Sussiebiribissi: di come dare forma (preziosa) alla sostanza

(di Isabella De Rorre)

Incontro Antonio Di Meglio, anima di Sussiebiribissi,  in una mattina al confine con la primavera; come spesso succede di questi tempi, finalmente abbiniamo entrambi all’immagine virtuale dei social una voce e un carattere.  E da subito, dall’affabilità e soprattutto dal mondo di pensare, riconosco in questo designer la coerenza di quando forma e sostanza coincidono. Senese di nascita, approda a Milano dopo essere stato cittadino del mondo, aver studiato Antropologia Culturale (e questo è un primo tassello, penso fra me e me, di quell’equilibrio dicevo fra forma e sostanza) e aver arricchito il suo curriculum vitae di esperienza. Perchè Antonio di Di Meglio non improvvisa nulla, soprattutto non s’improvvisa ma percorre una via di vita e professionale che lo porterà a realizzarsi. Tutto parte dalla gestione di un negozio di bijoux e semipreziosi, in Via Monti, 28 a Milano, e dalla richiesta di abbinare le sue creazioni agli abiti di una designer. Da qui, comincia un’avventura, che alla fine coincide ancora una volta con un progetto di vita: una notte arriva in sogno l’idea di destrutturare e ridare vita allo scheletro di un lampadario chandelier, e di decorarlo completamente di collane e orecchini.  E’ un successo: il pezzo unico viene venduto e la strada, trovata. Ci vogliono studio e misura e passione: elementi che sono nel DNA di Antonio Di Meglio, e che come per magia nei primi tre mesi sono anche strumento per partire. E in questo periodo iniziale, trovata la strada, chi cammina con lui interviene per aiutarlo, per spianare l’organizzazione del quotidiano.

Quando forma e sostanza coincidono, insisto io, allora tutto trova la misura e la dimensione per portare a compimento i progetti. Arriva Maison&Objet a Parigi, e il progetto piace al punto che questi chandelier insoliti e curatissimi vengono esposti a fianco dello stand Baccarat. Sono oggetti preziosi, certo: niente perline, ma perle e pietre semipreziose. Ore e ore di progettazione e lavoro manuale, prove e ancora prove. L’apparenza è semplice, quasi giocosa, e il fine unico: dare a chi voglia circondarsi di bellezza modo di farlo, senza apparire, senza farsi notare.

 

 

 

 

Chiedo come si sviluppa la fase creativa. C’è un sopralluogo iniziale, a casa del committente, con il quale si ragiona su desiderata ed esigenze. C’è una fase di proposta, che comprende anche lo studio della futura forma e dimensione, e c’è la selezione delle pietre. Una volta realizzato il primo spicchio dello chandelier, e sottoposto al vaglio del committente, dopo l’appprovazione l’opera viene completata e prende definitivamente forma. Il target di clientela è molto trasversale, anche se composto in prevalenza da donne, di ogni età.  La componente che unisce il designer al cliente è l’umanità. Antonio Di Meglio me lo dice con consapevolezza e soddisfazione: non potrebbe essere diversamente, dal momento che questi lampadari sono nati e proseguono come progetto lavorativo, ma di vita.

 

 

 

 

 

 

La produzione, partita da soli pezzi unici, si instrada verso una razionalizzazione ed un catalogo, comunque personalizzabile ma che comprende modelli su cui poi intervenire con la scelta di colori e pietre. I professionisti con cui Antonio Di Meglio collabora più strettamente sono per la maggior parte arredatori, decoratori di interni, architetti spesso stranieri, ultimamente spagnoli ed ucraini.

 

 

 

 

 

 

Un altro progetto importante è quello condiviso con un ristorante di Londra, i cui proprietari vengono in italia ad incontrare il designer, e in poche ore gli commissionano degli chandelier per le sale. E un sogno nel cassetto, che scommettiamo sarà presto realizzato, è quello di progettare e creare meravigliosi lampadari gioiello per un albergo, meglio un resort, di altissimo livello.

 

 

 

 

 

 

Antonio Di Meglio collabora anche con Wedding Designer e allestitori per creare atmosfere magiche e raffinatissime durante matrimoni ed eventi.

 

 

Dicevo di una sostanziale coincidenza di forma e sostanza, perchè il progetto lavorativo è progetto di vita e prevede il trasferimento di tutta l’attività in un buen retiro sulle prime colline Piacentine, dove esiste già un laboratorio ampio ed attrezzato e dove poter far correre lo sguardo sulla natura alla ricerca di ogni ispirazione. Questa partenza quasi per gioco, che non era nei programmi l’inizio del viaggio ma che lo è diventata con tutta la forza delle cose belle e grandi e commoventi per la loro determinazione, traspare da ogni parola, come dicevo, da ogni gesto compiuto da Antonio Di Meglio durante la chiacchierata. E i suoi lampadari lo raccontano ancora e sempre: hanno la fragilità delle cose belle, cui si deve riservare ogni cura perchè preziose e fragili, ma non effimere. E la forza antica di quello che conta davvero: una struttura portante che regge spesso molto peso, e fatica, ma che dura e si mantiene per questo sublime equilibrio.

E’ una chiacchierata, quella con questo designer, che concludo a malincuore. Quando parli con persone vere, provi la confortevole sensazione che la persona che hai di fronte abbia svelato di sè molto più di quello che traspare dalle parole dette.

Se siete curiosi di conoscere Antonio Di Meglio e di vedere dal vivo i suoi meravigliosi chandelier, vi invito a visitare la sua installazione “Caotici Dettagli” nelle sale prova del Teatro Libero di Via Savona a Milano, da oggi 4 aprile fino a domenica 9, in occasione del Fuorisalone durante la Milano Design Week 2017.

Sussiebiribissi.com – Via Vincenzo Monti, 28

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Re-design per Maria Antonietta

(di Antonella de Lucia, Architetto)

Lo stile che si diffuse durante il regno di Luigi XVI può essere inteso come una prima fase del gusto neoclassico, alla cui formazione contribuì la riscoperta dell’arte classica nato già nel periodo di Luigi XV sulla spinta delle scoperte delle città romane di Ercolano e di Pompei. La ricercata eleganza di talune espressioni delle arti decorative francesi sfuggì tuttavia alla sobrietà del modello classico. Nel campo del mobile e dell’arredamento, più che trasformazioni di sostanza si ebbero variazioni stilistiche di forme e motivi del passato. Il recupero dell’antico, interpretato dal gusto settecentesco, sfociò in una sorta di eclettismo e di ambigua convivenza soprattutto tra forme neoclassiche e motivi decorativi rococò.

Maria Antonietta , sposa austriaca di Luigi XVI, amava poco lo stile sfarzoso imposto a corte e per questo motivo al “Petit Trianon”, palazzetto di sua proprietà, manifestò la sua predilezione per il Neoclassicismo: le forme degli arredi sono semplici e nelle stanze prevalgono i motivi floreali, il bianco e i colori pastello. Di gusto tipicamente classico è anche il “Tempietto dell’amore”, posto nei giardini attigui, una replica di un tempio pagano a dodici colonne corinzie, al cui centro è posta una mirabile statua di Eros.

 

 

Ma oggi è possibile creare mobili di design reinterpretando stili del passato?

Alcuni designers ci ha provato ,ma i risultati che ne sono scaturiti riuscirebbero a soddisfare il gusto di un re dei giorni nostri? E una regina così attenta alle mode come Maria Antonietta si sarebbe fatta affascinare da queste contaminazioni stilistiche?

Ecco allora una selezione di arredi RE- Design che ripropongono un falso in stile ( rococò e barocco) , ma con uno spirito provocatorio e postmoderno, multicolor , vivace ed ironico; prodotti con materiali diversi e innovativi riescono a ringiovanire e rendere accessibile a tutti un oggetto che nel settecento era esclusivamente destinato all’elite aristocratica.

La poltrona Proust di Alessandro Mendini, prodotta da Cappellini, è l’esempio più eclatante di RE-Design italiano ; realizzata nel 1978 ha la particolarità di essere rivestita con un tessuto stile puntinista alla Paul Signac. Ne esiste anche una versione geometrica del 1993 che ne conserva le forme rinnovandone l’immagine estetica.

 

 

 

Anche la Queen of love di Moro e Pigatti per SLIDE Design è una poltrona che ripercorre le orme del barocco. Prodotta dal 2009 ha la particolarità, oltre alla vasta gamma di colori, di essere realizzata interamente in polietilene con il vantaggio di essere lavabile e adatta per l’esterno.

 

 

 

 

Ma le sedute RE-Design non finiscono qui: non si può certamente dimenticare nella nostra ricerca la confortevole poltroncina , con braccioli o senza, Luigi Ghost in policarbonato trasparente e colorato dal design Luigi XV, prodotta da Kartell e disegnata da Philippe Starck.

 

 

 

 

 

Per ultima, ma non per difetto di bellezza , ecco Shadowy, chaise longue di Tord Boontje realizzata nel 2009 per Moroso. La strutture in acciaio verniciato e rivestita con intrecci colorati ottenuti dalla lavorazione manuale di fili di polietilene presenta un design fresco e originale con un tocco d’Africa.

 

 

 

 

 

 

 

Non è possibile non segnalare, infine, la linea di cassettoni The Trip Cartoon di Seletti , con 2 o 3 cassetti, realizzati in mdf bianco, ma soprattutto serigrafati a mano con disegni e fantasie da catalogo o personalizzati.

Lo sguardo romantico di Vivian Maier

(di Nadia Carraro)

“Mary Poppins with a camera”: così amano definire Vivian Maier, la tata che, a partire dagli anni quaranta, non ha passato un solo giorno senza scattare fotografie ritraendo l’ America di almeno quattro decenni.

 

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Vivian ha voluto incarnare per scelta la figura dell’ artista incompreso e sconosciuto: ha continuato a custodire con gelosia i suoi scatti e a condurre una vita assolutamente modesta come bambinaia al servizio di famiglie di Chicago e New York.

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Trascorre gli ultimi anni nella quasi assoluta povertà, tanto da vedere i propri beni espropriati  per l’ incapacità di pagare l’ affitto: ma sarà proprio questo avvenimento a far scoprire l’ arte di Vivian Maier, grazie ad un giovane di Chicago che acquisterà ad un’ asta lo scatolone contenente, insieme ai cappelli e ai vestiti della Maier, diecimila negativi di inestimabile valore.

Audrey Hepburn at the Chicago premiere of "My Fair Lady" at the RKO Palace Theater. October 23, 1964
Audrey Hepburn at the Chicago premiere of “My Fair Lady” at the RKO Palace Theater. October 23, 1964

Ma cosa ha reso lo sguardo di questa fotografa così speciale da portare i suoi scatti in mostra in tutto il mondo?

La personalità di Vivian Maier è talmente forte che, non riuscendo ad esprimersi completamente nella vita modesta di bambinaia, si manifesta nei ritratti scattati per le strade delle metropoli americane: ritratti che diventano dei dipinti espressionisti in cui troviamo una grande empatia, una forte vicinanza nei confronti dei soggetti immortalati.

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Lo sguardo di Vivian non è distante e indifferente, ma si immerge nel soggetto e lo racconta con un tono sempre ironico e leggero, mai crudo o eccessivamente critico.

1959, France
1959, France

Osservando i suoi ritratti si nota anche un interesse quasi “cinematografico”: fotografa i cittadini con lo scopo di dar loro l’ aspetto di attori, quasi dilettandosi nel cercare persone ben vestite da immortalare.

January 9, 1957, Florida
January 9, 1957, Florida

Questa sua raffinatezza estetica ha fatto nascere uno stile che, secondo i critici, è caratterizzato dalla tendenza a “romanzare” la realtà, che la allontana dagli sguardi più critici e di denuncia sociale che hanno caratterizzato altri fotografi del tempo.

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La dimensione romantica delle opere della Maier è tuttavia accompagnata ed arricchita da una tecnica perfetta, delineando i tratti dello stile unico della fotografa: nei suoi scatti incontriamo spesso dei close-up su parti del corpo, lo sfruttare superfici riflettenti, i giochi di prospettive e un sapiente utilizzo di linee e texture.

September 18, 1962
September 18, 1962

L’ istinto e la spontaneità, uniti all’ eccellenza tecnica, fanno dunque di Vivian Maier una delle migliori “street portrait maker” della storia.

May 16, 1957. Chicago, IL
May 16, 1957. Chicago, IL

Possiamo ora affermare che lo stile di Vivian è del tutto attuale e applicabile nella fotografia all’ interno del nostro settore?

July 27, 1954, New York, NY
July 27, 1954, New York, NY

Il suo occhio è acuto ed intelligente, la spontaneità dei suoi scatti riesce a comunicare e ad avvicinarsi al soggetto, alla sostanza: lo sguardo è romantico e ritrae qualsiasi individuo come una star da palcoscenico, senza tuttavia alterarne la personalità e operando sempre una descrizione fedele e dettagliata.

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FONTI:

“VIVIAN MAIER: Street Photographer”, Photographs by Vivian Maier, Edited by John Maloof, Text by Geoff Dyer

Vivian Maier Website

L’ultima frontiera del rendering

L’ultima frontiera del rendering (di Nadia Carraro)

La tecnologia e i nuovi programmi di rendering per il design non sono solo “freddi” strumenti di progettazione, ma costituiscono un supporto validissimo alla creazione di un layout scenografico per qualsiasi evento. Vediamo come.

3ds Max è un software che permette di lavorare nel campo della computer grafica 3D al fine di realizzare rendering fotorealistici; utilizzato da architetti e designer, ma anche da studi che si occupano di animazioni, si può considerare uno dei migliori programmi in commercio per la creazione di modelli tridimensionali.
Per noi è fondamentale capire in che modo tale programma può integrare e valorizzare la nostra produzione artistica, nel momento in cui vogliamo visualizzare una nostra idea di progetto per un allestimento.

Per farlo, proveremo a ripercorrere velocemente alcuni dei passaggi fondamentali della realizzazione di un’ immagine di render, ovvero gli aspetti che riguardano i materiali e le luci: sappiamo, infatti, quanto siano in grado di condizionare sensibilmente la percezione di uno spazio.

3ds Max permette di visualizzare una riproduzione fedele di qualsiasi finitura da noi scelta: possiede una vastissima libreria di materiali, con impostazioni predefinite e regolabili manualmente per ottenere la trasparenza, il colore o la texture che caratterizzano i materiali del nostro progetto. Ma è soprattutto la luce a giocare un ruolo fondamentale negli allestimenti: un’ illuminazione ben progettata è in grado di decretare da sola la riuscita o meno di un evento. Un progettista ha a che fare con una serie di fattori che influenzano la qualità della luce in uno spazio: la tipologia di sorgente, che può essere naturale o artificiale (e nel caso, la tecnologia delle lampade utilizzate), o frutto dell’ integrazione di entrambe le tipologie; la direzionalità della luce; il colore e l’ intensità.

Supponiamo ora di dover realizzare delle viste di un allestimento esterno al tramonto, dove avremo quindi una debole e calda luce crepuscolare; il programma, grazie ad un particolare sistema di luci detto Daylight, permette di visualizzare la nostra location in qualsiasi momento della giornata, permettondo in questo modo di osservare come cambia l’atmosfera al variare dell’ inclinazione dei raggi solari.
Consideriamo invece la luce artificiale: la facciata dell’ edificio viene sottolineata da faretti utilizzati per l’ illuminazione di dettagli architettonici e selezionati da catalogo.
La luce delle candele è invece realizzata posizionando manualmente i punti luce e modificandone l’ intensità luminosa e la temperatura di colore per ottenere un effetto il più possibile simile alla reale luce di una candela.

Ora, per passare da un modello 3d ad un’ immagine bidimensionale, dobbiamo scegliere i punti di vista dai quali vogliamo realizzare i rendering: il software prevede l’ inserimento nella scena di vere e proprie telecamere, le cui inquadrature possono essere regolate permettendoci di individuare le viste che a nostro parere valorizzano l’ allestimento.

Il passaggio finale consiste nello stabilire la qualità dei render che vogliamo ottenere: innanzitutto, le dimensioni e la risoluzione delle immagini, ma anche la precisione nella realizzazione delle finiture materiche, della luce indiretta e delle ombre.

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Osserviamo adesso il risultato ottenuto: il vantaggio che ci da 3ds Max è, in questo caso, quello di riuscire a mostrare la particolare atmosfera che il nostro allestimento andrebbe a creare di sera nella location: nel momento in cui andremo a presentare la nostra idea al cliente, saremo quindi in grado di offrire, oltre a schizzi che descrivono gli oggetti inseriti e la loro collocazione nello spazio, anche un’ immagine evocativa delle sensazioni che vogliamo produrre con il nostro intervento.

dettaglio finito