Greta Garbo, la fata severa

(di Silvana Soffitta)

Chissà se Mauritz Stiller, attore e regista tra i più noti del cinema muto svedese, amico e pigmalione di Greta Lovisa Gustaffson nel darle il nome d’arte abbia immaginato quanto GARBO si addicesse per sobria eleganza alla divina attrice, mito osannato, a tratti demolito e oggetto di studio di Roland Barthes che analizza il viso della Garbo, algida bellezza esistenziale che eleva la bellezza essenziale. Esistenziale perché intima, sofferta, da “amor cortese” come scrive Barthes dove l’amore e il desiderio sviluppano sentimenti mistici.

Greta Lovisa Gustaffson nasce e vive la prima giovinezza in gravi ristrettezze economiche e già da adolescente fa i conti con quella sua bellezza inquietante che attrae lo sguardo maschile dal quale si sottrae. Il suo linguaggio è muto come i film del tempo e la sua voce in seguito all’avvento del sonoro risulterà sgradevole, inadeguata, di fatto superflua. Sono gli sguardi magnetici, sicuramente studiati a tavolino, poi, che contribuiranno alla carriera e alla nascita del mito Greta Garbo. Nelle rare interviste l’attrice raccontava di essere stata una bambina schiva, timida e di umore instabile. Amava travestirsi, agghindarsi davanti ad uno specchio e inscenare piccole rappresentazioni teatrali, alternando lunghi periodi di solitudine ad altri di piena euforia. Un carattere scontrosa distante anni luce dalla morbosa attenzione che la fama le riserverà.


Raggiunta la notorietà, lo stile Garbo, caratterizzato da un abbigliamento informale, a tratti androgino, con giacche, cravatte e pantaloni accompagnati da basse scarpe stringate, alimenta un’incursione giornalistica insopportabile per una personalità poco incline a svelarsi totalmente perché, un conto è recitare un ruolo, altro mettere a nudo quello che il pudore di sé non consente. Sembra incredibile – oggi – bombardati, nostro malgrado, da un’indigestione di gossip, solo pensare di ritirarsi dalle scene e dalla vita pubblica a 36 anni e per desiderio di calare il silenzio su di sé.

Un abisso di garbo separa la bellezza esistenziale da quella esibita: sì, reale, ma vagamente elegante. Ecco, forse la costruzione di un mito avviene per sottrazione; per l’impossibilità di scavare ancora e ancora nella vita privata di una star. Morbosità per lo più accettata nel nostro tempo di sovraesposizione mediatica che tutto ingoia ed espelle in una ingordigia che farebbe orrore alla misteriosa Garbo.
E cos’è la bellezza, se non il garbo accompagnato dallo stile? La grazia, il linguaggio non verbale, la mimica. Volgere lo sguardo là, in fondo, lontano da sé e allo stesso tempo catalizzare l’attenzione con la sola forza di una voce che vuole essere muta.
Eterea, il viso angelico custodisce due occhi freddi come il Baltico della sua Svezia illuminata dall’ aurora boreale mentre inarca il sopracciglio perfetto in un ovale lievemente squadrato. E labbra ben disegnate pur non carnose, che raramente si schiudono in una sonora risata, regalano un sorriso enigmatico.
Il mistero della sua bellezza sta nell’essere simbolo. Quella sfera che amalgama ciò che è materiale, tangibile e ciò che è sensibile: visibile attraverso la percezione dei sensi e anche oltre, sovrasensibile, al di là del percettibile, dimensione che costruisce il proprio Io. Greta Garbo ha cavalcato il suo essere simbolo di emancipazione edificando, suo malgrado, il racconto inesauribile di sé che si alimenta e s’arricchisce come solo accade per i miti con forte valenza simbolica. Miti che si avvalgono del silenzio, offrendo ad altri, nel tempo che verrà, la narrazione di ciò che sono stati.


Come una fata severa, così la definì Federico Fellini, ammalia, e ammonisce nel contempo mentre ci ricorda l’imperfezione della bellezza che l’uso esclusivo della vista limita ad una visione parziale. Fata severa, incanto di un rigore che vorremmo ritrovare.

In_materia – Il fashion show di Accademia del Lusso

(di La Redazione di theWProject)

What we’ll do tonight?
Try to guess!
Stasera alle 21 preso lo Spazio Eventi “La Pelota” di Via Palermo a Milano, si terrà il fashion show 2018 di Accademia del Lusso, scuola di Moda e Design. Come ogni anno i designer si sono fatti guidare da un tema dominante, che questa volta ha a che vedere con la materia. Materiali speciali per façon altrettanto innovative. theWProject ha il piacere e l’onore di essere per la terza volta testimone dell’evento. Seguiteci su sito e social!

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Creazioni e creatori- Dario Princiotta

(di la Redazione di theWProject)

Dovima e l’eleganza che fu. Avere 257 anni e un quarto nel 2018. La Contessa di Castiglione, e la creazione generata che genera a sua volta il creatore. Sono solo alcuni dei temi di un pomeriggio di pioggia e di chiacchiere gentili con Dario Princiotta, couturier.
Presto su queste pagine!

SI SPOSA ITALIA COLLEZIONI. Quali trend per la sposa del 2019?

(di Francesca Fiorentini)

Si è da poco conclusa la manifestazione milanese per gli addetti ai lavori del settore wedding e come sempre ne conseguono analisi, critiche e previsioni sui trend per la prossima stagione.

Ma quali trend, dico io? Potrei dire che sono tornate le gonne a balze e le maniche a sbuffo, che resistono gli abiti morbidi e destrutturati in stile bohémien, così come le trasparenze. Quello che penso, in realtà, è che non ci sia nulla di nuovo.

Alcuni marchi hanno una cifra stilistica inconfondibile, vedi Antonio Riva, e rimangono punto di riferimento inamovibile per una certa fetta di mercato; altri invece spaziano tra stili diversi per incontrare trasversalmente il gusto di tutte le spose, rinunciando a coerenza e riconoscibilità. Ciò che accomuna quasi tutti è la mancanza di idee veramente nuove. Con questo non intendo che non ci siano state proposte di gusto e qualità. È innegabile però che alcuni modelli potrebbero tranquillamente confondersi in una qualsiasi collezione anni ’80 o ’90. Sembra una critica dura? Non necessariamente o quanto meno non per tutti. È una conseguenza del fatto che la moda sposa viaggia su sentieri diversi rispetto al prêt-à-porter e all’haute couture.

Ho la fortuna di vestire spose quasi ogni giorno, di conoscerne le esigenze dichiarate e le aspettative non espresse, spaziando dalle romantiche alle pragmatiche, passando per tradizionaliste e trasgressive. Molte di loro mi chiedono quali siano gli abiti che vanno per la maggiore e io spesso non so dare la risposta che si aspettano. Ampio, a sirena, scivolato o strutturato? Non esiste una regola perché sono troppi i fattori implicati nella scelta dell’abito perfetto, che è il motivo per cui spesso partono con un’idea per poi scegliere l’esatto opposto.

Perché quello che vediamo in passerella, se è sensazionale, crea alte aspettative ma poi non si addice ad una sposa reale. Scollature abissali, volumi ingestibili, aderenze e chi più ne ha più ne metta. Perfino Miccio ha dovuto far sfilare un seno nudo per stupire.

Ciò che invece è portabile nel giorno più bello non sempre fa clamore. Guarda un po’.

Non resta che prendere le sfilate come semplice spettacolo, laddove eccezionalmente lo sia, andare a conoscere le collezioni per intero sui siti dei vari brand o direttamente in boutique e godersi la ricerca dell’abito giusto dosando istinto, emozione e razionalità.

Perché la navata non è una passerella.

(photo da web)

Anatomia di una rinascita- John Galliano

(di Isabella De Rorre)

Nasce Juan Carlos Antonio Galliano Guillén, si pronuncia: John Galliano. Chissà se lo sa, che destino lo attende, o se come i più lo scopre lungo la strada, insieme al suo talento. Talento che parte da quel 1984, in cui si laurea in design della moda: “Les Incroyables”, la sua collezione. Una vera e propria manifestazione di intenti, ispirata alla Rivoluzione Francese, che segna e conferma la sua straordinaria perizia sartoriale, e che lo avvicina per competenza da subito ai grandi della moda, Vionnet per esempio. John Galliano crea un proprio marchio e sperimenta. Nel 1996, arriva Dior, e arriva una lunga stagione al limite.

Nessuno può discutere il buon gusto, il fiuto accompagnato da irriverenza nell’accontentare il pubblico come un imperatore capriccioso, la sua bravura, la tecnica impeccabile tutta espressa nella façon di ogni singola piega, balza, abito.

Si discutono gli eccessi, le sue uscite a prendersi i meritatissimi applausi vestito da pirata, da torero, da marinaio. Gli assistenti che gli reggono uno la sigaretta e uno l’accendino, come continuerà a raccontare anche dopo la sua rinascita con meno compiacimento, sono nella leggenda e negli aneddoti al veleno raccontati dai rivali.

Sono gli anni del successo senza confini, delle modelle trasformate in mummie egizie o in copie 2.0 della marchesa Casati Stampa, dell’opulenza, dell’eccesso. Sublimi gli omaggi: una reinterpretazione magistrale del bar dress di Dior, le donne cittadine del mondo cariche di orpelli e di colori, il fucsia della Schiapparelli.

Bisogna essere bravi, bravissimi, per creare abiti così pomposi che potrebbero essere kitch, ma tagliati in modo così certosino e naturale da diventare vere e proprie opere d’arte. Bisogna essere bravi, bravissimi, per conoscere così bene storia della moda e artifici sartoriali, per piegare la moda stessa ed i suoi eccessi ai proprio voleri. Ogni tema, ogni spunto viene interpretato con uno stile inconfondibile, come un inno continuo al suo talento. Le sfilate diventano un banchetto, un film, il racconto del genio che reinterpreta le epoche in modo assolutamente unico.  Genio e sregolatezza, genio che mangia se stesso, che lo uccide per intemperanza, per eccesso di onnipotenza, per mania distruttiva. Insulti antisemiti in un bar, e Galliano nel 2011 è fuori da Dior. Crollato il castello, in cenere ogni cosa. Ma il nostro ha la capacità di sprofondare così tanto da recuperare la forza di ricominciare. Quasi impossibile ora riconoscere l’uomo degli eccessi, dei travestimenti, del lusso sfrenato, dell’originalità a tutti i costi.

E’ Renzo Rosso a dargli una chanche nel momento giusto, fuori da dipendenze varie e dal dubbio di non essere all’altezza: Maison Martin Margiela. E Galliano rinasce, sopravvive a se stesso e al suo talento. Il talento lo rende ancora più grande, lo amplifica e razionalizza, torna agli esordi ma in mezzo sta tutta la grandezza della cima e della caduta insieme.

E’ ora un distinto signore che parla di entusiasmo, di passione che muove le cose. Che difende la moda, quella grande bella e assoluta. Bentornato, Monsieur Galliano.

Mi Vuoi Sposare? – Giulia Salon

(di Isabella De Rorre)

Entrare nel regno di Giulia a Crema, è prima di tutto capire che non si sta varcando la soglia di un salone di parrucchiere come gli altri. Lo denota il sorriso sincero dello stylist che mi viene incontro immediatamente, mi saluta e mi chiede cosa possa fare per me. E’ la gentilezza non affettata ma spontanea con cui Giulia, omonima della titolare e responsabile della Spa, mi guida per le varie cabine con orgoglio, spiegandomi per filo e per segno quali siano i trattamenti ed i benefici che se ne ricavano. E’ la tisana depurativa che mi viene preparata al momento mentre aspetto di parlare con Giulia. Ed è lei, che arriva e mi stringe subito le mani, si preoccupa del mio benessere, sa chi sono ancora prima che io mi presenti. Tutti dettagli che mi fanno comprenere immediatamente perchè la sua attività abbia tanto successo. Giulia è i suoi occhi, vivaci, penetranti, attenti ad ogni parola e ad ogni gesto. E poi, la sua attenzione nei confronti delle persone, tutte. Il tono della voce pacato e affascinante, l’attitudine a lasciar parlare ascoltando davvero, per capire chi ha di fronte. Il suo progetto non è soltanto un progetto di business, ma di vita. L’idea del salone con la Spa annessa è legato alla volontà di poter ottimizzare il tempo dei suoi clienti, uomini e donne, che entrano per poter essere resi belli, migliori mi permetto di interpretare. Molti nella pausa pranzo arrivano per un trattamente estetico cui fanno seguire una piega, mentra mangiano un boccone ordinato appositamente per loro. Soprattutto, si rilassano. Si riappropriano di un tempo altrimenti stropicciato, sottovalutato. E vengono coccolati con prodotti di eccezione.

Giulia ha sposato la mission Aveda da ormai 20 anni; ambientalista convinta, mi parla di questi prodotti che limitano con dati di eccellenza l’inquinamento delle acque. I prodotti hanno come componenti di base piante e frutti che forniscono gli elementi necessari a nutrire capelli, viso, corpo, e mente di conseguenza. Di Aveda ricorda essere il primo shampoo alle noci. Il fondatore del marchio era allergico ai prodotti che usava nel suo negozio di parrucchiere: è così, me ne parla convinta, da una esigenza di base legata all’uomo, che spesso nascono le grandi idee e i progetti che se ne sviluppano. Chiedo a Giulia come ha cominciato: partita da un negozietto piccolo dove ha potuto fare pratica, sente l’esigenza di perfezonarsi, di evolvere, e frequenta per sette anni l’Accademia D’Arte a Milano, divenendo alla fine del percorso Maestra D’Arte. Ha modo di lavorare per il teatro, e questo ancora di più la spinge a sapere (me lo dirà esattamente così) “come si muove il mondo”; allora, ecco i viaggi a Parigi e a Londra, per vedere tutto il nuovo che c’è, per cogliere le tendenze ed i grandi cambiamenti. Per questa signora, che mi ricorda il fiore della calla, elegante e leggera ma dotata di un cuore saldo e costante, sono la passione per il proprio lavoro e l’umiltà a portare a capire che cosa stai facendo, se quello che fai è giusto, quale sia la strada definitiva da seguire. E pretende, ed accompagna, il suo staff nel compiere la stessa ricerca, con entusiasmo.

Giulia prova gioia nel trasmettere gioia, nel far sentire bene i suoi clienti. Che la ripagano con affetto e fedeltà assoluta; per lei la ricerca è una forma di conoscenza continua. Dice di viaggiare con le sue clienti, senza moversi di un passo, semplicemente ascoltando i loro racconti. Ammetto di staccarmi a malincuore da lei, dalle sue mani e dalle sue parole.

Il suo salone, che si occupa di hair styling e di make up (molte sono le spose che si rivolgono a lei certe di essere seguite in un percorso di benessere e di remise en forme totale per il giorno del sì), è accompagnato come dicevo da una Spa che propone trattamenti d’avanguardia e una piccola zona relax dove staccare dalle follie del mondo e tornare a prendersi cura di sé.

Giulia Salon, Via XX Settembre, 33 Crema

Melania Fumiko- un anno di stile

(di Isabella De Rorre)

Un anno fa esatto, alla soglia dell’autunno, theWProject conosceva Melania Fumiko Benassi, anima del marchio Melania Fumiko, durante l’inaugurazione dell’Atelier di Via Chiossetto 10 a Milano. E aveva una intuizione, semplice ma che a distanza di un anno si è rivelata centrata: questa giovane designer e imprenditrice aveva le idee molto chiare e sapeva parlare di eleganza attraverso i suoi abiti. Tanto da, in meno di un anno, creare capi che caratterizzano il suo stile e il suo marchio: la casacca declinata in seta e altri tessuti pregiati, con le ali a farfalla, che rappresenta di certo un punto forte della sua produzione sartoriale, e siamo sicuri diventerà iconica evolvendo nel tempo. L’attenzione maniacale per dettagli e tipi di orli, che fanno venire voglia di rovesciare l’abito per vedere quanto è curato un passaggio di cui nessuno sembrerebbe darsi cura, retaggio del suo amore per il Giappone che comporta altrettanto amore per ciò che non compare ma costruisce un abito.

 

 

 

Gli abiti sposa leggeri ma incredibilmente strutturati, che rispecchiano in pieno il suo carattere, gentile ma fermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le architetture dei corpini e i movimento delle gonne ampie, che ricordano la Ballerina di Rodin. I punti luce inseriti a mano seguendo l’andamento dei tessuti come una danza. Gli abiti fluidi che ricordano la passione per il vento e il design della Maison Vionnet. Le cinture e i ricami che arrichiscono con discrezione le pieghe di un abito e delineano la vita. Le giacche rigorose confortevoli, dalle fodere inaspettate che le rendono double face.

 

 

 

 

 

 

I corpetti strutturati rigidi ma croccanti, che ripercorrono le armature degli antichi samurai con gentilezza e contemporaneità. Tutto questo è il suo mondo. Ma attenzione: i richiami a stili altrui, se pur eccelsi, sono solo richiami.

 

 

 

 

 

 

 

Questa signora è capace di parlarvi per ore con gli occhi che le brillano del viaggio fatto per scegliere una seta, delle ore impiegate a dare la forma voluta al cannone di una gonna o alla spallina di un abito da star. La perizia del suo fare si rispecchia anche nei tessuti, scelti fra le eccellenze produttive italiane ogni volta che questo sia possibile.

 

 

 

 

 

 

 

Melania Fumiko è innanzi tutto una donna che vive fortemente ancorata al suo tempo, ma che ha un soffio d’antico, che dona fascino a ciò che crea. E le sue creazioni sono come la cerimonia del thè: hanno un rituale e tempi irrinunciabili, per avere un risultato perfetto. Non aspettatevi una professionista noiosa, o troppo presa da sé. Vi troverete di fronte, visitando il suo atlier, ad una designer felice di fare quello che fa, duttile, attenta alle vostre esigenze, che siate una sposa o una donna che voglia vivere il proprio abito e fare in modo che questo abito somigli in tutto e per tutto a quello che è. Dopo un anno, è bello essere qui a festeggiare insieme a lei di ogni successo presente e futuro. Il direttore tace di proposito della cintura obi dell’abito della foto di apertura: ricordatelo bene, perchè il prossimo editoriale sarà dedicato al valore rituale dell’abito. Buon primo anniversario, Melania!

(photo di apertura: Luca Arnone)

Mi Vuoi Sposare? – Alioscia Mussi, l’arte del make up

(di Isabella De Rorre)

Alioscia Mussi è una Persona e non un Personaggio.
E’ un artista consapevole delle sue capacità ma che non si sente “arrivato”; da buona Vergine (il suo segno zodiacale è una delle prime cose che mi rivelerà), è costantemente pronto mettersi in discussione e mai completamente soddisfatto dei risultati, sia pur notevoli, raggiunti.
Mi accoglie nel suo studio, che lo rispecchia alla perfezione: uno stabile antico, con un soffitto affrescato, molto bianco e molti libri che non sono lasciati lì per caso o per vezzo, ma sono vissuti, letti e riletti. Mi dice che prima lo studio è appartenuto ad un pittore e che proprio l’odore della pittura ad olio lo ha conquistato, durante una delle prime visite, ricordandogli la passione per l’arte ai tempi delle scuole medie. Ogni oggetto presente in queste stanze raconta qualcosa di lui e della sua vita professionale. Lo standing, il modo di porsi, la gentilezza innata e mai affettata, la capacità di ascoltare davvero chi ha di fronte completano il quadro.

 

Puntiglioso, esigente ed amante del bello, mi precisa che la sua vita fino ad ora è comunque stata costellata di coincidenze, incontri, decisioni che hanno determinato i suoi passi e lo hanno fatto diventare ciò che è oggi.
Dopo le medie frequentate a Benevento, si trasferisce con la famiglia a Crema. Qui frequenta il liceo artistico, trascorrendo notti intere a disegnare, e a trasformare in ritratti le fotografie della madre e dei parenti.
L’università è in questo disegno una scelta quasi obbligata: la Facoltà di Storia dell’Arte di Firenze. La frequenta per due anni, ma la città e la gente che la popola gli vanno strette e decide di tornare a casa.
Ecco un altro segno con cui il destino continua ad indicargli la via: indeciso su cosa fare della sua vita, vede un manifesto della Scuola BCM di make up, si documenta, chiede informazioni, si iscrive.
Non gli interessa lavorare nella moda come stilista, il ruolo cui già aspira è quello di chi crea nel backstage rendendo raggianti le modelle e influenzando l’esito di un evento rendendolo perfetto. L’anno di scuola a Milano è durissimo ma lo forma e gli apre la possibilità di lavorare, già alla fine del primo semestre, nello show room di Madina. Da perfezionista quale è, non si sente portato per la vendita e declina l’offerta di far parte de team in modo permanente.
Arriva la partecipazione a Miss Italia 2001 con l’agenzia HM Battaglia. Romualdo Priore, uno dei più importanti make up artist italiani, lo nota e nonostante la sua giovane età ne intuisce le doti e durante un briefing a sua insaputa, lo nomina responsabile del last check trucco delle aspiranti miss prima di uscire in passerella, e del make up delle celebrity.
L’unica che non truccherà sarà Sophia Loren perchè non se ne sentirà, ecco di nuovo la mania di perfezione, all’altezza.
Il suo lavoro prosegue nel campo della moda: affianca il fotografo Roger Corona, che lo vu0le in esclusiva per i suoi photoshoot. Arrivano le copertine di Francorosso, i servizi per Jean Paul Gaultier, per Alviero Martini fra i tanti grandi nomi.
Nel 2002 partono insieme per l’Africa per un progetto voluto da Franca Sozzani per Vogue Italia, che culminerà in una mostra fotografica. Sono mesi intensi, senza mai una sosta. Tornato in Italia, sente il bisogno di riappropriarsi di sé, delle sua quotidianità, dei suoi affetti.
A Crema aiuta con successo un amico ad avviare un locale in centro.
Si sa: spesso la nostra strada è già segnata prima che ce ne rendiamo conto. In quel periodo lo contatta una agenzia di Roma che gli propone di lavorare per un brand famosissimo, Collistar, in uno degli store più importanti di Italia: La Rinascente di Milano.
Questa esperienza, che durerà per tre anni e mezzo, continua a plasmarlo e lo identifica, lui che pensava di non avere alcun spirito commerciale, come uno dei migliori venditori dello store ma non solo.


Si licenzia da Collistar, cominciando a ragionare su una carriera da libero professionista che gli permetta di esprimersi al meglio. Uscito sabato da la Rinascente, viene contattato martedì da Chanel e mercoledi dalla retail manager di Dior. Sarà questo ultimo brand a spuntarla, accaparrandosi la sua bravura. Alioscia Mussi otterrà risultati così importanti in termini di fatturato, da vincere il premio come miglior truccatore Dior in Italia nel 2013, e miglior truccatore Dior del mondo nel 2014.


Mentre nel 2015 si riposa durante una trasferta per formare i make up artist di una catena famosa di profumerie, guarda in televisione una puntata di “Detto Fatto”. Spinto dalla sorella, che e’ stata e sarà sempre la sua prima sostenitrice, scrive alla redazione proponendosi come tutor. Viene contattato più volte ed il 17 agosto sostiene il suo casting. Dopo un’ora e tre quarti, gli viene fatto firmare il contratto per la prima stagione. Durante la prima puntata l’emozione lo sovrasta, ma scompare nelle puntate successive.
Alioscia rassegna, con la correttenza che lo contraddistingue, le sue dimissioni da Dior. Non partecipa al canvas con cui, per l’ennesima volta, sarebbe stato decretato miglior truccatore in Italia per Dior. Con il brand francese la stima, l’affetto, i rapporti rimangono aperti e ottimi per la comunanza di visione e per una serie continua di progetti condivisi.

La collaborazione con Caterina Balivo, conduttrice del programma, è subito entusiasmante, tanto è che la segue anche per “Caterina Secrets”, il magazine della Balivo. Per lei il make up artist studia look eclatanti, come quello sui toni del rosso, che Lady Gaga sfoggierà identico due giorni dopo per il Super Bowl.
Alla vigilia della terza stagione di “Detto Fatto”, Alioscia Mussi può contare su un pubblico che lo segue costantemente e che lo apprezza senza condizioni.
Accanto all’attività televisiva, il mak up artist si dedica a corsi come docente per professionisti o anche per principianti che vogliano imparare le basi del trucco, crea tutorial on line, ha un agente e una agenzia moda a Milano collaborando con i brand per le sfilate, cura il look delle spose che si rivolgono a lui per il giorno del sì, e guarda ad ogni collaborazione come a nuova e importante opportunità.Dice sorridendo che il truccatore è un vezzo, perchè il suo lavoro è effimero. Ma questo lavoro effimero, penso io, si basa su anni e anni di studio, su esperienza prove perizia, attenzione alla persona e psicologia. Lavoro effimero ma che rende sicura di sé la donna che esce dalle sue mani trasformata.

 

Chi lavora sul campo sa cosa vogliano davvero le clienti, e questo è uno dei suoi punti di forza. Il capire, a volte anticipare, i desiderata dei suoi clienti.
Alioscia Mussi ha una intima coerenza che lo denota e denota il suo lavoro. Gli chiedo se ha un modello di donna particolarmente amato o che gli piacerebbe truccare, e mi risponde che ogni donna è una bella sfida. Quello che ama è una pelle pulita, un viso luminoso. Spesso consiglia di puntare, e investire, più su prodotti per la cura della pelle, che di trucco stesso.
Non è per le basi trucco spesse, le sue sono sottili, leggere, il suo make up è correttivo senza stravolgere lineamenti e caratteristiche delle donne che trucca.
Un sogno nel cassetto? Più che altro un piccolo rimpianto: non aver potuto truccare le top model anni 90, quelle di Gianni Versace per intenderci. In quel periodo il make up aveva un ruolo fondamentale nell’enfatizzare la bellezza delle modelle, e nel completare gli outfit che sfilavano in passerella.
Parliamo di spose: le sue non sono spose “a catena”, in serie. Nel colloquio conoscitivo, si definisce anche la tipologia di trucco. Il make up artist deve entrare nella psicologia del sogno della futura sposa, comprendere chi desidera essere più sexy, o più romantica.
Un punto di eccellenza oltre alla sua bravura è anche il fatto che, avendo lavorato per i maggior brand di trucco, questo make up artist non è legato a un singolo marchio, ma sceglie i prodotti migliori di ogni casa cosmetica.
Mi rivela che ama girare per mercatini, alla ricerca di pietre cristalli piume, oggetti che possano essere applicati al maquillage per tocchi eclatanti. E che ci sono prodotti che non hanno magari marchi conosciuti, ma che sono sfiziosi e versatili.

Con le spose, ma con tutti i suoi clienti, è franco e sincero. Il trucco non deve seguire le mode, non deve stravolgere. Non deve togliere sicurezza, ma donarne.
Suo compito è di vedere quelle che sono le caratteristiche della donna che deve truccare, essere gentile con lei e con le sue aspettative e insicurezze, vedere quali possono essere i punti che la possono peggiorare e intervenire su quelli, minimizzandoli.
Il nostro incontro finisce con la visita alla sala trucco, che è un piccolo paese delle meraviglie che si svela davanti a me come un forziere pieno di preziosi. E l’ultima foto ad Alioscia Mussi è proprio nel suo regno.

 

 

“Pillole di Magia” a Milano con “L’Officina delle Fate”

(di Isabella De Rorre)

Corinna Vendramin e Sarah Natalia Bianchi, titolari de “L’Officina delle Fate”, atelier che rappresenta ormai uno dei punti di riferimento per le spose di Milano e non solo, sono due donne sorprendenti. Per la loro bellezza, per il cuore e l’anima che mettono nella creazione e nella scelta degli abiti delle loro collezioni, per la cura nel seguire le future spose che si rivolgono a loro, per la simpatia che le contraddistingue. Ieri sera, sotto una pioggia che non ha scoraggiato i numerosi ospiti intervenuti (tra gli ospiti Rita Rabassi, fondatrice di “White Magazine”, Mapi Danna, scrittrice e creatrice dei Love Books, e Loredana Santoro, fondatrice di “Wedding and Party” web magazine) hanno presentato “Pillole di magia”, una preview delle collezioni 2018 che da oggi in poi saranno visionabili nel loro atelier. L’evento è stato organizzato presso lo “Shambala” di Via Ripamonti 337, ristorante vietnamita e location suggestiva per eventi, tanto da dare il meglio di sé anche sotto la pioggia battente, anzi forse ancora di più. Luogo di pace riservato ed elegante, in una Milano che non ti aspetti. Hanno sfilato, fra gli altri, gli abiti Olvy’s e Brutta Spose di Alessandra Ferrari.

L’Officina delle Fate conferma di aver intrapreso una linea stilistica ad ogni stagione più definita: elementi caratterizzanti ne sono il pizzo, francese, declinato anche in versione  elasticizzata ad enfatizzare la figura mantenendo una allure comunque romantica;

i corpini stringati e le ampie gonne, a balze, di tulle, di crepe multistrato, sognanti e leggerissime;

i dettagli che non ti aspetti, come il grande fiocco posteriore sull’abito di linea architettonica e pulita, o il ricamo che diventa spallina,

o l’ampia manica stutturata che crea un motivo ricorrente sull’abito che si fa scultura; il velo mantilla che scopre la gonna con i fiori applicati, e i punti luce, a illuminare l’intero abito ad ogni minimo movimento. Tutto però, all’insegna della leggerezza.

Nell’aria permane una benedizione couture che evita ogni eccesso inutile, ogni orpello ridondante. La scelta verte su abiti comunque mai scontati, freschi, sexy a volte ma sempre eleganti. Per una seduzione e un glamour sussurrati e non gridati. le trasparenze suggeriscono ma non rivelano, mai  le scollature diventano preponderanti o fuori misura, il lato B di ogni abito, anche di quelli più attillati rende ogni sposa una principessa. E make up e acconciatura seguono questa scelta felice. Corinna e Sarah conoscono bene il sogno romantico delle loro spose e sanno renderlo contemporaneo con il loro tocco, e quello dei designer su cui si è consolidata la loro scelta. La moda è una cosa seria da approcciare con gioia e grazia, e quella sposa ancora di più. Non resta che brindare, con un Prosecco millesimato leggero ma persistente come il ricordo di questa sfilata, al buon gusto e alla lungimiranza delle due splendide padrone di casa.

(photo Luca Arnone)

La Sposa- Lo Stile Naturale

(di Isabella De Rorre)

Stile naturale. Lo sentiamo ripetere ogni giorno, in più contesti: dal cibo al make up al lifestyle alla moda. Noi di theWProject lo abbiamo interpretato come la capacità, per una sposa, ma per chiunque, di ricercare con determinazione l’essenza di sé e, una volta colta,  di confermarla e farla, se così si può dire, splendere in ogni scelta.

Il mood- Vivere la vita con naturalezza, per citare Italo Calvino, non è essere superficiali. Tutt’altro! E’ essere consapevoli della propria natura, non giungere a compromessi o imposizioni, accettarsi ed esaltare quello che si è davvero. Liberarsi di molti stereotipi, dei falsi miti, guardarsi allo specchio senza compacimento ma con una sicurezza obiettiva. Una donna naturale è una donna che sceglie sempre e comunque sé stessa. Lavoro certosino e che impegna una vita perché in continua evoluzione: passa per le diverse stagioni cogliendone il meglio e accompagnandone i cambiamenti inevitabili. Ci sono donne che non hanno età perché non si adeguano alle mode, ma è la moda ad adattarsi alle loro esigenze. Non dipende da colori di capelli e nemmeno da altezza o altre misure. Non passa per i soldi e per abiti sontuosi. Di sicuro però, l’essere naturali ha a che fare con l’essere a proprio agio con la propria pelle ed il proprio carattere. Con qualcosa che è sempre vicino alla bellezza, spesso al buon senso oltre che al buon gusto, e ad un’educazione del cuore e un rispetto di sé e degli altri. Allora sì, si è leggeri.

Dicevamo prima di lavoro artigianale e costante sul proprio essere. Per il servizio fotografico non potevamo quindi che esaltare gli abiti di un sarto, Massimo Panuccio, titolare della Sartoria Massimo,  e ambientare gli scatti nella grande casa-studio di Antonio Di Meglio, anima di Sussiebiribissi, e creatore di chandeliers decorati di pietre semipreziose.

 

Gli abiti- Tessuti aerei, versatili, atti ad accompagnare i movimenti e rendere fluido l’incedere. Che, una volta indossato l’abito, diventa naturalmente elegante. Esaltano la femminilità della donna che li indossa, e vivono insieme a lei. Massimo Panuccio li crea su misura, da sposa, da cerimonia, da sera, da cocktail nel suo atelier. Anche ricchi e ricamati, decorati, fatti di shantung e sete dagli echi orientali. Rispecchiano perfettamente il carattere e l’indole dello stilista. Un’indole esigente, poco incline al compromesso e votata alla linearità delle forme e del taglio. Quello che è certo è che indossandoli si sorride. Mai eccessivi, mai sopra le righe, sono davvero com un soffio di vento fresco. Simpliciter, viene da dire pensando a come si adattano alle modelle e alle donne che ogni volta li indossano. Anima raffinata, mai ostentata.

LLa location- Come gli abiti esprimono la sensibilità e la dedizione costante all’eleganza di Massimo Panuccio, anche la location esprime in pieno il carattere del suo proprietario. Antonio Di Meglio è uno spirito naturale senza ombre, e ha una grande capacità di entrare in empatia con le persone e di essere accogliente. Qualità che non dipende da un aprirsi indiscriminatamente agli altri, ma da un saper attentamente discriminare i suoi referenti, come i suoi clienti, e creare un rapporto emozionale. Sono oggetti preziosi quelli che escono dalle sue mani, e che pretendono un pubblico appassionato e ricettivo. Gli chandeliers le cui strutture porta a nuova vita, a volte di dimensioni più ridotte, a volte invece di dimensioni considerevoli, sono frutto di ore e ore di lavoro. La scelta del colore, quella delle pietre e delle loro sfumature, il colpo di fulmine per un supporto in ferro che si trasformerà in una lampada raffinata per un ristorante di Londra, o che illuminerà ad effetto l’angolo di un appartamento di design, prevedono sensibilità, decisione, tempo, e buon gusto. Lo studio è spartano nella struttura, assolutamente non ricercato, al punto di diventarlo decisamente per contrasto, ma vive della luce della natura circostante che entra dalla finestra, creando effetti pittorici che si riflettono sulle pietre. Infilare le dita nei cassetti colmi fa sentire davvero novelle Amélie nel loro favoloso mondo. Così la grande casa, e la campagna intorno che hanno fatto da sfondo alle foto del servizio. Di spirito naturale, assoluto.

Modelle: Giada Modi, Giada Pezzoni- Abiti: Sartoria Massimo- Chandeliers: Sussiebiribissi- Photo: Luca Arnone e GVLfoto

Massimo Panuccio- La grazia essenziale

(di Isabella De Rorre)

Prima di intervistarlo, ho avuto l’occasione di conoscere Massimo Panuccio nell’ambito di un servizio fotografico ed in un contesto informale. È una persona attenta alle esigenze di coloro che ha vicino, senza ombra di affettazione. La sua è, per l’appunto, una grazia essenziale, lineare. Durante questa intervista, che come quasi sempre accade, ha preso il ritmo ed il respiro soprattutto di una chiacchierata, questa impressione iniziale è stata più che confermata. Classe 1968, Massimo Panuccio si appassiona alla moda fin da bambino, disegnando figurini ben definiti. Figlio di un sarto, non segue da subito quello è che il lavoro di famiglia, che forse però resta nel DNA e lo spinge a frequentare, a fianco a studi quanto più lontani dalla sua passione, l’Istituto Marangoni di Milano per tre anni. Anni che formano il carattere e l’attitudine mi viene spontaneo dire, tanto è che dopo una parentesi lavorativa diversa, il progetto prende definitivamente forma. Dapprima con un negozio dove ancora non compare il suo brand, ma che è fondamentale perchè da qui parte una collaborazione con due designer di moda. Poi, alle soglie del 2000, con la sua produzione, la ricerca di un atelier, la selezione attenta di sarte che possano interpretare con sensibilità i suoi modelli e farli vivere. Punti di ispirazione, modelli di riferimento? Massimo Panuccio, nel suo stile elegante ma essenziale, è uno che prende tempo prima di rispondere, e sotto la gentilezza reale si intuisce un carattere consapevole e coerente. “Valentino in primis, e Dior”. Insomma, grandi sarti di un’epoca in cui la moda è haute couture. Il concetto di moda per Panuccio è un concetto classico. La sua impostazione, diciamo il suo tratto più caratteristico (anche se più volte lo stilista rifuggirà dall’essere rinchiuso in un capo icona) è l’abito, che deve e vuole essere elegante, e femminile. La sua evoluzione parte proprio da quello, dall’abito, da cocktail, da cerimonia, da sera. Quello da sposa arriva alla fine, per rispondere quasi ad un’affettuosa esigenza delle sue clienti: quella di indossare una creazione Sartoria Massimo non solo per la festa dei 18 anni o come testimoni al matrimonio di altri, ma anche per le proprie nozze.

I suoi tessuti preferiti riprendono l’idea di femminilità leggera, non ostentata: georgette e chiffon, fluidi, versatili, pieni di movimento, a volte leggermente trasparenti, per far intuire più che vedere. A seguire, anche il pizzo, dosato con misura, i tessuti ricamati, lo shantung e i suoi colori speziati. Chiedo quale sia, e se esista, una sua donna e cliente ideale. Mai risposta è più coerente, per un sarto che crei ogni abito come unico: la donna vera, che lavora, non importa di quale classe sociale.

L’obiettivo non è far tendenza, stupire a tutti i costi, ma creare abiti che siano classici per sempre, quasi senza tempo, non eccessivi. Abiti pensati per donne che non si lascino dominare dall’abito, ma che abbiano cura di sè e piacere nella cura dei dettagli. Da dove parte la sua ispirazione? Dal disegno e dal modello, in primis, e a seguire dai tessuti, e dai colori. Contaminazioni arrivano anche dal cinema, quello degli anni 50, di un’epoca insomma in cui le donne erano donne e l’eleganza regnava sovrana. Mi confida: “Ho nostalgia di un’epoca che non ho vissuto”, e parlando comprendo a pieno questa affermazione, perchè tanto di quell’epoca si ritrova nei dettagli, nel disegno, nel taglio dei suoi abiti. Nessun bisogno di innovazione a tutti i costi: la vera innovazione qui è rispettare il carattere e le esigenze della cliente, e proteggerne ed esaltarne l’eleganza. Uno dei complimenti più graditi è quando una cliente, notando ad una festa un abito particolarmente bello, gli confida di essere quasi sicura che lo abbia creato lui. Questa capacità di interpretare così pienamente e sottilmente le esigenze delle sue clienti è il punto di forza di questo stilista. Ogni cliente è la benvenuta nell’atelier, purchè comprenda quello che Massimo Panuccio può darle; ed il consiglio più spassionato è: “Molto meglio togliere, piuttosto che aggiungere”, o più brevemente: “Less is more”. E una volta trovato il proprio stile, perseguire la linea senza eccessi in alcun senso. Nulla di peggio che permettere che il protagonista della serata diventi l’abito, rubando la scena alla donna che lo indossa! Chiedo se ci sia un accessorio particolarmente amato a completare i suoi abiti, e mi risponde di getto. “Le scarpe”. Con il tacco, non necessariamente altissimo. Una scarpa con il tacco è per la donna che la sa indossare con maestria uno strumento di comunicazione del proprio io, della propria eleganza, della propria sensualità. Alla domanda di come si vede fra cinque anni risponde che sarà esattamente dove è perchè ama ciò che fa. Panuccio non è un elitario e non lo diventerà per cui continuerà a rendere le donne belle ed eleganti fino a che potrà, fedele alla convinzione che una donna e il suo modo di essere vadano rispettati, e non utilizzati per esaltare un brand o uno stile. Un sogno nel cassetto? I costumi per un film. Qui si comincia a confrontarsi sulla moda del cinema, e le attrici sono ancora una volta donne di carattere e di classe innata. La cliente contemporanea è anche quella più consapevole, alto spendente, che ha compreso l’importanza della qualità, del taglio e dei tessuti, e che apprezza che l’abito le venga cucito addosso, che il processo creativo sia condiviso e divertente, e che il capo che indosserà sia unico e con un costo coerente e corretto relativamente a questo processo.

Ecco, se esiste una cliente ideale, è quella che in Massimo Panuccio ha trovato un alleato per far risaltare la propria unicità senza esasperazioni: donne che vengono da famiglie milanesi che Milano hanno contribuito a farla crescere e diventare quello che è ora, che hanno senso del rispetto per il lavoro altrui. Che sanno quanto il lavoro di Panuccio sia dedicato a loro, e votato, come sempre e per sempre, all’eleganza.

 

sartoriamassimo.it – Via Vincenzo Monti, 28 Milano

Valerio Antonelli- Il lusso del sé

(di Antonella Del Lucia)

Ci siamo! Il giorno delle nozze è alle porte. Non meno importante degli altri preparativi per una sposa veramente fashion ecco presentarsi la scelta dell’acconciatura e del trucco.

Ma come districarsi tra le tante proposte che riviste e siti web suggeriscono per risplendere ed essere protagonista nel giorno più emozionante di ogni donna?

E’ per questo motivo che ho accettato l’invito di Valerio Antonelli Hairstylist e makeup-artist, patron di Metamorphosis, fucina di bellezza all’interno del centro estetico Beauty Garden in corso Magenta 76 a Milano.

Nei luminosi locali di questa casa d’epoca, a pochi passi da Santa Maria delle Grazie e dagli Orti di Leonardo, lo stylist ha creato un’oasi dove poter realizzare la tanto agognata metamorfosi da bruco a farfalla.

Dopo gli studi e il diploma come Operatore Turistico e le conseguenti esperienze nel settore, la tradizione di famiglia ha avuto il sopravvento, supportata anche dal desiderio di svolgere un’attività più creativa e manuale e dal bisogno di gratificare il richiamo della sua naturale passione per il bello .

Da qui in poi gli studi e le esperienze si sono concentrate in particolar modo sull’acconciatura e il trucco. Sono seguite alcune trasferte all’estero (a New York, per esempio, dove ha collaborato come stagista da Freddie Fekkai). Il ritorno a Milano è però stato il fattore X.

Quindici anni con il ruolo di direttore tecnico hanno reso possibile la realizzazione del sogno di Valerio Antonelli. Uno spazio tutto suo, dove lavorare in libertà, affiancato da una squadra di professionisti specializzati nei campi del benessere e dell’estetica.

Valerio non è solo un artista, ma anche un capace imprenditore. Grazie al connubio di queste due anime apparentemente contrapposte, ha potuto vedere la luce una vera e propria azienda. Una delle leve più innovative è stata l’idea di stipulare contratti di “affido di poltrona” in base ai quali il titolare di un salone di acconciatura o di centro estetico può concedere in uso una parte dell’immobile e delle attrezzature a collaboratori esterni. Il vantaggio di questa norma risiede nella flessibilità degli orari e dei giorni di lavoro al fine di consentire agli operatori e ai clienti di gestire al meglio gli appuntamenti per creare quella sorta di complicità e affiatamento che sono la base della fiducia.

 

 

 

 

Entrando da Beauty Garden ci si sente subito coccolati dalle buone maniere e la cortesia dei vari esperti, dal calore di una tisana appena fatta e dalla sobrietà un po’ retrò degli arredi.
Come ripete Valerio Antonelli:  “Il vero lusso è trovare del tempo da dedicare al proprio benessere e vederlo valorizzare con cura e garbo “.

 

 

 

 

 

 

Infine ho domandato al nostro gentile ospite quali fossero le nuove tendenze per il trucco e l’acconciatura delle spose del 2017 e la semplicità della risposta mi ha entusiasmato: “Less is more”: questo è l’aforisma ispirato dalla filosofia della Metamorphosis di Valerio Antonelli.

 

 

 

 

 

 

Pochi interventi, con l’utilizzo di prodotti naturali e all’avanguardia, mirati a valorizzare al bellezza di ogni donna senza stravolgerne l’aspetto e la personalità. Per ogni donna un trattamento di bellezza diversificato e personalizzato realizzato grazie all’instaurarsi di un rapporto di fiducia reciproca tra cliente e stylist.

 

 

 

 

 

Metamophosis di Valerio Antonelli- Corso Magenta, 76 Milano

YOU|nique- il runway show 2017 di Accademia del Lusso

(di Isabella De Rorre)

Il 13 giugno theWProject ha potuto assistere alla sfilata che ha concluso il ciclo formativo annuale di Accademia del Lusso. La location prescelta questa volta era la Fonderia Napoleonica Eugenia a Milano. Protagonisti erano gli abiti degli allievi delle sedi italiane e straniere. Il concept, lanciato dalla direzione creativa di Barbara Lg Sordi, era sfidante ed interessantissimo: creare abiti che potessero mutare completamente, dalla palette di colori all’utilizzo giorno/sera. Sfida raccolta dai designer, che hanno dato vita ad una sfilata in due fasi: nella prima, Re|think, i capi hanno mostrato la loro anima giorno in colori neutri e naturali. Con una trasformazione “a scena aperta” grazie alle sapienti mani degli allievi, si è passati  alla fase Re|Mind in cui gli abiti convertiti in  outfit sera si sono arricchiti di tessuti colorati, preziosi, broccati, vintage, dipinti a mano.

Così, una borsa extra large, è diventata una gonna couture

Il più classico, ma contemporaneo, dei trenchcoat, una gonna pareo destrutturata

L’outfit coloniale con gonna a corolla, l’abito con echi giapponesi nel corpetto e la gonna- dipinto

Il tailleur-armatura rigoroso  ma dagli ampi volumi, una cappa esplosione, di impronta romantica

La mantella abito a busta, un raffinato tre pezzi con obi couture

in un gioco replicabile all’infinito. Accademia del Lusso si è confermata una voce eminente, un osservatorio e una fucina sulla e della moda di domani; segnale ne è che i designer di anno in anno sviluppano una cifra stilistica che li identifica e ne fa dei talenti da tenere assolutamente d’occhio.

www.accademiadellusso.com

(photo Luca Arnone)

 

 

 

La coerenza romantica- Elisabetta Polignano

(di Anna Ubaldeschi)

TRIBUTO AL MADE IN ITALY PER LA COLLEZIONE ELISABETTA POLIGNANO

100% made in Italy: scelta imprescindibile, principio che assicura e garantisce la qualità esclusiva di ogni prodotto.”

Questa una delle parole chiave per Elisabetta Polignano, che anche quest’anno ha aperto la Bridal Week di SI SPOSA ITALIA con la sfilata della sua collezione 2018.

Elisabetta ogni anno strega gli astanti alle sue sfilate facendoli viaggiare ad occhi aperti con la fantasia.

Dopo Orient Express con i suoi anni ’20 e ’30, India e Giappone, è Venezia a dare ispirazione alla nuova collezione EP, un atto d’amore per il made in Italy, tanto amato e tanto voluto dalla stilista che realizza i suoi abiti esclusivamente utilizzando sete provenienti da tessiture italiane.

Dalla nostra Venezia con i giochi di luce ed i riflessi sull’acqua, i palazzi storici che sembrano essere usciti dall’acqua, prendono vita abiti dalle molteplici forme: morbide, scivolate, ampie, ma anche strutturate in dettagli particolarissimi.

Lavorazioni raffinate e fiocchi importanti e ricchi, ispirati al Settecento veneziano, gonne balloon, lavorazioni plissé, organze e mikado di seta, l’eleganza del pizzo, sopra gonne rimovibili rendono i modelli trasformabili in spettacolari abiti da sera.

EP Elisabetta Polignano è la linea Haute Couture con capi strutturati e ricercati, per una donna indipendente, decisa e determinata. Maniche, mantelle e coprispalle, ricami e dettagli che rievocano i modelli del ‘700. Colori predominanti oltre il bianco ed il crema, sono il verde acqua, l’azzurro, il rosa ed il viola, talvolta solo sfumature, piccole note di colore.

Particolarissime stampe colorate ispirate alle murrine veneziane, che riproducono fiori e voli di farfalle, riprodotti anche in particolarissimi medaglioni di cristalli e paillettes. Oltre al colore incontriamo anche il bianco ed il nero che evocano le gondole che scivolano sull’acqua dei canali.

La linea Vision si caratterizza per le forme semplici, sono abiti freschi e leggiadri perfetti per vestire una donna libera che desidera essere se stessa. Gonne ampie e vaporose riprendono gli elementi naturali acqua e aria, comunicando leggerezza e fluidità.

Colori predominanti le tonalità del bianco, del crema e le nuance dell’avorio.

Elisabetta Polignano si ispira prima di tutto alle donne, con passione ed esperienza, ricerca continua ed inesauribile entusiasmo, crea abiti unici per il desiderio di ogni donna di rendere unico ed indimenticabile il suo giorno più importante.

Mi piace dare ‘abito’ alla personalità di ogni futura sposa, prima ancora che alla sua fisicità, perché da sempre ritengo che l’abito vesta più la personalità che la persona”.

(photo courtesy Elisabetta Polignano)

La coerenza evidente- Daniela Del Cima

(di Isabella De Rorre)

L’appuntamento con Daniela Del Cima è nel suo atelier. E il primo tratto importante di questa lunga chiacchierata sarà la perfetta corrispondenza della stilista al suo mondo: la Signora Del Cima mi accoglie attenta e a suo agio in uno spazio vivo, dinamico, in cui i collaboratori che si muovono per le stanze sanno di averla come costante punto di riferimento. E lei, mentre parla, è davvero presente in ogni scelta, pronta a risolvere ogni dubbio, a confortare una cliente, a dare indicazioni sulla taglia e sul costo di un capo. La famiglia si nuove silenziosa ed efficiente intorno a questa figura femminile dalla straordinaria coerenza e linearità, che si rispecchia anche nel modo di vestire, di approcciare gli altri, di stare seduta, nel tono della voce. Il viaggio nella moda di questa designer comincia a Forte dei Marmi, con un negozio diventato presto punto di riferimento per le sue clienti, che continuano ad esserle affezionate anche dopo il trasferimento a Milano. Nella città meneghina, La Signora De Cima collabora come consulente stilistica con grandi aziende; presto però, e per fortuna dico io, interviene il bisogno di avere una piccola realtà produttiva, con la quale potersi esprimere al meglio. Ecco così l’Atelier Del Cima con produzione totalmente sartoriale, e la linea di demi-couture, metà sartoriale e metà industriale.

 

Ed ecco, per completare il carattere deciso dell’attività, l’approccio al mondo sposa con la linea dedicata “Daphne Milano”. Una scelta, quella di seguire le future spose, volta a dare evidenza ala femminilità delle sue clienti tramite le sue creazioni. Una femminilità, come la intende Daniela Del Cima, “gestita”, cioè mai ostentata. Il punto focale del suo lavoro è l’abito, come rappresentazione delle diverse sfaccettature del femminile. Per creare l’abito,  predilige stampe, sete, tessuti italiani, spesso della industria comasca che è sempre stata un fiore all’occhiello della moda italiana e non solo. E l’abito attiva un gioco di creatività costante, tanto da poter definire le collezioni sempre in progressione. Le chiedo quali siano e se ci siano dei materiali più amati di altri, e la risposta non mi sorprende: tessuti fluidi, cadenti, pizzi, di cotone e non, per poter “costruire” un abito, per renderlo armonioso e facile da indossare e da vivere. Nessun orpello, nessun ricamo, nessuna decorazione. Il valore dell’abito deve esistere e mostrarsi per se stesso. E questi abiti così realizzati, vivi per le linee e per i tessuti, possono essere interpretati in mille modi.

 

 

Daniela del Cima è eticamente corretta, legata come è a una cultura della moda più antica: quella di creare capi che abbiano un valore economico più intenso, più resistente all’infuriare dei trend, più antico appunto nella più nobile accezione del termine. Esploriamo insieme la collezione sposa, giocata su toni naturali come i tessuti: pizzo, ecrù, colori che si adattano a ogni tipo di carnagione e ad ogni colore di capelli, esaltandoli. L’abito sposa può e deve evolversi secondo il carattere e le esigenze della cliente: molte spose si rivolgono all’Atelier per le seconde nozze, magari chiedendo abiti funzionali, più morbidi, per poter per esempio durante la cerimonia abbracciare senza timore il figlio piccolo. In questi casi, il matrimonio diventa un evento da festeggiare, con maggiore libertà di espressione anche stilistica, e maggiore consapevolezza. Le spose in seconde nozze convolano per il piacere di poter condividere una scelta consapevole con amici, per il piacere di essere se stesse. E per le prime nozze? Le spose arrivano guidate dalla campagna di comunicazione, e trovano piena possibilità di esprimersi. Non esiste un modello di donna ideale, ma esiste la donna che arriva da Daniela Del Cima secondo una scrematura naturale data dall’immagine del brand, che deve e può parlare da sola. Gli abiti da sposa sono costruiti su misura, sono pezzi unici. Tanto è che spesso le creazioni finite sono chiamate con il nome della sposa stessa che le indosserà. Lo studio dell’abito è fatto in funzione della corporatura delle cliente, è ovvio, e della location della cerimonia per renderla coerente non solo con la sposa in primis, ma con il tono generale dell’evento. Chiedo come si sviluppa il processo creativo, e la Signora Del Cima conferma che gli abiti non nascono da un disegno ma da un incontro con il materiale. Le basi di vestibilità vengono di volta in volta adattate: parola d’ordine è “non standardizzare”. Ecco perchè la stilista parla di evoluzione continua, per questa esigenza costante di rinnovamento. Esigenza che comporta una applicazione rigorosa e altrettanto fedele nel tempo.

Cito testualmente cosa rappresenti la linea Daphne per la stilista: “E’ un angolo ritagliato per rendere le donne, donne”. E qui la conversazione verte sul ruolo, fondamentale, delle lavoranti, delle sarte che costituiscono l’esercito silenzioso ed efficientissimo dell’Atelier. La designer sa che esistono una quantità di sartorie con lavoranti che operano con maestria. E il suo progetto, realizzato, è quello di far lavorare queste sarte, importantissime per lo sviluppo e la permanenza sul mercato di un brand, permettendo loro di ritrovare un lavoro antico tramite la vena artistica che le pervade. Ecco, solo così la moda è, e resta, una forma d’arte, di espressione della bellezza. Così come le maestranze sartoriali, è importante riconoscere e difendere ancora la territorialità italiana, cioè quelle che sono le aree di eccellenza per tessuti e materiali. Strutture a volte di piccole o medie dimensioni, che ancora permettono di essere flessibili. Questo, per Daniela Del Cima, il concetto di vero lusso: esclusività, e servizio. A cosa deve mirare uno stilista? A rendere, tramite l’abito confezionato, il servizio ad una donna di farsi rivolgere il complimento non “Che bell’abito che hai”, ma “Come sei elegante”. Questa è l’unica evoluzione possibile: un passaggio per poter esprimere a pieno quello che si è. E con questo concetto, raffinatissimo e semplice nello stesso tempo, saluto Daniela Del Cima e il suo mondo.

 

(photo Michele Dell’Utri,  courtesy of Daniela Del Cima) – www.daphnemilano.com

Lucia Zanotti- Impegno e Passione

(di Francesca Fiorentini)

Ero sicura che non sarebbe stata una semplice intervista. Ho la fortuna di conoscerla da diversi anni e sapevo perfettamente cosa aspettarmi: un flusso di ricordi e pensieri sparsi, trascinati dallo stesso entusiasmo di sempre. Mi ero preparata le domande ma ne ho fatte ben poche perché le risposte uscivano senza volerlo, tra un risotto zafferano e cacao e un gioiello di cioccolato, nella perfetta cornice di Farage, in via Brera a Milano.

Lucia Zanotti è così: istintiva, intensa e appassionata. Può soffermarsi ad ammirare una sposa, una semplice fotografia o un abito, anche se si tratta della creazione di qualcun altro, con sincero entusiasmo. Lei gode della bellezza, senza invidia o bisogno di competizione. Se le chiedi il perché, risponde così:

“Semplicemente perché mi piace! Non posso evitarlo, vedo qualcosa che ritengo bello e mi emoziono come davanti a un dipinto. Per me gli abiti sono proprio come dei quadri e per questo ho usato tanto colore nelle mie collezioni: amo dipingere e lo facevo anche sui miei modelli, con pennellate di seta colorata, ricami e fiori”.

 

Un’artista innamorata di Dior e fedele alle icone di stile Grace Kelly, Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn. Le sue vere muse però erano le donne reali. La Signora Lucia (incarnazione perfetta della vera Signora), dando vita alle sue collezioni, desiderava creare l’abito perfetto per ogni sposa. Ecco perché proponeva sia abiti minimali che principeschi, romantici e rigorosi. In Atelier Aimée, chiunque poteva trovare il suo abito, perché la stilista non creava secondo il proprio gusto personale o con intento autocelebrativo. Basti pensare che il suo abito da sposa era composto da una tunica avorio su pantaloni marroni, una fascia in seta marrone sui fianchi, collo di volpe avorio (era dicembre) e fiori marroni in testa. Eppure le sue collezioni erano ricche di abiti ampi e romantici. Perché Lucia Zanotti pensava soprattutto alle spose, che mai  ho sentito chiamare “clienti”, nonostante la sua consapevole concretezza e propensione alla vendita. Il suo secondo pensiero andava infatti ai dipendenti dell’azienda. Voleva fatturare per il loro benessere, tanto caro a lei come al marito e presidente di Aimée SpA, il Dot. Matthias Kissing. Quell’adorato Matthias che è sempre al suo fianco per mettere in pratica i suoi sogni, con professionalità e concretezza. Non hanno avuto figli ma una grande famiglia, principalmente formata da donne, che stimavano e coccolavano. Non a caso, nel 2011, Aimée Spa è stata premiata dalla Regione per l’impegno e le politiche intraprese in tema di conciliazione famiglia-lavoro: 150 dipendenti e 50 turni diversi per permettere alle mamme, per esempio, di andare a prendere i figli a scuola o di occuparsi dei genitori anziani. Un’azienda unica nel suo genere, guidata da imprenditori illuminati e sensibili. Le ho chiesto se le venga mai voglia di tornare:

“Lasciare non è stato facile perché Aimée è stata la nostra vita per più di 30 anni. Dopo mesi di riflessioni però abbiamo capito che un cambiamento era necessario per il futuro dell’azienda, che doveva continuare ad avere vita propria e prospera, e dovuto per i nostri tanti dipendenti. Dal primo all’ultimo, stiliste, magazzinieri, impiegate e venditrici, sono stati fondamentali per il nostro successo. Quanti ricordi che mi legano a loro. A pensare di rimetterci piede mi viene un infarto (e lo dice ad occhi chiusi, mettendosi una mano sul cuore n.d.r.) ma prima o poi doveva succedere e adesso è il momento per noi di dedicarci alla famiglia e alla casa. Ci rimane la gioia di aver realizzato tante cose belle”.

 

 

 

 

E orgoglio? Chiedo io.

“Niente orgoglio, solo gioia. L’unica cosa che conta è fare quello che ci piace, con impegno e passione, perché la vita è breve e bisogna rimanere concentrati per non perdere neanche un’occasione per essere felici!”

 

 

 

 

 

Lucia Zanotti onn la nostra Francesca FiorentiniE qui straborda il suo animo sensibile. Le sta davvero a cuore la felicità delle persone. Nel tempo della nostra chiacchierata, mi ha chiesto almeno due volte “Tu stai bene? Sei felice?”. Fa venire voglia di abbracciarla. Credo che il suo successo sia dipeso anche da questa umanità, dal desiderio profondo di rendere bellissima ogni donna e dal rispetto per l’unicità di ognuna. Partita appena ragazzina da un negozietto di abbigliamento, è arrivata a creare più di 5000 modelli e a vestire almeno 250000 spose, facendo dell’allora Atelier Aimée Montenapoleone un punto di riferimento per la sposa Made in Italy. Le sue creazioni si riconoscevano tra mille, anche grazie a campagne pubblicitarie realizzate da fotografi del calibro di Aldo Fallai, per citarne uno, presenti nelle più importanti riviste di settore nazionali e internazionali. Tante le collaborazioni sviluppate negli anni con Gianni Versace, Dolce&Gabbana, Alberta Ferretti, Zuhair Murad e molti altri, che ne hanno riconosciuto la capacità produttiva, il talento creativo e la grande attenzione per la qualità.

Lucia Zanotti ha davvero fatto la differenza nel panorama della moda sposa, con proposte che in passerella sembravano azzardate ma che precorrevano i tempi e interpretavano in anticipo le richieste del mercato. Nessun altro avrebbe potuto unire altrettanto efficacemente romanticismo ed eleganza, tradizione e innovazione. Nessuno ha potuto fermarla, se non lei stessa, quando ha sentito che era arrivato il momento giusto per farlo. Però quello sguardo brilla ancora e sono sicura che ha un nuovo progetto in mente. Noi l’aspettiamo.

 

 

(photo Luca Arnone)

Dentro il trench

(di Clarissa Dalloway)

Affrontare questi giorni incerti poco prima dell’arrivo della primavera implica il possesso di un capo iconico come il trench.

Possibilmente con una lunga storia di piogge metropolitane ed aeroporti, ma può essere anche un breve racconto nato a due isolati da casa.

(Foto: Breakfast at Tiffany’s, 1961).

Beige, allacciatura doppiopetto, cintura in vita, resistente all’acqua, il trench-coat (cappotto da trincea) nasce come uniforme degli alti ufficiali dell’esercito britannico nella Grande Guerra

Sarà che la vita segnata non dona alla figura maschile, che una donna può indossare qualsiasi abito da uomo ma non viceversa…Resta il fatto che il trenchcoat, da capo d’abbigliamento decisamente virile è diventato nel giro di pochi decenni un classico del guardaroba femminile, attraversando poi due secoli di storia e accompagnando generazioni, mode e stili

Il trench è entrato nella storia del cinema indossato da personaggi femminili indimenticabili. Ha esaltato, accompagnato da foulard e occhiali, l’eleganza senza tempo di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, 1961 e dalla mitica Brigitte Bardot

in vinile nero firmato YSL, l’allure parigino di Catherine Deneuve in Belle de Jour, 1967;

classico da manuale, la delicatezza bionda di Meryl Streep in Kramer contro Kramer, 1979;

rivisitato da Giorgio Armani, la disinvoltura borghese di Lauren Hutton in American Gigolò, 1980.

Ed è Lauren Hutton, a nostro avviso, la donna che meglio di chiunque altra ha saputo trasmettere attraverso il trench un’immagine di donna moderna e scanzonata, in scarpe da tennis e capelli sciolti a 40, 50, 60 e più anni. Fedele a se stessa e irresistibile.

Oggi ogni donna ne possiede uno. Lo indossa con la pioggia, il vento ed il sole, il giorno e la sera, per andare al lavoro o al cinema, quando fa sfoggio di professionalità o di seduttività. Con la certezza di non sbagliare mai.

La palma della versatilità va di diritto ad un’icona di stile del piccolo schermo: la Carrie di Sex & the City, qui in versione monella metropolitana

E per finire, Amal Alamuddin. Incantevole signora che piace più alle donne che agli uomini, e questa è già una garanzia di stile, interpreta il trench senza sbagliare un colpo. La vediamo fotografata all’uscita dal lavoro con il classico imper beige ed il viso segnato, occhiaie comprese.

Ma la sera eccola uscire da un locale in trench verde smeraldo, perfetta e radiosa. Dieci e lode signora Clooney.

(photo da web)

la Sposa Regina- Marie Antoinette a Milano

(di Isabella De Rorre)

Cosa desidera di più una futura sposa? Naturalmente, essere la regina del giorno delle proprie nozze. Noi di theWProject costruiamo sogni, non potevamo perciò non accogliere questo desiderio!

Il mood- Rifarsi ad una tradizione, e celebrare ogni sposa come regina del proprio sogno e del giorno delle sue nozze, ma in una parte di Milano antica e piena di fascino. L’ispirazione primaria è stata la Marie Antoinette di Sofia Coppola. Per colori, modernità, capricci e bellezza, rappresentati magistralmente nel film da una Kirsten Durst in stato di grazia. E la grazia, intesa come qualità prettamente femminile, ma umana, è stata l’ulteriore ispirazione che ha guidato il servizio. Così, abbiamo proposto una nuova, giovane Marie Antoinette in una domenica quieta di inizio dicembre, in una città, Milano, che sembrava per luci e atmosfera, essersi cristallizzata per accoglierla. (Gabbia decorata Marthea Garden Project)

 

 

 

La location- Di Farage Cioccolato parliamo spesso, e non ci stancheremo mai di farlo. Per mille motivi: per le sue cioccolate calde, giudicate recentemente da La Pecora Nera Editore fra le 20 migliori di tutta Italia. Per l’atmosfera shabby, elegante, intima. Per la creatività e la grazia della sua titolare, Lina Farage. Perchè si trova nel cuore antico e artistico di Milano, in Via Brera. E corona dolcemente  un percorso d’arte di cultura di arricchimento, che può andare dalla Pinacoteca al suo Orto Botanico alle Via Manzoni, Montenapoleone, Bigli,  alle Gallerie D’Italia in Piazza Scala, e soddisfare tutti i sensi. Se entrerete, non potrete rinunciare ad una visita ogni tanto, per un éclair o una pralina, per ascoltare Billie Holliday che sembra parlare solo a voi, mentre gustate un’insalata e fuori scorre la città, e si illumina di gente, di luci, di voci. La nostra bellissima Marie Antoinette qui ha trovato un luogo degno di una regina.

 

 

 

mise en place a cura di Antonella De Lucia- composizione floreale di Coral Fiori e Interpretazioni

 

 

Gli abiti- Marie Antoinette, ne siamo sicuri, si sarebbe innamorata degli abiti da sposa di Simone Marulli! Giovane couturier di talento e fama consolidatissime, per la sua produzione, rigorosamente Made in Italy, spazia dal pret-à-porter ad abiti da sposa, in cui le forme tradizionali vengono reinterpretati con freschezza e modernità grazie a linee tessuti e colori attuali arditi e innovativi. Gli abiti da sposa sono strutturati ma impalpabili, racchiudono insomma forma e sostanza. La sposa di Marulli è una regina contemporanea, dinamica, sexy, ma con uno spirito romantico e femminile.


 

I gioielli- Ad ogni regina i suoi gioielli. Alla nostra Marie Antoinette, un sontuoso choker di perle barocche o scaramazze che dir si voglia, in parure con gli orecchini. A crearli con fantasia e sensibilità al tema, ed espressamente per lo shooting, Marzia Gaudio, anima di Maga Gioielli

 

Model: Beatrice Elena Maffei Frulla- Make up and hair styling: Francesca Fiorentini- Abiti: Simone Marulli- Photographer: Luca Arnone– Consulenza e ricerca still life: Antonella De Lucia, Daniela Stella, Francesca Fiorentini- Location: Farage Cioccolato

Inseguendo Hopper a Villa Leoni

(di Isabella De Rorre)

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Il mood

I grandi progetti a volte nascono da pensieri quasi sussurrati. Così è nato questo servizio fotografico, dalla volontà di dare voce ad un tipo di sposa, e di donna, intimista, cioè votata alla sostanza delle cose, alla ricerca di uno stile mai gridato, ma incisivo. Abbiamo pensato ai quadri di Hopper, alle foto di Olaf, in cui donne assorte guardano oltre vetri e oltre il paesaggio. Sole, colte quasi di sorpresa dall’obiettivo fotografico, non nascondono se stesse ma si vivono. Il pensiero quasi sussurrato ha preso definitivamente forma, guardando il lago di Como in una giornata di sole. Allora, è stato chiaro che servissero abiti e accessori che “fossero” e non apparissero. Da qui, il progetto ha coinvolto partner come sempre di eccezione, e una location che potesse esaltare le loro creazioni. Ringraziamo La Provincia di Como, nelle persone del Signor Palumbo e Galigani, per aver dedicato un articolo al nostro progetto.

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La location- Facile dire di Villa Leoni, sita ad Ossuccio di Tremezzina, che è bella, incantevole, splendida. Riconosciuta monumento storico dai Beni Culturali, deve agli inizi degli anni Quaranta la sua progettazione all’Architetto Lingeri, uno dei massimi esponenti del Razionalismo. Passata nel corso degli anni ad altro nome eminente, l’Ing. Terragni, deve la sua ristrutturazione all’attuale famiglia, che ne ha mantenuto lo spirito intimista, appunto, raccolto, essenziale. Caso ha voluto che lo spunto per aprire la Villa a brand prestigiosi che fossero conquistati dal suo essere così discretamente elegante fosse un altro servizio fotografico poi mai realizzato. Da allora, l’Amministratore Delegato insieme a un team selezionato di collaboratori con esperienza pluritrentennale, ha fatto sì che Villa Leoni acquisisse una identità tale da poter essere aperta oggi a matrimoni (certo per spose empaticamente attratte dall’anima romantica e “nuda” del luogo), a servizi fotografici e ultimamente adatta ad essere locata per vacanze medie e lunghe sul lago. Il servizio di Concierge, di qualità altissima, parla cinque lingue, e si rivolge oggi a italiani e stranieri (molti i russi che ricercano una vacanza d’arte di quiete e di stile sulle rive del lago). Dalle parole dell’AD di Villa Leoni, traspare la mission stessa: creare ed esaltare la sensazione di sentirsi in questa location come a casa. Di risvegliare negli ospiti, che potranno trascorrere qui periodi di otium (nell’accezione latina, la migliore, cioè quella di dedicare tempo a ritrovare se stessi e a progettare, ideare, vivere), la parte più emozionale. L’aspetto architettonico e culturale per questo viaggia di pari passo con un rigoroso e imprescindibile rispetto della privacy degli ospiti. Villa Leoni coglie nel segno sempre. chi abbia la fortuna di sedersi sulle scale originali che conducono al giardino e al lago, non potrà dimenticare tutti i toni di azzurro del lago e del cielo e la vista sull’Isola Comacina. Molte spose chiedono, durante il ricevimento, di poter visitare la Villa per scoprirne, o ripercorrerne, la storia.

Villa Leoni- www.villaleonilocation.it  tel. +39 3471066651 mail info@villaleonilocation.it

Gli abiti- Di Melania Fumiko Benassi, anima del brand Melania Fumiko, abbiamo parlato anche in precedenza, perchè per theWProject è stato trovare, in questa designer giovane di età, ma “antica” di passione e concezione dello stile, una comunanza di intenti e di emozioni. I suoi abiti, da sposa e da cerimonia, si sono mossi  per Villa Leoni rivelando la loro anima più nascosta.

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Le modelle hanno interpretato un concetto di eleganza quieta, sicura di sè tanto da non dover urlare per essere riconosciuta.

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Soggetti “nudi”, scoperti ai sentimenti, alle emozioni, più attenti al dentro, alla sostanza dell’essere, a vestire il proprio Io, che il proprio ruolo.

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E le creazioni di melania Fumiko questo sono: forma data dalla sostanza, dalla ricerca stilistica che porta a linee essenziali, semplici per fare da cornice solida ma discreta al carattere di una sposa e di una donna, ad assecondarne forme e desideri.

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I tessuti sono ricercati ma interpretati semplicemente, mai sforzati o snaturati. Le sete, quelle italiane e dei kimono che fra le mani della designer hanno nuova vita, si adattano alla natura dell’abito. E alla natura di chi lo indossa. Non sono abiti seri, impostati, ma fluidi, ridenti. Eccoli a voi.

Melania Fumiko- www.melaniafumiko.com  mail info@melaniafumiko.com

Gli accessori- Le Borse- Anche delle borse D’ASY Milano abbiamo già parlato, proprio per quell’empatia progettuale che ci ha conquistato da subito. Le anime di D’ASY, Alessandra Ferraro e Silvana Soffitta, disegnano e realizzano due modelli di borse, “Yulia” e “Lei“, adatti ad ogni donna che cerchi di trovare il suo “daimon”, cioè il suo corrispondente caratteriale e di stile in questo accessorio così importante.

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Le borse D’ASY, che sono classiche ma contraddistinte da una scelta di materiali raffinatissima e contemporanea, e da una forma che ben si accompagna alle esigenze di qualsiasi donna calata in ogni contesto, hanno rappresentato un ancoraggio alle realtà, alla natura stessa dell’essenza, della sostanza.

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Le borse si sono fatte “contenuto”, custodi della vita del carattere dei desideri delle emozioni che volevamo evidenziare. Esterno curato di qualità eccellente e dai colori determinati, presentano un interno sempre sorprendente. Sono state un tocco forte a manifestare, una volta di più, che la sostanza, il guardare in sè, non è debolezza ma coraggio e consapevolezza.

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D’ASY Milano (presto on line con il nuovo sito) https://it-it.facebook.com/DASY-Milano-584884488282394/

Gli accessori- I gioielli- Come non restare incantati da orecchini e anelli lavorati da Haruko Ito, orafa e designer anima di Gioielli Poetici Haruko Ito? Per rappresentare al meglio la vision di questa designer non possiamo fare di meglio che riportare come lei stessa descrive quali materiali utilizza e perchè: “La natura ci da tutto quello che serve e offre la sua bellezza a chi la sa riconoscere. Noi stessi siamo parte della natura e indossandola la facciamo diventare parte della nostra vita quotidiana”. Un omaggio, meglio un inno, alla natura più vera e più profonda delle cose. Oggetti che ci appartengono e rappresentano meglio di ogni parola le nostre anime.

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Haruko Ito- www.haruko.it tel. 02.8055223 mail info@haruko.it

Fotografie: GIVIELLEfoto – Composizione Floreale: Coral Fiori e Interpretazioni– Scarpe: Collezione privata Isotta Zanardi e Melania Fumiko Benassi- Make up and hair styling: JoM

Melania Fumiko- l’eleganza funzionale

(di Isabella De Rorre)

Possiamo dire che quello con Melania Fumiko Benassi, anima del marchio “Melania Fumiko” designer di abiti da sposa e cerimonia ma non solo, era un incontro destinato.  A noi di theWProject è  piaciuto il suo stile già dalle prime foto delle creazioni che abbiamo visto pubblicate. Lei ci ha invitato alla inaugurazione del suo atelier in Via Chiossetto a Milano. Ne è  seguita subito dopo una bella chiacchierata sull’importanza dei dettagli e sulla cerimonia del the. Scoprirete nel seguito che sono due cose strettamente collegate. Melania Fumiko Benassi è  una designer giovane di età ma con le idee estremamente chiare e una forte propensione all’eccellenza.

20160929_111046Cosmopolita per nascita e per vocazione, racconta che è stata concepita in Giappone e che è nata e vissuta negli Stati Uniti. Da lì, non ha più  smesso di viaggiare, fisicamente e  con l’anima. Studi  da economista, che le hanno permesso più  facilmente di inquadrare i suoi obiettivi, passione per i lavori manuali e di cucito sopra tutto, si è  definita designer studiando giorno e notte le basi della sartoria, e approfondendone ogni dettaglio. Questo tema nella chiacchierata tornerà  spesso, ed è un filo che unisce e dona coerenza al suo modus operandi. I dettagli sono estremamente importanti, per la designer: dalla scelta del colore di un cucchiaino con cui accompagnerà la tazza di caffè che ci offre, alla cucitura di una casacca, diversa da un’altra e spiegata ad una cliente che non aveva subito notato la differenza. Vocazione zen? Forse. Melania Fumiko Benassi il suo tempo non lo regala ma lo offre, con pazienza e sapienza, come un maestro di una cerimonia del the. Non per nulla tale cerimonia è chiamata “Cha-do”,  di fatto una via, che può durare tutta una vita e che comporta continua conoscenza e continuo miglioramento. Passaggio importante questo, per spiegare la sorridente ma ferrea determinazione con cui la stilista decide di non avere fretta, di curare la forma e la sostanza. Perché  la forma esiste solo se esiste la sostanza. Allora, la forma diventa anche sostanza, la rappresenta e la racchiude. Veniamo alle creazioni, che con cura maniacale sono confezionate a mano con tessuti preziosi e ognuno con una sua storia.

20160929_105224Dalla ciniglia che definisce con la sua lunghezza ed il colore in una gonna lo status sociale della donna che la indossa, alle sete di kimono antichi che vengono destrutturati, con perizia e gratitudine, per andare a donare storia a abiti lineari e fluidi. Che non vestono solo spose e invitate, ma possono accompagnare la vita di una donna ogni giorno e diventare dei classici. È una antica contemporaneità quella che accompagna ancora una volta i dettagli e l’effetto finale degli abiti Melania Fumiko.

20160929_111221Una sposa classica ma libera da artifici, quindi moderna e ambasciatrice di un’eleganza funzionale. Adattabile, vivibile, senza fronzoli ma femminile, mai urlata ma raffinatissima. Una eleganza che dilata il tempo e lo rende morbido, abitabile. Come il tempo che abbiamo trascorso con Melania Fumiko Benassi, che è  denso di richiami alla sua vita: foto (molte fatte dal marito appassionato di fotografia) che rappresentano tessere di un mosaico così  come intende l’ispirazione la designer. La trama di una bella seta in cui ogni elemento rincorre l’altro, lo definisce, lo arricchisce, lo completa.

20160929_125319Usciti dall’atelier, comprendiamo anche noi come il tempo non vada stropicciato ma goduto e rispettato, compreso come contenitore del pieno e di un vuoto in cui poter meditare e creare cose belle.

Melania Fumiko Benassi ha appena partecipato a Italian Wedding Style, salone di Wedding Flower Food a Palazzo Giureconsulti a Milano, dove ha esposto alcune delle sue creazioni.

Atelier Melania Fumiko- Via Chiossetto, 10 20122 Milano- per informazioni appuntamenti e acquisti on line: info@melaniafumiko.com www.melaniafumiko.com

Wedding al Golf Club

(di J. M.)

Se in una calda giornata di inizio settembre una sposa decidesse di convolare a nozze, la cornice di un Golf Club sarebbe inusuale e perfetta per dare un tocco elegante e diverso al ricevimento.

dsc_1386la Location– Circolo di Campagna Golf Club Zoate: a pochi chilometri da Milano, inaugurato nel 1986, vanta 18 buche per un incantevole percorso che accompagna il fiume Addetta, regalando ai visitatori molti scorci romantici e suggestivi. Si presta a ricevimenti di nozze grazie a due rinomati ristoranti, che creano un’atmosfera accogliente ma di tono. Il giorno del sì trascorso in una location così insolita rappresenta un punto di forza per la sposa che vuole stupire i suoi ospiti senza eccessi ma sfruttando l’esperienza consolidata della gestione e la tranquillità del luogo. Regola importante: voce bassa e rispetto per chi sta giocando. Il green è sacro, così come la concentrazione dei golfisti! (www.golfzoate.it Via G. Verdi 7 20067 Zoate di Tribiano. Milano)

 

 

gli Abiti– Sei meravigliose creazioni che hanno interpretato al meglio lo spirito gioioso e glamour della giornata. Abiti eleganti ed originalissimi per vestire di stile non solo la sposa, grande protagonista della giornata, ma anche testimoni e invitate.

dsc_1256Da sinistra: Abito da cerimonia in mikado Pronovias; Evening Dress in seta Peter Langner; Abito sposa corto Olvi’s da Officina delle Fate; Evening Dress in seta Peter Langner (www.peterlangner.it – www.lofficinadellefate.it – www-pronovias.com/it)

 

 

 

 

dsc_1501Da sinistra. Abito lungo in pizzo macramé e tulle Vanitas da Officina delle Fate; Abito lungo in ecopelle creazione e realizzazione Officina delle Fate

 

 

 

 

 

 

 

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dsc_1309le Scarpe– Brand Collection, che vende scarpe firmate (impossibile non troverne un paio di cui innamorarsi!) ci ha dato la possibilità di realizzare uno strepitoso color block con gli abiti indossati dalle modelle. L’anima dello store è Natalia, che per le scarpe ha una vera passione che ha trasformato in un lavoro (it.facebook.com/Brandcollection-Outlet-299718030045273/)

 

 

 

 

le Modelle– theWProject sostiene fin dall’inizio un unico modello ideale di donna: quella VERA. Le modelle di questo servizio così come degli altri hanno precedenti esperienze ma rappresentano ogni donna vera, reale, non artefatta, che è possibile incontrare ed avere accanto ogni giorno. per questo il magazine ha creato gli hashtag #livethedress e #dressyourlife: un invito a scegliere l’abito che non sia di moda ma che rappresenti al meglio il nostro spirito ed il nostro carattere, e a “indossare” la propria vita, esattamente così come siamo.

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Da sinistra: Corinna Colzani, Giada Pezzoni, Giada Modi, Michela Marcomini (make up Francesca Fiorentini)

Foto: GIVIELLEfoto

Styling: Francesca Fiorentini e Isabella De Rorre

Grazie al Circolo di Campagna Golf Club Zoate per l’ospitalità la pazienza e la disponibilità dimostrateci.

Un ringraziamento particolare va a Attilio Zorzan, di FSGP (www.fsgp.it) per la disponibilità e l’attenzione con cui ci ha introdotto e supportato nel mondo del golf, dedicandoci tempo e consigli sul green con grande simpatia.

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Silvia- 10 settembre 2016

(photo Luca Arnone)

Abito Centro Sposi Paradiso

il sogno da bambina, il giorno tanto atteso….ecco che le emozioni trovano lo spazio per urlare!serena , felice e radiosa… un giorno vissuto con felicità , divertimento e affetto! Ero circondata dalle persone che mi aspettavo , coloro che condividono ogni giorno qualcosa con me….nonostante fossimo già una famiglia perché l’arrivo del nostro piccolo Alessandro ci ha uniti ancor di più, questo giorno ci ha ufficialmente regalato la più bella dichiarazione d’amore !

Silvia , Valerio e Alessandro

10 settembre 2016

Dania 5 settembre 2016

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(photo Luca Arnone)
Abito Rosa Clarà Atelier Madrigalia, Enna.
Tutta la tensione accumulata i giorni prima del matrimonio è improvvisamente sparita nel giorno del sì. Mi sentivo molto tranquilla, emozionata senz’altro, ma nonostante questo ero serena. In particolare, durante lo scatto di questa foto ero felice all’idea che tutti  stessero aspettando proprio “noi” al locale per continuare i festeggiamenti. È una giornata che, nonostante la stanchezza accumulata, rivivrei altre 100 volte! È stato tutto emozionante e tutto perfetto, proprio come lo avevo immaginato!

La moda che verrà va a nozze

(di Isabella De Rorre)

Abbiamo già parlato dei giovani nuovi talenti di Accademia del Lusso, che hanno presentato, in occasione della chiusura dell’anno le loro creazioni a Milano, a Palazzo Regione Lombardia. Le loro idee, così innovative eppure così ancorate alla realtà (non abbiamo visto un outfit che non potremmo rivedere tranquillamente indossato dalla gente comune in strada e nel mondo) ci hanno ispirato mentre pensavamo a come si sarebbero potute vestire delle spose che sfuggissero alla tradizione, e le loro invitate. La moda è genio e formazione, fatica continua, un esercizio costante con la geometria e la forza di gravità. L’amore per un tessuto si scontra a volte con la realtà dell’alta sartoria, a volte regala un compromesso e allora nasce una bella magia. Nasce un vestito che ci somiglia, che corrisponde ai nostri desideri. Che ci cambia mentre restiamo uguali. Allora, per celebrare questo amore appassionato per la moda, vi proponiamo i nostri abbinamenti ruolo mel matrimonio/ outfit. La nostra selezione non vuole escludere tutti gli altri, eccezionali, designer: abbiamo immaginato alcuni outfit indosso alle modelle ma abbbiamo fatto veramente fatica, credeteci, a operare una scelta. La redazione è impazzita letteralmente: ognuno di noi avrebbe voluto poter provare almeno un abito!

DSC_9071Se la migliore amica della sposa vuole regalarsi un completo pantalone moderno ma assolutamente adatto ad una cerimonia più o meno formale che cosa indossa? Top in lino fiammato a maniche corte con schiena aperta e scollo decorato da frange in filati multicolor/ tank top in cotone con retro in rete/ pantaloni palazzo a vita alta. Tutto di Gloria Campanella

 

 

 

DSC_9319La sorella dello sposo non vorrà essere da meno con un outfit giovane e di sicuro impatto. Bomber in jacquard di seta con inserti in tela Wax africana/ tuta in fresco di lana gessato con cintura e volant in tela Wax africana. Tutto di Maira Oliveira

 

 

 

DSC_9298La sorella della sposa oserà un due pezzi con giacca asimmatrica originalissima e chic. Giacca asimmetrica e demi-partie in gabardine di cotone giallo e taffetà di poliestere marrone con ricami chinoise/ pantaloni ampi in denim. Tutto di Liu Xizuan

 

 

 

DSC_9183Le testimoni saranno stilosissime, pur senza rubare la scena alla sposa, con questi due abiti dal taglio e colori sorprendenti. Per la modella di sinistra: Top in chiffon stampato animalier/ gonna con sfondo piega plissettato in chiffon/cintura in pelle suede intrecciata, tutto Andrijana Drincic. Per la modella di destra: gilet chiodo in pelle suede/gonna a tubino in pizzo macramé di cotone e passamaneria di cotone, tutto Zorana Vujanic

 

 

 

DSC_9234L’amica che ci tiene a distinguersi potrà indossare questo due pezzi leggero ma con carattere ben definito. Top in chiffon stampato afro/gonna a teli in chiffon stampato afro con baschina sagomata in eco-pelle e sottogonna in tulle. Tutto di Astrid Coltrè e Ludovica Santoro

 

 

 

DSC_9103Ed ecco la prima delle due proposte per una sposa che voglia stupire con un abito unconventional e ricercatissimo. Abito lungo in mesh doppiata con ricami a filo applicati, Sonia Ciamprone

 

 

 

DSC_9001DSC_9029 E dopo la sposa moderna ecco una sposa che vuole restare romantica ma con un tocco “bad girl” che rende frizzante e contemporaneo l’abito indossato. Abito multistrato in tulle di poliestere decorato con fiori in tulle di Vasilija Djalovic/ chiodo docente Accademia del Lusso

 

 

 

Non potevamo non pensare alla mamma dello sposo e della sposa. E non potevamo non immaginarle amanti della moda ma con un carattere e gusto ben definito. Allora…ecco a voi i due outfit pensati dalla redazione moda di theWProject per loro!

DSC_7769Maxi Camicia in tela di viscosa stampata jungle/ pantaloni a sigaretta in rasatello di cotone, tutto Astrid Coltrè e Ludovica Santoro

 

 

 

 

DSC_7644Giacca lunga a mezze maniche in patchwork di pelle suede, eco-pelle, denim e tela colorata/patnaloni cropped in tela di cotone/ thank top in jersey di viscosa, tutto Lamia Belouard e Eleonora Marini

 

 

 

(photo Luca Arnone/ make up Francesca Fiorentini/ Modelle Giada Pezzoni, Francesca Paredi, Sarah Tavazzani/ Styling Isabella de Rorre/ Location. Azienda Agricola Vercesi del Castellazzo, tranne foto finali location: sfilata NowGenerations Accademia del Lusso, Palazzo Regione Lombardia)

 

Un pò Gipsy, un pò Boho, un pò Country Chic

(di Isabella De Rorre)

Gli ingredienti c’erano tutti, in una felice unione fra stili con molti punti in comune. Il make up di Francesca Fiorentini, che ha interpretato lo spirito del servizio con maestria e misura.

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Gli abiti e le coroncine vintage di L’Officina delle Fate, che hanno vestito le nostre modelle, rendendole spose piene di grazia e leggerezza.

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Così, se vi piacciono le balze, che creano immediatamente un’allure gipsy e boho, l’abito che fa per voi è quello indossato da Sarah Tavazzani

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Per un tocco vintage, ecco l’abito con ricami che sfoggia Giada Pezzoni

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Se non volete rinunciare al tulle, e ad un’atmosfera country chic, allora non potrete fare a meno di innamorarvi dell’abito di Francesca Paredi

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La mise en place della tavola, curata nei minimi dettagli da Daniela Stella e Antonella De Lucia, con componenti e tovaglie di collezioni private e  di famiglia e piatti scovati per mercatini.

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I fiori scomposti e curatissimi, di eleganza essenziale e pura, di Coral Fiori e Interpretazioni, profusa anche nei bouquet naturali.

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Una valigia vintage, che ha risposto al tema che seguiva di pari passo lo stile del servizio. I memorabilia di Antonella De Lucia, biglietti, perle, nastri, fotografie, piume, bandiere e chi più ne ha più ne metta, appesi agli alberi. La location, l’Azienda Agricola Vercesi del Castellazzo di Montù Beccaria, che ci ha offerto un panorama illimitato e uno sfondo naturale impareggiabile. Insomma, quale che sia lo stile che ha stuzzicato di più la vostra fantasia, e che vi farà sognare, possiamo dirvi con certezza che l’abbiamo vissuto, respirato, interpretato per voi con entusiasmo, un pò di vino bianco e molta, moltissima passione. Speriamo che arrivi ai vostri desideri e al vostro cuore, per un wedding project a misura dei vostri sogni!

photo: Luca Arnone – Make Up: Francesca Fiorentini – Abiti da sposa: L’officina delle fate – Allestimento floreale. Coral Fiori e interpretazioni – Mise en place: Daniela Stella e Antonella De Lucia

Gipsy Hollywood

(di Antonella Ravaglia)

foto-matrimonio-gipsyLo ammetto: appena ho saputo che il mood del periodo era “gipsy” il mio pensiero è andato diretto agli episodi de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Gipsy, ovvero il programma televisivo che racconta degli usi e costumi della comunità gitana americana nel preparare nozze, comunioni, anniversari e altre celebrazioni religiose. Insomma, vedendo un paio di puntate vi renderete sicuramente conto di quanto, se in un primo momento possa sembrare una cosa assolutamente stravagante e priva di regole, non è assolutamente così: l’esagerazione portata all’eccesso su ogni particolare si incontra con principi rigidissimi come il divieto di divorziare o di avere rapporti extra-coniugali, l’arrivare illibati al giorno delle nozze per entrambi gli sposi, la cerimonia che si svolge categoricamente la mattina. Tradizioni, quindi, che si tramandano di generazione in generazioni.

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Poi, naturalmente, c’è Hollywood coi suoi film che ci regala uno scorcio sul mondo gitano: Chocolat per esempio che, tra l’altro, è anche uno dei miei film preferiti ed è anche un romanzo. In un piccolo paesino francese arriva Vianne, interpretata da Juliette Binoche, con la figlia Anouk; Vianne apre una cioccolateria durante il digiuno quaresimale e sconvolge totalmente le abitudini dei cittadini, scoprendo piano piano i segreti più nascosti di ciascuno e usando il cioccolato come medicina per qualsiasi male. Tutto questo non fa che rendere Vianne poco simpatica al sacerdote e al sindaco del paese, visto che oltretutto la protagonista non si reca neanche in chiesa ma socializza con un gruppo di nomadi di passaggio, tra cui l’affascinante guida zingari Roux, Johnny Depp. Il vagabondare di Vianne, che alla fine decide di fermarsi nel piccolo paesino francese, l’essere vista come una persona “strana” perché ha abitudini diverse dai cittadini, la predica sulla vera libertà del parroco alla fine del film, sono tutti temi riconducibili ai gitani, nonostante la comunità zingara rappresenti una parte abbastanza marginale.

Esmeralda_transparentAnche se il film è ambientato nel 1959, i temi affrontati sono assolutamente attuali, cosa che si ripete anche nel Gobbo di Notre Dame: sia il film, sia il cartone animato che il romanzo di Victor Hugo, affrontano il tema del diverso e come il popolo gitano è riuscito ad adattarsi nonostante i luoghi ostili nel corso dei secoli, riuscendo comunque sempre a raggiungere un buon livello d’integrazione.
Sicuramente nel film della Disney i temi sono più leggeri e decisamente più adatti ai bambini rispetto al romanzo di Hugo che, come sappiamo si discosta completamente nel finale; nel film d’animazione, però, i colori e i vestiti di Esmeralda mi sembrano più propensi a suscitare un senso di felicità e di amore per la musica e il ballo.

 

 

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L’ultimo film di cui voglio parlarvi è una vera chicca: Gatto Nero Gatto Bianco. Il film è del regista jugoslavo Kusturica ed è pieno di personaggi gitani caratteristici, grotteschi, colmo di allegria, vitalità e divertimento. Forse un po’ troppo legato ai soliti stereotipi, ma sicuramente intelligente e mai noioso, con situazioni imprevedibili come il quartetto di giovani che, dopo varie avventure, approdano a un doppio matrimonio, o gli adulti antagonisti ma complici in loschi traffici o ancora la cocaina portata nel crocifisso.
Caotico e esagerato come un tradizionale matrimonio gipsy, insomma. Se volete passare due ore in allegria questo è un film che non potete perdervi, davvero consigliato.

(photo credit:GATTO NERO GATTO BIANCO http://www.cct-seecity.com/2016/05/gipsy-film-ovvero-gatto-nero-gatto-bianco/ESMERALDA http://disney.wikia.com/wiki/EsmeraldaCHOCOLAT https://it.pinterest.com/pin/267682771571713929/IL MIO GROSSO GRASSO GIPSY http://matrimonio.pourfemme.it/articolo/matrimonio-gipsy-cos-e-e-come-si-svolge-foto/13001/)

Now Generations 2016: il Fashion Show di Accademia del Lusso

(di J.M.)

Nella serata del 10 giugno 2016, con la cornice avveniristica di Palazzo Lombardia a Milano, si è tenuto il Fashion Show 2016 di Accademia del Lusso, dal titolo #NOWGENERATIONS. I 18 migliori allievi della scuola, selezionati con un pre-contest, hanno potuto presentare una capsule collection di 3 capi ciascuno, ispirati alla bellezza in tutte le principali età della vita: fanciullezza, giovinezza, maturità. Modelle professioniste e non, in un alternarsi reale e contemporaneo di archetipo della bellezza, in tutte le sue manifestazioni. Filo conduttore il mood urban folk, declinato con maestria dai talentuosi stilisti, secondo il legame fra passato presente e futuro, i background individuali e la ricerca tessile e materica più appassionata ed evoluta. Un piacere vedere tanta capacità espressiva, declinata in moda che nasce e promette di conservarsi aderente al reale per molto tempo. Abiti per vivere il presente, esprimere se stessi, abitare metropoli; ispirati a volte a tradizioni proprie del paese di appartenenza dei designer, altri con punto di partenza da tessuti e finiture, per arrivare all’outfit. Abiti, qui si aggiunge, che piacerebbe vedere indossati dalle invitate e testimoni di un matrimonio moderno e disinvolto. Il parterre, popolato fra gli altri dalla giornalista di moda Giusy Ferrè, ha accolto con grande entusiasmo la produzione degli stilisti chiamati a rappresentare la scuola e lo stile italiano. Stile italiano, e non è un controsenso, quanto mai internazionale. Milano si conferma fucina di nuovi talenti. Ecco a voi una ricca selezione di scatti del fashion show, di cui ricordiamo gli stilisti: Maira Oliveira, Cecilia  Yamilleth Morales Rodas, Lorenzo Papi, Valentina Magretti, Gian Luigi Calonico, Liu Zixuan, Eleonora Marini, Lamia Belouard, Zorana Vujanic, Filippo Fiorini, Tijana Perisic, Mudovica Santoro, Astrid Coltré, Eka Todua, Andriana Drincic, Angelica Barbieri, Gloria Campanella, Sara Andrignolo, Nadia El Mhami, Sonia Ciamprone, Vasilija Djalovic. (photo: Luca Arnone)

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Peter Langner fra tradizione e modernità

(di Francesca Fiorentini)

È una scenografia semplice quanto significativa, quella scelta dal designer tedesco per presentare, in occasione di Sì SposaItalia, la sua collezione 2017: l’ingresso di un parco che lascia sognare di un’imponente villa storica, sullo sfondo delle fredde ma affascinanti luci metropolitane.

Sembra la descrizione ridotta ai minimi termini degli abiti stessi, realizzati nel rispetto della più alta tradizione sartoriale ma con un forte desiderio di innovazione. Lavorazioni inaspettate, tagli asimmetrici, costruzioni solo apparentemente semplici, che sono il risultato di studio e sperimentazione meticolosi. La sposa Peter Langner non è da tutte, perché esige sensibilità ai materiali più pregiati, bisogno di unicità e di eleganza senza tempo. Dagli abiti ampi e romantici al rigore dei tubini e delle sirene, il minimo comun denominatore è la leggerezza, che troviamo magistralmente anche nei materiali più sostenuti. Un equilibrio che è garanzia di portabilità disinvolta, pensata per una sposa giovane e internazionale. Solo uno sguardo attento e ravvicinato ne fa apprezzare la qualità artigianale: decorazioni realizzate con impalpabile organza ripiegata e cucita a mano, impercettibili trasparenze, drappeggi e volumi mai urlati.

Linee pulite che ritroviamo nelle acconciature e che controbilanciano un trucco ben visibile, per una donna che è allo stesso tempo decisa e delicata, tradizionale e moderna. Donna, non solo sposa, perché da oggi Peter Langner punta ancora di più sulla collezione sera, dove il nero lascia spazio ai blu, i tessuti aderenti spariscono per valorizzare una femminilità sottile e appena suggerita. Come è nello stile inconfondibile di Peter Langner. (photo Luca Arnone)

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L'”Edgy Romance” di David Fielden

(di Isabella De Rorre)

Assistere ad una sfilata di David Fielden è come avere una poltrona a teatro. La solida e ultratrentennale esperienza di questo talentuosissimo designer si esprime ogni volta con uno show, che non lascia mai indifferenti ma appagati. E la presentazione della Bridal Collection 2017, al Superstudiopiù di Via Tortona a Milano, durante la manifestazione Si Sposaitalia Collezioni, ha ancora una volta confermato quanto scritto. Panche disposte a ricreare un anfiteatro di concezione antica, e megaschermo modernissimo, su cui si rincorrono luci, musiche (in un omaggio a Prince), immagini veloci. E’ davvero un romanzo tagliente, edgy romance (come recita la cartella stampa) questa collezione: le modelle sono dapprima ombre dietro lo schermo, avvolte e definite dalle luci, quasi un gioco di ombre cinesi. Poi, appaiono veloci, in abiti romantici ma dal taglio impeccabile e straordinariamente contemporaneo. E sono esposte a fari chirurgici, netti, che scolpiscono tessuti tradizionali destrutturati e reinterpretati. C’è il pizzo, e ce ne è in abbondanza; ci sono balze gipsy, volants o boho chic. Ci sono trasparenze disinvolte, e abiti corti, lievissimi. C’è, sopra tutto, la scelta istituzionale di Fielden verso la semplicità, verso l’essenziale. Un essenziale raffinato, composto, mai sopra le righe: le grandi classiche gonne in tulle si accompagnano a corpini minuti, come se le vestali che le indossano avessero il peplo sconvolto per un attimo da un soffio di vento, il moderno che arriva e che mette equilibrio e misura nella creazione. Ci sono sete scivolate addosso, ricoperte di ricami, abiti decorati come capitelli antichi. E’ una solennità senza fronzoli, quella che Fielden disegna in passerella. Talmente lineare che può interpretare il romantico, tenendolo ben saldo sul presente. Sotto gli abiti, corti o lunghi, questa volta tacchi alti. Moderna, lineare, a volte quasi ascetica, truccata come una creatura lunare, ma sempre donna, questa sposa 2017. “Rem tene, verba sequentur” diceva Catone: “Abbi ben chiaro il concetto, le parole seguiranno”. Ecco, Fielden è tutto qui. (photo: Luca Arnone)

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Amore+Amore-ModaeModo

(di Francesca Fiorentini)

Unioni civili tra persone dello stesso sesso; nessun tema potrebbe essere più attuale ma anche più difficile e delicato. Lungi da me la volontà di esprimere giudizi etici, sociali o politici; semplicemente questo argomento implica una serie di considerazioni che inevitabilmente arrivano a invadere anche il mio campo di competenza: il wedding look.

Detto che si tratta di una questione ancora estranea, nei fatti, al nostro paese, è inevitabile che le immagini di nozze gay che arrivano a noi suscitino alcune curiosità: entrambe le spose optano per l’abito da principessa? Una indossa l’abito bianco e l’altra sceglie un look maschile? E invece due sposi? Potranno sembrare domande bizzarre o che sottintendono una definizione di valore, giusto o sbagliato, ma sono legittime in virtù di un’abitudine centenaria cui è legata la cultura del matrimonio nel nostro paese. Semplice abitudine, che come tale, si potrà adattare con il tempo.

In questa stessa mancanza di direttive, risiede il rischio più alto: potendo indossare ciò che voglio, ho molte più probabilità di sbagliare. D’altro canto, tale libertà riporta al significato affettivo ed emozionale del matrimonio: l’unione di due persone, nella loro unicità, al di là delle convenzioni sociali e delle aspettative altrui. Ma come conciliare libertà espressiva e buon gusto? Rispettando le regole universali dell’eleganza in termini di stile, vestibilità, materiali, proporzioni, cura dei dettagli, colori: valorizzare la fisicità senza tradire eventuali imperfezioni, prediligere la qualità dei tessuti e delle costruzioni, possibilmente sartoriali, mirare all’armonia di stili e tonalità.

In totale assenza di una tradizione nostrana, bisogna guardare all’estero per osservare questa tendenza, che è comunque recente. Purtroppo non è facile trovare, anche nei paesi anglosassoni, esempi riusciti a cui ispirarsi. Limitiamoci dunque a osservare i più illustri.

Il ventennale amore tra Sir Elton John e David Furnish è stato suggellato nel 2014, con gli sposi coordinati, comprese pochette bianche e rosa rossa all’occhiello. Unica differenza nel colletto e nel nodo della cravatta. Gusto personale o funzionale studio delle proporzioni? Confesso incertezza sul colore: le foto ingannano e gli abiti sembrerebbero grigio scuro ma le cravatte? Blu o nere? Per noi italiani non sia mai il nero a un matrimonio. All’estero è spesso consuetudine. Ahimè.

dailymail,co,uk

Medesima teoria per Patrick Harris e David Burtka che nello stesso anno indossavano due smocking firmati Tom Ford. Diverse le rifiniture della giacca e la presenza del gilet ma identici i farfallini, le pochette e le bottoniere. Passiamo la scelta dello smocking, vietato per noi ma diffusissimo soprattutto in territorio americano; quantomeno la cerimonia era serale. Per loro come per Elton e David, non so quanto mi convinca il look duplicato: fa un po’ gemellini il giorno della festa. Non si dica però che non erano impeccabili ed elegantissimi.

gossip,it

Cosa dire delle spose? C’è chi ha scelto il colore, come la Miranda di Sex & the City, Cynthia Nixon, che in lungo e fazzoletti è convolata a nozze con Christine Marinoni, in tre pezzi maschile. Gilet, cravatta, pochette e bottoniera riprendevano il colore dell’abito di Carolina Herrera. L’acconciatura dell’attrice era obbligata per esigenze di copione però, insomma, sul quadro generale si poteva fare decisamente di più. Con meno.

simplyelegant,co,uk

Promuovo invece Ellen Degeneres e Portia De Rossi. Casual la prima, moderna romantica la seconda. Trattandosi di unioni civili, sconsiglierei in linea generale l’abito di volume, a favore di modelli più asciutti e meno principeschi; in questo caso però, la schiena nuda, la scollatura e la totale assenza di decorazioni fanno di questo tulle una scelta sexy e grintosa. D’accordo, la talentuosa attrice e conduttrice, in pantaloni camicia e gilet, avrebbe potuto scegliere un outfit più elegante ma è rimasta assolutamente coerente con la sua personalità forte e disinvolta, oltre che con il suo stile abituale. Lei è così e basta. Inoltre il ricevimento era per pochissimi invitati, sotto il portico di casa.

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Vorrei poter dare indicazioni più precise e specifiche ma la verità è che i consigli di stile sarebbero gli stessi dedicati a una coppia cosiddetta tradizionale. Il buon gusto non ha genere.

(photo equallyweed.com; vanityfair.com; gossip.it; dailymail.co.uk)

Il bijou italiano

(di Francesca Fiorentini)

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Fortunatamente, Milano Moda Donna non vuole dire solo street style, celebrity, selfie, blogger, follower, events, parties… Prima dei social il mondo della moda, con le sue creazioni, rappresentava il sogno proprio perché era inavvicinabile: per i non addetti ai lavori era un’atmosfera, una suggestione che si lasciava immaginare o intravvedere da lontano, su poche riviste patinate o attraverso le vetrine del lusso. Oggi invece uno scatto sembra avere più valore dell’oggetto che ritrae e spesso dimentichiamo da dove arriva tutto quello che è ormai a portata di mano. Senza quella tradizione di abilità, estro e conoscenza tutti italiani, la rete oggi sarebbe molto più povera.

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Per fortuna, dicevamo, ci ha pensato la mostra “L’arte del bijou italiano – Dalla Dolce Vita al Prêt-à-Porter” tenutasi proprio in concomitanza con la settimana della moda, a ricordarci che gli accessori non sono accessori, così come non è mai il prodotto in sé a fare la storia della moda ma tutto ciò che esso rappresenta. Quindi non stupisce che piccoli grandi capolavori di bigiotteria vengano esposti a Palazzo Reale, là dove solitamente ammiriamo opere di inestimabile valore

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Nelle Sale degli Arazzi si sono alternati, divisi per aree tematiche e contestuali, pezzi di Giorgio Armani, Moschino, Gianfranco Ferré, Krizia, Sharra Pagano, tanto per citarne alcuni. Sono stati creati mezzo secolo fa ma molti potrebbero tranquillamente sfilare oggi, per quanto trascendono il tempo. Troviamo analogie con molti bijoux attuali, richiami alla classicità e anticipazioni futuristiche, per cui vi sfido a capire a che epoca appartengono quelli che vedete qui. Chissà se quelli visti sulle passerelle dei giorni scorsi, saranno esposti un giorno, come opere d’arte. Staremo a vedere.

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(foto di Antonella De Lucia)

 

Didi e l’Art Nouveau

(di J. M.)

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Lo ammettiamo: la mostra itinerante di Mucha, partita da Milano e che attualmente ha raggiunto il Palazzo Ducale di Genova con più di 150 opere dell’artista, ci ha entusiasmato e contagiato, con le sue donne bellissime, i fiori, i colori. Della mostra l’architetto De Lucia parlerà in un post speciale dedicato.

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Noi ci siamo divertiti, ed impegnati, complice una modella, Didi, che sembrava uscita direttamente da una delle opere, e le composizioni floreali di Coral- Fiori e Interpretazioni, a rileggere un pò di quello spirito di innovazione, di rinnovamento, di libertà, che l’Art Nouveau ha rappresentato.

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Non possiamo riportarvi il profumo dei lylium o il fruscio dei tessuti, ma vi presentiamo il frutto dell’opera della nostra redazione. Eccolo a voi!

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(foto Luca Arnone- Styling Francesca Fiorentini- Modella: Didi- Bouquet e composizioni floreali Coral- Fiori e Interpretazioni)

 

Peter Langner- Un artigiano della moda

Peter Langner- Un artigiano della moda (di Isabella De Rorre)

Mentre scriviamo, volge al termine la Parigi Fashion Week. Vi partecipa, fra gli altri, lo stilista Peter Langner, che presenta la sua Fall Winter 2016 Couture Collection. Abbiamo avuto modo di conoscere ed incontrare Monsieur Langner nel suo showroom di Via Bigli, a Milano, una settimana prima della partenza per la Francia, durante il Press Day della collezione. La prima cosa che ci ha, felicemente, colpito è stata la sua assoluta e cordiale disponibilità. Peter Langner, che pure vanta una lunga esperienza nell’alta moda, è umile. Non è una star capricciosa, non si arrocca dietro i meravigliosi tessuti con cui crea abiti altrettanto meravigliosi. Non si nega al pubblico di giornalisti, clienti affezionate (e ne comprendiamo bene il motivo!), operatori del settore.

Monsieur Langner accoglie e coltiva una religione della moda antica, che hanno da sempre professato i più grandi couturier: lascia parlare le sue creazioni. Lascia che siano i suoi dettagli, le sue architetture, il modo in cui un tessuto cade perfettamente, quello in cui una pince modella la vita della fortunata che li indosserà, a esprimere passione, artigianalità, dedizione assoluta alla perfezione e a far sì che la forma, esprima anche la sostanza.

_MG_6493Nelle foto, che pubblichiamo per sua gentile concessione, e grazie alla collaborazione della discreta ma altrettanto accogliente Eleonora, sua assistente, ecco chiarito il mistero: Peter Langner è un artigiano della moda.

 

 

_MG_7387Che conosce profondamente tessuti, arte sartoriale, accortezze; che misura tornando e ritornando su dettagli, pieghe, increspature, quella che sarà l’opera finita. Che vive la fatica immane e sublime di dare forma ad un sogno, di inseguire linee, di mutare il destino delle sete. Che ama, possiamo riassumerlo così, quello che fa. Per questo, osiamo un altro termine che è ormai abusato e che perde a volte della sua forza: lavora con passione. E si vede.

 

 

 

_MG_5809Le sue clienti sono giovani ragazze longilinee, ma con le ide chiare su cose sia lo stile e l’eleganza. Donne che possano e sappiano osare colori definiti e volumi inconsueti.

 

 

Che si vogliano sentire a loro agio con abiti senza peso ma talmente ben “costruiti” da comporre geometrie sublimi, adatti ad una serata di gala o a percorrere l’allea di una chiesa. Donne comospolite, vere, moderne ma con un soffio di antico nella memoria.

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Dior coltivava rose, Peter Langner coltiva la gentilezza, nel suo significato più etimologico.  Ci tornano alla mente le parola di Coco Chanel: “Il lusso è libertà. Il lusso è eleganza. Il lusso è l’esatto opposto della volgarità”. Grazie, Monsieur Langner.

(Photo: courtesy of Mr. Peter Langner, Fall Winter 2016 Couture Collection) www.peterlangner.it