Greta Garbo, la fata severa

(di Silvana Soffitta)

Chissà se Mauritz Stiller, attore e regista tra i più noti del cinema muto svedese, amico e pigmalione di Greta Lovisa Gustaffson nel darle il nome d’arte abbia immaginato quanto GARBO si addicesse per sobria eleganza alla divina attrice, mito osannato, a tratti demolito e oggetto di studio di Roland Barthes che analizza il viso della Garbo, algida bellezza esistenziale che eleva la bellezza essenziale. Esistenziale perché intima, sofferta, da “amor cortese” come scrive Barthes dove l’amore e il desiderio sviluppano sentimenti mistici.

Greta Lovisa Gustaffson nasce e vive la prima giovinezza in gravi ristrettezze economiche e già da adolescente fa i conti con quella sua bellezza inquietante che attrae lo sguardo maschile dal quale si sottrae. Il suo linguaggio è muto come i film del tempo e la sua voce in seguito all’avvento del sonoro risulterà sgradevole, inadeguata, di fatto superflua. Sono gli sguardi magnetici, sicuramente studiati a tavolino, poi, che contribuiranno alla carriera e alla nascita del mito Greta Garbo. Nelle rare interviste l’attrice raccontava di essere stata una bambina schiva, timida e di umore instabile. Amava travestirsi, agghindarsi davanti ad uno specchio e inscenare piccole rappresentazioni teatrali, alternando lunghi periodi di solitudine ad altri di piena euforia. Un carattere scontrosa distante anni luce dalla morbosa attenzione che la fama le riserverà.


Raggiunta la notorietà, lo stile Garbo, caratterizzato da un abbigliamento informale, a tratti androgino, con giacche, cravatte e pantaloni accompagnati da basse scarpe stringate, alimenta un’incursione giornalistica insopportabile per una personalità poco incline a svelarsi totalmente perché, un conto è recitare un ruolo, altro mettere a nudo quello che il pudore di sé non consente. Sembra incredibile – oggi – bombardati, nostro malgrado, da un’indigestione di gossip, solo pensare di ritirarsi dalle scene e dalla vita pubblica a 36 anni e per desiderio di calare il silenzio su di sé.

Un abisso di garbo separa la bellezza esistenziale da quella esibita: sì, reale, ma vagamente elegante. Ecco, forse la costruzione di un mito avviene per sottrazione; per l’impossibilità di scavare ancora e ancora nella vita privata di una star. Morbosità per lo più accettata nel nostro tempo di sovraesposizione mediatica che tutto ingoia ed espelle in una ingordigia che farebbe orrore alla misteriosa Garbo.
E cos’è la bellezza, se non il garbo accompagnato dallo stile? La grazia, il linguaggio non verbale, la mimica. Volgere lo sguardo là, in fondo, lontano da sé e allo stesso tempo catalizzare l’attenzione con la sola forza di una voce che vuole essere muta.
Eterea, il viso angelico custodisce due occhi freddi come il Baltico della sua Svezia illuminata dall’ aurora boreale mentre inarca il sopracciglio perfetto in un ovale lievemente squadrato. E labbra ben disegnate pur non carnose, che raramente si schiudono in una sonora risata, regalano un sorriso enigmatico.
Il mistero della sua bellezza sta nell’essere simbolo. Quella sfera che amalgama ciò che è materiale, tangibile e ciò che è sensibile: visibile attraverso la percezione dei sensi e anche oltre, sovrasensibile, al di là del percettibile, dimensione che costruisce il proprio Io. Greta Garbo ha cavalcato il suo essere simbolo di emancipazione edificando, suo malgrado, il racconto inesauribile di sé che si alimenta e s’arricchisce come solo accade per i miti con forte valenza simbolica. Miti che si avvalgono del silenzio, offrendo ad altri, nel tempo che verrà, la narrazione di ciò che sono stati.


Come una fata severa, così la definì Federico Fellini, ammalia, e ammonisce nel contempo mentre ci ricorda l’imperfezione della bellezza che l’uso esclusivo della vista limita ad una visione parziale. Fata severa, incanto di un rigore che vorremmo ritrovare.

Lucia Zanotti- Impegno e Passione

(di Francesca Fiorentini)

Ero sicura che non sarebbe stata una semplice intervista. Ho la fortuna di conoscerla da diversi anni e sapevo perfettamente cosa aspettarmi: un flusso di ricordi e pensieri sparsi, trascinati dallo stesso entusiasmo di sempre. Mi ero preparata le domande ma ne ho fatte ben poche perché le risposte uscivano senza volerlo, tra un risotto zafferano e cacao e un gioiello di cioccolato, nella perfetta cornice di Farage, in via Brera a Milano.

Lucia Zanotti è così: istintiva, intensa e appassionata. Può soffermarsi ad ammirare una sposa, una semplice fotografia o un abito, anche se si tratta della creazione di qualcun altro, con sincero entusiasmo. Lei gode della bellezza, senza invidia o bisogno di competizione. Se le chiedi il perché, risponde così:

“Semplicemente perché mi piace! Non posso evitarlo, vedo qualcosa che ritengo bello e mi emoziono come davanti a un dipinto. Per me gli abiti sono proprio come dei quadri e per questo ho usato tanto colore nelle mie collezioni: amo dipingere e lo facevo anche sui miei modelli, con pennellate di seta colorata, ricami e fiori”.

 

Un’artista innamorata di Dior e fedele alle icone di stile Grace Kelly, Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn. Le sue vere muse però erano le donne reali. La Signora Lucia (incarnazione perfetta della vera Signora), dando vita alle sue collezioni, desiderava creare l’abito perfetto per ogni sposa. Ecco perché proponeva sia abiti minimali che principeschi, romantici e rigorosi. In Atelier Aimée, chiunque poteva trovare il suo abito, perché la stilista non creava secondo il proprio gusto personale o con intento autocelebrativo. Basti pensare che il suo abito da sposa era composto da una tunica avorio su pantaloni marroni, una fascia in seta marrone sui fianchi, collo di volpe avorio (era dicembre) e fiori marroni in testa. Eppure le sue collezioni erano ricche di abiti ampi e romantici. Perché Lucia Zanotti pensava soprattutto alle spose, che mai  ho sentito chiamare “clienti”, nonostante la sua consapevole concretezza e propensione alla vendita. Il suo secondo pensiero andava infatti ai dipendenti dell’azienda. Voleva fatturare per il loro benessere, tanto caro a lei come al marito e presidente di Aimée SpA, il Dot. Matthias Kissing. Quell’adorato Matthias che è sempre al suo fianco per mettere in pratica i suoi sogni, con professionalità e concretezza. Non hanno avuto figli ma una grande famiglia, principalmente formata da donne, che stimavano e coccolavano. Non a caso, nel 2011, Aimée Spa è stata premiata dalla Regione per l’impegno e le politiche intraprese in tema di conciliazione famiglia-lavoro: 150 dipendenti e 50 turni diversi per permettere alle mamme, per esempio, di andare a prendere i figli a scuola o di occuparsi dei genitori anziani. Un’azienda unica nel suo genere, guidata da imprenditori illuminati e sensibili. Le ho chiesto se le venga mai voglia di tornare:

“Lasciare non è stato facile perché Aimée è stata la nostra vita per più di 30 anni. Dopo mesi di riflessioni però abbiamo capito che un cambiamento era necessario per il futuro dell’azienda, che doveva continuare ad avere vita propria e prospera, e dovuto per i nostri tanti dipendenti. Dal primo all’ultimo, stiliste, magazzinieri, impiegate e venditrici, sono stati fondamentali per il nostro successo. Quanti ricordi che mi legano a loro. A pensare di rimetterci piede mi viene un infarto (e lo dice ad occhi chiusi, mettendosi una mano sul cuore n.d.r.) ma prima o poi doveva succedere e adesso è il momento per noi di dedicarci alla famiglia e alla casa. Ci rimane la gioia di aver realizzato tante cose belle”.

 

 

 

 

E orgoglio? Chiedo io.

“Niente orgoglio, solo gioia. L’unica cosa che conta è fare quello che ci piace, con impegno e passione, perché la vita è breve e bisogna rimanere concentrati per non perdere neanche un’occasione per essere felici!”

 

 

 

 

 

Lucia Zanotti onn la nostra Francesca FiorentiniE qui straborda il suo animo sensibile. Le sta davvero a cuore la felicità delle persone. Nel tempo della nostra chiacchierata, mi ha chiesto almeno due volte “Tu stai bene? Sei felice?”. Fa venire voglia di abbracciarla. Credo che il suo successo sia dipeso anche da questa umanità, dal desiderio profondo di rendere bellissima ogni donna e dal rispetto per l’unicità di ognuna. Partita appena ragazzina da un negozietto di abbigliamento, è arrivata a creare più di 5000 modelli e a vestire almeno 250000 spose, facendo dell’allora Atelier Aimée Montenapoleone un punto di riferimento per la sposa Made in Italy. Le sue creazioni si riconoscevano tra mille, anche grazie a campagne pubblicitarie realizzate da fotografi del calibro di Aldo Fallai, per citarne uno, presenti nelle più importanti riviste di settore nazionali e internazionali. Tante le collaborazioni sviluppate negli anni con Gianni Versace, Dolce&Gabbana, Alberta Ferretti, Zuhair Murad e molti altri, che ne hanno riconosciuto la capacità produttiva, il talento creativo e la grande attenzione per la qualità.

Lucia Zanotti ha davvero fatto la differenza nel panorama della moda sposa, con proposte che in passerella sembravano azzardate ma che precorrevano i tempi e interpretavano in anticipo le richieste del mercato. Nessun altro avrebbe potuto unire altrettanto efficacemente romanticismo ed eleganza, tradizione e innovazione. Nessuno ha potuto fermarla, se non lei stessa, quando ha sentito che era arrivato il momento giusto per farlo. Però quello sguardo brilla ancora e sono sicura che ha un nuovo progetto in mente. Noi l’aspettiamo.

 

 

(photo Luca Arnone)

Gipsy Hollywood

(di Antonella Ravaglia)

foto-matrimonio-gipsyLo ammetto: appena ho saputo che il mood del periodo era “gipsy” il mio pensiero è andato diretto agli episodi de Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Gipsy, ovvero il programma televisivo che racconta degli usi e costumi della comunità gitana americana nel preparare nozze, comunioni, anniversari e altre celebrazioni religiose. Insomma, vedendo un paio di puntate vi renderete sicuramente conto di quanto, se in un primo momento possa sembrare una cosa assolutamente stravagante e priva di regole, non è assolutamente così: l’esagerazione portata all’eccesso su ogni particolare si incontra con principi rigidissimi come il divieto di divorziare o di avere rapporti extra-coniugali, l’arrivare illibati al giorno delle nozze per entrambi gli sposi, la cerimonia che si svolge categoricamente la mattina. Tradizioni, quindi, che si tramandano di generazione in generazioni.

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Poi, naturalmente, c’è Hollywood coi suoi film che ci regala uno scorcio sul mondo gitano: Chocolat per esempio che, tra l’altro, è anche uno dei miei film preferiti ed è anche un romanzo. In un piccolo paesino francese arriva Vianne, interpretata da Juliette Binoche, con la figlia Anouk; Vianne apre una cioccolateria durante il digiuno quaresimale e sconvolge totalmente le abitudini dei cittadini, scoprendo piano piano i segreti più nascosti di ciascuno e usando il cioccolato come medicina per qualsiasi male. Tutto questo non fa che rendere Vianne poco simpatica al sacerdote e al sindaco del paese, visto che oltretutto la protagonista non si reca neanche in chiesa ma socializza con un gruppo di nomadi di passaggio, tra cui l’affascinante guida zingari Roux, Johnny Depp. Il vagabondare di Vianne, che alla fine decide di fermarsi nel piccolo paesino francese, l’essere vista come una persona “strana” perché ha abitudini diverse dai cittadini, la predica sulla vera libertà del parroco alla fine del film, sono tutti temi riconducibili ai gitani, nonostante la comunità zingara rappresenti una parte abbastanza marginale.

Esmeralda_transparentAnche se il film è ambientato nel 1959, i temi affrontati sono assolutamente attuali, cosa che si ripete anche nel Gobbo di Notre Dame: sia il film, sia il cartone animato che il romanzo di Victor Hugo, affrontano il tema del diverso e come il popolo gitano è riuscito ad adattarsi nonostante i luoghi ostili nel corso dei secoli, riuscendo comunque sempre a raggiungere un buon livello d’integrazione.
Sicuramente nel film della Disney i temi sono più leggeri e decisamente più adatti ai bambini rispetto al romanzo di Hugo che, come sappiamo si discosta completamente nel finale; nel film d’animazione, però, i colori e i vestiti di Esmeralda mi sembrano più propensi a suscitare un senso di felicità e di amore per la musica e il ballo.

 

 

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L’ultimo film di cui voglio parlarvi è una vera chicca: Gatto Nero Gatto Bianco. Il film è del regista jugoslavo Kusturica ed è pieno di personaggi gitani caratteristici, grotteschi, colmo di allegria, vitalità e divertimento. Forse un po’ troppo legato ai soliti stereotipi, ma sicuramente intelligente e mai noioso, con situazioni imprevedibili come il quartetto di giovani che, dopo varie avventure, approdano a un doppio matrimonio, o gli adulti antagonisti ma complici in loschi traffici o ancora la cocaina portata nel crocifisso.
Caotico e esagerato come un tradizionale matrimonio gipsy, insomma. Se volete passare due ore in allegria questo è un film che non potete perdervi, davvero consigliato.

(photo credit:GATTO NERO GATTO BIANCO http://www.cct-seecity.com/2016/05/gipsy-film-ovvero-gatto-nero-gatto-bianco/ESMERALDA http://disney.wikia.com/wiki/EsmeraldaCHOCOLAT https://it.pinterest.com/pin/267682771571713929/IL MIO GROSSO GRASSO GIPSY http://matrimonio.pourfemme.it/articolo/matrimonio-gipsy-cos-e-e-come-si-svolge-foto/13001/)

Barbie The Icon

Barbie The Icon (di Nadia Carraro)

14Barbie The Icon: nel linguaggio dei semiologi, il termine “icona” si riferisce a un messaggio affidato all’ immagine.

Qual è il messaggio che porta con sè Barbara Millicent Roberts da ben 56 anni?

DSC_0136“Barbie rappresenta una donna sicura di sè e indipendente, con una straordinaria capacità di divertirsi restando sempre e comunque affascinante”: cosa ha spinto Diane Von Fürstenberg a ritrarre in questo modo una semplice bambola di plastica, un prodotto industriale realizzato in serie?
DSC_0133Barbie ha superato i confini del banale giocattolo fino a diventare un modello di vita.

E’ una ragazza sempre alla moda: ha stile, osserva e studia, attenta, ogni tendenza.

E’ ambiziosa e determinata: qualunque obiettivo, qualunque carriera, per Barbie non saranno mai irrealizzabili.

DSC_0125E’ una donna forte e indipendente, ma anche appassionata e mai sola. Quante volte abbiamo costruito assieme a lei, nelle nostre camerette, quel mondo perfetto, eppure allo stesso tempo profondamente umano, fatto del calore di una casa, della propria famiglia, di rapporti e di amicizie?
DSC_0250Sì: Barbie, nei nostri pomeriggi di gioco, usciva, incontrava persone, viaggiava per il mondo e intrecciava ogni giorno nuovi legami, sempre pronta allo scambio di informazioni e di conoscenze.

Non a caso la mostra che racconta la sua vita si trova nel Museo delle Culture di Milano.

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Riprodotta in cinquanta nazioni diverse, la ritroviamo mentre indossa un prezioso kimono, impegnata in danze caraibiche su bianche spiagge esotiche, o ancora avvolta in pesanti vesti degne di una principessa di una lontana terra del nord.
DSC_0060E’ stata e continuerà ad essere un’ eroina: assume le fattezze di tutte quelle personalità forti, dinamiche e intelligenti che hanno lasciato un segno nella storia.
Dalla regina Elisabetta I d’ Inghilterra a Audrey Hepburn, Barbie ci guarda attraverso i suoi grandi occhi limpidi e ci trasmette il messaggio di una donna che vive davvero e che lotta per affermare se stessa nel mondo.

 

Very Important Trees: la moda incontra il Natale

Very Important Trees: la moda incontra il Natale (di Antonella Ravaglia)

Aroma di cannella e arancio nell’aria, cappellini rossi e bianchi, frenesia, regali, bancarelle, luci calde e decorazioni; non c’è alcun dubbio, Natale è alle porte. Molti angoli delle città sono invasi da decorazioni, addobbi e alberi più o meno grandi che cambiano completamente l’aspetto delle vie, regalando un tocco magico e unico.
In questo periodo dove lo sfarzo e il lusso la fanno un po’ da padrone, non possono mancare la moda e i grandi marchi e gli stilisti a metterci il proprio zampino, creando quasi delle competizioni per le decorazioni o gli addobbi più belli, non solo nei negozi, ma cercando di accaparrarsi anche spazi dove allestire fantastici alberi.
Come non ricordarsi, ad esempio, del Natale 2010 quando in Piazza Duomo a Milano, Tiffany aveva allestito un abete naturale alto 48 metri: centomila luci bianche illuminarono per qualche giorno il capoluogo lombardo, sotto il grande albero un’elegante e inconfondibile Tiffany Blu Box ospitava un negozio dove si poteva acquistare una selezione di prodotti dell’azienda newyorkese.

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(photo: milanurbanfashion.blogspot.it)
Quest’anno invece, sempre a Milano, una piacevole sorpresa l’ha regalata Swarovski che ha donato uno scintillante e bellissimo albero di 12 metri posto al centro della Galleria Vittorio Emanuele, proprio sotto la cupola che per Natale viene decorata con mille luci blu. Alla base dell’albero, un’insolita mostra-installazione con trenta maxi scatole blu: all’interno della mostra una campanella in cristallo in edizione limitata avrà un posto d’onore per una iniziativa benefica. L’abete è decorato con 10mila ornamenti, tra cui più di mille stelle di Natale e nastri d’argento, illuminato da 36mila luci e, in cima, al posto del puntale classico, una stella imponente, che crea uno spettacolo davvero suggestivo.

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(photo: Repubblica.it)

Se invece siete a Roma, presso l’Hotel de Russie, si può ammirare l’albero di Natale firmato Fendi. Su di una piattaforma d’oro con dei pacchi di natale luccicanti, è stato creato questo albero di nove metri con le lampadine FENDI ID-ea, simbolo della creatività della Maison; i classici colori oro, rosso e argento illuminano il cuore della capitale creando un effetto davvero unico.

ROMA, ITALIA - 9 DICEMBRE 2015: Albero di Natale Fendi all'Hotel De Russie a Roma il 9 dicembre 2015.
ROMA, ITALIA – 9 DICEMBRE 2015: Albero di Natale Fendi all’Hotel De Russie a Roma il 9 dicembre 2015.

(photo: styleandfashion.blogosfere.it)
Il CEO di Burberry, Christopher Bailey, invece quest’anno ha addobbato l’abete del Claridge, hotel in stile art deco, con camere d’epoca di lusso e che è il punto di riferimento di tutti i londinesi durante le festività.
Più di cento ombrelli di colore oro e argento riflettono la tipica stagione britannica, con un gioco di luci e ombre che rispecchia la svolta innovativa di Burberry, ovvero l’introduzione della tecnologia nella moda attraverso sensori di movimento che attivano la rotazione di alcuni ombrelli.

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(photo: claridges.co.uk)

La donna femminile e romantica di Dior

(di Antonella Ravaglia)

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Il 2014 è volto al termine annoverando fra gli eventi da ricordare anche la morte di uno dei più famosi e geniali stilisti di tutti i tempi. Più precisamente, era il 23 ottobre, quando 57 anni fa moriva a Montecatini Christian Dior, stilista e imprenditore francese che riuscì nell’impresa di ridare valore e prestigio internazionale alla moda parigina, dopo il grande vuoto della Seconda Guerra Mondiale.

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Secondo di cinque figli e appassionato d’arte, nasce in Francia a Granville, il 21 gennaio del 1905, iniziando poi a vent’anni gli studi in scienze politiche; nel 1928 decide di seguire il suo istinto e apre una galleria d’arte a Parigi che accoglierà anche opere di Picasso e Braque e che diventerà presto molto importante nel panorama artistico. A causa del tracollo finanziario della famiglia è però costretto a chiudere la galleria e, dal 1937 al 1939 fa la sua prima comparsa nel mondo della moda, cominciando a lavorare con lo stilita Robert Piguet, finchè non viene chiamato al servizio militare nel sud della Francia. Nel 1940 torna a Parigi, dove due anni dopo comincia a lavorare nella casa di moda di Lucien Lelong.

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Ma è solo nel ’46 che finalmente Dior riesce ad aprire un suo atelier a Parigi e, da lì, guida la rivoluzione della moda degli anni Quaranta, introducendo uno stile e un’idea di femminilità completamente nuovi. Ispirato dai vestiti che indossava la madre alla fine dell’Ottocento, Dior crea la sua prima collezione “Ligne Corolle” ribattezzata poi in tutto il mondo col nome di “New Look” , con nuove linee, volumi e lunghezze; busto sagomato e aderente, la famosa guepiére, vita stretta con gonne a campana, spalle morbide e rotonde, tessuti raffinati e costosi. La donna di Dior acquista sempre più eleganza e fascino prediligendo il lusso e la classe, spesso a discapito del comfort, ma facendo del romanticismo e della femminilità un requisito indispensabile. Primo fra tutti, inoltre, ad abbinare sistematicamente gli accessori ai vestiti, Dior non è comunque esente da critiche e spesso contrappposto a Coco Chanel, che contrariamente a lui fece della libertà di stile il suo punto forte; per questo l’ultima collezione dello stilista, “Mughetto” del 1954, è più leggera e giovanile, ma irrimediabilmente e in modo sublime, chic.

(Immagini www.thedress.it; www.stile.it; kobietyiihistoria.blogspot.it; www.fashionblog.it)

Salvatore Ferragamo: Le scarpe di Hollywood

 

Salvatore Ferragamo: Le scarpe di Hollywood

(di Antonella Ravaglia)

L’ultimo trend di Hollywood è, senza dubbio, la trasposizione dei grandi classici d’animazione in carne e ossa; se osserviamo però bene questi film, salta subito all’occhio un fatto interessante, e cioè che i personaggi antagonisti delle eroine sono delle vere e proprie dive in confronto alla protagonista del film!
Le bellissime Julia Roberts e Charlize Theron nei panni della strega di Biancaneve, Angelina Jolie diventa Malefica e ultima, solo in ordine di apparizione, Cate Blanchett nel ruolo della Matrigna di Cenerentola.
Come sempre elegantissima e dallo sguardo magnetico, Cate Blanchett è riuscita a rendersi temutissima, invidiosa, antipatica ma assolutamente di classe in ogni suo movimento e, giustamente, chi altri avrebbe potuto, se non il “Calzolaio delle Stelle” firmare ogni suo passo sulle scene?
Salvatore Ferragamo nasce in provincia di Avellino a Bonito, nel 1898. Fin da piccolo sa di voler fare il calzolaio e a soli 13 anni apre il suo primo negozio dove produce scarpe su misura per le signore del posto. La vera fortuna arriva nel 1914, quando decide di raggiungere il fratello negli USA, prima a Boston e poi in California, proprio dove stava fiorendo l’industria del cinema, e dove apre una bottega di riparazione e fabbricazione di scarpe su misura. Inizia anche a studiare anatomia del piede nell’Università della California per trovare il binomio perfetto tra estetica e comodità.
Nel 1923 apre il suo primo negozio a Hollywood: il successo è tale da non riuscire a far fronte alla ordinazioni e gli vale il nome di “Calzolaio elle Stelle” . Nel 1927 decide di tornare in Italia, a Firenze e un anno più tardi da vita alla sua azienda e nel ‘38 acquista palazzo Spini che ancora oggi fa parte del gruppo.
Moda e cultura sono sempre strettamente legate tra loro, infatti durante tutta la sua carriera Ferragamo trova continuamente spunti e collaborazioni negli artisti più importanti, come la pubblicità realizzata dal pittore tardo-futurista Lucio Venna. Originali nel design, le sue calzature sono un continuo studio su modelli, materiali, risultando a volte persino in anticipo rispetto ai tempi: abbinamenti cromatici sorprendenti, materiali inconsueti e decorazioni fanno della scarpa una vera opera d’arte. Da citare la più celebre invenzione di Ferragamo, la zeppa, che nasce nel 1937 col fine di essere soprattutto funzionale, sopraelevare il tallone per dare a tutto il piede un approccio stabile.
Ferragamo muore nel 1960 a Firenze, lasciando alla guida dell’azienda sua moglie Wanda e i suoi figli che continuano a portare l’eleganza ai piedi di milioni di donne in tutto il mondo.

(photo credits: Fashion News Magazine, Look da Vip. Museum in Florence)

La giovinezza

C’E’ UNA SOLA GRANDE MODA: LA GIOVINEZZA. (di Antonella Ravaglia)

Così scriveva Leo Longanesi e, obiettivamente, non si può dargli torto: tutti la ricordano, tutti la rivorrebbero, tutti cercano metodi, creme, sieri per apparire come una volta. Fin’ora, a memoria, solo una persona ha ingannato il tempo e fa parte di un film hollywoodiano uscito poco tempo fa, Blacke Lively in “Adaline, l’eterna giovinezza”. Come potete intuire, è la storia di una ragazza che, dopo i 29 anni non invecchia più (il sogno di ognuna di noi dunque) e trascorre 100 anni a indossare vestiti meravigliosi perché, ovviamente, è anche ricca, oltre che bellissima e dotata di uno charme e di un fisico invidiabile.
E in 100 anni cosa avrebbe potuto fare se non riempirsi l’armadio di vestiti firmati Gucci?
Guccio Gucci nasce a Firenze nel 1881 e trascorre la sua giovinezza lavorando per l’hotel Savoy di Londra, dove apprende il gusto raffinato dei nobili inglesi.
Simbolo del successo, della ripresa economica italiana, nel 1921, Gucci fonda proprio a Firenze un’azienda specializzata nella lavorazione della pelle; sin dall’inizio, il suo stile ricercato, viene apprezzato soprattutto da una clientela di alto livello, amante dei prodotti realizzati dai migliori artigiani toscani.
In pochi anni, il marchio raggiunge una fama internazionale, tanto che nel 1938 vengono aperti altri negozi in Italia, Roma e Milano, per poi approdare nel 1945 anche oltreoceano a New York, diventando un punto di riferimento per la moda donna.
Il famoso nastrino verde/roso/verde, trae origine da una cinghia della sella di un cavallo: l’equitazione era una grande passione di Gucci, tanto che da questo mondo ne derivano anche i motivi del morsetto e della staffa. Il logo con la doppia G, invece, risale alla metà degli anni ’60 e simboleggia le iniziali del fondatore.
Negli anni ’40, in seguito alla carenza di materiali dovuta al regime fascista, Gucci comincia ad utilizzare altri materiali per gli accessori, lino, canapa, juta e soprattutto bambù.
Durante gli anni ’60 il marchio vive uno dei momenti più floridi e luminosi, grazie anche a molti personaggi famosi che scelgono di apparire in pubblico con indosso gli ultimi modelli della maison. Impossibile, tra tutte le borse iconiche non ricordarne una su tutte, “Jackie O”, indossata spesso da Jackie Kennedy Onassis e Flora, foulard con logo creato appositamente da Gucci per la bellissima Grace Kelly.
Dopo 90 anni dall’apertura del primo negozio, oggi Gucci è uno dei marchi più apprezzati e importanti, con 345 boutiques situate nelle strade della moda di tutto il mondo.

(photo credits: Verde Menta Blog, Una Donna.it)