Bouquet di fiori al profumo di Tè

(di Martha Petrini)                                                                                                                       Brano consigliato per l’ascolto: Water and Mountains – Xiao Ying

 

Bouquet di fiori al profumo di Tè

Parlando di oriente di fiori e di piante non posso non pensare alla Camellia sinensis

e di conseguenza alla bevanda più antica e in uso al mondo, il Tè.

Uno dei più famosi e utilizzati è quello al Gelsomino che nasce dalla fusione dei fiori con le foglie di tè verde, un connubio delicato e allo stesso tempo ricco di molte proprietà utili e salutari per l’organismo. Ricorda il profumo dei fiori primaverili e allo stesso tempo mantiene il gusto e la freschezza del tè verde.

Lavorando le foglie della Camelia con fioriture differenti nascono infatti molte varietà di Tè.

Tutto dipende da fattori come, il tipo di foglia e di germoglio, il luogo di coltivazione e il periodo di raccolta.

Il tè al gelsomino è consigliato per coloro che hanno bisogno di molta energia, dato che aumenta la vitalità e migliora la concentrazione.

E’ un antibatterico: le sostanze contenute all’interno dei fiori, rendono il tè efficace contro alcuni batteri comuni e ha un’azione antinfiammatoria.

E’ digestivo: migliora l’attività intestinale, soprattutto se consumato durante i pasti, elimina i gas all’interno del corpo, riduce il dolore addominale e gonfiori.

E’ disintossicante: fa bene alla pelle e ha sostanze oleose che contrastano i radicali liberi è un rimedio naturale antiossidante grazie ai flavonoidi contenuti al suo interno.

Si narra che l’origine del tè sia legata alla storia dell’Imperatore cinese Shennong nel 2737 a.C. e che nel fatidico anno 1660 la bevanda si diffuse in Inghilterra, divenendo poi un rituale aristocratico pomeridiano. 

Il Tè porta con se una storia antica, fatta di aromi, sapori, tradizioni.

Anche la preparazione di una tazza di tè ha numerosi riti e metodi, dai procedimenti più semplici a tecniche diverse di infusione, fino ad arrivare alle famose cerimonie del Tè che diventano anche pratiche meditative.

Una tecnica molto allegra e affascinante la si può trovare nella preparazione del Tè fiorito.

Un tè da gustare anche con gli occhi perché fiorisce lentamente nella teiera, aprendo i petali al calore dell’acqua, sprigionando infiniti aromi e profumi.

 

Si tratta di vere e proprie opere d’arte, di composizioni artistiche, fatte con foglie di Tè e fiori legati tra di loro a mano in mazzetti spesso cuciti a forma sferica, al cui interno si celano uno o più fiori.

Ad esempio: calendule, garofani, gelsomini, ma anche crisantemi, rose o ibischi, che vengono così racchiusi in una sfera di foglie, la cui preparazione può richiedere anche un’ora, tra le mani di abili artigiani cinesi.

Il Tè fiorito messo in infusione in acqua molto calda, si schiude lentamente facendo sbocciare dal suo interno fiori di Gelsomino legati tra loro. L’acqua fa aprire il nido e grazie al calore sprigiona dall’interno tutte le proprietà del Tè.

Un bagno rinfresca il corpo, una tazza di tè lo spirito.
(proverbio orientale).

I Fiori di Georgia O’Keeffe

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’introduzione alla lettura: Liberation di Christina Aguilera

Passeggiando nelle sale di musei di tutto il mondo, sono tante le tele raffiguranti soggetti floreali, appesi a muri annoiati davanti a spettatori inesistenti.

Ci sono fiori tra le dita di dame e regine, fiori in vasi trasparenti, fiori recisi adagiati su tavoli di frutta, fiori vicini a pagnotte spezzate, fiori avvizziti tra insetti e api ronzanti, fiori magistralmente dipinti ma di poco coinvolgimento, e poi ci sono fiori giganti, iperrealistici, conturbanti, pieni di simbolismo, di colore, i fiori di Georgia O’Keeffe.

Donna indipendente, anticonformista, è decisamente l’icona dell’arte americana del ventesimo secolo, sia per un discorso culturale di carriera artistica che per l’effettiva longevità che la vita le ha offerto di attraversare ben 98 anni  vissuti intensamente.

Spesso associata e presa d’ispirazione da  movimenti femministi che attribuiscono una lettura  freudiana alla sua pittura o meglio alla pittura dei suoi fiori intravedendo tra i petali associazioni legate alla sessualità femminile. Allusioni che O’Keeffe non apprezzava, suggerendo piuttosto ai suoi interlocutori di prendere tra le dita un fiore e osservarlo da vicino, sentirlo proprio e capirne il suo mondo.

Lei voleva donare questo al suo spettatore, il suo modo personale di interpretare la femminilità rappresentandone l’eleganza, la purezza, la delicatezza dei colori, un fiore che prende forma ingigantendone i tratti quasi ad entrare nell’intimo spirituale di una donna, una visione e un linguaggio prettamente metafisico elegante, delicato.

 Ma partiamo dall’inizio.

Nata in una fattoria del Wisconsin il 15 novembre del 1887 da genitori proprietari terrieri che non ostacolarono mai la sua voglia di studiare arte, permettendole di seguire vari corsi di specializzazione e iscrivendola nel 1905 all’Art Institute of Chicago.

Due anni dopo si trasferisce a New York dove segue i corsi di William Chase, valido esponente dell’ Impressionismo, all’Art Students League.

Nel 1908 conosce il suo futuro marito durante una mostra di acquerelli di Rodin, il fotografo Alfred Stieglitz, nonché mecenate della sua arte.

Le opere di Rodin la ispireranno cosi tanto da usare questa tecnica gli anni a seguire.

 Le opere degli anni ‘10 sono caratterizzate dall’astrattismo armonioso e lineare principalmente opere a carboncino ed acquerelli molto innovativi.

Tra il 1910 e il 1912 Georgia O’Keeffe, oppressa e dubbiosa sulle sue capacità artistiche, smette di dipingere con la scusa che l’odore della trementina le fa male e si dedica all’insegnamento presso diverse scuole: University of Virginia, Columbia College, West Texas Normal College, scuola pubblica di Amarillo (Texas).

Nel 1914 frequenta un corso di aggiornamento per insegnanti presso la Columbia University.

Ma la fortuna la accompagna, come maestri ha: Arthur Dove, uno dei primi artisti modernisti americani considerato il primo pittore astratto americano e Arthur Wesley Dow appassionato delle espressioni artistiche orientali e delle tecniche giapponesi. Aiuta la O’Keeffe ad allontanarsi dalle forme e dalle regole pittoriche che aveva trovato soffocanti nei suoi primi studi.

 O’Keeffe, lavora sul suo nuovo modo di dipingere, desidera fare arte e usare la pittura più spontaneamente, cerca la sua anima e la sua natura.

  “Ho delle cose nella mia testa che non sono come quello che qualcuno mi ha insegnato … forme e idee così vicino a me … così naturali per il mio modo di essere e di pensare anche se altri non hanno pensato di dipingerle”.

Nel 1916 espone a New York in una collettiva presso la famosa “291” centro dell’Avanguardia Modernista, sulla Fifth Avenue, la galleria fondata e diretta dal futuro marito dove, l’anno dopo, terrà la sua prima personale.

Nel 1918 Georgia O’Keeffe decide di dedicarsi interamente alla pittura, si stabilisce a New York e stringe rapporti con alcuni artisti che frequentano la “291”, sposa Alfred Stieglitz  iniziando una delle collaborazioni più fruttuose.

Stieglitz, organizzerà diverse mostre per O’Keeffe facendola conoscere negli ambienti dell’avanguardia newyorkese.

 La relazione tuttavia  si rivelerà in futuro insostenibile e tempestosa. Spinse la O’Keeffe ad allontanarsi per lunghi periodi verso il New Messico, luogo che negli anni futuri diverrà la sua casa definitiva oltre che terra ispiratrice di quadri diventati iconici.

Dagli anni ‘20 a seguire lascia definitivamente la tecnica dell’acquerello per dar spazio a produzioni ad olio con quadri di grandi dimensioni spesso con soggetti architettonici ispirati ad edifici newyorkesi.

 

La sua composizione pittorica si avvicina sempre di più a quella che sarà  la futura autentica O’Keeffe.

Questa nuova produzione la introdusse al successo consacrandola una delle artiste più importanti d’America.

Dal 1929 passa diverso tempo nel Nuovo Messico dando inizio ad alcune delle produzioni più famose con soggetti tipici della zona, come conchiglie, ossa di animali, paesaggi desertici, ma anche cieli aperti e luminosi tipici delle zone che visitava.

Le immagini sono spesso astratte dai contorni increspati, i colori sono lievi fatti da tonalizzazioni variabili che trasformano i soggetti in entità astratte, spesso interpretabili in trasfigurazioni erotiche.

Gli anni ‘30 e ‘40 le furono molto riconoscenti, premiandola con importanti “lauree ad honoris causa” ricevute da numerose università.

 

Nel ’46 muore il marito e lei si trasferisce nel Nuovo Messico dove produce una serie di pitture ispirate all’architettura della sua casa, oltre a paesaggi e scorci di nuvole come viste dai finestrini di un aeroplano, immagini presenti nella sua mente forse per i numerosi viaggi sostenuti.

Ma torniamo alla suo percorso artistico, nel 1951, O’Keeffe fa il suo primo viaggio in Messico, dove incontra gli artisti Diego Rivera e Frida Kahlo.

Negli anni ’40 e ’50 la pittrice tiene numerose retrospettive in diversi musei e nel 1953 compie un primo viaggio in Europa, seguito da un lungo viaggio in giro per il mondo che la porta Asia, nel Pacifico e nel Sud America.

Nel 1970 torna a New York dopo quasi trent’anni di assenza, in occasione di una vasta retrospettiva al Whitney Museum, la sua fama la precede, ma l’età avanzata le indebolisce la vista obbligandola a diminuire la sua pittura.  È del 1972 il suo ultimo dipinto.

Questa condizione fisica la spinge a esplorare altre tecniche si avvicina alla creta ed inizia a lavorare su alcuni manufatti scultorei. Per aiutarla nel suo sempre più faticoso lavoro, Georgia O’Keeffe assume un giovane ceramista, Juan Hamilton.


Il 10 gennaio 1977 il Presidente degli Stati Uniti Gerald Ford la premia con la Medaglia presidenziale della libertà, la prestigiosa onorificenza civile che viene conferita a coloro che hanno dato “un contributo meritorio speciale per la sicurezza o per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata”.

Gli anni passano e nel 1984 si trasferisce a Santa Fe, a vivere con Juan e la sua famiglia, mentre continua a preparare mostre e retrospettive.

 Muore nel marzo del 1986 a Santa Fe.

I suoi quadri, il suo stile la sua personalità hanno influenzato non solo la pittura ma anche la moda del suo secolo e quella contemporanea, detiene il record mondiale come artista femminile per il valore delle sue opere battute all’asta; record raggiunto nel 2014 quando il suo quadro “Jimson Weed/White flower n1” dipinto nel’32 è stato venduto da Sotheby (Londra) per circa 44 milioni di dollari.

 

 

I paesaggi urbani, le nature morte, i fiori, non solo hanno riempito le tele dell’arte, con energia e passione selvaggia ma anche con coraggio interpretativo.

Il suo personaggio è l’arte a 360 gradi, pittura, scultura, architettura, fotografia, icona di stile per le scelte stilistiche del suo guardaroba e accessori ricercati.

La Donna.

Reale, minimal, nei toni del bianco e nero, ha raccontato come essere sensuale anche senza troppi fronzoli e senza seguire cliché. Anteponendo intelletto, temperamento e soprattutto Libertà personale.

Royal Wedding: I fiori di Meghan

(di Martha Petrini)

Il linguaggio dei fiori si sa, ha origini molto antiche, è assai articolato ed affascina sempre. Attraverso un tocco di pura raffinatezza che lancia messaggi molto particolari il matrimonio di Harry e Meghan verrà ricordato anche per questo.

Racchiusi in un piccolo e delicato bouquet raccolto tra le mani di Meghan Markle, spuntano delicate corolle primaverili di fiori dai toni del bianco e del verde chiaro, il greenery fresco ed elegante.

A realizzare gli addobbi floreali, incluso il grazioso bouquet della sposa, è la fiorista Philippa Craddock, aiutata da un assistente molto particolare: il principe Harry.

Con un tributo dolcissimo a Lady Diana che amava i “non ti scordar di me” Harry ha raccolto nel giardino privato di Kensington Palace, alcuni dei fiori per il bouquet, il giorno prima del matrimonio.

Un messaggio metaforico molto chiaro per descrivere un legame costruito sulla dedizione reciproca sulla forza e sull’unione, tutti elementi auspicabili per una felice e duratura strada insieme nella vita di coppia.

Oltre ai fiori preferiti di Lady D. troviamo l’Astilbe , simbolo di dedizione e pazienza che si dice sia stato raccolto da un cespuglio piantato dalla Regina Vittoria; l’Astranzia” che incarna forza coraggio e protezione; i fiori di “Pisello odoroso”; profumatissimi rametti di “Gelsomino” ; il delicato profumo dei fiori di “Mughetto” a simbolo della , ed infine il “Mirto” che affascinò la Regina Vittoria nel 1845 che lo piantò per la prima volta nei giardini di Osborne House sull’isola di Wight. Si racconta provengano dalla stessa pianta coltivata e dallo stesso mirto usato nel 1947 per realizzare il bouquet nuziale della regina Elisabetta.

Ma non finisce qui, la fa da protagonista anche il Velo della sposa.

Attraverso una spettacolare composizione floreale ricamata da mani sapienti è stato realizzato un velo di 5mt di lunghezza in tulle di seta, con un bordo costituito da fiori ricamati a mano con fili di seta e organza.

Rappresenta simbolicamente il grande abbraccio rivolto ai 53 paesi del Commonwealth: Regno Unito, Canada, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, India, Pakistan, Sri Lanka, Ghana, Malesia, Nigeria, Cipro, Sierra Leone, Giamaica, Trinidad e Tobago, Uganda, Kenya, Tanzania, Malawi, Malta, Zambia, Singapore, Guyana, Botswana, Lesotho, Barbados, Mauritius, Swaziland, Samoa, Tonga, Figi, Bangladesh, Bahama Grenada, Papua Nuova Guinea, Seychelles, Isole Salomone, Tuvalu, Dominica, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Kiribati, Vanuatu, Antigua e Barbuda, Belize, Maldive, Saint Kitts e Nevis, Brunei, Namibia, Mozambico, Camerun, Nauru, Ruanda.

Attraverso l’analisi della flora si è trovato un fiore unico per ogni nazione. Un lavoro immenso di ricerca sui fiori i più rappresentativi di ogni paese, che ha portato ad un risultato unico e perfetto. Un velo magico che raccoglie l’unicità delle nazioni che lo compongono. Nel suo simbolismo tra i fiori presenti troviamo: la rosa inglese, l’orchidea bianca del Gambia e due fiori aggiunti da Meghan stessa, il calicanto d’inverno e il papavero della California, fiore ufficiale dello stato natale della neo Duchessa di Sussex.

Elementi che corrispondono alla sua dimora attuale senza dimenticare le sue origini californiane.

Tre giorni per il giardino

(di Martha Petrini)

brano consigliato per la lettura: Primavera – Ludovico Einaudi

La strada che conduce al castello di Masino attraversa un bosco alberato pieno di varietà di piante che
in questa stagione spiccano rigogliose. Tra i raggi del sole nel sottobosco verdissime foglie di Felce
costeggiano tutto il percorso lungo la strada, accompagnando il visitatore fino alla Rocca.
Il castello, (patrimonio artistico italiano Acquistato dal FAI da Luigi Valperga di Masino nel 1988)
si trova in una posizione strategica e domina dall’alto la zona di Ivrea.
Per questo motivo fu fin dall’inizio al centro di numerose battaglie, che videro come protagonisti i
Savoia, gli Acaia, i Visconti e gli stessi conti di Masino e i cugini Valperga. Inizialmente adibita
a fortezza per il suo ruolo difensivo, il castello era circondato da alte mura e da possenti torri di
guardia, che però scomparvero dopo il Rinascimento per far posto ai magnifici giardini.
Alla fine del Settecento la tenuta perse completamente il suo valore difensivo per trasformarsi
definitivamente in una dimora di campagna adibita a feste, momenti di relax e attività ludiche.
Il giardino del castello, completamente ristrutturato tra il settecento e l’ottocento è tipico dell’arte
inglese, circonda per intero la rocca, e si estende per diversi ettari di terreno. La strada che percorre
per intero i suoi boschetti, arriva fino alla vicina località di Strambino.
Nel corso dei secoli ha subito notevoli trasformazioni arrivando a diventare una splendida tenuta di
campagna che ancora oggi è possibile visitare ed ammirare.
All’interno di questo splendido luogo potrete trovare inoltre un Labirinto di Siepi, visibile dal
castello, il Giardino dei Cipressi e la strada dei ventidue giri.


IL LABIRINTO – Seguendo il disegno settecentesco ritrovato negli archivi del castello, nasce su
progetto dell’architetto Paolo Pejrone, un impianto di duemila piante di Carpini tagliati con grande
maestria e precisione che vanno a formare uno dei labirinti più importanti e grandi d’Italia
Oggi tutelato dal Fai (Fondo Ambiente Italiano).
Si tratta di una tenuta davvero affascinante, per la particolare bellezza dei suoi interni riccamente e
finemente decorati ed arredati, e per il fascino dei suoi giardini esterni che immergono questo luogo
in un’atmosfera di altri tempi.


Inoltre il Castello propone sempre numerosi eventi e attività come le passeggiate guidate nel
labirinto, la consultazione dei libri della bellissima biblioteca e il giro in mongolfiera e a anche
molte altre le attività.


Una di queste si è tenuta due week end fa.
Si tratta della Tre giorni per il Giardino la mostra mercato riconosciuta a livello internazionale
che regala un trionfo di fiori e di profumi. Produttori vivaisti che presentano e vendono essenze per
giardini di ogni genere.


Oggetti d’arredo per il giardino, alberi da frutto, rose di ogni varietà, galline che scorrazzano
nell’aia, ghirlande di fiori per copricapo, composizioni acquatiche di ninfee, piante aromatiche, fiori
commestibili.


Una meraviglia per gli occhi.
Il tutto guarnito da laboratori didattici, incontri, conferenze, presentazioni di libri.


Un’occasione unica per conoscere e acquistare fiori e piante insolite di alta qualità, acquistare
frutta, verdura e profumi dell’orto di primavera e altri prodotti biologici.

Giardini della Guastalla

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’ascolto: Woodkid, Shadows

Giardini della Guastalla

Passeggiando in storiche vie milanesi, via Francesco Sforza, via San Barnaba e via Guastalla c’è un Giardino, il più antico giardino pubblico di Milano.

Commissionato dalla contessa Paola Ludovica Torelli della Guastalla (da cui prende il nome) terminato nel 1555, fu realizzato secondo lo stile del Giardino all’Italiana, seguendo forme geometriche e perfette simmetrie.

Si racconta che Paola Ludovica Torelli, acquistò il territorio oggi occupato dai giardini, da un famoso medico milanese Matteo delle Quattro Marie vendendo la propria contea a Don Ferrante Gonzaga.

Qui costruì il “Collegio della Guastalla” che ospitava ventiquattro giovani ragazze, tra i 10 e i 22 anni, appartenenti a famiglie nobili decadute. Lo scopo del collegio era dare vitto, alloggio, educazione e una dote in modo tale che le giovani donne non prendessero i voti contro voglia né, ancor peggio, si prostituissero.
Il giardino svolgeva quindi una triplice funzione: relax, educazione e sostentamento. 

Quest’ultima avveniva grazie agli orti coltivati nel parco, agli alberi da frutta e alle numerose specie di pesci allevati nella peschiera barocca.

La Contessa diceva: «le fanciulle sono come le viti novelle, che se si appoggiano a pali ritti crescono ritte, se a torti, vengono torte e difettose». Riteneva che la bellezza stessa fosse educativa e quindi che le fanciulle dovessero vivere immerse in essa.

Per questo nella costruzione, è stata messa una cura particolare, sia dal punto di vista botanico che architettonico. 

Il parco è costituito da 183 alberi tra i quali si segnalano la Catalpa bignonioides walt, detta anche l’albero dei sigari, è stata importata in Italia dall’America meridionale per scopi decorativi, il suo tronco è possente e si contorce su se stesso assumendo forme bizzarre che lo rendono una scultura vegetale.

E’ presente il Bosso, un piccolo arbusto dalla chioma facilmente modellabile che testimonia il fatto che “la Guastalla” sia un giardino all’italiana che si basa su una particolare corrente filosofica secondo la quale l’uomo domina la natura.

Tra le specie arboree troviamo: Acero argentato (Acer saccharinum), Albero dei tulipani (Liriodendron tulipifera), Arancio trifogliato (Poncirus trifoliata), Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica), Faggio pendulo (Fagus sylvatica‘Pendula’)

Farnia (Quercus robur), Ippocastano rosa (Aesculus x carnea), Liquidambar (Liquidambar styraciflua), Tiglio selvatico (Tilia cordata).

Tra gli arbusti, Eleagno (Eleagnus spp), Pittosforo (Pittosporum tobira), Cotognastro (Cotoneaster), Nandina (Nandina spp), Aucuba (Aucuba japonica), Mahonia (Mahonia aquifolium).

 Nel 1938 il Comune di Milano acquisì l’intero complesso e affidò il progetto di restauro all’architetto Renzo Gerla per la parte architettonica e all’ingegnere Gaetano Fassi per quella botanica. Si sostituì il muro di cinta con una recinzione per offrire alla vista lo spazio prima nascosto.

Al suo interno troviamo un importante gioiello di stile Barocco: la Peschiera, con balaustre in granito bianco e ringhiere di ferro battuto, formata da due terrazze in comunicazione tra loro attraverso quattro rampe di scale.

La peschiera è stata costruita nel ‘600, sostituendo un laghetto artificiale del ‘500 che fu sotterrato per motivi igienici. Alimentata un tempo dalle acque dei Navigli (ora ricoperti per creare strade di passaggio) era utilizzata come vasca di allevamento dei pesci. 

Tra i beni architettonici interni ai giardini sono presenti anche un edicola seicentesca contenente un gruppo in terracotta policroma e stucco raffigurante la “Maddalena assistita dagli angeli”.

Un elemento utilizzato per richiamare le grotte tipiche dei giardini all’italiana, dal significato molto simbolico e fonte di ispirazione e insegnamento per le fanciulle del collegio.

Proseguendo troviamo un tempietto neoclassico opera di Luigi Cagnola, il timpano poggia su sei colonne ioniche e all’interno è presente una statua rappresentante una Ninfa posta simmetricamente al centro.

Durante il percorso collocata in un punto panoramico troviamo una statua di fanciulla delimitata da un anello di Ippocastani che la avvolgono.

All’esterno del giardino una pregevole fontana all’angolo di via della Commenda con via San Barnaba.

I Giardini della Gustalla sono un piccolo gioiello della città di Milano.

Al suo interno oggi troviamo, percorsi botanici, aree giochi per bambini, chioschi e soprattutto un bellissimo prato dove sedersi, rilassarsi ed ammirare le bellezze che lo circondano.

Mise en Place al profumo di Fiori

(di Martha Petrini)

Mise en place al profumo di Fiori

Dal Rinascimento al Rococò

Brano consigliato per l’ascolto: Jean Philippe Rameau- Opera Dardanus Overture

Che i fiori danno vita agli ambienti lo sapevano bene anche in passato, ogni arte li ha rappresentati la pittura la musica persino l’arte del ricamo ma più di tutte in assoluto li ha fatti vivere e prosperare l’Architettura del Giardino, grazie all’arte del paesaggio che raggiunse la massima espressione nel periodo che andò dal Rinascimento al Rococò.

Partendo dal Rinascimento l’ideologia del periodo afferma l’immagine dell’uomo al centro dell’universo, capace di avere il controllo su ogni cosa compreso la natura.

Nel ‘500 numerosi artisti italiani si recarono alle corti straniere per prestare la loro opera portando l’immagine dell’arte italiana un riferimento unico e riconoscibile in tutta Europa. L’arte del giardino divenne una delle più importanti e riconoscibili anche all’estero. I nobili facevano a gara per selezionare e aggiudicarsi i migliori giardinieri italiani per incaricarli di creare i giardini più belli ricchi e sfarzosi, segno di una nobiltà unica che voleva contraddistinguersi. Grazie anche all’invenzione della stampa, il modello italiano si diffuse ancora più rapidamente, così da far diventare ville e giardini degli elementi indispensabili a creare uno status sociale importante, oltre che un simbolo per distinguere principi e famiglie di potere.

In questo periodo in Italia nacque il termine di “Giardino all’Italiana” partendo da due grandi centri cittadini Roma e Firenze.

Il giardino diventa un estensione della villa realizzato seguendo forme geometriche ben precise, ricche di armonia e di proporzione. I giardini acquistano un carattere scenografico, grazie anche all’arte topiaria fatta di essenze sempreverdi come il Bosso, il Cipresso, il Tasso, Mirto

Troviamo elementi vegetali potati e fatti crescere in forme geometriche. Molto utilizzato è anche l’elemento dell’acqua sotto forma di cascate e zampilli, fontane canali, finalizzato a creare stupore nello spettatore.

 

 

 

 

 

 

L’architettura del giardino all’italiana si concretizza con la creazione di riquadri simmetrici all’interno dei quali trovano posto le aiuole circondate da siepi sempreverdi mantenute basse e squadrate, mentre disseminati lungo il percorso si trovano manufatti architettonici di epoca evocativi di un’epoca romana oltre che scultorei insieme a elementi vegetali (piante in vaso e piante topiate) posizionati in modo da non disturbare la lettura del disegno del giardino.

Il giardino all’italiana è anche chiamato “Giardino formale” un luogo di svago e divertimento e non più di puro utilizzo finalizzato solo per la coltivazione come nel Medioevo.

Il giardino formale del Castello Ruspoli di Vignanello.

Tra i nomi di giardinieri italiani troviamo: Niccolò Tribolo, progettista dei giardini di Boboli, Villa Corsini , Giovanni Antonio Montorsoli con il progetto dei giardini di palazzo Doria.

Nascono anche i Giardini Segreti utilizzati per lo più per passeggiate o incontri sociali. Complessi articolati composti da terrazze, scalinate, rampe, fontane, tempietti, loggiati, pergole, ninfei e gruppi scultorei ed ogni elemento costituisce una sosta nei complicati percorsi simbolici del giardino.

 

Il giardino segreto di Tramontana, Villa Borghese. Roma

Ispirandosi ai giardini italiani del primo rinascimento, i francesi ne adottarono i principi sia nel disegno dell’impianto sia nell’utilizzo dei diversi elementi, quali la compartimentazione delle aiuole, le fontane di marmo, le pergole ed i padiglioni.

L’adozione del modello italiano costituì̀ l’inizio dell’evoluzione artistica del giardino francese del 600, per arrivare al “Giardino Barocco” , ma mentre nella Roma pontificia il barocco si esprime soprattutto nell’architettura religiosa e urbana, nel resto d’Europa si afferma un’arte più̀ legata al sovrano e alla rappresentazione del suo potere.

Il giardino Barocco ho forme meno rigide e schematiche ma mantiene i tracciati lineari del giardino rinascimentale. L’effetto scenografico e pittorico diviene predominante, i giardini si relazionano e si legano al contesto ambientale inglobando parte del paesaggio circostante, sfruttandone gli elementi di maggiori potenzialità̀ scenografiche: vedute panoramiche, dislivelli e salti di quota, presenza di boschi, colline e corsi d’ acqua.

Veduta a volo d’uccello sui giardini della Reggia di Versailles, XIX secolo

Vengono addirittura riprodotte artificialmente rocce, grotte ninfee e fontane che assumono dimensioni più ampie mentre cascate d’acqua diventano l’elemento principale della composizione.

La vegetazione diventa più ampia il volume è armonizzato, vi è una maggiore attenzione allo sviluppo verticale a all’utilizzo di raggruppamenti arborei. L’effetto chiaroscuro del bosco di fondo gioca un ruolo fondamentale.

La sua magnificenza culminerà con il modello alla francese dello stile del Giardino Rococò.

Un esempio molto rappresentativo di quest’ultimo è rappresentato nel Boschetto des Rocaille progetto di André Le Nôtre, (architetto di famosi giardini reali ,come Palazzo Reale a Torino) che fu l’ultimo boschetto che andò a realizzare nella reggia di Versailles.

I Boschetti furono l’elemento distintivo durante la seconda fase di costruzione dei giardini di Versailles una grande proliferazione che portò Le Nôtre a realizzarne ben dieci.

Arrivato fino a noi come eredità del regno di Luigi XIV° fu Inaugurato nel 1685 dopo il suo insediamento definitivo a palazzo.

Il Boschetto des Rocaille (boschetto delle pietre 1678-1682 ) ha cascate semicircolari, conteneva dei grandi candelabri dorati, nel centro la Salle de Bal che venne in seguito sostituita alla morte di Le Nôtre con una piccola isola.

La struttura di questo boschetto ricorda l’anfiteatro romano è avvolto da gradini in parte ricoperti d’erba e in parte da cascate d’acqua realizzate con incastonature di Lapislazzuli del Madagascar con pietre e conchiglie, provenienti dall’Île-de-France che accompagnavano la musica al suono dell’acqua.

Pittura dell’epoca del Boschetto des Rocaille.

Le rampe sono in marmo rosa del Languedoc e sono adornate e decorate con e vasi di piombo dorato.

L’utilizzo di vari materiali rende la composizione architettonica ancora più scenografica rappresentando molte delle regole decorative dello stile Barocco e Roccocò, riconducibile anche alle rappresentazioni teatrali dell’epoca illusionistiche ed artificiali che ben rappresentavano la sontuosa magnificenza.

I Fiori di Frida

(di Martha Petrini)

(photo da web)

Marta Petrini

Martha Petrini è una garden designer. Ma è prima di tutto una appassionata viaggiatrice del suo tempo. Molti sono gli interessi, gli studi, le vocazioni di questa studiosa di botanica e amante dello riuso e delle erbe aromatiche e curative, fino ai tatuaggi che raccontano la storia e il destino di una persona. Per theWProject curerà la rubrica “Inside garden”.

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MARTHEA Project Garden nasce nel 2008 con la garden designer Marta Petrini.

La missione nasce dall’amore e dalla passione dell’osservare la natura, ricreando all’interno di zone residenziali, giardini, privati, terrazzi, spazi e ambientazioni personalizzate e su misura.

Oasi di relax con profumi e colori in armonia tra loro e con lo spazio circostante.

A seguito di un sopralluogo vengono proposte diverse soluzioni per soddisfare le vostre necessità.

Mi prendo cura degli spazi, valorizzandoli e creando aree verdi che emozionino e rendano le ambientazioni luoghi di quiete e convivialità.

Come studio ho selezionato nel tempo artigiani e fornitori per poter offrire un servizio completo e su misura.

Inoltre è previsto un servizio annuale di assistenza di manutenzione e cura del verde .

Nello specifico lo studio propone questi servizi:

  • Progettazione e realizzazione di terrazzi, giardini,
  • Rilievi, Progetti grafici con bozze e rendering.
  • Allestimenti per eventi
  • Arredi personalizzati e su misura
  • Giardini d’Inverno
  • Coperture di Pergolati e Gazebo
  • Impianti di irrigazione e illuminazione personalizzati
  • Manutenzione e cura del verde

 

Il giardino gipsy: dall’idea al progetto

(di Marta Petrini)

Viaggiare non significa solo fare valigie e partire per le destinazioni più disparate. Il viaggio è anche dell’anima, per ricercare, o ritrovare, se stessi. Allora perchè non progettare un giardino gipsy, che corrisponda davvero a quello che siamo? Un angolo di relax, di approdo, di ripartenza per altri viaggi, altre scoperte. Ci spiega come nasce l’idea e come si sviluppa la garden designer Marta Petrini, dello studio MARTHEA.

 

Storia di un GIARDINO GIPSY

Il termine Gipsy ha origine in Inghilterra e identifica un popolo sostanzialmente nomade, traducendo l’etimologia originaria di derivazione latina “aegyptanus” ( Gitano- Gipsy) , l’uomo libero, un popolo, uno stile di vita che ha origini molto antiche.

Ma Gipsy è anche un mood e in tempi moderni, una tendenza modaiola.

Il Gipsy è diventato uno stile, la moda ne ha fatto un look, l’arredamento un concetto di convivialità e relax, fatto di colori, sovrapposizioni, fantasie etniche, pizzi, frange e non solo.

Gipsy non è solo un modo di vivere ma soprattutto un modo di essere, di vestirsi di assemblare elementi diversi e ben definiti.

Questo progetto di “Giardino Gipsy” ne racchiude alcuni.

Il filo conduttore di questa ambientazione è l’armonia tra gli elementi

 

L’abitazione si affaccia  sulla natura e lo spazio è diviso in 4 aree e ambientazioni:

A)-planimetria-dettagli-zone-

  • La TENDA GIPSY : ( dove sdraiarsi a leggere tra cuscini, lanterne luminose e tappeti colorati)

C)-TENDA-GIPSY-

  • L’ALBERO della VITA: ( alla sua ombra una tavola imbandita con tovaglie di pizzo bianco tra i rami nastri colorati e fili di luci per creare convivialità tra le persone )

Essenze-dettaglio

  • La VASCA di NINFEE: ( l’elemento dell’acqua è importante per creare un legame diretto con il nostro “io” interiore, un piccolo luogo dove ammirare Ninfee, Agapanto e Fior di Loto).

E)-NINFEE-GIPSY

  • Il GIPSY CARAVAN: ( elemento importante del progetto che demanda subito al concetto Gipsy di nomade, di viaggio, di libertà).

Un vero e proprio caravan per conservare e racchiudere

alcune varietà di fiori che vi accompagneranno durante il viaggio

caravan-essenze

 

Questo è il fulcro del progetto un giardino mobile, viaggiante

riproponibile in ogni spazio perché la casa non è solo dove viviamo ma

anche dove il nostro spirito Gipsy ci porta.

 

 

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MARTHEA nasce nel 2008 con la garden designer Marta Petrini.