Smart Working

(di Antonella De Lucia)

Lo smartworking (o lavoro agile in italiano) è una modalità di lavoro che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi mesi; caratterizzato dall’assenza di vincoli spaziali e a volte anche temporali questa attività lavorativa riesce a conciliare tempi di vita e lavoro nello spazio casalingo favorendo al contempo la produttività. Ma dove sarebbe meglio posizionarsi per svolgere il lavoro da casa? Sicuramente nelle vicinanze di una fonte di luce naturale, se non addirittura sotto una finestra.

Collocare una piccola scrivania sottofinestra offre senza dubbio alcuni rilevanti vantaggi, prima di tutto quello di guadagnare spazio all’interno degli ambienti piccoli della casa rendendoli più funzionali. Inoltre una scrivania ben illuminata è fondamentale per svolgere attività lavorative o per studiare al meglio senza affaticare la vista.

Per sfruttare al massimo questa tipologia di arredo, va selezionato con criterio il locale, ma soprattutto il vano finestra da adibire ad angolo ufficio per poi progettare delle soluzioni ottimali e confortevoli. Le sue dimensioni saranno determinanti: se lo spazio è ridotto sarà preferibile scegliere un piccolo tavolino o optare per una soluzione su misura, mentre se la superficie vetrata è ampia, una lunga mensola a muro o una scrivania antica o vintage potranno rispondere a tutte le esigenze lavorative.

Non va dimenticato infine di predisporre delle apparecchiature tecniche per la luce artificiale e il collegamento internet, degli accessori aggiuntivi come contenitori o cassetti, una seduta comoda ed ergonomica che consentiranno di ottimizzare al meglio questo spazio della nostra casa.

Fucsia in arredamento

(di Antonella De Lucia)

Avete bisogno di dinamismo ed ottimismo per affrontare queste giornate di inizio estate? Aggiungete allora un tocco di fucsia alla vostra casa. Questo colore acceso, allegro e brillante, ma con un che di ipnotico, ha la caratteristica principale di combattere lo stress e stimolare la creatività.

Usato molto spesso nell’arredamento d’interni e per molti oggetti di design, la sua tinta decisa e vivace alla lunga potrebbe stancare un po’: meglio allora introdurre pochi elementi decorativi di questa tonalità, come un tappeto, dei cuscini, piccoli soprammobili o un quadro dai toni intensi. Ma se non si ha paura di osare si può introdurla in tutti gli ambienti della casa scegliendo il fucsia per un mobile libreria, per un tavolo da pranzo per gli elettrodomestici della cucina o per il divano.

Un complemento d’arredo in fucsia si adatterà sia alle pareti bianche, dove risalterà alla perfezione, sia ad ambienti dalle tonalità più scure, dove creerà un contrasto deciso e rivitalizzante, come potrete vedere nella selezione di immagini che vi propongo oggi.

(Photo: Pinterest)

Zona pranzo in cucina

(di Antonella De Lucia)

Mangiare in compagnia di amici e famigliari rappresenta un momento di condivisione e socializzazione, ma è anche un evento piacevole in quanto stimola la cura del proprio benessere, un’abitudine salutare e gratificante.

La cucina è il luogo consacrato a consumare i pasti ed è proprio per questo che si tende sempre più a ricavare una zona pranzo all’interno di questo ambiente. Molto spesso trovare posto per un tavolo risulta difficoltoso a causa delle misure sempre più scarse delle cucine, ma non bisogna arrendersi perché esistono delle soluzioni davvero uniche.

Gli spazi dining che vi propongo oggi sono funzionali, gradevoli ed equilibrati a tal punto da rendere ancora più affascinante l’ambiente cucina a cui sono destinati.

Non sono necessari troppi accessori per realizzare un arredo di gusto: un tavolo tondo con sedie in legno di design, uno rettangolare in stile scandinavo, il tavolo in legno grezzo con gambe e sedie colorate o affiancato da panche e sgabelli, quello antico della nonna o vintage anni ’70. L’attenzione ai dettagli è determinante, come la scelta dei toni di colore e la giusta posizione per rendere lo spazio pranzo sofisticato e confortevole al tempo stesso.

Poche sono le regole per predisporre un angolo pranzo di tutta comodità e per potersi muovere facilmente: la distanza tra il tavolo e la parete deve essere di circa cm 60, mentre tra il tavolo e i mobili della cucina di almeno cm 90.

Dopo queste piccole accortezza non posso che augurarvi buon appetito!

(Photo Pinterest)

Cassettiere industriali

(di Antonella De Lucia)

L’arredamento vintage è quanto mai di moda e sempre più spesso le nostre abitazioni si popolano di elementi d’arredo che ci ricordano il passato. Ancor più ricercato è ormai il riuso di mobili vintage “industrial”, provenienti da vecchi negozi, fabbriche in disuso, laboratori tipografici e ferramenta.

Questo stile industriale è un tipo di arredamento contemporaneo entrato in voga una decina d’anni fa, soprattutto per arredare loft e open space. Ma la sua storia nasce a New York intorno alla metà degli anni 50, quando si iniziarono a recuperare vecchie strutture dismesse e grandi spazi industriali come abitazioni civili.

Ecco allora come la mia scelta sia caduta su una selezione di cassettiere industriali dedicate a coloro che ricordano con nostalgia quelle atmosfere retrò e che desiderano dare un tocco di originalità alla propria casa.

Costruite principalmente in legno povero o in ferro, sono caratterizzate da una serie di cassetti di varie misure, ma sempre di dimensioni ridotte. Spesso usate per contenere piccoli oggetti, queste cassettiere non rispondono a pieno alle regole della praticità così da limitarne l’utilizzo. Anche le loro dimensioni, spesso fuori standard, possono creare dei problemi di collocazione negli spazi ridotti delle moderne abitazioni.

Nonostante ciò il loro aspetto vecchiotto e un po’ rovinato le hanno rese un elemento d’arredo assai ricercato e accattivante, come spesso si può vedere sulle riviste del settore e sui cataloghi di catene di mobili in serie, che ne riproducono l’aspetto esterno riadattandole con misure più consone agli ambienti domestici.

Christo

(di Antonella De Lucia)

L’artista Christo Vladimirov Javacheff, meglio noto come Christo, è mancato all’età di 84 anni nella sua casa a New York. Nato il 13 giugno 1935 a Gabrovo, in Bulgaria è considerato uno dei maggiori rappresentanti della Land Art degli anni ’60 e viene ricordato soprattutto per i suoi monumenti impacchettati. Con la sua forma d’arte aveva superato le regole del mondo artistico intervenendo con spettacolari istallazioni sul territorio naturale, in particolare in grandi spazi come deserti, praterie, laghi.

La sua poetica consisteva nel fare del mondo la tela su cui rappresentare il suo spirito e le sue tematiche artistiche. Questa approccio fu considerato rivoluzionario, soprattutto agli esordi, quando le opere d’arte erano confinate nelle gallerie. Le sue creazioni effimere e di breve durata, erano pensate per attirare l’attenzione di cittadini e comunità portandoli a guardare con occhi diversi quei paesaggi che nella routine quotidiana passano inosservati.

Lo ricordiamo certamente tutti per la sua istallazione italiana Floating Piers del 2016, una passerella dorata galleggiante sul lago d’Iseo su cui hanno camminato migliaia di visitatori.

Mobili in Bambù

(di Antonella De Lucia)

Visto il successo che hanno riscosso le tappezzerie tropical, volevo oggi suggerire alcuni complementi d’arredo da accostare a questo stile etnico: i mobili in bambù. Simbolo di naturalezza e di raffinatezza questo materiale naturale richiama immediatamente alla mente immagini di luoghi lontani. Proveniente dall’Oriente geografico e culturale, è ormai diffuso anche in Europa soprattutto per la sua adattabilità climatica, ma anche per la sua crescita veloce.

Il bambù è un insieme di diverse piante verdissime, perenni e sempreverdi, che dopo il taglio assume una calda colorazione nella gamma dei beige. Essendo un prodotto naturale unico e dalle caratteristiche particolari è estremamente resistente, ma allo stesso tempo leggero, flessibile, bello esteticamente ed ecosostenibile.

Utilizzato in numerosi settori dell’architettura, è impiegato maggiormente nel campo dell’arredamento perchè offre una valida alternativa al legno tradizionale.

Queste le motivazioni che hanno favorito la diffusione dei mobili in bambù, prima solo in terrazzo e giardino, ma poi anche in appartamenti ed uffici; raffinati, comodi e caldi, si adattano facilmente ad ogni ambiente,

Perciò se il vostro ideale è ricreare lo stile etnico, che ricordi la jungla o le spiagge dei tropici il bambù è la scelta giusta, ma se invece prediligete il gusto moderno è ormai possibile trovare anche mobili di design realizzati in questo materiale.

Il mio consiglio: non esagerare con la quantità; uno o due elementi d’arredo sono più che sufficienti a garantire il risultato.

Costruzioni-Idee e Design Creare Design a Pavia

(di Antonella De Lucia

Costruzioni-idee &design nasce nel 1992 dalla passione per tutto ciò che è design di Alida Buttarelli e Marina Danova. Il nome “Costruzioni” prende spunto da un’idea dell’artista Gherardo Frassa, mentre del logo si è occupato Emilio Tadini. Queste le solide premesse che hanno reso il negozio di corso Garibaldi 5/E a Pavia una eterogenea collezione di oggetti per la tavola, complementi d’arredo, abiti, gioielli e borse, accomunati dall’amore per la manifattura artigianale, per lo stile e per il bello.

Dalla collaborazione con artisti, artigiani e designer sono nati innumerevoli work in progress, eventi e progetti che sono una caratteristica intrinseca dello spazio.

Il mood dei prodotti proposti è sempre in divenire: dalla passione iniziale per la cultura giapponese con i suoi tessuti ed oggetti preziosi, alla scoperta delle sete cinesi o ai tappeti provenienti dalla Turchia, fino ad arrivare agli elaborati tessuti indiani dai sontuosi ricami fatti a mano.

Un’attenzione particolare è stata riservata al settore moda: gli abiti e gli accessori di manifattura sartoriale sono pezzi unici realizzati in loco da giovani talentuosi con tessuti provenienti da diversi paesi del mondo. Molto proficua si è rivelata la collaborazione con Paola Loriani, che all’interno della bottega ha creato una collezione personale di stampe con block print o stencil su tessuti e carte dando nuova vita a vecchi abiti e accessori in stoffa vintage, personalizzandoli per il cliente.

Non va poi dimenticata la sezione dedicata al design contemporaneo italiano ed europeo; Marina ed Alida hanno intrapreso, con il passare degli anni, delle collaborazioni permanenti con alcune delle più note aziende del settore che riforniscono il negozio con i loro più recenti complementi di arredo e di decorazione d’interni.

Perciò, se passate per Pavia, non dimenticate di fare una capatina a questa allettante fucina di talenti alla scoperta di qualche piccolo tesoro per voi o la vostra casa.

costruzioni.a.m@virgilio.it

Facebook costruzioni-idee&design

Instagram costruzioni.pavia

Foto: Elisa Ducoli e Salvatore Rotella

Carta Tropical

(di Antonella De Lucia)

Il desiderio di visitare terre sconosciute, lontane dal nostro panorama quotidiano, racchiude in sé l’amore per paesi esotici e il fascino di civiltà e paesaggi misteriosi. Il più delle volte è possibile salire su un aereo e raggiungere le isole dei caraibi o le foreste pluviali per godere dell’esotico paesaggio tropicale: il verde delle palme, i pappagalli multicolori, il rosa intenso dei fenicotteri, le belve feroci dal mantello maculato, il blu del mare profondo, sono i colori che riportano alla mente un paradiso in terra.

Ma non sarebbe meraviglioso ricreare la magia dell’indimenticabile stile tropicale all’interno delle mura di casa? La via più facile per realizzare questo sogno ad occhi aperti è ricorrere alle carte da parati in stile Jungle, di tipo tradizionale o stampate con sistemi digitali personalizzati perfettamente adattabili ad ogni ambiente della casa.

Il colore predominante sarà sicuramente il verde in tutte le sue sfumature, ma sarà possibile smorzarlo con la profusione di colori degli uccelli, dei fiori, degli animali e degli alberi. La vivacità è infatti l’attrattiva predominante di questi rivestimenti murari.

Bisogna però fare attenzione a non esagerare perché la vegetazione tropicale rappresentata a grandezza naturale può rendere un po’ claustrofobico ogni spazio, soprattutto se di piccole dimensioni.

Il trucco sicuramente sarà di rivestire solo alcune parti della stanza: una sola parete del soggiorno o della camera da letto, un angolo dell’ingresso o dello studio, il muro della scala o la parte alta del bagno sopra una boiserie in legno.

Ecco allora che felci, banani, ibischi, orchidee, pappagalli, tucani e tigri vi faranno compagnia e vi permetteranno di assaporare il clamore della jungla tra le mura domestiche.

(Photo: Pinterest)

Luca Zagliani – Design Talks

L’interior designer Luca Zagliani, milanese di nascita, ha seguito un percorso formativo che dall’arredamento di interni lo ha portato a sperimentare in altri ambiti creativi, come il marketing e la comunicazione. Dopo la collaborazione con diverse aziende si addentra nel settore del Visual merchandising e Emotionaly Design. Molti sono le idee progettuali nate durante questo periodo di isolamento forzato, progetti in nuce che culmineranno con originali sperimentazioni e nuove avventure. Luca trova costruttiva questa esperienza per fare “ una sorta di tabula rasa del passato che può solo aprire nuove prospettive.”

Poi aggiunge :”Chi meglio di un creativo si può reinventare?

Tanti sono gli aspetti che in questo ambito possono ridefinire le meccaniche aziendali e lavorative di una persona. In futuro un viaggio all’estero, la possibilità di nuove collaborazioni e la mente aperta a nuove sfide sono per me gli elementi chiave che ogni designer dovrebbe avere.”

Il suo segreto : sorridere sempre alla vita che forse tanto male non è.

“Cerco sempre di vedere a colori.”

Con questa massima di positività vi invitiamo allora ad approfondire la conoscenza di Luca Zagliani scoprendo le sue creazioni attraverso i contatti che vi alleghiamo.

www.lucazagliani.com

IG: luca_zagliani

E-mail: lucazagliani@gmail.com

Cell. 3394185438

Il Soppalco

(di Antonella De Lucia)

Molti concorderanno con me nell’affermare che lo spazio in casa non è mai abbastanza. Uno dei modi più semplici per aumentarlo, soprattutto negli ambienti dove i soffitti sono più alti di quelli standard, è sfruttare l’altezza realizzando un soppalco, ovvero una zona rialzata rispetto al resto della casa.

Il soppalco è una soluzione versatile e suggestiva, anche se la nuova stanza così ottenuta non potrà essere considerata come un locale abitabile a causa delle sue dimensioni ridotte e della sua altezza spesso non a norma con le disposizioni edilizie.

Anche se l’area ricavata su questo nuovo piano permetterà di aumentare lo spazio disponibile e di conseguenza anche il valore della casa, molti sono i possibili svantaggi da valutare, come una scarsa illuminazione, le difficoltà di aerazione o la scomodità di accesso.

Ricorrendo però ad un progetto ben studiato nei minimi particolari renderà possibile creare degli ambienti ben organizzati, funzionali e con soluzioni di grande impatto estetico.

La superficie soppalcata della casa verrà comunque sempre vissuta come una zona intima e raccolta, dove dedicarsi ad attività di relax, per dormire o per svolgere attività che richiedono concentrazione, come un angolo studio.

Se l’altezza del soffitto lo permette, la zona sottostante al soppalco potrà essere utilizzata come una stanza a tutti gli effetti; in caso contrario potrà solo contenere un’armadiatura o un ripostiglio.

La struttura che sosterrà la nuova area potrà essere realizzata in diversi modi a seconda del tipo di muratura esistente nella casa. Se i muri perimetrali lo permettono sarà possibile costruire un soppalco in muratura ancorato ad essi; sarà più stabile, ma richiederà più tempo. Se invece questa via non fosse attuabile bisognerà ricorrere a tipologie composte da travi e pilastri in metallo o legno, meno stabili, ma più veloci da realizzare e più leggeri strutturalmente.

(Photo: Pinterest)

Design Talks

L’appuntamento con il design raddoppia, e conferma il suo un respiro internazionale.

Avete accolto #quarantenedidesign con tanto entusiasmo, da convincerci a farne una rubrica continuativa.

Ecco allora i “Design Talks”: due appuntamenti, il giovedì con le dirette Instagram del direttore, e la domenica con le dirette Instagram in lingua inglese di Antonio Di Meglio.

Domenica 10 maggio è la volta di R+O Design, dalle voci di Reli Smith
E di Osnat Yaffe Zimmerman

Continuate a seguirci, stiamo sognando grandi cose per voi!

Piccoli Balconi

(di Antonella De Lucia)

L’inizio del mese di maggio ci introduce ai tepori più caldi della primavera e ci fa sentire il desiderio dell’estate; ma quest’anno è coinciso anche con un periodo di riacquistata libertà per allentare i limiti dei mesi precedenti di quarantena.

La voglia di trascorrere sempre più tempo all’aria aperta è fortissima, ma le disposizioni della Fase 2 sono ancora restrittive; allora perché non godersi il sole e il tepore di queste giornate senza essere costretti necessariamente ad uscire di casa? Chi vive in città ed ha la fortuna di avere un balcone, anche piccolo, potrà oggi scoprire tante semplici soluzioni per realizzare uno spazio esterno confortevole che rispecchi il proprio stile.

Il concetto di relax non è univoco: ognuno di noi interpreta il balcone come luogo di dove immergersi nella lettura, come una sala da pranzo alternativa, come una spiaggia dove arrostirsi al sole o come un giardino dove coltivare fiori o erbe aromatiche.

Bastano pochi accorgimenti ed un po’ di creatività per realizzare il vostro balcone dei sogni in uno spazio ristretto. La sapiente scelta di elementi d’arredo funzionali e salvaspazio, la ricerca di accessori originali e piacevoli, renderà possibile dar vita ad uno spazio esterno, quasi un prolungamento dell’abitazione, perfettamente fruibile e trasformabile per ogni occasione.

Per sfruttare ogni centimetro bisogna ricorrere principalmente ad arredi di dimensioni ridotte come piccoli divani, tavolini e sedie pieghevoli, panchette o poltroncine impilabili o sdraio leggere. L’uso di strutture da montare in verticale o negli angoli, come mensole e vasi a muro o da agganciare alle ringhiere, rappresentano un espediente perfetto per non ingombrare lo spazio calpestabile.

Adesso tocca a voi selezionare dalla gallery il terrazzo che più rispecchi il vostro personale desiderio di relax.

(Foto: Pinterest)

Caramelo Revolution!

(di Antonella De Lucia)

Da qualche anno a questa parte la produzione di prodotti “handmade” ha avuto un incremento rilevante. Molti di questi produttori sono giovani creativi che hanno dato vita ad una piccola impresa di vendita per portare le loro creazioni agli angoli delle strade. Per fare ciò moltissimi di loro si sono affidati al noleggio o all’acquisto di un Ape Car, il famoso motocarro su tre ruote della Piaggio, derivato da uno scooter. Personalizzato a seconda del tipo di prodotti da vendere è tornato alla ribalta attirando l’interesse e la curiosità di curiosi e potenziali clienti.

Per Costanza Queirolo e José Rojas l’incontro con l’Ape è stato amore a prima vista.

Arrivati in Italia dal Cile, dove le loro creazioni hanno visto la luce, si sono gettati a capofitto in questa nuova avventura della vendita per strada con Caramelo Milano Apestore.

“Adoriamo creare e abbiamo tanti prodotti fatti a mano con tanto colore e passione. Quando vedrai l’Ape troverai amore e allegria, e ogni prodotto ti regalerà un sorriso che illuminerà la tua giornata.”

Allora quando incontrerete per le vie di Milano il loro “treruote” azzurro fermatevi a curiosare tra i grembiuli, i paralumi, le tovagliette all’americana e le sporte, il tutto realizzato rigorosamente a mano con tessuti allegri e coloratissimi. Le zone frequentate sono Via Spallanzani, vicino a Corso Buenos Aires, la Darsena a Milano e le vie di San Donato Milanese.

https://www.instagram.com/caramelo_milano/

https://www.facebook.com/caramelomilano

I sogni sono fatti di stoffa – Dalila Recchia

(di Marianna Porcaro)

I sogni sono fatti di stoffa, di stoffa vera. Quelli che da bambina vestivano i manichini di un’arte le cui radici sarebbero diventate sangue che scorre nelle vene. Quelli che dopo anni di studio e sacrificio, oggi corrono soli. Pugliese di nascita napoletana di adozione. Dalila Recchia con la sua collezione “Psicosoma” vince il premio Miglior Designer Mad Mood Milan Fashion Week 2019. Dalila ridisegna il concetto di bellezza, adattandolo al nostro tempo, rendendola movimento puro come Miuccia Prada insegna. Lei ha stravolto la comune concezione di armonia, confezionandone una più consona all’ imperfezione del nostro essere.

Sdrammatizza la femminilità più classica a tratti onirica. Sporcandola con qualcosa solo di apparentemente stonato – fuori luogo e fuori tempo – per renderlo più umano perché è questo, ciò siamo: Umani. Parla di sé, denuda la sua anima e lo fa coprendo lembi di pelle con lembi di stoffa. Sublima il sacro regalando l’umana immortalità. Personalità, non mode sembra dirci. Ridisegna. Modella. Adatta. Proprio come si fa quando si racconta una storia. Con la devota cura che dovrebbe caratterizzare la scelta delle parole. Dei gesti o dei silenzi. La moda, quella vera. Quella che ritorna all’essenziale. Quella senza maschere. Quella senza eccessi che altro non sono che il desiderio di farsi notare. Quella della gente che ride, che sente, che attraverso il corpo esprime la pelle.

La moda che diventa parola scritta su forme irregolari, perfette. Il corpo come abito della mente. La moda di chi ama questo mondo a prescindere. E attraverso di lei racconta pezzi di sé. Perché è per questo che esistono i vestiti. Per dare voce a tutte le nostre anime. Dalila sembra riconnetterci ad una realtà che potenzia il corpo. Tridimensionale, appunto. Donne, la cui profondità traduce in “futuribilità” di prospettive l’immagine. ” E’ questo che siamo” sembra dirci, indissolubilmente collegate le une con le altre, da una moltitudine di forme – sottili, piene e asimmetriche. E forse non ce ne accorgiamo e forse ci risulta più facile oltre che più comodo dimenticarlo e probabilmente distratti come siamo a quelle forme in cui inciampiamo continuamente preferiamo non prestare troppa attenzione certi che – siamo isole libere in questo mare. Eppure sono quelle, forme – sottili, imperfette, morbide, nelle curve e nei concetti – che ci consentono di rimanere a galla e di non annegare. Che ci ricordano certi giorni l’origine della nostra identità. Quelle forme che danno vita all’arcipelago in cui fluttiamo – isole certo, mai troppo distanti l’una dall’altra perché sole perderebbero il senso di ciò che sono. Per essere se stesse, per dare spazio alla libertà e mostrarsi senza maschere. Mi piace pensare che è racchiusa in questa collezione, in questo “Qualunque cosa vogliate essere. Non vergognatevi di essere chi siete”, in questa vittoria dell’essere sull’apparire, il concetto stesso di femminilità.

Oggi, Dalila, lavora ad un progetto “Torneremo a respirare”, mette a disposizione la sua passione per dare un contributo all’emergenza Covid-19, rivolgendo parte del ricavato alla protezione civile. Sono delle meravigliose t-shirt disponibili on-line sul suo profilo, uno dei nostri polmoni è completamente rivestito di fiori, un invito a nutrire il nostro respiro di possibilità e nuovi inizi, sembra quasi di sentirne l’odore attraverso la stampa, un dispiegarsi di “E poi” che ci lega tutti.

Un progetto che vede la Moda al servizio del popolo, perché “nessuno si salva da solo” e mai come in questo momento l’arte qualifica il nostro senso umano. E se poi vi capita di conoscere Dalila e di chiederle: “Perché fai tutto questo?” non riceverete che una sola risposta che poi è l’essenza del suo talento, “Perché mi fa bene al cuore”

R+O Design #quarantenedidesign

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Armonia e grandezza caratterizzano il lavoro di Reli Smith e Osnat Yaffe Zimmerman con la loro collaborazione artistica per il brand R+O Design. L’obiettivo del loro lavoro è creare un mondo magico di vivaci colori con tinte pastello e opere monocromatiche di materiali differenti, a formare insieme un racconto estetico e accogliente.

La nostra arte trasmette un messaggio di gioia, buona volontà, prospettive positive, felicità, fanciullezza e vivacità. In questo periodo travagliato è molto incoraggiante vedere persone che desiderano acquistare le nostre creazioni che trasmettono loro il nostro ottimismo

Harmony and grandeur characterize the work of Reli Smith and Osnat Yaffe Zimmerman in their artistic cooperation under the brand R+O Design. The goal in their work is to create a magical world of bright colors, along with pastels and monochromatic works of differing textures, which together form an aesthetic and “welcoming” tale.

Our art carries a message of joy, good will, positive outlook, happiness ,childhood and colorfulness. In this challenging time it is very encouraging to see that people want to buy our art which transmits to them our optimism

https://www.facebook.com/RO-Design-1027912963886442/

Ardoma Studio #quarantenedidesign

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Armonia e Contrasti

Ardoma studio dedica il suo lavoro alla ricerca di un’armonia visiva attraverso l’uso di elementi contrastanti.

I contrasti tra rigidità e morbidezza, luce e buio, maschilità e femminilità, dritto e curvo, forza e fragilità sono gli strumenti e l’armonia è l’obiettivo.

Il cemento, la pietra liquida, è stata scelta come un elemento rappresentativo per questa ricerca. Un rigido e freddo materiale che, se padroneggiato correttamente, può magicamente migliorare l’ambiente in cui è inserito, fondendosi e ipnotizzando con la sua delicatezza.

Harmony of Contrasts

Ardoma studio dedicates its work to the investigation of visual harmony through the use of contrasting elements.

The contrasts of rigid and soft, light and dark, masculine and feminine, straight and curved, robust and fragile are the tools and harmony is the objective.

Concrete, the liquid stone, was chosen as a representative material for this quest. A rigid and cold material that, when properly mastered, can magically enhance the environment in which it is placed, blend in and mesmerize with its ability to be gentle.

website: www.ardomadesign.com

Instagram: www.instagram.com/ardomadesign/

WORK BIKE G.S. #quarantenedidesign

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WORK BIKE G.S. bici da lavoro… Un’idea per incrementare ogni tipo di attività, per ripartire più forti dopo questo lungo periodo di “pausa” che ci ha permesso di riflettere… Facendo nascere nuove idee!

Work bikes… An idea to increase all types of activities, to start again stronger after this period of “pause” that made us think… giving birth to new ideas!

Stefano Work Bike G.S.

www.workbikegs.com

social: workbikegs

telefono; 370 3291504

Marinella Porzio #quarantenedidesign

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In passato erano i libri e la scrittura a darmi una marcia in più per uscire dai periodi sfavorevoli. La mia creatività, frutto di quel desiderio di conoscenza che vado a cercare tra le pagine dei libri e dei giornali, oggi compensa il mio stato d’animo altalenante, durante questa quarantena. Le borse come i filati, e ancora i libri e la scrittura, deviano i pensieri di grande apprensione verso progetti futuri di serenità.

In the past writing and books always helped me, with a special boost, to overcome bad times.
Today my fluctuating mood, during this quarantine, is compensated by my creativity which was brought up by the need of knowledge that I constantly search in books and newspapers.
Bags, yarns and still books and writing are moving my apprehensive thoughts towards future projects of peace.

@lapirpy su Instagram

https://m.facebook.com/marinella.porzio

Sillabe Design #quarantenedidesign

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Siamo tutti chiamati a rimanere a casa e dobbiamo comportarci in modo  rispettoso e intelligente, adattando le nostre case per accogliere la nostra vita quotidiana. Scrivanie e tavolini vengono ri-utilizzati per diventare i luoghi dove passare le giornate: lavorando, riposando e per la pausa caffè.

We are all called to stay at home and we have to be respectful and smart, adapting our homes and bringing there all our life, desks and small tables are transformed to become places to spend our time: working and resting and of course coffee time

@sillabe_lc.b
@debou_it   shopping online
www.sillabedesign.it

Sussiebiribissi #quarantenedidesign

English test follows

Gioia, paura, amore, ansia, energia, dubbi, sogni, frustrazioni, voglia di cambiamento, rimpianti, amicizia, solitudine, mare, montagna, fiori, stelle…usiamoli tutti questi colori.
Creare con le emozioni, in una infinita tavolozza, un lampadario o la vita che vorremmo.
Questa è la lezione che spero ci rimanga.
E sarà bellissimo!

Joy, fears, love, anxiety, energy, dreams, nightmares, friendships, loneliness, sea, mountains, stars…let’s use all of this colours.
We shall create through emotions using all the shades in the world.
It might be either a chandelier or the life you always dreamed of.
Be creative, it will be gorgeous!

www.sussiebiribissi.it
Instagram: https://instagram.com/sussiebiribissichandeliers?igshid=17loe7v7shqc9

Facebook: https://www.facebook.com/sussiebiribissi/

Mimade #quarantenedidesign

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Mimade nasce dalla mente di un architetto che voleva progettare, prima di tutto, una vita diversa per se stessa; da allora è uno spazio in continuo mutamento, una vetrina per chi riesce a coniugare manualità oggi rare, con ingegno ed innovazione. Il risultato è una factory di idee con una produzione di nicchia, per chi riesce a riconoscere il “bello”. Un mix tra l’effervescenza dei miei trent’anni e l’esperienza di mia mamma che più di una socia, è l’ingrediente segreto di questa miscela vincente.

Mimade was born at first from an architect’s desire to design a different life for herself.
Since then it has become a space of experimentation and a showcase for those able to combine ingenuity, innovation and manual skills. The result is a factory of ideas for a niche production, for those who can recognize beautiful things. A mix between the effervescence of my thirty years and the experience of my mother who more than a partner is the secret ingredient of this winning blend.

Dott. Arch. Alessia Anelli

alessiaanelli@mimade.it

MI.MADE studio di interior design & arte

Info@mimade.it

Viale Monte Nero, 31, Milano

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Addicted to patterns #quarantenedidesign

English text follows

Eye for crystals

Restate creativi, abbiate cura di voi stessi, aiutatevi a vicenda.
Abbiate fede nella forza della comunità, apprezzate il fattore umano, rispettate la natura, siate consapevoli riguardo processi & materiali.
Non sprecate, scegliete il design per la vita e non per una stagione, sforzatevi di conoscere.
Noi siamo convinti che insieme supereremo questo momento e ci incontreremo ancora!

Splashed paint

Stay creative, be safe, support each other.
Trust in the power of the community, appreciate the human factor, respect the nature, be conscious about the process & materials.
Don’t waste, choose design for life not season, make an effort to know.

We believe that together we will go through this and meet again!

http://addictedtopatterns.uk/collection-for-2020-21/

https://www.instagram.com/addicted_to_patterns/

Roberta Sapino #quarantenedidesign

English text follows

Cerco di vivere questo “tempo sospeso” come un dono ed un insegnamento.

Il tempo prezioso si riempie di idee creative da sviluppare con calma. Imparo la pazienza e la bellezza delle piccole cose. L’ansia, che eppure esiste, la placo preparando pani e dolci e facendo scorrere la mia matita su fogli bianchi.

I’m trying to live this “suspended time “ as a gift and a lesson.
This precious time is filled up with creative ideas to be quietly developed.
I’m experiencing patience and the beauty in little things.
Anxiety is there too but cuddled by preparing home made bread and cakes and letting my pencil flow freely on white papers.

https://instagram.com/le_chat_egoiste?igshid=1a09jis2x65ak

https://instagram.com/robertasapino?igshid=ixlgwreofnut


Lucilla Giovanninetti #quarantenedidesign

(English text follows)

Creatrice di gioielli, Lucilla Giovanninetti trova ispirazione dal mondo naturale, consunto, stropicciato, a volte ironico. Lavorando i metalli, le cere, gli smalti ricerca la sperimentazione formale unita allo studio della materia, sia che si tratti di bronzo o argento, sia che intervenga sul tessuto, a volte irrigidito con resine, o su materiali sintetici.

Sono foglie e fiori adagiati, reticoli, fori scavati.

Jewellery Designer, L. G.  is inspired from the natural, shabby, crinkled and sometimes ironic  world.
Working metals, waxes, glazes, she researches the stylist experimentation combined to the study of material, either is bronze or silver or fabric, sometimes stiffened by resins or synthetical materials.

They are lying leaves and flowers, nets, worn-out flowers.

info@eandare.it

https://www.agc-it.org/it/soci/466-lucilla-giovanninetti.html

https://klimt02.net/jewellers/lucilla-giovanninettihttps://www.facebook.com/lucilla.giovanninetti

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Monica Gasperini #quarantenedidesign

Le Coco

(English follows)

Personalmente credo in una idea di Eleganza Senza Tempo, che non è solo un preciso credo estetico, ma anche un atteggiamento nella progettazione e realizzazione dei miei lavori. Amo la Ricerca del dettaglio, la Semplicità e la Qualità che rendono tutto permanentemente aggiornato. I lavori che mi rappresentano maggiormente sono quelli ‘sartoriali’.
In questo momento il dialogo con l’utilizzatore finale è il punto di partenza di ogni forma di innovazione puntando sulla Unicità, Creatività e Distintività. Dobbiamo costruire la Gioia nei Cuori delle Persone con la Bellezza sottraendo l’eccesso.

Morning

I personally believe in a kind of timeless elegance which is not only an aesthetic creed but also the attitude to the design and realisation of my projects.
My love for details, simplicity and quality keeps everything permanently updated.
The projects that mostly represent me are the “tailor made” ones. Nowadays the starting line of any kind of innovation must be the dialogue with the final user, making a bet on uniqueness, creativity and distinctiveness.
We have create joy in peoples hearts using beauty but deducting excess.

Mail: info@monicagasperini.com

Sito: www.monicagasperini.com

Instagram: @monicagasperini

Quarantene di Design

Proprio oggi il Salone del Mobile di Milano avrebbe aperto le porte a progettisti ed operatori del settore  per mostrare al pubblico le nuove tendenze del design.  La  redazione di TheWiderproject ha pensato di organizzare  Quarantene di Design: una piccola vetrina  per i designer dove presentare brevemente  se stessi con alcune foto delle loro creazioni accompagnate da qualche riga di commento che li racconti e rappresenti.
L’idea è di creare una sorta di Fuori Salone virtuale ed eventualmente scambiare contenuti con altri magazine o siti in Italia e nel mondo per ricordare a tutti che la creatività vola libera e travalica gli ostacoli e che l’isolamento può infondere sentimenti nuovi e nuova linfa.
L’appuntamento col design  vi aspetta da domani con alcuni amici del magazine che hanno aderito con entusiasmo all’esperimento.

Annagemma Lascari: la Designer della Moda

(di Isabella De Rorre)

Una premessa doverosa ai lettori: questa articolo è una lunga intervista, che parla di Annagemma Lascari, ma soprattutto di moda. Perché la Signora Lascari vive per la moda da quando, bambina, decise che quella era la vita che voleva.

Per me, segna uno spartiacque, o meglio una conferma che per scrivere di Moda, quella vera, bisogna capirla e sforzarsi di farla comprendere, oltre le apparenze che spesso la relegano a fenomeno senza sostanza compiuta. E che scrivere, in assoluto, è documentarsi bene per documentare altrettanto bene la voce di chi ci risponde, per coloro che ci leggeranno.

Buon viaggio, quindi.

Annagemma, parliamo del presente. Chi è oggi Annagemma Lascari, e che cosa è Atelier Lascari?

Sono prima di tutto una designer, una innovatrice. Stare indietro non è nel mio carattere, e sviluppare il segmento Sposa mi ha dato la possibilità di creare e anticipare tendenze, che altri hanno sviluppato dopo: un esempio, gli abiti leggeri, portabili, o realizzati in un tessuto unico su cui io lavoro da anni.

Mi piace farmi accompagnare dalla definizione che Gae Aulenti , docente di Domus Academy che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, forgiò, di Classico Unico: “Quando tu non riesci più ad aggiungere o togliere nulla all’oggetto che hai creato”. Per un designer, riuscire a disegnare un classico unico è una fortuna, e posso dire di essere stata fortunata: alcuni miei abiti del 1993 sono attuali ora e trasversali alle mode.

Il tubino “Classico Unico”, 1993

Atelier Lascari è il risultato di un’alta tradizione sartoriale, che si sviluppa da un pensiero di design; se non studi, se non metti cultura in quello che fai, all’abito viene a mancare il racconto, non ha la sua storia.

La mia mente è legata a doppio filo alle mani sapienti delle mie sarte.

La sposa che entra in Atelier trova cento abiti, che sono archetipi: trova quello che Annagemma è nei bustier, nelle scollature, nei volumi, nei materiali. Viene seguita in maniera personale, partendo da uno dei modelli esistenti o partendo da un abito disegnato in quel momento, davanti agli occhi increduli della sposa, la risposta concreta alla domanda: Ma lei sa disegnare?”.

Da qui parte il processo creativo, ed un legame profondo con la sposa, che non si interromperà mai più: faccio provare alcuni abiti, anche per vedere come la futura sposa si muove, come li vive. Poi si pensa alla struttura del suo abito, al decoro: sono per il decoro funzionale, amo mettermi in difficoltà da sola! Ma solo per poi risolvere il problema al meglio.

Annagemm lascari – Catosky Photo Art
Party Dress “The Great Gatsby” Annagemma Lascari – Catosky Photo Art

Dal 2016 è nata “Annagemma”, Unexpected bride, una capsule collezione di 21 abiti, per poter fare stile, innovazione, uscendo dalla tradizione prettamente sartoriale, e sfidando il pret a porter. Ogni abito della prima capsule era dedicato a una Grande Donna: ricordo “Morgane”, una fata guerriera senza tempo.

Faccio quello che ogni stilista di nicchia ritengo dovrebbe fare: offrire lo stile, il design, la qualità del Made in Italy (nel mio caso: Made in Milano). Donare leggerezza, come la intendeva Calvino. La sposa non deve pensare che il Made in Italy sia caro, ma che sia un prodotto competitivo con una qualità eccellente, e rara da ritrovare altrove.

Abito Annagemma Premium

Per questo, la linea “Annagemma” è diventata “Premium”: 15 modelli al massimo, prodotti con alti standard di qualità e design, dedicata alle spose millenial, con prezzi che restano entro i 2.500 euro. Per me, una ulteriore e appassionante sfida.

Lei ha detto: “Non puoi fare forme nuove, se non hai materiali nuovi”; come traduce nel suo lavoro di ricerca questa affermazione?

La moda è ricerca a 360 gradi; l’abito come progetto deve quindi partire dal materiale da utilizzare.

Prima di tutto bisogna studiare il materiale, poi creare una palette, per arrivarne a realizzarne di propri. Occorre conoscere natura e caratteristiche dei filati, come funzionano i telai. Un plus è conoscere il finissage, io ne sono esperta.

Le faccio degli esempi: il primo riguarda l’utilizzo di un materiale che amo molto, e che sto usando in via esclusiva, ossia il Tulle Tatou. Consistenza completamente diversa dal tulle che conosciamo: questo materiale si muove nell’aria, come se danzasse. Lo immagini in un abito da sposa!

E poi: in Francia usano mescolare i tessuti dell’alta moda con quelli usati per il teatro.Negli anni trascorsi a Parigi ho scoperto la crepeline de soie, che viene usata per rammendare i costumi teatrali e d’epoca.

La sua struttura, una armatura-tela, la rende impalpabile, viva, tanto da restare in aria tempo prima di ricadere: immagina cosa possa diventare una gonna a ruota? Certamente, un capo unico.

La stessa ricerca la porto avanti sui materiali che vanno a comporre la linea Premium, con tessuti innovativi che permettono di contenere i costi.

Nel citare l’esperienza con Ferré, lei ha detto che in seguito a quel periodo ha cominciato a intendere la moda come un progetto. Il suo approccio alla progettazione di un abito è cambiato nel corso degli anni?

La continua ricerca sui materiali – bozzetti 3d

La progettazione per me resta identica, e si sviluppa su più piani conseguenti l’uno all’altro: parto dalla ricerca iconografica e di materiali, proseguo mettendo a punto i tessuti. Comincia la parte progettuale vera e propria: inizio a disegnare, e a studiare una collezione vera e propria. A questo processo, soprattutto negli ultimi anni, si sono aggiunte figure nuove, che intervengono sul merchandising di collezione, ossia sulla tipologia vestimentale: forme, tessuti, pricing di collezione. Il product manager è colui che stabilisce per esempio che il tessuto per un determinato modello può costare al massimo una cifra prestabilita. Nasce la griglia di collezione: i prototipi vengono creati con materiali similari a quelli utilizzati per gli abiti finiti. Segue la fase di fitting con le modelle; solo in seguito ad essa, gli abiti vengono sdifettati. Per natura, devo stare vicina al manichino, lavorare con la modellista, la prémiére, spesso con entrambe. Non amo peraltro la parcellizzazione di ogni capo, lavoro perciò con la medesima persona dalla fase di prototipo fino al modello. Percorro chilometri fra macchina da cucire e vestito! E faccio a volte modifiche, studio il materiale che ho scelto, come a mano mano rende nella lavorazione.

Veniamo al Capitolo Schiaparelli, Maison della quale è stata chiamata a dirigere il rilancio. Come si conserva, e rivifica, una tradizione sartoriale già così innovatrice?

Maison Schiaparelli è un po’ il fiore all’occhiello di Della Valle. Il marchio era spento, e lui ha avuto il coraggio, l’istinto e la fortuna di rilevare a poco a poco tutti gli spazi originali della Maison, siti in Place Vendome, nella zona dove erano i gioiellieri più importanti di Parigi.

Quando sono stata chiamata a rilanciare la Maison, l’edificio in cui si trovava era un enorme cantiere! La priorià è stata quella di strutturare l’Atelier e le Salon Boutique, dal punto di vista dle personale, delle attività, dei processi creativi e produttivi.

Ho duplicato così il mio Atelier di Milano a Parigi, con i medesimi spazi, la stessa logica e il rigore. Ricordo la disponilità economica importante, per curare ogni dettaglio: le grucce con il nome della Maison in fucsia; le etichette ricamate a mano, con il numero progressivo e le iniziali delle clienti…

Un periodo straordinariamente proficuo e produttivo: da sempre, più un progetto è complicato, più sono lucida nel portarlo a termine.

Mi sono sforzata di portare in questa impresa innovazione, come sempre. Ho creato delle lavorazioni sartoriali che la esprimessero. Ultimamente l’alta moda si sta avvicinando a qualcosa di più portabile, più daily; quella presentazione è stata il trionfo della sartorialità. Anna Wintour volle farmi personalmente i complimenti, dicendomi: “Finalmente, dei capi di alta moda!”.

Nel 2009 lei è entrata a far parte de “Il Dizionario della Moda Italiana” di Vergani. Quale responsabilità ha un designer nei confronti della moda, passata e presente?

Evento di beneficenza
“Mila For Africa” con Natasha Stefanenko

Il designer crea vestiti; può incidere sull’epoca in cui si trova a operare mantenendo un modus operandi etico nei confronti del sociale, dell’ambiente, dei suoi clienti.

Credo che una responsabilità sia insegnare alle donne che porteranno i miei abiti che la bellezza è qualcosa di donato. Ecco: forse la responsabilità maggiore è lasciare un contenuto di bellezza al mondo.

Insegnare per Lei: cosa è fondamentale che comprendano le nuove generazioni di stilisti? Quale consiglio fornisce più frequentemente?

Insegnare è qualcosa di molto bello; se non si sta a contatto con le nuove generazioni, non si tiene il passo.

Per questo motivo, mantengo l’insegnamento in parallelo con la mia attività, anche se è impegnativo.

La parte di educational l’ho scoperta subito dopo il master con Ferrè alla Domus Academy, come tutor, cioè referente fra studenti e docenti.

Quello che dico sempre agli allievi è che devono studiare, si devono impegnare a fondo; non deve mai mancare in loro la passione, la curiosità, la “fame”.

I ragazi che studiano oggi per diventare i designer di domani devono “rubare” la professione a noi che siamo in aula con loro ad insegnare.

Esiste una donna “Atelier Lascari”? Una musa, un modello ideale di riferimento?

Un nome su tutte? Coco Chanel. Avrei voluto vestirla, trovo il suo rigore molto vicino al mio stile; è stata una innovatrice incredibile. E poi, Audrey Hepburn.

In tempi più recenti, Monica Vitti e Mariangela Melato, due attrici e due donne di straordinaria personalità. Sì, la donna deve avere carattere; è bello progettare un abito su questa qualità.

Red Carpet Dress Atelier Lascari for Maria Grazia Cucinotta

Per chi vorrebbe, oggi, creare un abito?

Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi: donne complesse mentalmente, stimolanti, inafferrabili.

Parliamo di Haute Couture. Quali fasi segue la realizzazione di un abito di alta moda, rispetto ad un capo di pret à porter?

L’Haute Couture, che può dire di fare chi è iscritto alla Fédération de la haute Couture et de la Mode, è il punto più alto della comunicazione di un brand.

Alta Moda e Pret a porter sono due processi con differenze sostanziali a contraddistinguerli.

In Atelier Lascari si segue in toto l’iter alta moda.

Un abito Haute Couture nasce da un figurino. Si predono le misure della cliente, e riportate sulla tela, che viene realizzata a volte in cotone a volte con il medesimo tessuto dell’abito. Il processo creativo parte proprio da essa: una parte in cartamodello, una parte a manichino. Le prove sono ridotte al minimo, per questo spesso si crea un manichino che riporta le misure della cliente, in modo da lavorare all’abito senza doverla disturbare.

Nel pret à porter si parte dal figurino, ma il cartamodello è industriale, a volte realizzato anche a computer. Il prototipo viene creato con un tessuto similare, spesso in essere. Lo stilista va in azienda, e fa il fitting direttamente sulla modella. Viene realizzato un altro campione, e un controcampione, procedendo poi allo sviluppo delle taglie, dei colori, dei materiali.

La Sposa: come è e quali sono le sue esigenze quando varca la soglia del suo Atelier?

Due di massima le tipologie di spose che si rivolgono a me: una è la sposa tradizionale, che ha un approccio romantico, arriva con la madre, con lei visita gli atelier. Solitamente opta per un matrimonio “all’italiana”.A volte arriva con un’idea di abito che viene poi personalizzato sul suo fisico, e sul tipo di cerimonia scelta.

L’altra, è la sposa millenial: arriva con le amiche e senza la mamma, che interviene alla fine, a scelta dell’abito effettuata. Ha un gusto diverso, si fa influenzare dalla moda sposa fino ad un certo punto. I suoi riferimenti sono le attrici che solcano il Red Carpet, è molto informata su quello che viene proposto sulle passerelle di moda.

Annagemma Premium

Amo lavorare con i wedding planner, perché preparano la sposa al nostro incontro, il futuro sarà nel rapporto one to one.

Oggi più che mai invito le future spose ad acquistare un abito Made in Italy, pretendendo che lo sia! A leggere quindi con attenzione le etichette per capire da dove provengono i tessuti, dove vengono lavorati e trasformati nell’abito finito.

Lo dobbiamo, tutti, al sistema Moda Italia.

E per finire, il futuro: dove e chi vorrebbe essere fra cinque anni, Signora Lascari?

Domanda difficile! Fra cinque anni vorrei essere meno timida e meno riservata. Non mi sono mai vantata né mai esposta, ma vorrei impegnarmi perché le persone sapessero cosa c’é dietro uno dei miei abiti.

Le racconto un ultimo aneddoto, sull’umiltà e l’autorevolezza: negli anni di Parigi fui chiamata dal direttore creativo di Acme Studio, che aveva ricevuto incarico di vestire la principessa Vittoria per la consegna dei Nobel. Occasione fondamentale, perché la Principessa veniva designata per così dire della carica di regina designata. Con le mie premiere ogni fine settimana partivo in aereo per andare a Stoccolma: avevamo a disposizione solo quattro settimane. Andai a Corte, e le mie sarte ed io prendemmo le prime misure con gli occhi, perché la futura regina non poteva essere toccata.

Mai ho visto tanta umiltà e semplicità in chi avrebbe potuto permettersi arroganza! Ma l’umiltà spesso si accompagna all’autorevolezza: mai all’autorità.

Sì: nel futuro, vorrei essere al centro della mia consapevolezza, della fama che so di avere e che non vanto. Voglio che emerga l’autorevolezza nel settore. Anzi, invito i lettori a dirmi come secondo loro potrò realizzare questo intento.

Annagemma Lascari è senior designer dal 1989 al 1992 per le collezioni Gianfranco Ferré e Christian Dior Accessori, per Nazareno Gabrielli e Pierre Mantoux. Vince nel 1991 il Concorso indetto dalla Camera Nazionale della Moda come Talento Emergente; dirige l’Atelier di Milano che porta il suo nome dal 1993. Collabora con rubriche dedicate con le testate “Vogue” e “Immagina”. Dal 2002 al 2004 è Direttore Creativo di alcune delle collezioni Capucci. Dal 2008 al 2012 dirige il dipartimento di Fashion Management di Domus Academy. Dal 2011 al 2014 è a Parigi come responsabile del progetto di rilancio della Maison Schiaparelli. Dal 2012 al 2015 è docente e Direttore Progetti Moda Internazionali alla Tsinghua University, in Cina. Insegna e coordina il progetto didattico al Politecnico di Milano, dal 2012 e attualmente. Nel 2015, in collaborazione con la Maison Valentino, progetta e dirige il Maste in Haute Couture e Fashion Design. E queste sono solo alcune delle attività che identificano Annagemma Lascari.

annagemma.com

Greta Garbo, la fata severa

(di Silvana Soffitta)

Chissà se Mauritz Stiller, attore e regista tra i più noti del cinema muto svedese, amico e pigmalione di Greta Lovisa Gustaffson nel darle il nome d’arte abbia immaginato quanto GARBO si addicesse per sobria eleganza alla divina attrice, mito osannato, a tratti demolito e oggetto di studio di Roland Barthes che analizza il viso della Garbo, algida bellezza esistenziale che eleva la bellezza essenziale. Esistenziale perché intima, sofferta, da “amor cortese” come scrive Barthes dove l’amore e il desiderio sviluppano sentimenti mistici.

Greta Lovisa Gustaffson nasce e vive la prima giovinezza in gravi ristrettezze economiche e già da adolescente fa i conti con quella sua bellezza inquietante che attrae lo sguardo maschile dal quale si sottrae. Il suo linguaggio è muto come i film del tempo e la sua voce in seguito all’avvento del sonoro risulterà sgradevole, inadeguata, di fatto superflua. Sono gli sguardi magnetici, sicuramente studiati a tavolino, poi, che contribuiranno alla carriera e alla nascita del mito Greta Garbo. Nelle rare interviste l’attrice raccontava di essere stata una bambina schiva, timida e di umore instabile. Amava travestirsi, agghindarsi davanti ad uno specchio e inscenare piccole rappresentazioni teatrali, alternando lunghi periodi di solitudine ad altri di piena euforia. Un carattere scontrosa distante anni luce dalla morbosa attenzione che la fama le riserverà.


Raggiunta la notorietà, lo stile Garbo, caratterizzato da un abbigliamento informale, a tratti androgino, con giacche, cravatte e pantaloni accompagnati da basse scarpe stringate, alimenta un’incursione giornalistica insopportabile per una personalità poco incline a svelarsi totalmente perché, un conto è recitare un ruolo, altro mettere a nudo quello che il pudore di sé non consente. Sembra incredibile – oggi – bombardati, nostro malgrado, da un’indigestione di gossip, solo pensare di ritirarsi dalle scene e dalla vita pubblica a 36 anni e per desiderio di calare il silenzio su di sé.

Un abisso di garbo separa la bellezza esistenziale da quella esibita: sì, reale, ma vagamente elegante. Ecco, forse la costruzione di un mito avviene per sottrazione; per l’impossibilità di scavare ancora e ancora nella vita privata di una star. Morbosità per lo più accettata nel nostro tempo di sovraesposizione mediatica che tutto ingoia ed espelle in una ingordigia che farebbe orrore alla misteriosa Garbo.
E cos’è la bellezza, se non il garbo accompagnato dallo stile? La grazia, il linguaggio non verbale, la mimica. Volgere lo sguardo là, in fondo, lontano da sé e allo stesso tempo catalizzare l’attenzione con la sola forza di una voce che vuole essere muta.
Eterea, il viso angelico custodisce due occhi freddi come il Baltico della sua Svezia illuminata dall’ aurora boreale mentre inarca il sopracciglio perfetto in un ovale lievemente squadrato. E labbra ben disegnate pur non carnose, che raramente si schiudono in una sonora risata, regalano un sorriso enigmatico.
Il mistero della sua bellezza sta nell’essere simbolo. Quella sfera che amalgama ciò che è materiale, tangibile e ciò che è sensibile: visibile attraverso la percezione dei sensi e anche oltre, sovrasensibile, al di là del percettibile, dimensione che costruisce il proprio Io. Greta Garbo ha cavalcato il suo essere simbolo di emancipazione edificando, suo malgrado, il racconto inesauribile di sé che si alimenta e s’arricchisce come solo accade per i miti con forte valenza simbolica. Miti che si avvalgono del silenzio, offrendo ad altri, nel tempo che verrà, la narrazione di ciò che sono stati.


Come una fata severa, così la definì Federico Fellini, ammalia, e ammonisce nel contempo mentre ci ricorda l’imperfezione della bellezza che l’uso esclusivo della vista limita ad una visione parziale. Fata severa, incanto di un rigore che vorremmo ritrovare.

In_materia – Il fashion show di Accademia del Lusso

(di La Redazione di theWProject)

What we’ll do tonight?
Try to guess!
Stasera alle 21 preso lo Spazio Eventi “La Pelota” di Via Palermo a Milano, si terrà il fashion show 2018 di Accademia del Lusso, scuola di Moda e Design. Come ogni anno i designer si sono fatti guidare da un tema dominante, che questa volta ha a che vedere con la materia. Materiali speciali per façon altrettanto innovative. theWProject ha il piacere e l’onore di essere per la terza volta testimone dell’evento. Seguiteci su sito e social!

#in_materia #in_materiafashionshow #accademiadellussomilano

Creazioni e creatori- Dario Princiotta

(di la Redazione di theWProject)

Dovima e l’eleganza che fu. Avere 257 anni e un quarto nel 2018. La Contessa di Castiglione, e la creazione generata che genera a sua volta il creatore. Sono solo alcuni dei temi di un pomeriggio di pioggia e di chiacchiere gentili con Dario Princiotta, couturier.
Presto su queste pagine!

SI SPOSA ITALIA COLLEZIONI. Quali trend per la sposa del 2019?

(di Francesca Fiorentini)

Si è da poco conclusa la manifestazione milanese per gli addetti ai lavori del settore wedding e come sempre ne conseguono analisi, critiche e previsioni sui trend per la prossima stagione.

Ma quali trend, dico io? Potrei dire che sono tornate le gonne a balze e le maniche a sbuffo, che resistono gli abiti morbidi e destrutturati in stile bohémien, così come le trasparenze. Quello che penso, in realtà, è che non ci sia nulla di nuovo.

Alcuni marchi hanno una cifra stilistica inconfondibile, vedi Antonio Riva, e rimangono punto di riferimento inamovibile per una certa fetta di mercato; altri invece spaziano tra stili diversi per incontrare trasversalmente il gusto di tutte le spose, rinunciando a coerenza e riconoscibilità. Ciò che accomuna quasi tutti è la mancanza di idee veramente nuove. Con questo non intendo che non ci siano state proposte di gusto e qualità. È innegabile però che alcuni modelli potrebbero tranquillamente confondersi in una qualsiasi collezione anni ’80 o ’90. Sembra una critica dura? Non necessariamente o quanto meno non per tutti. È una conseguenza del fatto che la moda sposa viaggia su sentieri diversi rispetto al prêt-à-porter e all’haute couture.

Ho la fortuna di vestire spose quasi ogni giorno, di conoscerne le esigenze dichiarate e le aspettative non espresse, spaziando dalle romantiche alle pragmatiche, passando per tradizionaliste e trasgressive. Molte di loro mi chiedono quali siano gli abiti che vanno per la maggiore e io spesso non so dare la risposta che si aspettano. Ampio, a sirena, scivolato o strutturato? Non esiste una regola perché sono troppi i fattori implicati nella scelta dell’abito perfetto, che è il motivo per cui spesso partono con un’idea per poi scegliere l’esatto opposto.

Perché quello che vediamo in passerella, se è sensazionale, crea alte aspettative ma poi non si addice ad una sposa reale. Scollature abissali, volumi ingestibili, aderenze e chi più ne ha più ne metta. Perfino Miccio ha dovuto far sfilare un seno nudo per stupire.

Ciò che invece è portabile nel giorno più bello non sempre fa clamore. Guarda un po’.

Non resta che prendere le sfilate come semplice spettacolo, laddove eccezionalmente lo sia, andare a conoscere le collezioni per intero sui siti dei vari brand o direttamente in boutique e godersi la ricerca dell’abito giusto dosando istinto, emozione e razionalità.

Perché la navata non è una passerella.

(photo da web)

Anatomia di una rinascita- John Galliano

(di Isabella De Rorre)

Nasce Juan Carlos Antonio Galliano Guillén, si pronuncia: John Galliano. Chissà se lo sa, che destino lo attende, o se come i più lo scopre lungo la strada, insieme al suo talento. Talento che parte da quel 1984, in cui si laurea in design della moda: “Les Incroyables”, la sua collezione. Una vera e propria manifestazione di intenti, ispirata alla Rivoluzione Francese, che segna e conferma la sua straordinaria perizia sartoriale, e che lo avvicina per competenza da subito ai grandi della moda, Vionnet per esempio. John Galliano crea un proprio marchio e sperimenta. Nel 1996, arriva Dior, e arriva una lunga stagione al limite.

Nessuno può discutere il buon gusto, il fiuto accompagnato da irriverenza nell’accontentare il pubblico come un imperatore capriccioso, la sua bravura, la tecnica impeccabile tutta espressa nella façon di ogni singola piega, balza, abito.

Si discutono gli eccessi, le sue uscite a prendersi i meritatissimi applausi vestito da pirata, da torero, da marinaio. Gli assistenti che gli reggono uno la sigaretta e uno l’accendino, come continuerà a raccontare anche dopo la sua rinascita con meno compiacimento, sono nella leggenda e negli aneddoti al veleno raccontati dai rivali.

Sono gli anni del successo senza confini, delle modelle trasformate in mummie egizie o in copie 2.0 della marchesa Casati Stampa, dell’opulenza, dell’eccesso. Sublimi gli omaggi: una reinterpretazione magistrale del bar dress di Dior, le donne cittadine del mondo cariche di orpelli e di colori, il fucsia della Schiapparelli.

Bisogna essere bravi, bravissimi, per creare abiti così pomposi che potrebbero essere kitch, ma tagliati in modo così certosino e naturale da diventare vere e proprie opere d’arte. Bisogna essere bravi, bravissimi, per conoscere così bene storia della moda e artifici sartoriali, per piegare la moda stessa ed i suoi eccessi ai proprio voleri. Ogni tema, ogni spunto viene interpretato con uno stile inconfondibile, come un inno continuo al suo talento. Le sfilate diventano un banchetto, un film, il racconto del genio che reinterpreta le epoche in modo assolutamente unico.  Genio e sregolatezza, genio che mangia se stesso, che lo uccide per intemperanza, per eccesso di onnipotenza, per mania distruttiva. Insulti antisemiti in un bar, e Galliano nel 2011 è fuori da Dior. Crollato il castello, in cenere ogni cosa. Ma il nostro ha la capacità di sprofondare così tanto da recuperare la forza di ricominciare. Quasi impossibile ora riconoscere l’uomo degli eccessi, dei travestimenti, del lusso sfrenato, dell’originalità a tutti i costi.

E’ Renzo Rosso a dargli una chanche nel momento giusto, fuori da dipendenze varie e dal dubbio di non essere all’altezza: Maison Martin Margiela. E Galliano rinasce, sopravvive a se stesso e al suo talento. Il talento lo rende ancora più grande, lo amplifica e razionalizza, torna agli esordi ma in mezzo sta tutta la grandezza della cima e della caduta insieme.

E’ ora un distinto signore che parla di entusiasmo, di passione che muove le cose. Che difende la moda, quella grande bella e assoluta. Bentornato, Monsieur Galliano.

Mi Vuoi Sposare? – Giulia Salon

(di Isabella De Rorre)

Entrare nel regno di Giulia a Crema, è prima di tutto capire che non si sta varcando la soglia di un salone di parrucchiere come gli altri. Lo denota il sorriso sincero dello stylist che mi viene incontro immediatamente, mi saluta e mi chiede cosa possa fare per me. E’ la gentilezza non affettata ma spontanea con cui Giulia, omonima della titolare e responsabile della Spa, mi guida per le varie cabine con orgoglio, spiegandomi per filo e per segno quali siano i trattamenti ed i benefici che se ne ricavano. E’ la tisana depurativa che mi viene preparata al momento mentre aspetto di parlare con Giulia. Ed è lei, che arriva e mi stringe subito le mani, si preoccupa del mio benessere, sa chi sono ancora prima che io mi presenti. Tutti dettagli che mi fanno comprenere immediatamente perchè la sua attività abbia tanto successo. Giulia è i suoi occhi, vivaci, penetranti, attenti ad ogni parola e ad ogni gesto. E poi, la sua attenzione nei confronti delle persone, tutte. Il tono della voce pacato e affascinante, l’attitudine a lasciar parlare ascoltando davvero, per capire chi ha di fronte. Il suo progetto non è soltanto un progetto di business, ma di vita. L’idea del salone con la Spa annessa è legato alla volontà di poter ottimizzare il tempo dei suoi clienti, uomini e donne, che entrano per poter essere resi belli, migliori mi permetto di interpretare. Molti nella pausa pranzo arrivano per un trattamente estetico cui fanno seguire una piega, mentra mangiano un boccone ordinato appositamente per loro. Soprattutto, si rilassano. Si riappropriano di un tempo altrimenti stropicciato, sottovalutato. E vengono coccolati con prodotti di eccezione.

Giulia ha sposato la mission Aveda da ormai 20 anni; ambientalista convinta, mi parla di questi prodotti che limitano con dati di eccellenza l’inquinamento delle acque. I prodotti hanno come componenti di base piante e frutti che forniscono gli elementi necessari a nutrire capelli, viso, corpo, e mente di conseguenza. Di Aveda ricorda essere il primo shampoo alle noci. Il fondatore del marchio era allergico ai prodotti che usava nel suo negozio di parrucchiere: è così, me ne parla convinta, da una esigenza di base legata all’uomo, che spesso nascono le grandi idee e i progetti che se ne sviluppano. Chiedo a Giulia come ha cominciato: partita da un negozietto piccolo dove ha potuto fare pratica, sente l’esigenza di perfezonarsi, di evolvere, e frequenta per sette anni l’Accademia D’Arte a Milano, divenendo alla fine del percorso Maestra D’Arte. Ha modo di lavorare per il teatro, e questo ancora di più la spinge a sapere (me lo dirà esattamente così) “come si muove il mondo”; allora, ecco i viaggi a Parigi e a Londra, per vedere tutto il nuovo che c’è, per cogliere le tendenze ed i grandi cambiamenti. Per questa signora, che mi ricorda il fiore della calla, elegante e leggera ma dotata di un cuore saldo e costante, sono la passione per il proprio lavoro e l’umiltà a portare a capire che cosa stai facendo, se quello che fai è giusto, quale sia la strada definitiva da seguire. E pretende, ed accompagna, il suo staff nel compiere la stessa ricerca, con entusiasmo.

Giulia prova gioia nel trasmettere gioia, nel far sentire bene i suoi clienti. Che la ripagano con affetto e fedeltà assoluta; per lei la ricerca è una forma di conoscenza continua. Dice di viaggiare con le sue clienti, senza moversi di un passo, semplicemente ascoltando i loro racconti. Ammetto di staccarmi a malincuore da lei, dalle sue mani e dalle sue parole.

Il suo salone, che si occupa di hair styling e di make up (molte sono le spose che si rivolgono a lei certe di essere seguite in un percorso di benessere e di remise en forme totale per il giorno del sì), è accompagnato come dicevo da una Spa che propone trattamenti d’avanguardia e una piccola zona relax dove staccare dalle follie del mondo e tornare a prendersi cura di sé.

Giulia Salon, Via XX Settembre, 33 Crema

Melania Fumiko- un anno di stile

(di Isabella De Rorre)

Un anno fa esatto, alla soglia dell’autunno, theWProject conosceva Melania Fumiko Benassi, anima del marchio Melania Fumiko, durante l’inaugurazione dell’Atelier di Via Chiossetto 10 a Milano. E aveva una intuizione, semplice ma che a distanza di un anno si è rivelata centrata: questa giovane designer e imprenditrice aveva le idee molto chiare e sapeva parlare di eleganza attraverso i suoi abiti. Tanto da, in meno di un anno, creare capi che caratterizzano il suo stile e il suo marchio: la casacca declinata in seta e altri tessuti pregiati, con le ali a farfalla, che rappresenta di certo un punto forte della sua produzione sartoriale, e siamo sicuri diventerà iconica evolvendo nel tempo. L’attenzione maniacale per dettagli e tipi di orli, che fanno venire voglia di rovesciare l’abito per vedere quanto è curato un passaggio di cui nessuno sembrerebbe darsi cura, retaggio del suo amore per il Giappone che comporta altrettanto amore per ciò che non compare ma costruisce un abito.

 

 

 

Gli abiti sposa leggeri ma incredibilmente strutturati, che rispecchiano in pieno il suo carattere, gentile ma fermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le architetture dei corpini e i movimento delle gonne ampie, che ricordano la Ballerina di Rodin. I punti luce inseriti a mano seguendo l’andamento dei tessuti come una danza. Gli abiti fluidi che ricordano la passione per il vento e il design della Maison Vionnet. Le cinture e i ricami che arrichiscono con discrezione le pieghe di un abito e delineano la vita. Le giacche rigorose confortevoli, dalle fodere inaspettate che le rendono double face.

 

 

 

 

 

 

I corpetti strutturati rigidi ma croccanti, che ripercorrono le armature degli antichi samurai con gentilezza e contemporaneità. Tutto questo è il suo mondo. Ma attenzione: i richiami a stili altrui, se pur eccelsi, sono solo richiami.

 

 

 

 

 

 

 

Questa signora è capace di parlarvi per ore con gli occhi che le brillano del viaggio fatto per scegliere una seta, delle ore impiegate a dare la forma voluta al cannone di una gonna o alla spallina di un abito da star. La perizia del suo fare si rispecchia anche nei tessuti, scelti fra le eccellenze produttive italiane ogni volta che questo sia possibile.

 

 

 

 

 

 

 

Melania Fumiko è innanzi tutto una donna che vive fortemente ancorata al suo tempo, ma che ha un soffio d’antico, che dona fascino a ciò che crea. E le sue creazioni sono come la cerimonia del thè: hanno un rituale e tempi irrinunciabili, per avere un risultato perfetto. Non aspettatevi una professionista noiosa, o troppo presa da sé. Vi troverete di fronte, visitando il suo atlier, ad una designer felice di fare quello che fa, duttile, attenta alle vostre esigenze, che siate una sposa o una donna che voglia vivere il proprio abito e fare in modo che questo abito somigli in tutto e per tutto a quello che è. Dopo un anno, è bello essere qui a festeggiare insieme a lei di ogni successo presente e futuro. Il direttore tace di proposito della cintura obi dell’abito della foto di apertura: ricordatelo bene, perchè il prossimo editoriale sarà dedicato al valore rituale dell’abito. Buon primo anniversario, Melania!

(photo di apertura: Luca Arnone)