Bouquet di fiori al profumo di Tè

(di Martha Petrini)                                                                                                                       Brano consigliato per l’ascolto: Water and Mountains – Xiao Ying

 

Bouquet di fiori al profumo di Tè

Parlando di oriente di fiori e di piante non posso non pensare alla Camellia sinensis

e di conseguenza alla bevanda più antica e in uso al mondo, il Tè.

Uno dei più famosi e utilizzati è quello al Gelsomino che nasce dalla fusione dei fiori con le foglie di tè verde, un connubio delicato e allo stesso tempo ricco di molte proprietà utili e salutari per l’organismo. Ricorda il profumo dei fiori primaverili e allo stesso tempo mantiene il gusto e la freschezza del tè verde.

Lavorando le foglie della Camelia con fioriture differenti nascono infatti molte varietà di Tè.

Tutto dipende da fattori come, il tipo di foglia e di germoglio, il luogo di coltivazione e il periodo di raccolta.

Il tè al gelsomino è consigliato per coloro che hanno bisogno di molta energia, dato che aumenta la vitalità e migliora la concentrazione.

E’ un antibatterico: le sostanze contenute all’interno dei fiori, rendono il tè efficace contro alcuni batteri comuni e ha un’azione antinfiammatoria.

E’ digestivo: migliora l’attività intestinale, soprattutto se consumato durante i pasti, elimina i gas all’interno del corpo, riduce il dolore addominale e gonfiori.

E’ disintossicante: fa bene alla pelle e ha sostanze oleose che contrastano i radicali liberi è un rimedio naturale antiossidante grazie ai flavonoidi contenuti al suo interno.

Si narra che l’origine del tè sia legata alla storia dell’Imperatore cinese Shennong nel 2737 a.C. e che nel fatidico anno 1660 la bevanda si diffuse in Inghilterra, divenendo poi un rituale aristocratico pomeridiano. 

Il Tè porta con se una storia antica, fatta di aromi, sapori, tradizioni.

Anche la preparazione di una tazza di tè ha numerosi riti e metodi, dai procedimenti più semplici a tecniche diverse di infusione, fino ad arrivare alle famose cerimonie del Tè che diventano anche pratiche meditative.

Una tecnica molto allegra e affascinante la si può trovare nella preparazione del Tè fiorito.

Un tè da gustare anche con gli occhi perché fiorisce lentamente nella teiera, aprendo i petali al calore dell’acqua, sprigionando infiniti aromi e profumi.

 

Si tratta di vere e proprie opere d’arte, di composizioni artistiche, fatte con foglie di Tè e fiori legati tra di loro a mano in mazzetti spesso cuciti a forma sferica, al cui interno si celano uno o più fiori.

Ad esempio: calendule, garofani, gelsomini, ma anche crisantemi, rose o ibischi, che vengono così racchiusi in una sfera di foglie, la cui preparazione può richiedere anche un’ora, tra le mani di abili artigiani cinesi.

Il Tè fiorito messo in infusione in acqua molto calda, si schiude lentamente facendo sbocciare dal suo interno fiori di Gelsomino legati tra loro. L’acqua fa aprire il nido e grazie al calore sprigiona dall’interno tutte le proprietà del Tè.

Un bagno rinfresca il corpo, una tazza di tè lo spirito.
(proverbio orientale).

Giapponesi e Galateo della tavola

(di Anna Ubaldeschi)

GIAPPONESI E GALATEO DELLA TAVOLA


Tatami e seiza. Di cosa stiamo parlando?
Di galateo giapponese a tavola, ricco di regole, usanze e tradizioni. Vediamone insieme i sommi capi.
Il tatami costituisce la tradizionale pavimentazione giapponese, composto da stuoie di paglia di riso intrecciate e pressate, ricoperte di giunco. Non sono previste sedute come sgabelli o sedie, bensì dei cuscini in appoggio sui tatami detti zabuton o futon, su cui ci si inginocchia adottando la posizione da tenere a tavola: la seiza. Gli uomini si posizionano a gambe incrociate mentre le donne con le gambe ripiegate da un lato. La tipica posizione di seduta è resa obbligatoria a causa dell’utilizzo di tavolini molto bassi per consumare i pasti.
Sedersi in seiza è usuale anche in molte arti tradizionali giapponesi, come la cerimonia del tè, la composizione floreale, la calligrafia.
Rigorosa è la consuetudine di togliersi le scarpe prima di sedersi a tavola, sia in casa che nella maggior parte dei ristoranti: la pulizia e l’igiene personale è altissima in questa cultura ed è particolarmente manifestata a tavola.


In Giappone il pasto non prevede diverse portate, i piatti giapponesi vengono presentati tutti contemporaneamente ad imbandire magicamente la tavola che sarà rigorosamente in legno sguarnita di tovaglia. Tutti i commensali possono servirsi delle varie pietanze ed è buona regola attendere che tutte le portate siano state disposte in tavola prima di iniziare a mangiare.
Prima di iniziare il pasto si pronuncia itadakimas che significa “ricevo umilmente questo cibo”.
A inizio pasto verrà offerto ai commensali l’oshibori, un panno umido caldo in inverno e freddo d’estate, con cui detergere le mani e utilizzato anche come tovagliolo.


Durante i pasti giapponesi si consumano bevande come tè verde, birra e saké bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del riso.
Il padrone di casa verserà le bevande agli ospiti mantenendo la caraffa con entrambe le mani, così come l’ospite terrà la ciotola con una mano con le dita e l’altra mano alla sua base.
Non è consono versarsi da bere da soli. La regola è servire i commensali ed attendere che qualcuno vi serva a vostra volta. Fa parte della convivialità e del rispetto verso i propri commensali.
Il bicchiere degli ospiti non deve mai restare sfornito, ad ogni sorso viene nuovamente riempito, se non si desidera più bere, si vuoterà il bicchiere e lo si poserà girato sulla tavola.


Le bacchette giapponesi, hashi, possono essere di varie tipologie. I ristoranti normalmente ne hanno un tipo pronto in uso, che vengono eliminate al termine del pasto, mentre in famiglia se ne usano di più eleganti, talvolta laccate, che possono essere anche assai costose.
Le bacchette non vanno mai incrociate o appoggiate sul tavolo, vanno invece utilizzati gli appositi porta bacchette, o sul lato del piatto, sempre perfettamente parallele, mai incrociate.
Non devono essere mai conficcate verticalmente nella ciotola del riso, perché evoca i riti funerari.
Infatti il senkou, il bastoncino di incenso per i morti, è infilato verticalmente nei bracieri durante la commemorazione dei defunti.


Se vi trovate a servirvi da un piatto comune si deve utilizzare la parte dei bastoncini che non avete portato alla bocca, per rispetto verso i commensali.
Un assaggio al vostro vicino non deve essere passato tramite le bacchette, in quanto considerato un gesto che porta sfortuna.
Evitare azioni di qualsiasi tipo con le bacchette: non indicate cose o persone e non trasformiamoci in batteristi di ultimo grido.
Non infilzate mai il cibo con le bacchette ed al termine del pasto andranno riposte sempre sul piattino o sul porta bacchette o sulla custodia di carta in cui le abbiamo trovate.

  • Tutte le zuppe e le paste in brodo vengono gustate dai giapponesi in modo molto rumoroso, risucchiandole, così come i noodles, fatto gradito ai giapponesi che esternano in questo modo il loro consenso alla pietanza.
    Rivelare agli altri commensali di avere fame è considerato disdicevole, rassegnatevi alle porzioni ridotte servite: potrete fare svariati bis, ma è da ineducati riempirsi il piatto.
    Assolutamente disdicevole soffiarsi il naso a tavola, visto che lo è anche farlo in pubblico, farlo in un ristorante è considerato veramente ripugnante.
    Infine mai utilizzare la mano sinistra per tenere il bicchiere di sakè, in quanto considerato irriverente e porta male.
    Al termine del pasto, in segno di gradimento, i commensali usano esclamare “gochisoosama” che significa
    “il pasto era delizioso e nutriente”.

Giappone e buon maniere

(di Anna Ubaldeschi)

GIAPPONE E BUONE MANIERE

Giappone, una terra, una cultura che è agli antipodi rispetto alla nostra.

È importante conoscere le usanze e i modi di fare di un paese così antico e ricco di tradizioni, per evitare di fare brutte figure o mettere a disagio qualcuno involontariamente.

Che fare?

Se vi presentano un giapponese per salutarlo la cosa ideale sarebbe fare un inchino, come loro usanza, apprezzeranno sicuramente il gesto, anche se la gradazione dell’inchino dovrebbe mutare in base al grado della persona che vi trovate davanti. Limitatevi ad accennarlo. Se non volete farlo limitatevi ad una stretta di mano, evitando di lasciarvi andare ad effusioni di qualsivoglia genere; baci ed abbracci sono da evitare se non volete mettere i giapponesi veramente a disagio. Bisogna sempre mantenere una certa distanza quando si parla ed evitare di toccarli.

In metropolitana e negli ascensori, dove è praticamente impossibile mantenere una distanza fisica, per rispettare le buone maniere si dovrà attentamente evitare di fissare le persone, tenendo lo sguardo vacuo ed indifferente. Sui mezzi pubblici non è necessario cedere il posto ad una persona anziana, perché vi sono apposite sedute predisposte per loro e per persone disabili che, contrariamente che da noi, nessuno si sogna di utilizzare se non ne ha i requisiti.

Gli appellativi sono importanti. In Italia non ci facciamo molto caso … signore, signora, professore, dottore … sì, ma anche no. Ecco in Giappone anche sì. “Senpai” è il collega più anziano, “sensei” è un maestro o una persona che ricopre una carica politica, “Kohai” è l’opposto di senpai. E’ necessario stare molto attenti ad utilizzarli e nel modo corretto.

Il biglietto da visita in Giappone è importantissimo, soprattutto in ambito lavorativo. Il biglietto verrà “offerto” con entrambe le mani con la parte davanti posta verso l’alto, per i giapponesi è quasi sacro, perciò si dovrà prendere con la massima cura utilizzando entrambe le mani, andrà letto con attenzione subito e poi riposto al sicuro, nel portafogli o nella tasca interna della giacca. Non andrà mai sgualcito, piegato e tanto meno utilizzato per scriverci sopra. Se viene porto da una persona di grado superiore assolutamente doveroso nel prenderlo è un inchino.

Se vi recate in Giappone per motivi lavorativi sappiate che i momenti di divertimento sono una parte integrante del mondo degli affari, è quindi impossibile non prendervi parte. Dopo la riunione o l’incontro di lavoro, sarete invitati da qualche parte per “socializzare” e non sarà possibile astenersi.

I soldi sono considerati sconvenienti, quindi anche per pagare al supermercato deve sempre essere utilizzato un apposito piattino, è l’unico modo per porgere i denari.

Saper ascoltare in Giappone è ritenuto molto importante, non è solo un pro forma. Quindi ascoltate sempre con attenzione, lasciate terminare di parlare il vostro interlocutore, non monopolizzate la conversazione e soprattutto non alzate mai la voce. Cortesia e moderazione sono le parole d’ordine, da evitare sempre risate sguaiate ed aumenti bruschi della voce.

Quando ridono i giapponesi portano sempre una mano davanti alla bocca, mostrare i denti è visto come un segno di aggressione.

Regola fondamentale del galateo nipponico è quella di gesticolare il meno possibile e di non puntare mai il dito su qualcuno, indicandolo. Si dice che gli italiani parlino con la bocca e con le mani, il nostro gesticolare è ritenuto molto buffo. Il popolo del Sol Levante gesticola poco, anzi per nulla. Movimenti ampi di braccia e mani potrebbero essere interpretati come manifestazioni di rabbia.

Stando in piedi i giapponesi tengono le braccia lungo il corpo oppure intrecciano le mani dinanzi a loro; quando si siedono appoggiano le mani sul tavolo o sulle ginocchia, rimanendo sempre composti.

I giapponesi apprezzano molto l’equilibrio come valore, tanto da applicarlo ad ogni aspetto della loro vita. Evitate di apparire trasandati, di stare in piedi con le mani in tasca o di dondolarvi sulla sedia. Quando parlate con qualcuno non appoggiatevi allo stipite della porta o al muro: rimanete eretti.

Considerato molto sconveniente in Giappone è soffiarsi il naso. Si può “tirare su”, ma non soffiarselo. Quindi se dovete farlo, recatevi in bagno, utilizzate un fazzoletto di carta che butterete immediatamente. Banditi i fazzoletti di stoffa.

Fumare per strada è vietato, fuorché vi sia una apposita “smoking area”, fumare per strada è illegale e si rischiano multe salate. Camminare fumando è vietato perché passando si potrebbe bruciare qualcuno, visto che le strade sono sempre molto affollate, e perché gli altri potrebbero respirare il vostro fumo. In alcune zone è tollerato, ma in ogni caso è severamente vietato buttare mozziconi a terra.

Sconveniente è mangiare camminando, perché si potrebbe sporcare qualcuno urtandolo, è invece consentito bere.

Sui mezzi pubblici è severamente vietato utilizzare i cellulari, parlare ad alta voce e lasciarsi andare ad effusioni tra innamorati. Lo zaino non deve essere tenuto in spalla, perché occuperebbe il posto di una persona in piedi, ma tolto e tenuto dinanzi ai propri piedi.

Fare la fila, sempre. Per entrare in un locale, prendere i mezzi pubblici, acquistare o pagare al bar. I giapponesi rispettano sempre la fila, con ordine e senza lamentarsi.

Le scarpe sono “contaminanti” in quanto si è camminato per strada raccogliendo e calpestando ogni sorta di cose, ecco perché è richiesto di toglierle entrando in una casa privata e nei ristoranti.

Il galateo nipponico a tavola è molto articolato e merita un articolo dedicato. Non perdetelo …

Il Sol Levante è una terra meravigliosa e i giapponesi sono un popolo cortese, rispettiamone storia e costumi.

Un po’ di galateo non fa male a nessuno.

Vere signore e regole d’oro da non dimenticare

(di Anna Ubaldeschi)

Emancipazione … cavalcando questa onda galoppante, alcune donne oggi emulano gli uomini perfino nei comportamenti. A risentirne è la femminilità.
La femminilità, aurea di bellezza che resta, nonostante tutto, il segreto che conquista il mondo maschile.
Che fine hanno fatto le buone maniere da vere signore?

Il bon ton non può essere relegato semplicemente al sapersi comportare a tavola o all’evitare di dire parolacce; il bon ton è un’arte!
Sempre più donne sono quotidianamente alle prese con incontri di lavoro, riunioni, occasioni formali ed informali. Rispetto al passato si esce più spesso, si vive maggiormente a contatto con gli altri, per questo diviene importante riconoscere il momento opportuno in cui utilizzare le buone maniere.
Purtroppo poche donne riescono a comprendere ad esempio, quando arriva il momento di spegnere il cellulare. In un incontro lavorativo, di coppia o durante l’aperitivo con l’amica, il mondo virtuale dovrebbe restare fuori temporaneamente dalla nostra portata. Il ricorso continuo al telefono, ai social network da cui pare non si riesca a distaccarsi mai, è infatti indice di mancanza di rispetto per chi ci accompagna, uomo o donna che sia.
Sono altre tre le parole che andrebbero rispolverate nell’essere femminile: rispetto, cortesia e riguardo.
Una donna che sorride ad un gesto gentile è sempre una gioia per gli occhi e per il cuore e ben predispone gli astanti. Essere disponibili e cordiali è molto più importante dell’avere un buon carattere. Non si può pretendere educazione dagli altri se non siamo prima di tutto noi ad esserlo!
Le buone maniere riguardano infatti in buona parte il modo in cui trattiamo gli altri.
Una donna garbata utilizza sempre le buone maniere, sia nel pubblico come nel privato. Difficilmente alza la voce, comunica ciò che pensa sempre con toni controllati.
Sapere quale forchetta usare ad una cena formale ed adottare un perfetto comportamento a tavola sarà certamente un punto a favore, ma nell’era della comunicazione, sarà assolutamente importante saper ricorrere ad un linguaggio verbale e corporeo che crei un clima disteso e piacevole intorno a noi.
Quando qualcuno chiede “come stiamo”, ad esempio, è preferibile evitare l’elenco dei pensieri negativi, delle lamentele e la narrazione di tutto ciò che di negativo è capitato, tanto meno è cortese sciorinare gli innumerevoli successi raggiunti.
Opportuno invece limitarsi ad interagire con l’interlocutore tramite risposte brevi e positive, favorendo la conversazione e l’interscambio di notizie.
Si dovrebbe cercare di concentrarsi più sugli altri e meno su se stessi.
Parola d’ordine: pensare prima di parlare o agire.
Una donna che chiacchiera oltre modo risulta smisurata: si dovrebbe ascoltare e rispettare chi è diverso da noi, soprattutto utilizzando pazienza e gentilezza anche nelle grandi criticità.
Le buone maniere rivelano sensibilità, ecco perché la moda delle brave ragazze non è mai passata. Uno stile sobrio nel vestiario e nell’approccio col prossimo dona eleganza.
Essere donne moderne non vuol dire rinunciare alla tradizione.
La vera signora sa muoversi a passo lento o visto i tempi che ci obbligano a ritmi sempre più incalzanti, sa essere veloce nel rispetto di chi la circonda, evita abbigliamenti succinti ed inappropriati ai luoghi ed alle occasioni, sa integrarsi all’interno di una conversazione con garbo ed educazione.
E’ aperta intellettivamente, sa comprendere gli altri e non pretende che venga soddisfatto ogni suo capriccio e desiderio.
Una donna bon ton sa come e quando agire e lo fa con classe! Sempre.

Stile ed Eleganza in un mondo che cambia

(di Anna Ubaldeschi)

Quante volte nella vita è possibile affermare di aver incontrato una vera signora?
In un tempo in cui, ahimè, imperano arroganza, egoismo e spesso ineducazione, in cui certamente le donne sono intelligenti, in carriera, informatissime, diplomatiche … sanno essere anche eleganti?
L’avvento di Internet ha radicalmente mutato il modo in cui si interagisce: cellulari e computer hanno cambiato il nostro modo di vivere stravolgendo anche il tradizionale concetto di bon ton.
Ma per quanto diverse siano le cose, i principi della buona educazione restano gli stessi: “Per favore”, “grazie” e “prego” funzionano ancora in ogni situazione ed occasione.
Trattare gli altri nel modo in cui si vorrebbe essere trattati è ancora oggi il principio su cui una signora dovrebbe basare il proprio modo di porsi.
La continua evoluzione del mondo e le nuove e sempre più pressanti tensioni a cui le donne sono sottoposte, non dovrebbero mai impedire di conservare la pazienza ed il decoro che ha sempre contraddistinto una vera signora.
Al termine “signora” nel corso degli anni sono stati attribuiti significati differenti, anche non sempre lusinghieri, quindi l’essere donna, non significa automaticamente essere una signora.
Comportamenti, atteggiamenti, modo di vestire e costumi sociali, sono cambiati in maniera talmente drastica che “essere una signora”, come lo intendevano le nostre nonne, difficilmente corrisponde alle aspettative odierne.

Guanti bianchi e cappelli non fanno quasi più parti del nostro outfitt, come lo erano invece per le donne delle generazioni antecedenti a noi, né una donna deve essere necessariamente accompagnata ad un evento o una funzione, come invece era un tempo.
La donna di oggi sa che è necessario l’accrescimento del proprio bagaglio culturale, garantirsi un’istruzione superiore, ma sa anche che deve sapersi destreggiare correttamente in società, perché questo fattore le potrà conferire il potere per divenire veramente donna di successo e a modo.
La donna sa che la soddisfazione della vita non è unicamente arrecata dalla taglia di abito che indossa o dal brand riportato sul cartellino (anche se questi fattori le sono tutt’altro che indifferenti … ça va sans dire) e nemmeno il quantitativo di denaro che possiede o i gioielli che indossa.
Bellezza e ricchezza sono beni sfuggevoli, mentre la personalità e saper essere signora le permetteranno di essere giudicata dagli altri al meglio e per quello che veramente è.
Garbo, stima in primis per se stessa e poi per gli altri, parole sincere e valori forti le riserveranno un posto speciale nell’animo di tutti coloro che entreranno in contatto con lei.
Essere considerata una signora è uno dei complimenti più grandi che una donna possa ricevere nella vita.

I Fiori di Georgia O’Keeffe

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’introduzione alla lettura: Liberation di Christina Aguilera

Passeggiando nelle sale di musei di tutto il mondo, sono tante le tele raffiguranti soggetti floreali, appesi a muri annoiati davanti a spettatori inesistenti.

Ci sono fiori tra le dita di dame e regine, fiori in vasi trasparenti, fiori recisi adagiati su tavoli di frutta, fiori vicini a pagnotte spezzate, fiori avvizziti tra insetti e api ronzanti, fiori magistralmente dipinti ma di poco coinvolgimento, e poi ci sono fiori giganti, iperrealistici, conturbanti, pieni di simbolismo, di colore, i fiori di Georgia O’Keeffe.

Donna indipendente, anticonformista, è decisamente l’icona dell’arte americana del ventesimo secolo, sia per un discorso culturale di carriera artistica che per l’effettiva longevità che la vita le ha offerto di attraversare ben 98 anni  vissuti intensamente.

Spesso associata e presa d’ispirazione da  movimenti femministi che attribuiscono una lettura  freudiana alla sua pittura o meglio alla pittura dei suoi fiori intravedendo tra i petali associazioni legate alla sessualità femminile. Allusioni che O’Keeffe non apprezzava, suggerendo piuttosto ai suoi interlocutori di prendere tra le dita un fiore e osservarlo da vicino, sentirlo proprio e capirne il suo mondo.

Lei voleva donare questo al suo spettatore, il suo modo personale di interpretare la femminilità rappresentandone l’eleganza, la purezza, la delicatezza dei colori, un fiore che prende forma ingigantendone i tratti quasi ad entrare nell’intimo spirituale di una donna, una visione e un linguaggio prettamente metafisico elegante, delicato.

 Ma partiamo dall’inizio.

Nata in una fattoria del Wisconsin il 15 novembre del 1887 da genitori proprietari terrieri che non ostacolarono mai la sua voglia di studiare arte, permettendole di seguire vari corsi di specializzazione e iscrivendola nel 1905 all’Art Institute of Chicago.

Due anni dopo si trasferisce a New York dove segue i corsi di William Chase, valido esponente dell’ Impressionismo, all’Art Students League.

Nel 1908 conosce il suo futuro marito durante una mostra di acquerelli di Rodin, il fotografo Alfred Stieglitz, nonché mecenate della sua arte.

Le opere di Rodin la ispireranno cosi tanto da usare questa tecnica gli anni a seguire.

 Le opere degli anni ‘10 sono caratterizzate dall’astrattismo armonioso e lineare principalmente opere a carboncino ed acquerelli molto innovativi.

Tra il 1910 e il 1912 Georgia O’Keeffe, oppressa e dubbiosa sulle sue capacità artistiche, smette di dipingere con la scusa che l’odore della trementina le fa male e si dedica all’insegnamento presso diverse scuole: University of Virginia, Columbia College, West Texas Normal College, scuola pubblica di Amarillo (Texas).

Nel 1914 frequenta un corso di aggiornamento per insegnanti presso la Columbia University.

Ma la fortuna la accompagna, come maestri ha: Arthur Dove, uno dei primi artisti modernisti americani considerato il primo pittore astratto americano e Arthur Wesley Dow appassionato delle espressioni artistiche orientali e delle tecniche giapponesi. Aiuta la O’Keeffe ad allontanarsi dalle forme e dalle regole pittoriche che aveva trovato soffocanti nei suoi primi studi.

 O’Keeffe, lavora sul suo nuovo modo di dipingere, desidera fare arte e usare la pittura più spontaneamente, cerca la sua anima e la sua natura.

  “Ho delle cose nella mia testa che non sono come quello che qualcuno mi ha insegnato … forme e idee così vicino a me … così naturali per il mio modo di essere e di pensare anche se altri non hanno pensato di dipingerle”.

Nel 1916 espone a New York in una collettiva presso la famosa “291” centro dell’Avanguardia Modernista, sulla Fifth Avenue, la galleria fondata e diretta dal futuro marito dove, l’anno dopo, terrà la sua prima personale.

Nel 1918 Georgia O’Keeffe decide di dedicarsi interamente alla pittura, si stabilisce a New York e stringe rapporti con alcuni artisti che frequentano la “291”, sposa Alfred Stieglitz  iniziando una delle collaborazioni più fruttuose.

Stieglitz, organizzerà diverse mostre per O’Keeffe facendola conoscere negli ambienti dell’avanguardia newyorkese.

 La relazione tuttavia  si rivelerà in futuro insostenibile e tempestosa. Spinse la O’Keeffe ad allontanarsi per lunghi periodi verso il New Messico, luogo che negli anni futuri diverrà la sua casa definitiva oltre che terra ispiratrice di quadri diventati iconici.

Dagli anni ‘20 a seguire lascia definitivamente la tecnica dell’acquerello per dar spazio a produzioni ad olio con quadri di grandi dimensioni spesso con soggetti architettonici ispirati ad edifici newyorkesi.

 

La sua composizione pittorica si avvicina sempre di più a quella che sarà  la futura autentica O’Keeffe.

Questa nuova produzione la introdusse al successo consacrandola una delle artiste più importanti d’America.

Dal 1929 passa diverso tempo nel Nuovo Messico dando inizio ad alcune delle produzioni più famose con soggetti tipici della zona, come conchiglie, ossa di animali, paesaggi desertici, ma anche cieli aperti e luminosi tipici delle zone che visitava.

Le immagini sono spesso astratte dai contorni increspati, i colori sono lievi fatti da tonalizzazioni variabili che trasformano i soggetti in entità astratte, spesso interpretabili in trasfigurazioni erotiche.

Gli anni ‘30 e ‘40 le furono molto riconoscenti, premiandola con importanti “lauree ad honoris causa” ricevute da numerose università.

 

Nel ’46 muore il marito e lei si trasferisce nel Nuovo Messico dove produce una serie di pitture ispirate all’architettura della sua casa, oltre a paesaggi e scorci di nuvole come viste dai finestrini di un aeroplano, immagini presenti nella sua mente forse per i numerosi viaggi sostenuti.

Ma torniamo alla suo percorso artistico, nel 1951, O’Keeffe fa il suo primo viaggio in Messico, dove incontra gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo.

Negli anni ’40 e ’50 la pittrice tiene numerose retrospettive in diversi musei e nel 1953 compie un primo viaggio in Europa, seguito da un lungo viaggio in giro per il mondo che la porta Asia, nel Pacifico e nel Sud America.

Nel 1970 torna a New York dopo quasi trent’anni di assenza, in occasione di una vasta retrospettiva al Whitney Museum, la sua fama la precede, ma l’età avanzata le indebolisce la vista obbligandola a diminuire la sua pittura.  È del 1972 il suo ultimo dipinto.

Questa condizione fisica la spinge a esplorare altre tecniche si avvicina alla creta ed inizia a lavorare su alcuni manufatti scultorei. Per aiutarla nel suo sempre più faticoso lavoro, Georgia O’Keeffe assume un giovane ceramista, Juan Hamilton.


Il 10 gennaio 1977 il Presidente degli Stati Uniti Gerald Ford la premia con la Medaglia presidenziale della libertà, la prestigiosa onorificenza civile che viene conferita a coloro che hanno dato “un contributo meritorio speciale per la sicurezza o per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata”.

Gli anni passano e nel 1984 si trasferisce a Santa Fe, a vivere con Juan e la sua famiglia, mentre continua a preparare mostre e retrospettive.

 Muore nel marzo del 1986 a Santa Fe.

I suoi quadri, il suo stile la sua personalità hanno influenzato non solo la pittura ma anche la moda del suo secolo e quella contemporanea, detiene il record mondiale come artista femminile per il valore delle sue opere battute all’asta; record raggiunto nel 2014 quando il suo quadro “Jimson Weed/White flower n1” dipinto nel’32 è stato venduto da Sotheby (Londra) per circa 44 milioni di dollari.

 

 

I paesaggi urbani, le nature morte, i fiori, non solo hanno riempito le tele dell’arte, con energia e passione selvaggia ma anche con coraggio interpretativo.

Il suo personaggio è l’arte a 360 gradi, pittura, scultura, architettura, fotografia, icona di stile per le scelte stilistiche del suo guardaroba e accessori ricercati.

La Donna.

Reale, minimal, nei toni del bianco e nero, ha raccontato come essere sensuale anche senza troppi fronzoli e senza seguire cliché. Anteponendo intelletto, temperamento e soprattutto Libertà personale.

Royal Wedding: I fiori di Meghan

(di Martha Petrini)

Il linguaggio dei fiori si sa, ha origini molto antiche, è assai articolato ed affascina sempre. Attraverso un tocco di pura raffinatezza che lancia messaggi molto particolari il matrimonio di Harry e Meghan verrà ricordato anche per questo.

Racchiusi in un piccolo e delicato bouquet raccolto tra le mani di Meghan Markle, spuntano delicate corolle primaverili di fiori dai toni del bianco e del verde chiaro, il greenery fresco ed elegante.

A realizzare gli addobbi floreali, incluso il grazioso bouquet della sposa, è la fiorista Philippa Craddock, aiutata da un assistente molto particolare: il principe Harry.

Con un tributo dolcissimo a Lady Diana che amava i “non ti scordar di me” Harry ha raccolto nel giardino privato di Kensington Palace, alcuni dei fiori per il bouquet, il giorno prima del matrimonio.

Un messaggio metaforico molto chiaro per descrivere un legame costruito sulla dedizione reciproca sulla forza e sull’unione, tutti elementi auspicabili per una felice e duratura strada insieme nella vita di coppia.

Oltre ai fiori preferiti di Lady D. troviamo l’Astilbe , simbolo di dedizione e pazienza che si dice sia stato raccolto da un cespuglio piantato dalla Regina Vittoria; l’Astranzia” che incarna forza coraggio e protezione; i fiori di “Pisello odoroso”; profumatissimi rametti di “Gelsomino” ; il delicato profumo dei fiori di “Mughetto” a simbolo della , ed infine il “Mirto” che affascinò la Regina Vittoria nel 1845 che lo piantò per la prima volta nei giardini di Osborne House sull’isola di Wight. Si racconta provengano dalla stessa pianta coltivata e dallo stesso mirto usato nel 1947 per realizzare il bouquet nuziale della regina Elisabetta.

Ma non finisce qui, la fa da protagonista anche il Velo della sposa.

Attraverso una spettacolare composizione floreale ricamata da mani sapienti è stato realizzato un velo di 5mt di lunghezza in tulle di seta, con un bordo costituito da fiori ricamati a mano con fili di seta e organza.

Rappresenta simbolicamente il grande abbraccio rivolto ai 53 paesi del Commonwealth: Regno Unito, Canada, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, India, Pakistan, Sri Lanka, Ghana, Malesia, Nigeria, Cipro, Sierra Leone, Giamaica, Trinidad e Tobago, Uganda, Kenya, Tanzania, Malawi, Malta, Zambia, Singapore, Guyana, Botswana, Lesotho, Barbados, Mauritius, Swaziland, Samoa, Tonga, Figi, Bangladesh, Bahama Grenada, Papua Nuova Guinea, Seychelles, Isole Salomone, Tuvalu, Dominica, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Kiribati, Vanuatu, Antigua e Barbuda, Belize, Maldive, Saint Kitts e Nevis, Brunei, Namibia, Mozambico, Camerun, Nauru, Ruanda.

Attraverso l’analisi della flora si è trovato un fiore unico per ogni nazione. Un lavoro immenso di ricerca sui fiori i più rappresentativi di ogni paese, che ha portato ad un risultato unico e perfetto. Un velo magico che raccoglie l’unicità delle nazioni che lo compongono. Nel suo simbolismo tra i fiori presenti troviamo: la rosa inglese, l’orchidea bianca del Gambia e due fiori aggiunti da Meghan stessa, il calicanto d’inverno e il papavero della California, fiore ufficiale dello stato natale della neo Duchessa di Sussex.

Elementi che corrispondono alla sua dimora attuale senza dimenticare le sue origini californiane.

Royal Wedding: tradizioni, protocollo e galateo

(di Anna Ubaldeschi)

Ancora una volta un Royal Wedding ci ha rapito davanti ai teleschermi e sui social network.

Abbiamo guardato, letto ed ascoltato commenti, dichiarazioni e riflessioni sulla novella coppia reale ed il loro wedding day.

Ben sappiamo che, in particolare per delle nozze di regnanti, vi sono una serie di tradizioni ed un preciso protocollo a cui attenersi. Che è successo di tutte queste regolette con Harry e Meghan?

Diciamo che è stata data una bella rispolverata a codici di protocollo e dettami di galateo di nozze …

Harry, accompagnato dal fratello William, è arrivato alla cappella di St. George a piedi, entrambi indossavano l’alta uniforme militare, per Harry quella della cavalleria di sua maestà British Army Blues and Royals e qui primo strappo alla regola: l’etichetta impone che indossando l’alta uniforme ci si rada doverosamente, Harry invece ha mantenuto la barba.

William dal canto suo indossava sull’uniforme un cordone sulla spalla destra che ha un preciso significato: “aiutante in capo”, in questo giorno speciale quindi William si è messo al servizio del fratello Harry.

Meghan porta indubbiamente una ventata di novità nel rigido protocollo reale, venendo a meno e rivoluzionando tutta una serie di tradizioni e consuetudini reali.

Il suo ingresso nella cappella lo fa da sola, seguita unicamente da paggetti e damigelle. Fiera e sicura procede a testa alta per la navata fino al coro, punto in cui è attesa dal Principe Carlo con cui percorrerà il secondo tratto, fino all’altare. E qui attenzione … giunti all’altare non è Carlo a consegnare la mano della sposa allo sposo, è lei autonomamente che si avvicina allo sposo e prende posto.

Altro strappo al protocollo di corte: Harry accenna l’inchino con il capo alla regina Elisabetta, cosa che Meghan non fa …

L’omelia viene affidata ad un vescovo afroamericano che cita durante il sermone Martin Luther King e nella cappella risuonano per la prima volta durante una celebrazione reale le note di un coro gospel fortemente voluto dalla sposa.

Durante la dichiarazione delle promesse gli sposi non pronunciano come protocollo vorrebbe tutti i nomi di battesimo del consorte, ma unicamente “Harry” e “Meghan”, dalle promesse viene inoltre omesso il voto di obbedienza al coniuge.

I reali non indossano la fede nuziale, Harry ha invece deciso che la indosserà e sarà in platino decorato, mentre per Meghan viene rispettata la tradizione che vede la sua fede donata personalmente dalla regina Elisabetta e forgiata con oro gallese proveniente dalla miniera di Clogau St. David, ora dismessa, ma di cui si conservano delle pepite appositamente dedite a questo utilizzo.

Innamoratissimi, gli sposi si tengono la mano per tutto il tempo: adieu etichetta reale.

Il galateo consiglia che la sposa non indossi gioielli in eccesso.

Meghan portava l’anello di fidanzamento sulla mano destra per lasciare posto alla fede, ma subito dopo le nozze lo sposterà sulla sinistra, mentre almeno il giorno delle nozze la fede dovrebbe essere l’unico anello all’anulare sinistro; indossava la tiara Queen Mary’s Lozenge Bandeau, pezzo molto raro in stile art déco appartenuta alla Principessa Mary e indossata anche dalla Principessa Margareth nel 1965.

Nessun’altra dopo di lei, e prima di Meghan oggi, l’ha più indossata.

Oltre a questo preziosissimo gioiello, Meghan ha scelto una parure composta da orecchini e bracciale doppio pavé di Cartier. Decisamente troppo.

La torta delle nozze reali è tradizionalmente da decenni una torta alla frutta, in quanto gli ingredienti come frutta secca, alcool e spezie sono simbolo di ricchezza e prosperità.

Meghan e Herry hanno invece optato per un dolce ricoperto di glassa e decorato con fiori freschi al limone e fiori di sambuco con presentazione inusuale disposta in differenti coppe di dimensioni ed altezze differenti.

Il bouquet è piccolo e rotondo in stile natural chic e legato da un nastro di seta grezzo, non a goccia come è usanza delle principesse. E’ stato realizzato inserendo nella composizione di pisello odoroso, mughetti, astilbe, gelsomino e astrantia, alcuni “non ti scordar di me” raccolti il mattino stesso da Harry nel giardino della loro casa di Kensighon Palace. Un omaggio a Diana in quanto suoi fiori prediletti.

Come tradizione reale vuole all’interno del bouquet sono stati inseriti rami di mirto provenienti da un cespuglio nei giardini dell’isola di Wight, piantumato dalla regina Vittoria nel 1845, simbolo di fortuna in amore e nel matrimonio.

Rispettata anche la tradizione che impedisce il lancio del bouquet. Le spose reali lo portano sulla tomba del guerriero sconosciuto nell’Abbazia di Westminster, come fece la Regina Madre nel 1923 per onorare il fratello ucciso durante la Prima Guerra Mondiale. Oggi la tomba è considerata un simbolo per tutti i soldati che hanno servito l’Inghilterra e hanno perso la vita nei conflitti bellici. Dopo la Regina Madre tutte le spose della Corona Reale depongono in quel luogo il loro bouquet di nozze.

Il tradizionale giro in carrozza degli sposi per salutare i sudditi è stato effettuato con tanto di saluti, sorrisi e sguardi innamorati e complici tra i due sposi.

Forse l’emozione ha giocato un tiro mancino a Meghan che, venendo a meno alle certe nozioni di galateo e bon ton che le saranno state impartite, seduta durante la cerimonia ha accavallato le gambe, gesto che non si addice ad una lady.

Il protocollo della royal family lo dice chiaro e forte: niente unghie colorate per la manicure delle reali inglesi. I colori bene accetti dalla monarchia sono quelli rientranti nella palette delle tonalità nude.

La stessa Regina Elisabetta usa lo stesso smalto dal 1989. Nei precedenti appuntamenti istituzionali a cui ha presenziato a fianco di Harry in questi ultimi tempi, Meghan è stata attenta e perfetta. Al suo matrimonio invece … lo smalto c’era! Poteva essere annoverato nelle tonalità nude, ma la sfumatura tendeva ad un grigio perlato leggermente cangiante al viola. Un modo di svecchiare, senza infrangere completamente, il protocollo reale.

Ed infine vediamo alcune cadute di stile da parte di invitati

Camilla indossava un cappello decisamente eccessivamente largo, particolare raccomandato nel dress code degli inviti.

George Clooney in abito grigio perla con camicia azzurra, non consono alla richiesta degli inviti di morning coat, Amal di contro indossava tacchi talmente alti da impedirle un passo regolare, anche questo uno sgarro all’etichetta.

Svariate invitate si sono presentate con abiti sbracciati che mal si addicevano ad un ingresso in chiesa ed alle richieste di protocollo reale.

Infine Kate Middleton che ha preferito non sfilare a fianco dei reali come da protocollo, ma di restare accanto ai figli giungendo in auto con loro, come le mamme degli altri paggetti e damigelle.

Ha commesso la disattenzione di scegliere di indossare un abito color magnolia, quando l’etichetta impone di non indossare colori chiari che sono riservati alle spose, inoltre l’abito era stato già sfoggiato in occasione di una visita ufficiale in Belgio e del battesimo della secondagenita Charlotte e questo potrebbe essere interpretato come una scarsa attenzione nei confronti degli sposi.

Vera galanteria nel gesto del Principe Carlo che al termine della cerimonia, con un impercettibile cenno ha invitato Doria Radlan, mamma della sposa che presenziava in completa solitudine da famigliari alle nozze, ad unirsi a lui e Camilla per il corteo di uscita dalla cappella. Un vero gentleman!

Forse tutto questo segna l’inizio di una serie di piccoli e delicati cambiamenti in casa Windsor … certo è che le nozze reali fanno sempre sognare ad occhi aperti e che Harry e Meghan con tutto il loro amore che trapelava da ogni gesto ed in ogni sguardo, ci ha riempito i cuori.

(photo da web)

Tre giorni per il giardino

(di Martha Petrini)

brano consigliato per la lettura: Primavera – Ludovico Einaudi

La strada che conduce al castello di Masino attraversa un bosco alberato pieno di varietà di piante che
in questa stagione spiccano rigogliose. Tra i raggi del sole nel sottobosco verdissime foglie di Felce
costeggiano tutto il percorso lungo la strada, accompagnando il visitatore fino alla Rocca.
Il castello, (patrimonio artistico italiano Acquistato dal FAI da Luigi Valperga di Masino nel 1988)
si trova in una posizione strategica e domina dall’alto la zona di Ivrea.
Per questo motivo fu fin dall’inizio al centro di numerose battaglie, che videro come protagonisti i
Savoia, gli Acaia, i Visconti e gli stessi conti di Masino e i cugini Valperga. Inizialmente adibita
a fortezza per il suo ruolo difensivo, il castello era circondato da alte mura e da possenti torri di
guardia, che però scomparvero dopo il Rinascimento per far posto ai magnifici giardini.
Alla fine del Settecento la tenuta perse completamente il suo valore difensivo per trasformarsi
definitivamente in una dimora di campagna adibita a feste, momenti di relax e attività ludiche.
Il giardino del castello, completamente ristrutturato tra il settecento e l’ottocento è tipico dell’arte
inglese, circonda per intero la rocca, e si estende per diversi ettari di terreno. La strada che percorre
per intero i suoi boschetti, arriva fino alla vicina località di Strambino.
Nel corso dei secoli ha subito notevoli trasformazioni arrivando a diventare una splendida tenuta di
campagna che ancora oggi è possibile visitare ed ammirare.
All’interno di questo splendido luogo potrete trovare inoltre un Labirinto di Siepi, visibile dal
castello, il Giardino dei Cipressi e la strada dei ventidue giri.


IL LABIRINTO – Seguendo il disegno settecentesco ritrovato negli archivi del castello, nasce su
progetto dell’architetto Paolo Pejrone, un impianto di duemila piante di Carpini tagliati con grande
maestria e precisione che vanno a formare uno dei labirinti più importanti e grandi d’Italia
Oggi tutelato dal Fai (Fondo Ambiente Italiano).
Si tratta di una tenuta davvero affascinante, per la particolare bellezza dei suoi interni riccamente e
finemente decorati ed arredati, e per il fascino dei suoi giardini esterni che immergono questo luogo
in un’atmosfera di altri tempi.


Inoltre il Castello propone sempre numerosi eventi e attività come le passeggiate guidate nel
labirinto, la consultazione dei libri della bellissima biblioteca e il giro in mongolfiera e a anche
molte altre le attività.


Una di queste si è tenuta due week end fa.
Si tratta della Tre giorni per il Giardino la mostra mercato riconosciuta a livello internazionale
che regala un trionfo di fiori e di profumi. Produttori vivaisti che presentano e vendono essenze per
giardini di ogni genere.


Oggetti d’arredo per il giardino, alberi da frutto, rose di ogni varietà, galline che scorrazzano
nell’aia, ghirlande di fiori per copricapo, composizioni acquatiche di ninfee, piante aromatiche, fiori
commestibili.


Una meraviglia per gli occhi.
Il tutto guarnito da laboratori didattici, incontri, conferenze, presentazioni di libri.


Un’occasione unica per conoscere e acquistare fiori e piante insolite di alta qualità, acquistare
frutta, verdura e profumi dell’orto di primavera e altri prodotti biologici.

Giardini della Guastalla

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’ascolto: Woodkid, Shadows

Giardini della Guastalla

Passeggiando in storiche vie milanesi, via Francesco Sforza, via San Barnaba e via Guastalla c’è un Giardino, il più antico giardino pubblico di Milano.

Commissionato dalla contessa Paola Ludovica Torelli della Guastalla (da cui prende il nome) terminato nel 1555, fu realizzato secondo lo stile del Giardino all’Italiana, seguendo forme geometriche e perfette simmetrie.

Si racconta che Paola Ludovica Torelli, acquistò il territorio oggi occupato dai giardini, da un famoso medico milanese Matteo delle Quattro Marie vendendo la propria contea a Don Ferrante Gonzaga.

Qui costruì il “Collegio della Guastalla” che ospitava ventiquattro giovani ragazze, tra i 10 e i 22 anni, appartenenti a famiglie nobili decadute. Lo scopo del collegio era dare vitto, alloggio, educazione e una dote in modo tale che le giovani donne non prendessero i voti contro voglia né, ancor peggio, si prostituissero.
Il giardino svolgeva quindi una triplice funzione: relax, educazione e sostentamento. 

Quest’ultima avveniva grazie agli orti coltivati nel parco, agli alberi da frutta e alle numerose specie di pesci allevati nella peschiera barocca.

La Contessa diceva: «le fanciulle sono come le viti novelle, che se si appoggiano a pali ritti crescono ritte, se a torti, vengono torte e difettose». Riteneva che la bellezza stessa fosse educativa e quindi che le fanciulle dovessero vivere immerse in essa.

Per questo nella costruzione, è stata messa una cura particolare, sia dal punto di vista botanico che architettonico. 

Il parco è costituito da 183 alberi tra i quali si segnalano la Catalpa bignonioides walt, detta anche l’albero dei sigari, è stata importata in Italia dall’America meridionale per scopi decorativi, il suo tronco è possente e si contorce su se stesso assumendo forme bizzarre che lo rendono una scultura vegetale.

E’ presente il Bosso, un piccolo arbusto dalla chioma facilmente modellabile che testimonia il fatto che “la Guastalla” sia un giardino all’italiana che si basa su una particolare corrente filosofica secondo la quale l’uomo domina la natura.

Tra le specie arboree troviamo: Acero argentato (Acer saccharinum), Albero dei tulipani (Liriodendron tulipifera), Arancio trifogliato (Poncirus trifoliata), Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica), Faggio pendulo (Fagus sylvatica‘Pendula’)

Farnia (Quercus robur), Ippocastano rosa (Aesculus x carnea), Liquidambar (Liquidambar styraciflua), Tiglio selvatico (Tilia cordata).

Tra gli arbusti, Eleagno (Eleagnus spp), Pittosforo (Pittosporum tobira), Cotognastro (Cotoneaster), Nandina (Nandina spp), Aucuba (Aucuba japonica), Mahonia (Mahonia aquifolium).

 Nel 1938 il Comune di Milano acquisì l’intero complesso e affidò il progetto di restauro all’architetto Renzo Gerla per la parte architettonica e all’ingegnere Gaetano Fassi per quella botanica. Si sostituì il muro di cinta con una recinzione per offrire alla vista lo spazio prima nascosto.

Al suo interno troviamo un importante gioiello di stile Barocco: la Peschiera, con balaustre in granito bianco e ringhiere di ferro battuto, formata da due terrazze in comunicazione tra loro attraverso quattro rampe di scale.

La peschiera è stata costruita nel ‘600, sostituendo un laghetto artificiale del ‘500 che fu sotterrato per motivi igienici. Alimentata un tempo dalle acque dei Navigli (ora ricoperti per creare strade di passaggio) era utilizzata come vasca di allevamento dei pesci. 

Tra i beni architettonici interni ai giardini sono presenti anche un edicola seicentesca contenente un gruppo in terracotta policroma e stucco raffigurante la “Maddalena assistita dagli angeli”.

Un elemento utilizzato per richiamare le grotte tipiche dei giardini all’italiana, dal significato molto simbolico e fonte di ispirazione e insegnamento per le fanciulle del collegio.

Proseguendo troviamo un tempietto neoclassico opera di Luigi Cagnola, il timpano poggia su sei colonne ioniche e all’interno è presente una statua rappresentante una Ninfa posta simmetricamente al centro.

Durante il percorso collocata in un punto panoramico troviamo una statua di fanciulla delimitata da un anello di Ippocastani che la avvolgono.

All’esterno del giardino una pregevole fontana all’angolo di via della Commenda con via San Barnaba.

I Giardini della Gustalla sono un piccolo gioiello della città di Milano.

Al suo interno oggi troviamo, percorsi botanici, aree giochi per bambini, chioschi e soprattutto un bellissimo prato dove sedersi, rilassarsi ed ammirare le bellezze che lo circondano.

Mise en Place al profumo di Fiori

(di Martha Petrini)

Mise en place al profumo di Fiori

Dal Rinascimento al Rococò

Brano consigliato per l’ascolto: Jean Philippe Rameau- Opera Dardanus Overture

Che i fiori danno vita agli ambienti lo sapevano bene anche in passato, ogni arte li ha rappresentati la pittura la musica persino l’arte del ricamo ma più di tutte in assoluto li ha fatti vivere e prosperare l’Architettura del Giardino, grazie all’arte del paesaggio che raggiunse la massima espressione nel periodo che andò dal Rinascimento al Rococò.

Partendo dal Rinascimento l’ideologia del periodo afferma l’immagine dell’uomo al centro dell’universo, capace di avere il controllo su ogni cosa compreso la natura.

Nel ‘500 numerosi artisti italiani si recarono alle corti straniere per prestare la loro opera portando l’immagine dell’arte italiana un riferimento unico e riconoscibile in tutta Europa. L’arte del giardino divenne una delle più importanti e riconoscibili anche all’estero. I nobili facevano a gara per selezionare e aggiudicarsi i migliori giardinieri italiani per incaricarli di creare i giardini più belli ricchi e sfarzosi, segno di una nobiltà unica che voleva contraddistinguersi. Grazie anche all’invenzione della stampa, il modello italiano si diffuse ancora più rapidamente, così da far diventare ville e giardini degli elementi indispensabili a creare uno status sociale importante, oltre che un simbolo per distinguere principi e famiglie di potere.

In questo periodo in Italia nacque il termine di “Giardino all’Italiana” partendo da due grandi centri cittadini Roma e Firenze.

Il giardino diventa un estensione della villa realizzato seguendo forme geometriche ben precise, ricche di armonia e di proporzione. I giardini acquistano un carattere scenografico, grazie anche all’arte topiaria fatta di essenze sempreverdi come il Bosso, il Cipresso, il Tasso, Mirto

Troviamo elementi vegetali potati e fatti crescere in forme geometriche. Molto utilizzato è anche l’elemento dell’acqua sotto forma di cascate e zampilli, fontane canali, finalizzato a creare stupore nello spettatore.

 

 

 

 

 

 

L’architettura del giardino all’italiana si concretizza con la creazione di riquadri simmetrici all’interno dei quali trovano posto le aiuole circondate da siepi sempreverdi mantenute basse e squadrate, mentre disseminati lungo il percorso si trovano manufatti architettonici di epoca evocativi di un’epoca romana oltre che scultorei insieme a elementi vegetali (piante in vaso e piante topiate) posizionati in modo da non disturbare la lettura del disegno del giardino.

Il giardino all’italiana è anche chiamato “Giardino formale” un luogo di svago e divertimento e non più di puro utilizzo finalizzato solo per la coltivazione come nel Medioevo.

Il giardino formale del Castello Ruspoli di Vignanello.

Tra i nomi di giardinieri italiani troviamo: Niccolò Tribolo, progettista dei giardini di Boboli, Villa Corsini , Giovanni Antonio Montorsoli con il progetto dei giardini di palazzo Doria.

Nascono anche i Giardini Segreti utilizzati per lo più per passeggiate o incontri sociali. Complessi articolati composti da terrazze, scalinate, rampe, fontane, tempietti, loggiati, pergole, ninfei e gruppi scultorei ed ogni elemento costituisce una sosta nei complicati percorsi simbolici del giardino.

 

Il giardino segreto di Tramontana, Villa Borghese. Roma

Ispirandosi ai giardini italiani del primo rinascimento, i francesi ne adottarono i principi sia nel disegno dell’impianto sia nell’utilizzo dei diversi elementi, quali la compartimentazione delle aiuole, le fontane di marmo, le pergole ed i padiglioni.

L’adozione del modello italiano costituì̀ l’inizio dell’evoluzione artistica del giardino francese del 600, per arrivare al “Giardino Barocco” , ma mentre nella Roma pontificia il barocco si esprime soprattutto nell’architettura religiosa e urbana, nel resto d’Europa si afferma un’arte più̀ legata al sovrano e alla rappresentazione del suo potere.

Il giardino Barocco ho forme meno rigide e schematiche ma mantiene i tracciati lineari del giardino rinascimentale. L’effetto scenografico e pittorico diviene predominante, i giardini si relazionano e si legano al contesto ambientale inglobando parte del paesaggio circostante, sfruttandone gli elementi di maggiori potenzialità̀ scenografiche: vedute panoramiche, dislivelli e salti di quota, presenza di boschi, colline e corsi d’ acqua.

Veduta a volo d’uccello sui giardini della Reggia di Versailles, XIX secolo

Vengono addirittura riprodotte artificialmente rocce, grotte ninfee e fontane che assumono dimensioni più ampie mentre cascate d’acqua diventano l’elemento principale della composizione.

La vegetazione diventa più ampia il volume è armonizzato, vi è una maggiore attenzione allo sviluppo verticale a all’utilizzo di raggruppamenti arborei. L’effetto chiaroscuro del bosco di fondo gioca un ruolo fondamentale.

La sua magnificenza culminerà con il modello alla francese dello stile del Giardino Rococò.

Un esempio molto rappresentativo di quest’ultimo è rappresentato nel Boschetto des Rocaille progetto di André Le Nôtre, (architetto di famosi giardini reali ,come Palazzo Reale a Torino) che fu l’ultimo boschetto che andò a realizzare nella reggia di Versailles.

I Boschetti furono l’elemento distintivo durante la seconda fase di costruzione dei giardini di Versailles una grande proliferazione che portò Le Nôtre a realizzarne ben dieci.

Arrivato fino a noi come eredità del regno di Luigi XIV° fu Inaugurato nel 1685 dopo il suo insediamento definitivo a palazzo.

Il Boschetto des Rocaille (boschetto delle pietre 1678-1682 ) ha cascate semicircolari, conteneva dei grandi candelabri dorati, nel centro la Salle de Bal che venne in seguito sostituita alla morte di Le Nôtre con una piccola isola.

La struttura di questo boschetto ricorda l’anfiteatro romano è avvolto da gradini in parte ricoperti d’erba e in parte da cascate d’acqua realizzate con incastonature di Lapislazzuli del Madagascar con pietre e conchiglie, provenienti dall’Île-de-France che accompagnavano la musica al suono dell’acqua.

Pittura dell’epoca del Boschetto des Rocaille.

Le rampe sono in marmo rosa del Languedoc e sono adornate e decorate con e vasi di piombo dorato.

L’utilizzo di vari materiali rende la composizione architettonica ancora più scenografica rappresentando molte delle regole decorative dello stile Barocco e Roccocò, riconducibile anche alle rappresentazioni teatrali dell’epoca illusionistiche ed artificiali che ben rappresentavano la sontuosa magnificenza.

I Fiori di Frida

(di Martha Petrini)

(photo da web)

Evviva la Sposa!


(di Anna Ubaldeschi)

Voglio il mio sogno.
“Le mie spose non rinunciano a nulla”.
Questa frase è stata pronunciata da Enzo Miccio durante un’intervista.
Che dite, sarà proprio così? Certamente una sposa ha tantissime elementi a cui dover pensare, da dover scegliere, da analizzare, verificare, provare, decidere.
Ed una sposa fashion? Sarà concentrata solo su elementi alla moda o anch’essa sarà influenzata dalla favola che si ricama intorno al wedding day, alle tradizioni, alle superstizioni ed alle usanze che da sempre circondano il giorno più bello di una fanciulla?
La sposa fashion a cosa non potrà mai rinunciare?
A nulla, proprio come citato da Miccio. Io credo che quando una donna si appresta a pianificare il suo matrimonio, il suo grande giorno, viene travolta da romanticismo, curiosità per credenze e usanze e via via che il giorno si avvicina il desiderio di non farsi mancare nemmeno un’emozione sarà sempre più forte. Perché si sa, anche la donna più alla moda, la ragazza più easy, la giovane oppure no, la sposa desidera che il suo sogno si avveri.
Il magico giorno si avvicina, la favola prende forma, via via sino a prender vita e tutto deve essere come è stato anelato, sognato, programmato.
Sì all’abito. Bianco o colorato, lungo o corto, romantico o sexy, trasgressivo o classico, purché sia quello. Quello che ti fa sentire splendida, unica, bella.
Sì alle scarpe. E’ o non è fashion? Quindi stiletto, tacco 12, plateau, bianco, avorio, suola rossa che sia, ma la scarpa per una donna è un’attrazione, un gioiello da sceglier con cura ed amore.
Sì al bouquet. Composto da magnifiche e reali peonie, piuttosto che da fiori di carta o di stoffa usciti dalle mani di quella artigiana di cui si è innamorata sfogliando post su facebook (sì, la sposa fashion sarà certamente una social addict).
Sì alle fedi. Quei due cerchietti, magari non proprio tradizionali, anche differenti tra loro, che con la loro forma circolare stanno ad indicare l’amore infinito, la continuità. Speriamo …
Sì alla festa. Che si danzi, si canti, si rida. Perché la felicità è anche gioire insieme a chi ti vuol bene.
Sì a quelle piccole tradizioni, usanze, superstizioni, leggende. Non ci credo, ma … male non fa e poi è divertente.
Sì al romanticismo di vedere il suo lui in fondo alla navata che non ha occhi che per lei, che l’aspetta e la vede bella come mai l’ha vista.
In poche parole: sì al sogno. Il suo.

Tutti dicono Bouquet

(di Anna Ubaldeschi)

Si sente parlare e si parla di bouquet sposa, ma quanti di voi conoscono realmente da dove abbia origine questo simbolo tradizionale a cui difficilmente una sposa rinuncia?

Vi voglio accompagnare alla scoperta dei suoi significati e delle sue radici antiche, ma anche di trend innovativi.

Il bouquet da sposa esiste da sempre, fin dai tempi antichissimi, pur avente una fattura differente rispetto a quella ricorrente di oggi.

Il bouquet un tempo era collegato ad una sorta di rituale esoterico e di superstizione, era infatti composto da varie erbe aromatiche, ognuna con un suo significato.

Il timo e l’aglio avevano il compito di tenere lontane oscure presenze e cattivi presagi che avrebbero impedito alla coppia di essere felici; il mirto ed il rosmarino erano considerati invece di buon auspicio, simboleggiando fecondità e fedeltà. Altre piante presentavano doti afrodisiache e, ritenendo potessero avere influssi positivi sulla libido della coppia, venivano assaporate in piccole parti dagli sposi in previsione della prima notte di nozze.

Un simbolo ed un segno di buon auspicio in ogni caso, ma che ha ben poco a che vedere con i bouquet odierni che siamo abituati ad ammirare e che veniva donato al termine della cerimonia nuziale in dono agli dei, come fanno alcune spose moderne delle più svariate religioni.

Nei primi secoli dopo Cristo il significato del bouquet inizia a mutare, vengono abbandonate le erbe aromatiche in favore di gigli, simbolo di purezza e gli adfodeli simbolo della fine della vita da nubili.

Nell’Europa del Medioevo si affacciano tradizioni a dir poco stravaganti, infatti il bouquet veniva arricchito ed in alcuni casi addirittura sostituito, da alcuni oggetti come uno spillone per capelli, una rocca per filare, un ditale, una margherita d’argento, tutto questo a simboleggiare il futuro mestiere di casalinghe.

Fortunatamente questa tradizione venne abbandonata nel quattrocento, grazie ai Crociati che ne importarono una decisamente più bella e romantica dai paesi arabi, dove si usava adornare e decorare l’abito della sposa con i fiori d’arancio, simbolo di amore puro, vero e sincero e di buon auspicio.

Per qual motivo proprio i fiori d’arancio? Vi è una dolce leggenda a riguardo.

Una splendida fanciulla donò un giorno ad un re una pianta di arancio. Il monarca era segretamente innamorato di quella giovane donna, alla quale non poteva però unirsi in matrimonio a causa delle profonde differenze di rango, iniziò allora a custodire gelosamente quella pianta, prestando ad essa ogni cura ed attenzione.

Un giorno un ambasciatore in visita a palazzo rimase colpito della bellezza della pianta in piena fioritura e chiese al sovrano di avere in dono un ramoscello fiorito di quella pianta meravigliosa per poterne fare una talea, ma il re si rifiutò.

Con molta furbizia, l’ambasciatore offrì 50 monete d’oro al giardiniere di palazzo per tagliare di nascosto un ramoscello. Avendo una figlia in età da marito che non poteva accasare non possedendo i denari necessari per farle la dote, il giardiniere accettò, diede i denari alla figlia la quale poté così sposarsi. Il giorno delle nozze la fanciulla si adornò i capelli proprio coi fiori d’arancio che le avevano portato tanta fortuna.

Da quel momento in poi i fiori dell’arancio simboleggiano l’amore puro, sincero e vero e sono diventati il simbolo del matrimonio.

Le spose del 1400 si adornavano il capo con coroncine di fiori d’arancio, con il passare del tempo si passò dalla corona ad un piccolo mazzolino da portare in mano.

Con gli anni si unirono ai fiori d’arancio anche altri fiori aventi sempre corolle bianche simboleggianti candore e purezza, tenuti insieme da un nastro legato con un doppio nodo a scongiurare l’infedeltà del marito.

Sdoganato il bianco come unico colore ammesso, si giunge alla più ampia libertà di scelta di varietà e di colore per comporre il bouquet da sposa. La scelta dei colori può essere attribuita al loro significato e i fiori al loro linguaggio, talvolta con la volontà di lanciare dei messaggi in codice al proprio amato.

Oggi il bouquet viene scelto rispettando la linea dell’abito, il mood dell’evento, la tipologia di cerimonia e di ricevimento, si è trasformato progressivamente in un prezioso ed elegante accessorio di moda contribuendo, senza alcun dubbio, a perfezionare l’intero look della sposa.

Secondo tradizione rappresenta il suggello della conclusione del fidanzamento e l’inizio della nuova vita coniugale. Per questo motivo andrebbe scelto dallo sposo ed è l’ultimo dono da fidanzati. Dovrebbe essere lo sposo in persona a consegnarlo all’amata al suo arrivo, per poi precederla all’altare.

Nella realtà è la sposa che sceglie fiori, colori e foggia del bouquet per essere certa che ben si abbini all’abito prescelto di cui ovviamente il fidanzato è all’oscuro, viene recapitato a casa dal fiorista, dal testimone dello sposo o dal wedding planner e la sposa giunge sul sagrato già con il bouquet in mano. In alcune regioni del sud, come in Puglia, è la suocera accompagnata dal suocero a portarlo a casa della sposa.

Alcune spose, desiderose o originalità o particolarmente attente alle dinamiche ecologiche, effettuano scelte alternative come quella dei bouquet fatti a mano in stoffa o in carta, con ampie possibilità di personalizzazione e la certezza di non vederli mai appassire e poterli conservare integri come il giorno delle nozze.

Il bouquet dovrebbe passare per tre differenti mani: quelle dello sposo che lo dona alla sposa, che a sua volta lo dona ad una fanciulla nubile con l’augurio di ricevere la richiesta entro un anno, ed è con questo ultimo passaggio che nasce il tradizionale lancio del bouquet al termine della cerimonia (eh sì, il lancio andrebbe fatto all’uscita della chiesa, mentre sempre più spesso si destina il momento al termine del ricevimento)

Storicamente il lancio del bouquet è un’evoluzione di una usanza nata in Francia nel XIV secolo in cui si credeva che ottenere un pezzo dell’abito della sposa portasse fortuna agli invitati. Ai tempi gli abiti di nozze erano per molti i vestiti migliori che si possedevano, si è quindi passati dai pezzi di stoffa a donare agli ospiti i fiori del bouquet. Affiancato al lancio del bouquet spesso troviamo il lancio della giarrettiera che viene sfilata dallo sposo e gettata agli amici celibi.

E bene ricordiamo che, secondo galateo, la giarrettiera si indossa … ma non si lancia!

(bouquet: Coral Fiori e Interpretazioni)

La sposa Regina- Se l’invito è formale

(di Anna Ubaldeschi)

Invitare a casa propria gli amici oltre ad essere piacevole, è semplice. Una telefonata oppure, non seguendo esattamente il galateo, un messaggio con il cellulare ed il gioco è fatto.

Non è così quando si tratta di inviti formali, per i quali diviene necessario seguire alcuni dettami precisi.

Quindi? Come fare?

Iniziamo a ricordare la corretta nomenclatura dei momenti di convivialità che possono essere oggetto di un invito.

Il primo pasto è quello della prima colazione, difficilmente viene utilizzato per incontri, tanto meno formali.

A seguire avremo la colazione comunemente ed erroneamente denominato pranzo. Nel pomeriggio avremo l’ora del tea, raramente utilizzata a scopi formali. Quindi avremo il pranzo (che comunemente viene chiamato cena), infatti per cena dovrebbe intendersi il pasto effettuato a tarda ora, dopo teatro.

In tempi odierni può essere organizzato un incontro in orario di aperitivo, denominato oggi happy hour, che prende aspetto formale con la denominazione cocktail con svolgimento dalle 19 alle 21.

Gli inviti formali sono necessari in occasione di gala e cerimonie pubbliche, cerimonie private (quali matrimoni, battesimi, comunioni ed altri avvenimenti importanti) colazioni e pranzi formali in case private.

L’invito formale deve essere inoltrato per iscritto. Se si tratta di cerimonie, gala e cerimonie pubbliche si provvederà a far stampare dei cartoncini solitamente color avorio, meglio se in carta Amalfi o carta a mano su cui dovranno apparire il nome di chi invita, formula di invito, chiara indicazione del tipo di occasione, nome dell’invitato, giorno data e ora del ricevimento, luogo, in basso a sinistra dress code che deve essere sempre declinato al maschile (es. cravatta nera/black tie), in basso a destra acronimo R.S.V.P. (répondez s’il vous plaît) che sottintende che si debba rispondere per accettare o meno l’invito. Obbligatoriamente e in poco tempo e solitamente tramite telefonata.

Le buste, rigorosamente scritte a mano, riporteranno il nome degli invitati tralasciando titoli professionali ed accademici, possono essere utilizzati i titoli nobiliari e clericali, senza utilizzo di abbreviazioni di sorta.

Il galateo consiglia l’invito e la busta, che non dovrà essere chiusa, vergati a mano in calligrafica, la consegna e non l’invio, con un anticipo di almeno dieci giorni dalla data prevista per l’evento, per i matrimoni dovrà pervenire due mesi prima.

La busta porterà la dicitura S.P.M. (sue proprie mani) in basso a destra.

Ovviamente, nel caso in cui non sia possibile il recapito brevi mano, la busta dovrà essere affrancata e chiusa onde non incorrere in sanzioni da parte delle poste, l’indirizzo completo senza utilizzo di abbreviazioni.

 

 

Nei casi meno formali, gli inviti possono essere anticipati tramite telefonata, a cui farà seguito un biglietto “pro memoria” (attenzione si usa la locuzione latina “pro memoria” e non il termine promemoria).

Il biglietto pro memoria viene scritto utilizzando i normali biglietti da visita a cui sotto i nomi, a mano e rigorosamente a mano, viene ricordata la data (molto prossima per cui basta il nome del giorno della settimana) e l’ora. La sigla p.m., poco simpatica a dire il vero, che sta ad indicare “pro memoria”, si pone in genere nell’angolo in basso a destra. Da preferire la formula intera.

Questo tipo di biglietto non richiede risposta perché l’invito è già stato fatto per telefono e si presuppone che la risposta sia stata immediata.

In occasioni particolari non formali oppure se si vuole dare un tono goliardico all’invito, alla telefonata si può far seguire un biglietto colorato, divertente. Questo tipo di biglietto richiama alla memoria il biglietto pro memoria ma senza alcun formalismo. Oggi la tecnologia ci aiuta. Invece di spedire un biglietto di carta vero e proprio si può inviare via email un “promemoria” altrettanto divertente.

Che dire degli SMS? Diciamo che se all’interno di un gruppo di amici una coppia o un single decide di andare a mangiare la pizza all’ultimo momento, un SMS spedito a tutti gli altri può risolvere la questione in poco tempo per avere una risposta di ritorno al più presto. Da utilizzare unicamente in queste occasioni. È sempre meglio la telefonata!

Con che logica effettuare gli inviti? Ovvero chi invitare?

Ci sono occasioni in cui si può scegliere ed altre in cui non è possibile.
Sta ai padroni di casa evitare che la conversazione scivoli su terreni minati, soprattutto argomenti che potrebbero accendere dibattiti con finale a sorpresa. Pensate a ciò che divide di più gli italiani ed evitatelo accuratamente. Questo è un suggerimento valido non solo per chi invita ma anche per chi è invitato.

In situazioni eterogenee è controproducente arenarsi su argomenti di lavoro, estremamente noiosi per chi non è del mestiere, è necessario trovare argomenti con cui sostenere piacevoli conversazioni.
Tutt’altra situazione quando invece si possono scegliere gli invitati. Con un briciolo di buon senso si può mettere insieme un gruppo di persone anche con interessi diversi purché estroversi, curiosi di conoscere o confrontarsi con esperienze mai vissute. Non è detto che tutti si debbano conoscere. Un invito a cena può anzi essere l’occasione per allargare le proprie conoscenze. Un po’ più rischioso che tutti siano dei perfetti sconosciuti per gli altri.

Sta nel buon senso dei padroni di casa creare il gruppo migliore per i propri inviti.

Un brodo caldo per…

Se parliamo di cose che fanno bene al cuore, parliamo anche di cibo. Con l’arrivo dell’inverno niente può scaldare cuore stomaco e anima come un clasisco e saporitissimo brodo caldo! La ricetta, come sempre corredata di ricordi, è della nostra Cristina Pepe, alias Miss Lovely Food.

(di Cristina Pepe)

Marta Petrini

Martha Petrini è una garden designer. Ma è prima di tutto una appassionata viaggiatrice del suo tempo. Molti sono gli interessi, gli studi, le vocazioni di questa studiosa di botanica e amante dello riuso e delle erbe aromatiche e curative, fino ai tatuaggi che raccontano la storia e il destino di una persona. Per theWProject curerà la rubrica “Inside garden”.

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MARTHEA Project Garden nasce nel 2008 con la garden designer Marta Petrini.

La missione nasce dall’amore e dalla passione dell’osservare la natura, ricreando all’interno di zone residenziali, giardini, privati, terrazzi, spazi e ambientazioni personalizzate e su misura.

Oasi di relax con profumi e colori in armonia tra loro e con lo spazio circostante.

A seguito di un sopralluogo vengono proposte diverse soluzioni per soddisfare le vostre necessità.

Mi prendo cura degli spazi, valorizzandoli e creando aree verdi che emozionino e rendano le ambientazioni luoghi di quiete e convivialità.

Come studio ho selezionato nel tempo artigiani e fornitori per poter offrire un servizio completo e su misura.

Inoltre è previsto un servizio annuale di assistenza di manutenzione e cura del verde .

Nello specifico lo studio propone questi servizi:

  • Progettazione e realizzazione di terrazzi, giardini,
  • Rilievi, Progetti grafici con bozze e rendering.
  • Allestimenti per eventi
  • Arredi personalizzati e su misura
  • Giardini d’Inverno
  • Coperture di Pergolati e Gazebo
  • Impianti di irrigazione e illuminazione personalizzati
  • Manutenzione e cura del verde

 

Un piatto very…gipsy!

(di Cristina Pepe)

In una sera qualunque di questa calda estate, immergetevi anche voi – cari amici di Mrs Lovelyfood – in una sensuale atmosfera gipsy…..non serve molto: una tovaglia colorata, un posto all’aperto ( che sia giardino, terrazzo o anche solo un balconcino!) luci spente e candele accese, i vostri occhi a cercare le stelle….ora chiudeteli ed immaginatevi intorno ad un grande falò …..una musica gitana vi scalda il cuore ed aumenta i battiti….un profumo dolce ed aromatico di cannella vi stuzzica le narici: in tavola è arrivato il “bolapè” !

Vero piatto della cucina gitana, il Bolapè, ricorda curiosamente una delle ricette più tipiche della cucina romana, ovvero l’osannatissimo (almeno sulle rive del Tevere!) “pollo ai peperoni ”da cui differisce davvero poco e che nella zona dei castelli romani, suo luogo di origine, veniva tradizionalmente preparato per il pranzo di ferragosto, il che trova una sua piena giustificazione nel fatto che è proprio in questa stagione che i peperoni esplodono in tutta la loro “succulenza” .

Va da sé che, quindi, l’estate è anche la stagione migliore per il

Bolapè”

Ingredienti per 4 persone:

  • 4 cosci di pollo
  • 3 peperoni rossi
  • 3 peperoni gialli
  • 1 cipolla rossa di tropea (è più dolce delle cipolle bianche o gialle ed a Mrs Lovelyfood piace di più!)
  • 4 cucchiai di olio evo
  • Datteri a piacere (ma contatene almeno 3 o 4 a persona!)
  • Sale
  • Cannella in polvere

Procedimento:

Lavate i cosci di pollo ed asciugateli. Fate lo stesso con i peperoni e poi – dopo aver eliminato il picciolo ed i filamenti bianchi interni – fateli a pezzi di media grandezza o, se preferite, a striscioline.

In un tegame capiente fate rosolare la cipolla nell’olio evo fino a che sarà lievemente dorata: a questo punto aggiungete il pollo e fate “colorire” anch’esso (ci vorranno pochi minuti), aggiungete poi i peperoni ed i datteri e salate.

Coprite e portate a cottura. Ci vorranno circa 20 minuti (ma dipende dalla grandezza dei cosci di pollo: per saggiarne la consistenza e verificare se siano cotti o meno, pungeteli con una forchetta: se il liquido che esce è trasparente vuol dire che sono cotti, se invece è rosato, attendete ancora un pochino…). Nel caso notiate che il fondo si asciuga troppo, aggiungete un mestolino di acqua tiepida e continuate a tenere il tegame coperto.

Prima di servire, aggiungete una generosa spolverata di cannella.

Cuscus Gipsy

E se la sposa o gli invitati, come sempre più di frequente può accadere, sono vegani? Per evitare di proporre un menu triste e povero a base di insalata,  abbiamo chiesto aiuto a Valentina Niglio, vegana per scelta e non per moda, che ha risposto con entusiasmo all’appello, dedicandoci una ricetta a tema gustosissima!

(di Valentina Niglio)

Gipsy cuscus
In 30 minuti
Ingredienti:
200g cuscus integrale
1 zucchina grande
2 carote
Mezzo scalogno
1manciata di capperi
1 manciata di mandorle
1manciata di pomodori secchi
Sale integrale, curcuma, pepe, coriandolo, cumino,zucchero di canna
Succo di mezzo limone
1 lattina di ceci
Preparato per brodo vegetale
Ingredienti facoltativi peperoncino in polvere e semi di canapa
Tagliare peperoni a striscioline o dadini. Soffriggere con scalogno e dopo qualche minuto stufare con poca acqua e curcuma fino a farla asciugare e prima di spegnere il fuoco aggiungere uvetta e mandorle sale integrale e un pizzo di zucchero di canna
Grattugiare zucchina e carote, Soffriggere con poco olio e stufare anche loro con poca acqua per pochi minuti aggiungendo sale integrale pizzico di pepe.
Sciacquare capperi salati e tritare con pomodorini secchi
Versare cuscus in padella con tre cucchiai d’olio aggiungere 300 ml brodo vegetale bollente cuocere per un minuto a fuoco lento. Spegnere fuoco e coprire cuscus per qualche minuto.
Unire tutti gli ingredienti aggiungere un filo d’olio oliva il succo di limone ed eventualmente ingredienti facoltativi.
IMG-20160712-WA0006Valentina Niglio è giovane, appassionata e molto determinata. Ha a cuore il pianeta e gli esseri viventi. Tutti. Per questo,  ha adottato uno stile di vita vegano, documentandosi lungamente a fondo, e con consapevolezza. Sperimenta personalmente ogni ricetta, sotto la supervisione del Billo, che è la mascotte di questo cambio di vita, ed il testimonial (lo vedete anche sul grembiule nella foto) del suo blog in prossima uscita IlBruttoBroccolo

Gipsy Wine

(di Emanuela Pagani)

Ben ritrovati amici DiVini!

Totalmente calata nel gipsy mood vi presento un vero gipsy wine man: un nomade portatore sano Di geni vitivinicoli.
Jan e’ fiammingo ed e’ un affermato medico legale nel patrio Belgio quando, fulminato sulla via dei Rossi,  intraprende una avventura vitata in Toscana.

Dopo una bella esperienza decennale nella patria dantesca , il nostro nomade per amor diVino, con coraggio ed immenso amore cerca caparbiamente un nuovo ” terroir promesso” in terra piemontese.

Nel territorio di Diano d’Alba trova un bellissimo casale semi abbandonato e lo riporta a nuova “vite”. Sulla collina svettano i suoi antichi e maestosi olivi che sembrano accarezzare le meravigliose vigne circostanti , in un perfetto connubio paesaggistico.

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Nasce così un Riesling Renano nelle Langhe creato da un belga! Vero gipsy wine dai sentori complessi ed in evoluzione : al naso si accompagna un gusto sapido e persistente in un equilibrio percettivo assolutamente piacevole .

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Al bianco Riesling si contrappone il rosso Fiammingo: uvaggio di Merlot e Nebbiolo  di ottima struttura, oltre Al Dolcetto e Al Nebbiolo in purezza.

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Jan accoglie i suoi ospiti in un paradiso enologico: soddisfatto ed orgoglioso di cio’ che ha creato e stupefatto lui stesso dell’unicita’ del territorio che lo ha accolto e nel quale si e’ perfettamente integrato.

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Le Cecche e Jan : spiriti nomadi e cuori DiVini????????per un wine man show che Ci stupisce sempre di piu’.

Vi saluto DiVinamente e come sempre… In alto I calici !

E’ gradito un tocco di…

(di Anna Ubaldeschi)

Sogno un matrimonio controcorrente. Niente di principesco … vorrei cuscini, candele e lanterne, fiori semplici colorati e composti in modo naturale. Tessuti grezzi dai colori neutri e tanta allegria”

Così una sposa potrebbe descrivere come immagina il suo grande giorno.

Un matrimonio libero ed anticonformista, informale, un po’ bohémien, un po’ boho chic con un pizzico di hippie e gipsy e componenti vintage e vagamente retrò.

Aria aperta, contatto con la natura e tanta libertà.

Ma attenzione … libertà non è sinonimo di ineducazione, allegria non significa baraonda, informale non significa “apro l’armadio e mi infilo la prima cosa che capita”.

Certo. Perché anche gli sposi informali desiderano che il loro giorno sia perfetto e da ricordare con gioia, vogliono semplicità senza particolari sfarzosi, ma non privo di armonia, emozione e cura dei dettagli.

Quando tutto è coordinato e omogeneo, anche se semplice nell’uso dei materiali, traspira eleganza e accuratezza, proprio come deve essere un giorno speciale.

Voilà, un piccolo decalogo per non incorrere in errori di stile.

  • La partecipazione è il biglietto da visita delle nozze, fa comprendere nell’immediato, che tipologia di evento ci viene presentato. Carta kraft, spago, raffia, daranno immediatamente immagine della tipologia di nozze. Non dimentichiamo di inserire, rigorosamente in basso a sinistra, l’indicazione del dress code. Sarà di aiuto ai nostri ospiti nella scelta più consona di abbigliamento.

  • La location dovrà certamente essere un luogo non troppo formale, dove profumi, colori e natura possano mescolarsi a creare l’atmosfera desiderata. Tutto questo non significa scomodità e poca attenzione verso i propri ospiti.

  • La nonna Antonietta potrebbe avere qualche difficoltà a sedersi sulla balla di fieno … L’attenzione per chi è agé ed ha necessità particolari non deve mai essere mai dimenticata

  • L’eccesso non va mai bene. Quindi sì natura e semplicità, ma attenzione a non eccedere. La cura sulla scelta dei cibi deve essere attenta, soddisfare i palati di tutti e prestare attenzione ad esigenze particolari.

  • Gli ospiti dovranno adeguarsi nella scelta dei capi da indossare, alla richiesta del dress code. Semplice, gipsy ed informale non rispecchia sciatto, trasandato ed inelegante. Certo … si può essere elegantissimi anche vestendo abiti bohémien.

  • Lasciamo il tacco 12 nella scarpiera. Anche se faremo fatica a rinunciare alle nostre amate Jimmy Choo, realizziamo che barcollare su ghiaia ed erba con un calice in mano causa scarpa inappropriata non è il massimo. Meravigliose flat renderanno l’outfit prescelto assolutamente in tema bucolico (Beatrice Borromeo docet)

  • Sì a lino, cotoni grezzi e sete naturali, no a jeans di qualsivoglia specie.

  • Natura, libertà ed allegria non tollerano ineducazione. Poniamo quindi attenzione al comportamento che dovrà essere consono alle nozze … non alla sagra della salciccia. Teniamo a freno i calici ed i toni della voce.

  • In nessuna situazione i giochi goliardici con protagonisti gli sposi sono graditi. Non fa eccezione nemmeno il matrimonio bucolico, gipsy o boho chic comunque lo si voglia chiamare.

  • Infine uno strappo alla wedding etiquette. La sposa vestirà abiti impalpabili, scivolati, eterei coordinati con calzature basse, coroncine di fiori o corolle a cingere i capelli in acconciature morbide ed un po’ spettinate … e lo sposo? Lo sposo potrà tralasciare l’abito scuro declinando la scelta sui colori della terra (beige, caffè, tortora) utilizzando lini e cotoni grezzi, ma conservando il buon gusto di indossare pantaloni lunghi, calza rigorosamente lunga e scarpe in vitello. Informale, ma elegante e curato.

Resteranno inalterate tutte le norme del buon ricevere e dell’essere buoni ospiti.

In alto i calici e felici nozze!

Il giardino gipsy: dall’idea al progetto

(di Marta Petrini)

Viaggiare non significa solo fare valigie e partire per le destinazioni più disparate. Il viaggio è anche dell’anima, per ricercare, o ritrovare, se stessi. Allora perchè non progettare un giardino gipsy, che corrisponda davvero a quello che siamo? Un angolo di relax, di approdo, di ripartenza per altri viaggi, altre scoperte. Ci spiega come nasce l’idea e come si sviluppa la garden designer Marta Petrini, dello studio MARTHEA.

 

Storia di un GIARDINO GIPSY

Il termine Gipsy ha origine in Inghilterra e identifica un popolo sostanzialmente nomade, traducendo l’etimologia originaria di derivazione latina “aegyptanus” ( Gitano- Gipsy) , l’uomo libero, un popolo, uno stile di vita che ha origini molto antiche.

Ma Gipsy è anche un mood e in tempi moderni, una tendenza modaiola.

Il Gipsy è diventato uno stile, la moda ne ha fatto un look, l’arredamento un concetto di convivialità e relax, fatto di colori, sovrapposizioni, fantasie etniche, pizzi, frange e non solo.

Gipsy non è solo un modo di vivere ma soprattutto un modo di essere, di vestirsi di assemblare elementi diversi e ben definiti.

Questo progetto di “Giardino Gipsy” ne racchiude alcuni.

Il filo conduttore di questa ambientazione è l’armonia tra gli elementi

 

L’abitazione si affaccia  sulla natura e lo spazio è diviso in 4 aree e ambientazioni:

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  • La TENDA GIPSY : ( dove sdraiarsi a leggere tra cuscini, lanterne luminose e tappeti colorati)

C)-TENDA-GIPSY-

  • L’ALBERO della VITA: ( alla sua ombra una tavola imbandita con tovaglie di pizzo bianco tra i rami nastri colorati e fili di luci per creare convivialità tra le persone )

Essenze-dettaglio

  • La VASCA di NINFEE: ( l’elemento dell’acqua è importante per creare un legame diretto con il nostro “io” interiore, un piccolo luogo dove ammirare Ninfee, Agapanto e Fior di Loto).

E)-NINFEE-GIPSY

  • Il GIPSY CARAVAN: ( elemento importante del progetto che demanda subito al concetto Gipsy di nomade, di viaggio, di libertà).

Un vero e proprio caravan per conservare e racchiudere

alcune varietà di fiori che vi accompagneranno durante il viaggio

caravan-essenze

 

Questo è il fulcro del progetto un giardino mobile, viaggiante

riproponibile in ogni spazio perché la casa non è solo dove viviamo ma

anche dove il nostro spirito Gipsy ci porta.

 

 

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MARTHEA nasce nel 2008 con la garden designer Marta Petrini.

 

“Sì: lo (ri)voglio”!

(di Maria Cristina Pepe)

L’ho vissuto sulla mia pelle. So che vuol dire e conosco l’ansia, ma anche l’emozione e la trepidazione, che accompagnano il …secondo grande passo.

Ricominciare, quando si parla di seconde nozze, è un verbo impegnativo che presuppone la grande voglia di rimettersi in gioco, il coraggio di affrontare, di nuovo, un cammino che per i più svariati motivi, ci aveva fatto smarrire la prima volta…..non è sempre facile, no.

Perché lo facciamo, allora? Per amore, ovvio! Cos’è che spazza via tutte le paure, e qualsiasi cautela? “L’amour, tojours l’amour”!

Cosa ci ha convinto se non l’amore che ci è scoppiato nel cuore e che non pensavano di poter provare con tale intensità una seconda volta? E anzi più di prima? Cosa se non la convinzione che, sì, la seconda volta sarà quella giusta? Cosa se non le parole che ci ripetiamo dentro come un mantra “stavolta non sbaglio: lui è quello giusto ( o lei, ovvio )”?

Lasciatemi essere romantica: in questi casi il cuore dimostra di aver vinto sulla ragione e del resto, per dirla con Pascal: “il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”, tout-court.

Dal punto di vista pratico, signori miei, c’è però di certo bisogno di avere una notevole carica anche solo per affrontare il giorno del matrimonio: ci vuole energia per pronunciare un nuovo “sì” e allora, che siate voi i protagonisti o che ne siate solo “complici” in questa densa ed emozionante giornata, iniziatela col piede gusto ed accanto ad una vitaminica spremuta d’arancia, appoggiate sul vassoio della prima colazione i miei leggerissimi ma nutrienti:

Muffins al limone con farina di riso e mais”

Ingredienti:

  • 270 gr di farina di riso
  • 30 gr di farina di mais
  • 125 gr di yoghurt al limone
  • 200 gr di zucchero di canna finissimo ( Mrs Lovelyfood usa lo “Zefiro” di canna)
  • 90 gr di latte
  • 70 gr di olio di semi
  • 1 uovo
  • 1 bustina di lievito
  • Il succo e la scorza grattugiata di un limone

Procedimento:

Come sempre per i muffins, il procedimento è rapido e facilissimo: in una terrina unite tutti gli ingredienti liquidi, in un’altra tutti gli ingredienti solidi poi montate l’uovo con lo zucchero e unitevi prima gli uni e poi – piano piano – gli altri (ovvero il miscuglio di farine) amalgamando dolcemente il tutto.

Riempite fino a due terzi dei pirottini da muffins nell’apposita teglia ed infornate a 180° per 25/30 minuti.

Mrs Lovelyfood vi fa gli auguri con tutto il cuore, ricordando con un po’ di nostalgia il suo incedere sicuro e baldanzoso verso il suo “Mr-stavolta-right” sopra il suo solito stiletto tacco 12…..

 

Tra secondo sì, same sex wedding e bon ton

(di Anna Ubaldeschi)

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Seconde nozze … i consigli del galateo a questo riguardo sono abbastanza rigide.

Andrebbero annunciate e festeggiate un po’ in sordina, con estrema sobrietà, discrezione dovrebbe essere la parola d’ordine.

Viene quindi consigliato un annuncio degli sposi a nozze avvenute tramite un cartoncino scritto a mano, mentre le persone invitate verranno avvisate a voce; un rinfresco con pochi ospiti fra parenti stretti, testimoni e qualche amico fidato; abiti eleganti, ma privi di qualsiasi sfarzo (ricordate? tailleur o tubino color pastello, veletta o cappello); niente fiori, solo il bouquet per la sposa preferibilmente non total white; niente lista di nozze e neppure bomboniere, al massimo la distribuzione dei cinque confetti offerti con il cucchiaio dagli sposi ai ristretti invitati al rinfresco.

La sposa non viene accompagnata dal padre, farà invece il suo ingresso con al fianco il fratello, un figlio oppure con il futuro consorte. Vietatissima la marcia nuziale.

E così via …

Da sempre asserisco che il galateo, la cui origine risale nel lontano 1558, non è affatto polveroso e desueto come si potrebbe pensare dati gli anni che annovera, in quanto sapientemente si rinnova e si modifica con il trascorrere dei tempi.

Basti pensare che ai tempi di Monsignor Giovanni Della Casa non si parlava certamente di Netiquette!

L’etichetta si è dovuta necessariamente mettere al passo coi tempi, in anni in cui le seconde nozze non sono più unicamente riferite a dipartita di un coniuge, sono sempre più numerose grazie ai divorzi che hanno decorsi ormai abbreviati, dove spesso nella coppia uno dei due “subisce” le seconde nozze quindi giustamente coronate dal desiderio di vivere il grande giorno come si è sempre sognato, in epoca in cui si parla di same sex wedding, mi sembra assolutamente corretto che anche le regole di galateo assumano sfumature meno rigide, pur mantenendo alcuni consigli di bon ton.

Ed ecco allora che possiamo annunciare le nozze con una partecipazione inviata due mesi prima delle nozze con il vincolo che siano unicamente gli sposi ad effettuare l’annuncio e se gradito, uscendo dagli schemi della partecipazione classica.

La celebrazione con rito civile, ma se si è ottenuto l’annullamento della Sacra Rota anche religioso, potrà essere arricchito con fiori opportunamente con sobrietà.

Accanto agli sposi parenti ed amici a discrezione dei nubendi, senza vincolo stretto di numeri. Non si invitano gli ex consorti, i figli di precedenti nozze unicamente se si è certi che lo gradiscano.

Il dress code degli sposi potrà essere elegante ed anche tradizionale: per lo sposo abito tre pezzi grigio antracite o blu scuro, ma anche il thigt. La sposa potrà spaziare con abiti corti e lunghi, unico consiglio è quello di non esagerare in volume, ricchezze e strascico. Se per lei sono prime nozze può tranquillamente optare per il bianco, ma è così di moda l’avorio ed il pesca … Un deciso no invece per il velo se si tratta di rito civile e di personali seconde nozze anche in rito cattolico.

Benissimo l’ingresso ensamble … ma in caso di prime nozze per uno dei due non dimentichiamo che un padre o una mamma sognano da sempre quel momento. Allora ha più valore la felicità di chi si vuol bene delle regole del galateo.

Evitiamo la marcia nuziale tradizionale, ma lasciamoci accompagnare dalle note soffuse di un’arpa piuttosto che di un flauto traverso.

Non rinunciamo a confetti e sweet table, al posto delle bomboniere forniamo un valido contenitore da asporto delle prelibatezze offerte con un tag con i nomi degli sposi e un gradito “thank”.

Non tutti sanno che la tradizione di offrire doni ai novelli sposi ha origini molto antiche. Già nel Medioevo infatti c’era l’abitudine di raccogliere i doni presso le case dei genitori degli sposi. Allora sì a viaggi, biglietti per spettacoli, ingressi a spa, week end in città d’arte o in uno chalet sperduto in montagna. Da non accantonare la richiesta di donazioni a enti benefici o di ricerca.

Da tenere presente per gli ospiti invece che questa tipologia di coppie solitamente decidono di sposarsi quando vivono insieme da tempo, di conseguenza evitate di regalare accessori per la casa a meno che non abbiate la certezza che ne abbiano necessità.

Da non tralasciare mai i ringraziamenti per i doni ricevuti: rigorosamente stilati a mano.

I wedding same sex potranno sconfinare per colori ed innovazione. Un’eleganza alternativa, fuori dagli schemi come utilizzare uno smoking per entrambi, che come tutti ben sappiamo per noi italiani non è un abito da cerimonia. Annunci estrosi o unicamente affidati all’web, richieste di dress code particolari agli invitati per sentirsi parte di un mondo dove le differenze non esistono.

Il matrimonio è anche voler dichiarare a tutti il proprio amore, festeggiarlo ed esserne felici.

In fondo il matrimonio è un legame che intreccia due anime in un unico destino comune.

L’amore è amore.

Che sia sfacciato, più o meno discusso, che sia tra lui e lei, tra lei e lei o tra lui e lui.

Ricomincio…da me

(di Emanuela Pagani, Sommelier Ais)

Cari amici diVini oggi vi parlerò di Marilena Barbera e dei suoi vini.

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Il tema del ricominciare in questo casi e’ azzeccatissimo : Marilena e’ una bravissima produttrice siciliana che ha realmente ricominciato da se’…
Un bel giorno, dopo una carriera nel settore giuridico/ Amministrativo, ha deciso, dopo la morte del padre, di prendere in mano l’ azienda di famiglia e ricominciare da li’.
Un territorio meraviglioso , Menfi in provincia di Agrigento, tra il fiume Belice , che scorre  lento e pigro ed il mare, che trasmette con le sue correnti l’impronta inconfondibile a dei vini sorprendenti e fascinosi , sono lo scenario del suo ricostruirsi e ricostruire.
Un sole travolgente ed antiche civilta’ millenarie raccontano una storia vecchia e sempre nuova in mezzo a vigneti dove il lavoro fisico si fa duro ma viene ricompensato da frutti che sono semplicemente dei doni della natura veri e propri.
Tutto e’ svolto manualmente: solo la mano attenta dell’ uomo puo’ essere delicata e rispettosa e  percio’ pienamente efficace.
Microcosmo, Coda della Foce, la Bambina, Albamarina e Coste al Vento…nomi evocativi che esprimono la loro unicita’ e sono indissolubilmente legati a Marilena come fossero sue creature e..lo sono in realta’.
Sono prodotti in regime di agricoltura biologica rispettando l’ ambiente naturale : un ambiente sano e’ la base per avere piante forti e ricche di principi nutritivi.
Le scelte in cantina altresi rispettano le uve ed il loro terroir riducendo al minimo gli additivi ed i coadiuvanti.
Inoltre , dato che la produzione di vino ha comunque un impatto sull’ambiente, si cerca dì ridurlo al minimo, riducendo il peso delle bottiglie e scegliendo materiali riciclati e riciclabili..
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Insomma…cari amici diVini , ricominciare porta con se’ la possibilita’ di sperimentare, di riviversi..spesso di migliorare e progredire .
In alto i calici sempre!!!arrivederci a prestissimo…

Dolce Art Nouveau

Se nell’anno di Mucha e dell’Art Nouveau, una futura sposa eleggesse questo come fil rouge delle sue nozze, allora la wedding cake non potrebbe che essere questa creazione di Roberto Ramperti! Con i colori ed i fiori che erano cari alla corrente artistica, e con cui Mucha adornava le donne dei suoi dipinti. Accompagnata magari, anzi senz’altro, in una giornata di primavera, da un bouquet a fascio, creato per l’occasione da Coral Fiori e Interpretazioni

My Cinnamon-scented Christmas

My cinnamon-scented Christmas (di  Maria Cristina Pepe)
Qualche giorno fa ( con appena un po’ di ritardo, ammettiamolo) al ritorno dal lavoro, sono entrata in casa e …improvvisamente ho realizzato che sì, anche quest’anno Natale è arrivato!
Non è stato l’albero – finalmente terminato – a suscitare questa subitanea e catartica consapevolezza e neanche il mio cane che girava per casa “addobbato” di fili dorati grazie all’ispirazione stilistica della mia pargola novenne, ma è stato l’aroma intensissimo della nostra “Christmas Candle” alla cannella ad avvolgermi in un istante nella magia delle imminenti festività….
Da lì è stato un attimo e dopo giorni che dibattevo con me stessa su quale fosse la ricetta giusta da proporvi per queste feste, è arrivata “l’illuminazione”! Sì, avrei condiviso con voi il mio:
“Trifle speziato alle mele e cannella”
Il trifle è un dolce di origine inglese la cui prima versione appare in un libro del lontano 1587 anche se è solo verso il 1700 che i dolci così chiamati cominciano a somigliare al trifle come lo conosciamo oggi.
Per chi ancora non lo sapesse, si tratta di un dolce al cucchiaio di facilissima realizzazione ma di grande impatto scenografico e molto goloso grazie suoi molteplici strati di diversi colori e consistenze.
Nei paesi anglosassoni è noto come il dolce giusto da proporre a chiusura di un pasto abbondante e quindi mi sento di consigliarvelo decisamente come delizioso dessert da offrire a conclusione dei nostri pantagruelici pasti natalizi o di fine d’anno.
Ingredienti per 6/8 persone:
4/5 fette non troppo spesse di pandoro
5/6 biscotti ”speculoos”*
4/5 cucchiai di rum
Per le mele caramellate:
4 mele golden
5 cucchiai di zucchero di canna
25 gr di burro
4 cucchiai di acqua
Il succo di mezzo limone
cannella
Per la crema di mascarpone
500 gr di mascarpone
4 uova
4 cucchiai di zucchero
Procedimento:
Iniziate dalle mele caramellate:
Riducete le mele a piccoli cubetti e spruzzatele con un po’ di succo di limone. Fate sciogliere in un padellino che le possa contenere possibilmente in un solo strato, il burro, lo zucchero di canna, tre cucchiai d’acqua ed il restante succo di limone aggiungendovi poi le mele che lascerete cuocere profumandole con la cannella e mescolando, fino a quando saranno tenere ma non sfatte. Ponetele a raffreddare e tenete da parte il loro sughetto.
Passate poi alla crema di mascarpone: separate gli albumi dai tuorli e montate questi ultimi con lo zucchero fino a quando saranno chiari e spumosi usando, se volete, le fruste elettriche o una planetaria. Solo a questo punto aggiungete un cucchiaio di mascarpone alla volta facendolo ben amalgamare alle uova.
Lasciate per qualche minuto la crema da parte in frigorifero e montate le chiare a neve. Togliete la crema dal frigo ed unitevi gli albumi montati, ma attenzione: per quest’operazione adoperate una spatola e fate dei movimenti ampi dal basso verso l’alto. In questo modo farete sì che il composto continui ad incorporare aria ed otterrete una crema perfettamente montata ed estremamente soffice. Ponete di nuovo la crema in frigorifero e dedicatevi al pandoro ed ai biscotti: tagliate il dolce a cubetti di circa un cm di lato e riducete i biscotti in grosse briciole.
Ora siete finalmente pronti a comporre i bicchieri (io di solito utilizzo bicchieri o coppette individuali, ma se volete potete anche utilizzare una bella e grande coppa unica).
In ogni bicchiere procedete in questo modo: fate uno strato di cubetti di pandoro, spennellateli con la bagna ottenuta mescolando il rum con il sughetto delle mele, poi fate uno strato di mele e a seguire di crema al mascarpone (non risparmiatevi!!! Che le cucchiate siano abbondante!) terminando con una bella spolverata di briciole di biscotto e, se volete, ancora un pizzico di cannella.
Se volete esagerare poi, fate un bel ricciolo di panna montata sopra lo strato di briciole di biscotti!
(in questo caso montate 250 ml di panna montata e fate un ricciolo su ogni bicchiere utilizzando un sac-à-poche con la bocchetta a stella).
*gli “speculoos” sono dei biscotti speziati originari dei paesi bassi. Per praticità potete usare anche i biscotti allo zenzero (per esempio i famosi “Pepparkakor” in vendita all’Ikea) o qualsiasi biscotto simile.

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Buon Natale amici e che la gioia di queste feste possa riempire i Vostri cuori!

(photo Stockwood)

Io regalo, tu regali, egli regala … essi ricevono, ma con eleganza

Io regalo, tu regali, egli regala…essi ricevono, ma con eleganza (di Anna Ubaldeschi- Anna Ubaldeschi Creations)

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Natale: tempo di pranzi, cene, panettoni, ricette, scambi di auguri e “ça va sans dire”, regali.
Anche quando facciamo o riceviamo un regalo ci sono dei piccoli consigli dettati dal bon ton che dovremmo tenere presenti per essere sempre certi di agire con eleganza, con attenzione verso gli altri.
Un presente è sempre un atto di riguardo, un segno di riconoscenza e rispetto.
I doni dovrebbero essere sempre acquistati pensando alla persona a cui sono destinati, cercando di rispecchiarne abitudini, passioni, interessi.
Oltre che in occasioni di compleanni, anniversari, feste come il Santo Natale, non ci si reca mai a mani vuote ad un invito a casa di qualcuno, ma nello stesso tempo è necessario evitare di esagerare con la tipologia di presente.
Un libro potrebbe essere troppo personale; il rischio è quello di non incontrare i gusti di chi riceve il dono, entrare in un ambito che, in mancanza di un rapporto di amicizia, non si conosca profondamente.
Meglio puntare allora su una bottiglia di vino pregiato, su qualcosa di sfizioso che possa essere offerto e consumato immediatamente con gli altri invitati.
Su questo punto il bon ton non transige: che sia un dessert appena sfornato, dei pasticcini o delle accattivanti praline al cioccolato, i padroni di casa sono in dovere di consumarlo durante la serata condividendolo con gli ospiti.
Piante e fiori invece dovranno essere recapitati con un biglietto di ringraziamento il giorno seguente all’invito, evitando di porre in difficoltà la padrona di casa andando alla ricerca del vaso opportuno con tutti gli ospiti da intrattenere.

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La buona educazione prevede che un regalo sia scartato subito, di fronte a colui che ci ha omaggiato, in modo tale da poter ringraziare.
Tuttavia, ci sono almeno tre occasioni in cui si dovrebbe trasgredire a questa regola.

Quando si ricevono molti regali contemporaneamente, ad esempio in occasione di una festa con molti invitati. In questo caso è consigliabile non aprire i regali di fronte a tutti i presenti, perché potrebbero avere valori molto diversi, a seconda del grado di intimità e delle tasche di chi ve lo dona oppure potrebbero esserci dei doppioni.
Il giorno seguente è d’obbligo una breve telefonata per ringraziare ognuno del pensiero avuto.
Quando come padrona di casa, si è indaffarate ai fornelli a cucinare, tra un risotto che scuoce ed un suffle che sgonfia, nessuno si offenderà se non vengono aperti subito i regali, ma il gesto dovrà essere compiuto dopo cena, dedicando la giusta attenzione.
A Natale, quando grandi e piccini amano porre sotto l’albero il maggior numero di pacchetti da poter aprire allo scoccare della mezzanotte. Abbiate cura di non perdere i biglietti o scrivere sul pacchetto il nome di chi vi ha fatto il dono. Nei giorni successivi al Natale è doverosa la telefonata ringraziando del regalo ricevuto.
Non dimenticate mai che gioielli e preziosi devono essere dati in separata sede.
I regali non si dovrebbero cambiare … se il maglione con gli orsi e le renne non è di vostro gusto non dimenticate mai di sorridere e di farvelo piacere almeno per un attimo. Se non è della vostra taglia è lecito chiedere di sostituirla. In questo ormai molti negozi stanno facilitando il reso, emettendo scontrini privi del prezzo che vengono inseriti nella confezione per agevolare i cambi. Non è esattamente molto elegante, ma sicuramente pratico.
Infine: è possibile riciclare i regali?
Il bon ton ovviamente dà il diniego più assolto.
Diciamo che in alcuni casi è possibile, agendo con molta discrezione e buon senso.
Se riceviamo un oggetto che proprio non incontra i nostri interessi e i nostri gusti, ma pensiamo possa essere perfetto per un’altra persona è possibile ridonarlo, ma con alcune attenzioni assolutamente necessarie.
Per prima cosa attenzione a non effettuare il riciclo nell’ambito delle persone affini a chi ci ha fatto il regalo, onde non incorrere nel rischio che venga riconosciuto, sarebbe inoltre opportuno far trascorrere un certo periodo di tempo per sventare qualsiasi inconveniente.
Donare l’oggetto a nostra volta a qualcuno a cui possa veramente essere gradito, evitando di sortire lo stesso effetto riscontrato quando lo abbiamo ricevuto noi.
Occorre sempre verificare che non vi siano dediche personalizzate, biglietti dimenticati e qualsiasi riferimento che possa far comprendere il riciclo effettuato.
Incartare a nuovo il regalo, in modo impeccabile e con un bel packaging.
In ultimo, mi raccomando, se l’oggetto è assolutamente di pessimo gusto, è proprio brutto brutto, la cosa migliore è dimenticarlo in soffitta o offrirlo per qualche pesca di beneficienza, non propiniamolo a nostra volta!

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Siete dei riciclatori seriali?
Allora la vostra ancora di salvezza da eventuali figuracce è quella di prendere nota su di un piccolo quaderno la tipologia di oggetto, persona che ha effettuato il dono e relativa data di consegna e occasione. Questo vi eviterà pessime figure.
A seguito di un mio workshop sull’argomento è nato della linea “I quaderni” dalle sapienti mani di Milena Oggioni di Mi&Mi “Il quaderno dei regali riciclati”.

Di Vino e…D’Auguri!

Di Vino e D’Auguri! (di Emanuela Pagani- Sommelier AIS)

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Cari amici DiVini siamo in tema di feste e di convivialita’.
Spero che il Nuovo Anno possa portare tanta gioia e cose bellissime a tutti voi!
Potreste trovarvi in qualsiasi posto del mondo ma non potra’ mai mancare un ottimo bicchiere di prezioso nettare a tenervi compagnia.

“Bevi vino , chè non sai donde sei venuto: sii lieta, perchè non sai dove andrai”
Omar Ayyam

betella franciacorta

Il protagonista è il vino, con il colore  che scalda, sia esso dorato o rubino,  intenso o piacevolmente facile.
Non mancheranno certamente gli Amarone sulle nostre tavole imbandite e non  faremo sicuramente senza le nostre amate bollicine, siano essere di Franciacorta o Trentino,  o perchè no…del nostro solare Sud.

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L’ abbinamento col panettone o con altro dolce potra’ essere con un meraviglioso passito calabrese che regala sensazioni gia’ al primo accostar di naso:
Tonalita’ ambrata e olfatto ricco e complesso.

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Alla bocca grande aromaticita’ e dolcezza avvolgente e piena, con  sentori di frutta appassita e fiori, miele e noci,  a completare un quadro perfetto di armonia ed equilibrio.
Un vino che abbinerei ad un assolo di flauto o di pianoforte,  godendo delle note musicali ed al contempo delle note gustative ed olfattive che può regalarci.

“Il cratere era colmo d’ambrosia.  Ermete prese un’anfora, versò.
Tutti gli dei reggevano le coppe, libavano.
Allo sposo fecero auguri di felicita'”(Saffo)

Auguri!!!

(photo credit: wikicucina; lemillebolleblog, il golosario, clos181)