la libertà di scelta non ha limiti.

Elena, dopo gli studi presso un istituto d’arte, si è dedicata alla gestione del negozio di abbigliamento di famiglia. Nel tempo libero ha però coltivato e migliorato la sua preparazione seguendo corsi specialistici fino al conseguimento di una abilità finalizzata all’insegnamento e all’apertura di un piccolo spazio solo suo.

Dal 2013 il suo sogno si è concretizzato nella Bottega creativa di Elena, il regno per tutte le amanti del fai da te e dei lavori creativi, in via Vittorio Emanuele 12 /A a Lazzate, in provincia di Monza e Brianza. L’atmosfera che si respira ricorda le antiche mercerie, ormai inesorabilmente scomparse, dove si andava con la nonna a cercare quel particolare bottone o pizzo per rifinire il vestitino della bambola preferita, con il contorno dei profumi degli oggetti in legno o in paglia e delle candele aromatizzate.

A coronamento del suo successo lavorativo, Elena, mamma e moglie, mi ha mostrato con orgoglio una foto del suo matrimonio con Riccardo, il 4 giugno del 1989, in cui la sposa indossa un sobrio e vaporoso abito bianco de Le Spose di Giò.

E come da tradizione non si può che ripetere: “…la sposa era bellissima”.

elenaparenti65@gmail.com

www.elenacrea.com