Gabriella Giuriato, “Variazioni Geometriche”

A volte, i luoghi in cui nasciamo, determinano in parte o in tutto, il nostro destino.

Dischi 2007 diam 22

Gabriella Giuriato, “pittoscultrice” come è stata e ama definirsi, è come Venezia, città in cui è nata, vive e lavora: piena di sfumature, complessa, ricca.

La sensibilità all’arte di Gabriella Giuriato è forgiata e affinata fin dagli anni ’90 con lo studio della tecnica  del collage, che caratterizza molte delle sue opere, del colore, dell’arte e delle tecniche miste.

Questa splendida complessità, l’artista la esprime attraverso sculture sferiche, di legno o cartapesta, lavorate con la tecnica che ha subito fatto sua, quella del collage, e che meglio esprime la produzione artistica.

Le sfere sono fisicizzazione dello stile geometrico, e icone di eternità e perfezione assolute. Dentro di loro, si raccolgono e rincorrono varie storie o figure geometriche ad armonizzare l’insieme.

Grande attenzione è data ai colori e al loro significato simbolico: così forma geometrica e tonalità cromatiche vivono e respirano insieme. Così, forma e sostanza si allineano e completano.

La tecnica collage è il campo di prova ed il punto di espressione della sua arte; ma non basta.

Si apre allo studio e alla pratica del lavoro grafico che si svolge presso l’Atelier Aperto, scuola e laboratorio del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, seguita dall’artista Nicola Sene, che la  definirà “pittoscultrice, collagista e grafico”.

Dal 2010 aderisce alle varie iniziative a carattere nazionale e internazionale che Atelier Aperto propone, quali: “Il libro della Notte” un libro collettivo che raccoglie 110 artisti uniti insieme a formare un leporello lungo 66 metri, stampato in soli 3 esemplari che gireranno il mondo; una copia verrà poi donata alla Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

Nel 2014 l’iniziativa viene riproposta con il tema “Metropolis”, avendo la straordinaria adesione di 303 artisti, anche qui a formare un lungo libro che gira il mondo. Edito lo stesso in tre copie, una delle quali viene accolta alla Biblioteca Nazionale Marciana con una memorabile mostra (Gennaio-Febbraio 2017) che esibiscono anche le edizioni d’arte del Centro Internazionale della Grafica di Venezia; tra queste, il suo libro d’artista “Donna nella metropoli” ora ivi conservato.

Entra a far parte del gruppo degli artisti dell’Atelier Aperto nel 2014.

Nel 2014 sperimenta l’utilizzo del vetro, che riflette le tradizioni della sua Venezia, per creare varie opere, una delle quali viene esposta nel 2016 in occasione dell’Art Show of International  ad Osaka, Giappone. Nel 2016-2017 altre due opere in occasione della mostra Murano oggi – Emozioni di Vetro, vengono esposte presso il Museo del Vetro Murano (VE).

Nel 2016 è uno degli artisti che partecipa all’invito dello Studio Constellations, nel Nebraska, di realizzare un‘opera che andrà a comporre un libro d’artista, sul tema “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Nel 2012 entra a far parte del gruppo degli artisti de l’Association Internationale  des  arts  plastiques Monégasque  après de l’A.I.A.P., Unesco.

L’attività espositiva dell’artista veneziana, ha toccato, con personali e collettive, città italiane ed estere.

Dal 1 al 14 giugno 2019, la mostra “Variazioni Geometriche” di Gabriella Giuriato, presentazione  Silvio Fuso,  sarà esposta presso la Galleria delle Cornici, Lido di Venezia.

L’inaugurazione avrà luogo il 1 giugno alle 18,30.

Impossibile perdere l’occasione di visitare la mostra, e conoscere, attraverso le sue opere, questa artista sensibile e allo stesso tempo pragmatica, come le forme geometriche che ama.

Galleria delle Cornici, Via Sandro Gallo 49, 30126 Lido di Venezia

www.gabriellagiu.it

Japan Mood

(di Antonella De Lucia)

Il Giappone, paese lontano e perciò pervaso di mistero, è sempre riuscito ad esercitare un’attrazione straordinaria su tutti coloro che hanno avuto la fortuna di visitarlo. Il dualismo tra spiritualità e materialismo, tradizione ed innovazione ha contribuito nei secoli ad alimentarne il fascino.

Per l’antica tradizione giapponese non vi è un dio che ha creato la natura, ma il divino nasce con l’universo ed è per questo motivo che l’amore per tutto ciò che è naturale caratterizza la realizzazione delle loro abitazioni e degli oggetti d’arredo o di uso quotidiano.

Ogni casa giapponese si fonda sul forte legame con la natura: la semplice disposizione degli ambienti interni, la leggerezza delle pareti, l’utilizzo di pannelli scorrevoli consentono di creare una connessione continua tra esterno ed interno.

La struttura delle case è caratterizzata da ambienti ripetitivi e modulari che creano un perimetro ben definito e regolare la veranda coperta ed il giardino rivestono poi un ruolo fondamentale nell’architettura tradizionale nipponica.

L’impiego di materiali naturali è molto diffuso: i pannelli in carta di riso, i legni aromatici come il sandalo e il cedro, i tatami e i futon, cioè tutto quello che avvicina al mondo naturale.  

Arredare la propria casa seguendo lo stile tipico delle storiche residenze del Sol Levante non è un compito difficile. L’importante è seguire alcune piccole regole perché l’architettura e l’arredo giapponese si contraddistinguono essenzialmente per le linee pulite, il design minimal, l’utilizzo di materiali naturali ed il concetto di spazio aperto.

Gli spazi che si adattano al meglio sono soprattutto gli ambienti open space con ampie vetrate per fare entrare la luce naturale e il verde circostante, possibilmente forniti di un piccolo spazio verde come un terrazzo o un piccolo giardino.

Per gli arredi bisogna concentrarsi su mobili ed oggettistica di origine giapponese, ma ciò non è limitante; quindi stuoie per terra, tavoli bassi in legno, grandi cuscini e pannelli divisori in carta di riso o bamboo sono gli elementi essenziali ed irrinunciabili da cui partire.

Infine, per ricreare la vera anima nipponica, è impossibile rinunciare ad una area outdoor in vero stile zen: qui i protagonisti assoluti saranno le piante, i ciottoli di fiume e le fontane il tutto disposto seguendo un ordine essenziale studiato nei minimi particolari.

Leggerezza, semplicità e minimalismo sono le linee guida da seguire per la scelta degli elementi d’arredo e per la decorazione senza però rinunciare alle comodità garantite dalla tecnologia e dalla modernità che contraddistingue l’arredamento contemporaneo.

Una stagione di cose vere

(di Isabella De Rorre)

Ogni autunno ho necessità di rinnovare qualcosa. A volte piccoli dettagli, come cambiare il colore dell’agenda che per anni è rimasto il rosso. O cambiamenti ben più profondi, radicali.

Questo volta, ho bisogno di cose vere. Facce, fatti, emozioni, luoghi. In copertina troverete perciò una donna vera, bellissima, coraggiosa, moderna. Naturale, con mille sfaccettature. Decisa ma femminile. Proiettata nel futuro, come The WProject

E parleremo di Giappone. Sì, ripartiamo da decisioni non affrettate, da fiori semplici e raffinatissimi, da storie che raccontano stoffe che raccontano una storia. Ripartiamo da un ordine armonioso di vuoto e pieno, dalla dignità. Da città incanti ispirazioni libri hotel cibo, che diano serenità e aprano mille porte e mille vite ancora. Dalla consapevolezza.
Questo autunno, ripartiamo da noi.

Grazie infinite a Lara Caggiani, la nostra donna-simbolo d’autunno, per i bellissimi ritratti.

Pazzi per la bellezza. E per la Brianza.

(di Isabella De Rorre)

Una settimana fa a quest’ora, stavo godendo dei benefici effetti di una giornata passata in Brianza. Premetto, ed è come se mi costituissi dopo aver scoperto quanta bellezza nasconda, che fino a domenica scorsa non la conoscevo quasi per nulla. Ci sono passata sempre di corsa, come un viaggiatore distratto, per arrivare ad un appuntamento. A volte, per prolungare il viaggio fino alle amate montagne. Ci volevano Loredana Fumagalli, che fra le mille attività  nel mondo della comunicazione e degli uffici stampa è anche ambasciatrice del Consorzio Brianza che Nutre, ed il suo gentile invito al Blogger Day, per convincermi. Il Consorzio composto ad oggi da una quindicina circa di consorziati, promuove il territorio della Brianza e le valorizza il patrimonio culturale, artistico, gastronomico. Quella che poteva essere una domenica normale, si è trasformata così in una deliziosa domenica a spasso.

Prima tappa, è stato lo showroom de Il Bosco degli Eventi, agenzia che organizza eventi appunto di ogni genere (fra cui matrimoni) e la conoscenza con Dalila e Omar, i due titolari. Provenienza dal mondo della moda lei, dal mondo degli eventi lui, la prima cosa che ho pensato è stata: “Questo due sono matti”.

Lo dico in senso buono perché a me chi è maniaco dei dettagli, della bellezza e della sua ricerca, e di bellissimi progetti da rendere concreti, piace da subito e tantissimo. E questi due lo sono, maniaci. E soffrono di una malattia fantastica: l’entusiasmo.

Non riescono proprio a liberarsene, e uno se ne rende conto subito, da come ti accolgono, da come ti raccontano le loro idee. Disponibili a raggiungere qualsiasi punto  della terra, sono davvero al centro di un bosco, e di notte quando arrivano come folletti per preparare i loro allestimenti, si fermano a guardare le lucciole che si rincorrono fra gli alberi. Ogni tanto li abbracciano anche, gli alberi intendo. Ne hanno fatto abbracciare uno anche a me.

Ma non ero da sola. Con me c’era un gruppo di ragazze fantastiche! Giornaliste, Blogger, Copywriter… ma detto così è riduttivo.  Ah. Le ragazze sono matte. Anche loro. Come me.

 

Come Loredana. E come Danila e Omar. Che consolazione. Torniamo a Il Bosco degli Eventi. Del team fanno parte, come partner, per esempio:

Luisella Proserpio di Punto Fiore Events, che ama i fiori tanto da rispettarne l’anima, il significato più profondo e la stagionalità. Mi è sembrata una specie di vestale dei fiori, ecco.

Una bella sensazione, come quella di portare il suo corsage al polso o di vedere i fiori che avevo scelto trasformati in un bouquet che mi somigliava.

O come Francesco Marchetti di La Bottega del Cuoco, che dopo diverse esperienze presso rinomati ristoranti della Brianza, anni fa decise di mettersi in proprio, e che propone menu sani, gustosisi ed estremamente versatili. Per noi, ha preparato dei cestini da picnic,  con monodosi equilibrate e fresche, comprese alcune proposte per vegetariani.

O come Greta Baccini, che scrive di storie d’amore di dolore di esperienza e di vita su commissione. E che la vita prima di trasmetterla al foglio di carta, la percorre la accarezza la rispetta e la assapora in tutta la sua pienezza. Con queste premesse, ogni evento organizzato da Il Bosco degli Eventi,  non potrà  che essere un successo!

La seconda tappa è stata Agliate, dove ci attendeva l’antichissima Basilica dei Santi Pietro e Paolo.

Qui la padrona di casa ci ha affidato alle cure dell’Associazione Demetra Educazione Ambientale e Culturale, che ha ricevuto da Parco Valle Lambro il prezioso incarico di valorizzare e promuovere appunto le ricchezze del territorio e le sue risorse, anche ambientali.

Qui, siamo tornati tutti bambini. Occhi e bocca aperti per lo stupore  Sì! Perché con il battistero a 9 lati, i suoi affreschi raffiguranti Sant’Onofrio e la Madonna con bambino, gli echi celtici, i riferimenti al culto delle Pie Donne  particolarmente sentito sul territorio, la Basilica rappresenta un esempio di contaminazione fra culture diverse, e manifesta quanto le radici in cui affonda la storia Brianzola siano profonde e ricche di contenuti. Grazie ancora , e dal profnondo del cuore, a Loredana Fumagalli che è stata la promotrice di questa splendida giornata!

  1. (photo credits Il Bosco degli Eventi: Luca Arnone)

#theWProjectadore- Il #bloggerday di Brianza che nutre

(di Isabella De Rorre)

Certe domeniche di The WProject hanno un sapore speciale. Come quella del 22 luglio, trascorsa alla scoperta della Brianza e di luoghi che sono diventati del cuore.
I 10 #thewprojectadore legati all’evento.

Buona lettura!

1. Essere trascinati dall’energia incontenibile, e dalla professionalità, di Loredana Fumagalli , ambasciatrice del consorzio Brianza che nutre che ci ha permesso con il suo #bloggerday di dedicare la giornata ad un territorio che svela molte sorprese.

2. Scoprire che ci sono boschi dove perdersi per ritrovarsi. E trovare persone come Omar Adamo e Danila Gottardi che con Il Bosco Degli Eventi traducono sogni in realtà.

3. Trovare un gruppo di colleghe fantastiche, piene di passione e di vita da raccontare e condividere.

 

4. Fare un picnic in piena regola, grazie a La Bottega del Cuoco di Francesco Marchetti, che ci ha viziati con del cibo sano, delizioso e fresco.

5. Poter ascoltare il respiro del bosco grazie alla dedica di Greta Baccini che scrive di sentimenti, di felicità e dolori, di vita.

6. Entrare a far parte di una #flower community grazie ai corsage e ai bouquet di Luisella Proserpio con Puntofiore Events.

 

7. Tornare bambini e guardare il mondo con occhi nuovi, immergendosi nei misteri della basilica di Agliate e del suo Battistero grazie a Educazione Ambientale e Culturale AEA Demetra che per Parco Valle Lambro valorizza il territorio della Brianza.

8. Ridere, di gusto, condividere contatti esperienze numeri di telefono battute, con chi per un giorno ma speriamo anche in futuro, ci somiglia e cui somigliano.

9. Mangiare confetti e bere un prosecco in ricordo di una giornata strepitosa.

10. Desiderare di tornare a sedersi per terra per un’altra foto di gruppo e per passare un’altra giornata insieme!

Grazie ai protagonisti di questa giornata!

Elena Stafano Rossella Romano Cocco Federika Daniela Ferrando Maria Grazia Sartirana Laura Gobbi LustigTime Linda Fiumara

#theWProjectadore- Il Direttore

Come promesso, ecco i 10 #thewprojectadore del direttore:

1. Coltivare un rito tutto per sé, come stendere sul viso la sera prima di dormire un olio prezioso (in questo periodo il J’adore va a “Huile précieuse à la rose noire” di Sisley);

2. Avere una collana/talismano gioiello, realizzata in esclusiva per me per i periodi no, per quelli sì, per affrontare le prove della vita o semplicemente la giornata che verrà. La mia è rosso fuoco e il suo nome è ovviamente “Fire” dalla collezione in pietre dure “4Elements” di Maga Gioielli .

3. Continuare a studiare, sempre. Per sempre. Magari le basi della comunicazione efficace tramite la retorica antica. Perché il passato non è mai stato così amico e attuale come ora.

4. Concedersi vizi piccoli e lussuosi, per trattarsi da regina ogni volta che se ne senta il bisogno, per esempio con una selezione delle praline di Farage Cioccolato in una confezione regalo.

5. Continuare a coltivare l’arte della scrittura. Scrivere: appunti lettere liste, magari sui quaderni di Maisons du Monde che ad ogni stagione si rinnovano e sono una tentazione cui non si può resistere.

6. Tornare a Ortigia. In ogni stagione, con ogni tempo, per riscoprirla ogni volta nuova. E poi, arrivare al Castello di Eurialo per guardare il mondo con occhi diversi, per farsi inondare dalla bellezza collaterale.

7. Scalare una vetta ad ogni stagione. Non importa l’altitudine né il dislivello. Importa il viaggio. Importa godersi, il viaggio. Io ho messo in progetto uno alla volta tutti i sentieri che portano al Cornizzolo. E poi, le Grigne.

8. Sedersi all’ora di pranzo a mangiare un panzerotto tradizionale di Luini all’inizio della primavera e dell’autunno nell’Orto Botanico di Brera. Provare per credere. E per farne una tappa fissa.

9. Coltivare un giardino, segreto ma reale, piccolo e grande che sia. Per ristabilire le priorità e saper stare in silenzio ad osservare. E coltivare in grandi vasi piante antiche e rose profumate.

10. Regalarsi un abito su misura all’anno. Per essere perfette ogni volta che ci si specchierà in qualche vetrina.

#theWProjectadore

The WProject ha il suo #stile …un #mood che si mantiene costante se pur attento ad ogni novità. E somiglia a chi ci segue con affetto. Perché fra #amiche dopo un po’ si cominciano a condividere gli stessi desideri, sensazioni, ispirazioni.
Non ci fermiamo mai!
A voi una nuova #rubrica: #thewprojectadore
Dieci ispirazioni, ricordi, piccoli e grandi lussi, propositi, idee, luoghi e sensazioni, oggetti cari al cuore.
Vorremmo, come già fatto per #portraitsthroughthefood , sentirvi vicini e sapere quali sono i vostri! Inviateli qui sulla pagina facebook o alla mail: thewprojectadore@gmail.com

Ritratto di Lucilla

(di Antonella De Lucia)

Da sempre l’uomo ha sentito il bisogno di adornarsi con oggetti rari e preziosi, per poter dimostrare la propria importanza e il proprio prestigio all’interno di una comunità. Mentre i primi monili erano sostanzialmente costituiti da conchiglie e pietre particolari, con l’età del bronzo si iniziò ad apprendere l’arte della lavorazione dei metalli che costituì un passo importante nella fabbricazione di gioielli che rispecchiassero la creatività personale.

Ogni creazione acquista un valore determinato dalle particolari lavorazioni che subisce e dai materiali utilizzati, così che si può arrivare a definire “arte” un gioiello che raccolga in sé queste caratteristiche.

La designer di gioielli Lucilla Giovaninetti è la protagonista di questo ritratto di donna. Intraprende la sua attività artistica sul gioiello dopo averne approfondito la storia e l’iconografia che le consentiranno per alcuni anni di dedicarsi all’insegnamento della progettazione e della storia dei gioielli in alcune scuole di design.

Il sogno di una linea di monili che rispecchi le sue esperienze e il suo gusto si realizzerà in seguito con lo studio delle tecniche di lavorazione di metalli più o meno preziosi, smalti e cere, tessuti colorati resi rigidi in un bagno di resina.

Ma dove nasce l’ispirazione, quali sono gli stimoli che colpiscono gli occhi e la mente di Lucilla? Soprattutto dalla realtà circostante, da luoghi conosciuti e cari, ma anche dalle influenze esterne e più lontane. Molti sono poi i riferimenti al mondo vegetale come foglie, fiori adagiati e rami contorti.

“I miei lavori credo siano il risultato di studi, tradizioni, influenze e sovrapposizioni geografiche, un intendere il LOCAL in senso più ampio dal semplice ambito territoriale.”  La sua sperimentazione si basa sulla sovrapposizione e non sull’esclusione, sul contrasto tra lucido e opaco, sull’unione di materiali differenti come il metallo con la stoffa.

Il tessuto, così plasmabile e versatile, riveste un grande fascino per la creatività di Lucilla: permette la realizzazione di gioielli dai grandi volumi con il vantaggio della leggerezza. Partendo da delle forme geometriche elementari la stoffa subisce varie manipolazioni (cuciture, tagli, pieghe, colorazioni) fino a giungere alla forma desiderata per poi essere irrigidita dalla resina.

Anche i gioielli in metallo seguono delle lavorazioni ad hoc adatte a ricreare un senso di morbidezza con un materiale che certo morbido non è; il filo conduttore della progettazione si fonda sul contrasto tra pieno e vuoto con richiami al mondo naturale.

Lucilla Giovanninetti, 56 anni, vive e lavora a Milano. Le sue collezioni sono caratterizzate soprattutto da pezzi unici sempre diversi tra loro o da gioielli in piccole serie che vengono proposti a negozi e gallerie.

Lunga è poi la lista delle sue partecipazioni a mostre ed eventi nel settore del design del gioiello.

(profile photo credit Vittorio Calore)

Madame la Marchesa

(di Antonella De Lucia)

Definita la “Divina Marchesa da ” Gabriele D’Annunzio, Luisa Amman, nata a Milano nel 1881, era la figlia di un ricco ed intraprendente produttore di cotone di origini ebraiche. Nel 1900 sposò il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino e fu madre della loro unica figlia Cristina.

Luisa, assieme la sorella Fanny, trascorre la giovinezza frequentando l’ambiente culturale del primo novecento, ricco di stimoli e cosmopolita. Vari saranno i personaggi che avrà la fortuna di frequentare e conoscere: da Ludwig II di Baviera all’imperatrice Sissi d’Austria, o Sarah Bernhardt e Virginia Oldoini, contessa di Castiglione che per l’epoca rispecchiavano il modello di donna libera ed indipendente dal dominio maschile.

Rimasta orfana giovanissima, eredita la grande fortuna del padre e perciò entra a far parte di quella schiera di giovani ricche ereditiere ambitissima tra i giovani dell’aristocrazia e della borghesia italiana.

La sua figura longilinea, il suo amore per gli sport, il suo carattere originale e i suoi magnifici occhi verdi e il rosso acceso della sua capigliatura le consentono di convolare a nozze con il marchese Casati Stampa, scapolo prestigioso ed affascinante.

Il ruolo di moglie e poi di madre che le viene imposto dal matrimonio si ripercuoterà negativamente sulla vita coniugale della bella marchesa; i suoi interessi più ampi ed estrosi la spingeranno verso la ricerca di nuove esperienze che spesso rasentavano l’eccentricità. Abiti stravaganti, trucco pesante, acconciature moderne, passioni dispendiose, feste sfarzose sono alcune delle cause che determinarono la separazione conclusasi con il divorzio nel 1924.

 

E’ l’incontro con Gabriele D’Annunzio e la loro relazione amorosa, che determinerà la sua definitiva trasformazione, il suo rifiuto delle regole borghesi, la sua ribellione che la porterà a diventare uno spirito libero e la musa prediletta degli artisti del primo novecento. Questa sua voglia di indipendenza, unita ad un discreto patrimonio economico, si concretizzo nelle sue molteplici relazioni amorose, in viaggi, cambi di residenza, ma soprattutto nell’opera di mecenatismo verso i talenti emergenti.

La lista degli artisti che si sono ispirati a lei, che ne hanno descritto l’eccentricità, che ne hanno dipinto la bellezza, che ne hanno sottolineato l’indipendenza, è lunga e costellata di nomi illustri.

Il più conosciuto fra tutti è il pittore Giovanni Boldini, con il suo ritratto “La Marchesa Luisa Casati con un levriero” del 1908: Esposto al Salon de Paris l’anno seguente l’opera riscuoterà un immediato successo, non solo per bellezza del quadro, ma soprattutto per il fascino del soggetto raffigurato. Ma non fu certo l’unico che volle rendere immortale l’estroversa dama con un suo ritratto: Alberto Martini, Umberto Boccioni e Giacomo Balla ne furono fortemente ispirati, poi ricordiamo il dipinto del pittore britannico Augustus John che nel 1919 ritrae la Marchesa senza veli;

nel 1920 fu la volta della pittrice americana Romaine Brooks che ritrasse anche D’Annunzio mentre Mario Natale Biazzi ci ha lasciato un suo intenso primo piano dipinto nel 1930.

Molto infine sono le fotografie che ci riportano della marchesa un’immagine fedele ed in continua evoluzione con il passare degli anni; la foto in bianco e nero scattata nel 1928  dall’artista dadaista Man Ray rispecchia in pieno il suo desiderio di sperimentare e di conoscere.

Il suo stile di vita dispendioso infine la portò alla rovina; dovette vendere molte delle sue proprietà e delle sue collezioni d’arte per fronteggiare i debitori per poi trasferirsi a Londra ricongiungendosi con la figlia Cristina. Qui è sepolta nel Brompton Cemetary dal 1957, anno della sua morte.

Female Portraits


(di Isabella De Rorre)

Molti, moltissimi sono i ritratti di donna che arte, cinema e letteratura ci hanno regalato e continuano a regalarci.

Nei miei ricordi più vividi stanno Meryl Streep e Glenn Close, alias Clara e Férula de “La Casa degli spiriti” di Isabel Allende, in particolare nella scena alla sala da thea, dove Clara dice a Férula che saranno sempre sorelle. E poi c’è la divina Greta Garbo, ne “La regina Cristina”, mentre dopo l’incontro con l’uomo amato sfiora ogni oggetto della stanza da cui dovrà prendere commiato per sempre, come se volesse imprimere nella memoria ogni particolare della felicità che andrà a sfuggirle di mano.

E Cate Blanchett come “Elizabeth” nell’omonimo film, che avanza fra la corte che si divide e si inginocchia per onorare la sua figura, e la promessa di essere sposata all’Inghilterra. Ritratti forti, personalissimi, umani, indimenticabili.

Per celebrare e aprire il tema che theWProject si è dato, “Female Portraits”, l’attenzione per me va a Nicole Kidman, nella scena finale di “Ritratto di Signora”. Quella mano sulla maniglia della porta, non si sa ancora se volta a chiuderla per sempre alle sue spalle, o ad aprirla su una nuova vita. Un momento perfetto, sospeso ma estremamente dinamico. La consapevolezza di poter cambiare e trasformare la propria vita. Una intensa, risoluta, conquistata libertà. La stessa, che ritroverete nei nostri ritratti,  continuando a seguirci con l’affetto che ci portate.

Orticola- L’arte del giardino a Milano

(di Antonella De Lucia)

L’ormai tradizionale appuntamento della primavera milanese, la Mostra Mercato Orticola di Lombardia si è svolta anche quest’anno poche settimane fa, all’interno dei Giardini Pubblici di Milano, Indro Montanelli.
Tre erano gli ingressi per accedere all’area espositiva, ognuno con un suggestivo allestimento a contraddistinguerlo, ma il più grande e tradizionale è stato quello dal portone di Palazzo Dugnani che ricordava l’atmosfera di un giardino ottocentesco dove dei gazebi a righe colorate accoglievano alcune delle attività progettate nelle tre giornate di apertura.


Il tema della manifestazione aveva come titolo “ al piacer loro”; infatti i vivaisti e non gli organizzatori sono stati liberi di scegliere di presentare, proprio a loro piacere, le piante ed i fiori che più rappresentassero la loro personalità o il loro lavoro.
La fontana di forma tondeggiante con al centro uno scoglio con un getto verticale, fulcro dell’esposizione, era stata decorata con figure fatate di fieno posate sull’acqua e circondate di fiori di campo delicati ad opera di Julia Artico.


Molti gli espositori, come sempre, con i loro stand: fiori di ogni varietà e colore, mobili da giardino, piante acquatiche o da frutto, vasi dipinti o di terracotta colorata sono stati i protagonisti assoluti della mostra mercato. Lo street food, molto apprezzato e di buon gusto, era collocato in una zona del parco molto ombreggiata per ristorare gli amanti della natura che partecipavano all’evento.


Ben organizzata e varia anche l’offerta dei laboratori per adulti e bambini con lo scopo principale di avvicinarli al piacere della bellezza della natura e favorire il più possibile la cultura del verde e il rispetto delle aree destinate a giardino.


A tale scopo anche l’associazione Orticola Arte, nata proprio quest’anno, ha presentato dei progetti di intervento artistici permanenti in alcune aree cittadine. L’opera artistica del 2018, a cura di Claudia Losi, si intitola “Dove sei? Dove Abiti?” ed è stata realizzata sulla facciata principale della Scuola dell’Infanzia di via Savona n°30, frutto della collaborazione tra l’artista e i bambini della scuola stessa.

Il lino: un fragile fiore dalla tempra d’acciaio

(di Antonella De Lucia)

E’ il lino (o Linum Usitatissimum) una delle piante della famiglia delle Linaceae la cui coltura è antichissima; si pensi che alcune fibre di lino tinte risalenti al 30000 a.C. sono state rinvenute in una grotta in Georgia. Gli antichi Egizi poi utilizzavano le bende di lino per rivestire le mummie di faraoni, mentre i Romani furono i primi ad utilizzarlo oltre che per l’abbigliamento anche per la casa.

I Fenici, grandi navigatori ed abili mercanti lo esportarono su continente europeo divenendo uno dei tessuti più diffusi ed utilizzati. Nel Medioevo il lino raggiunse il culmine della sua espansione sul continente, in particolare nel centro e nord Europa e durante il periodo rinascimentale la fibra lavorata e tessuta, come lenzuola e camicie, entrò a far parte della vita quotidiana. Dalla metà del 1500 i tessitori fiamminghi esiliati in Inghilterra e Irlanda a seguito delle guerre di religione ne diffusero l’uso anche in questi paesi.

Questa fragile pianta dal fusto verdissimo e dai cerulei fiori viene coltivato per i suoi semi, ma soprattutto per la sua fibra composta dal 70% di cellulosa. La sua diffusione su larga scale è dovuta sì alla sua bellezza, ma soprattutto alle sue caratteristiche di resistenza, alle sue proprietà di isolamento ed al suo effetto rinfrescante.

La cellulosa è contenuta nella parte interna della corteccia o ” tiglio”; per ricavarla bisogna seguire una complessa lavorazione, prima eseguita manualmente, ma che con il tempo si è meccanizzata. Prima si lasciano macerare gli steli per alcuni giorni in acqua o con l’utilizzo di vapore acqueo. In seguito gli steli vengono essiccati e poi sottoposti alla maciullatura per mezzo di speciali martelli, che schiacciano frantumandola la parte legnosa. Con la scotolatura vengono asportati dai derivati i frantumi legnosi così da separarne le fibre a cui farà seguito la pettinatura al fine di dividere le fibre corte e spezzate, la stoppa, da quella lunghe ed integre.

A questo punto la fibra di lino può passare alla filatura che la trasformerà in fili sottili che alla fine verranno tessuti al telaio.

Ora il tessuto di lino finito è pronto; la natura, la composizione e l’architettura lo rendono una fibra dalle proprietà eccezionali. I vantaggi della lavorazione di questo materiale naturale sono evidenti e non ne condizionano l’uso finale del tessuto che può spaziare dall’abbigliamento, all’arredamento, alla biancheria per la casa fino agli usi tecnici.

Tra tutte le fibre tessili naturali, il lino è tra le più resistenti. Mettendolo in relazione con altri materiali e considerando la sua grande resistenza alla trazione, può essere classificato immediatamente dopo gli acciai speciali.

Il suo utilizzo come isolante invernale è sempre più diffuso, grazie soprattutto alla sua ridotta conducibilità termica: non a caso la fibra di lino è annoverata tra i più funzionali isolanti termici naturali, a pari con la fibra di legno e la canapa. I pannelli di lino vengono anche impiegati per l’isolamento acustico in quanto il materiale presenta un’alta fibrosità; è inoltre traspirante, anallergico e antibatterico.

Ultima caratteristica significativa del lino è rappresentata dal suo potere di assorbimento dell’umidità che lo rende un tessuto fresco e traspirante; esso infatti è in grado di trattenere una quantità di acqua pari alla propria massa secca e perciò è ideale come tessuto sia nell’abbigliamento che nella biancheria per la casa.

Fragilità e Forza- La Peonia e la Katana

(di Isabella De Rorre)

Questa volta theWProject parlerà di Fragilità e Forza. E lo farà come sempre attraverso gli articoli della sua redazione. Anni fa, parecchi ormai, mi avvicinai alla pratica dello Iaido, un’antichissima arte marziale giapponese, anche complementare al Kendo. Mi ci approcciai inizialmente forse per vanità: avevo visto immagini dei samurai che indossavano lo iaidoji, e la loro eleganza mi aveva incantato. E poi, perché c’era la katana, la spada dei samurai appunto. Una spada leggendaria, con una storia e una tradizione sempre affascinante alle spalle. Ci volle poco per liberarsi della vanità: lo laido è la lotta costante per abbandonare, a volte sconfiggere, lo “Io” di ieri, in favore di quello odierno. Sforzo costante, commovente, fragile perché infinito, e per questo pieno di forza. Poche volte nella mia vita sono stata così concentrata su respiro muscoli e ricerca della perfezione nell’esecuzione dei kata (il praticante non combatte contro altri, come avviene in altre arti marziali, ma contro se stesso). In silenzio, con i muscoli indolenziti dai movimenti rituali, lo sguardo fisso altrove, la schiena diritta. Il samurai vince sui suoi avversari senza sguainare la spada. Il gesto con cui la stessa spada la si arma, è di un’autorevolezza e di una potenza impressionante. Ecco. Da questo amore mai sopito per lo Iaido (sono un Ronin, ahimè,  ho abbandonato presto la pratica ma la mia katana è lì) è nato in seguito un blog, che si chiamava “La Peonia e la Katana”. Fragilità e Forza dunque. Mai meglio espressa come da un fiore di bellezza e profumo sconvolgente e indimenticabile, e di vita effimera. Dedichiamo la vita alla ricerca della costruzione di noi, se siamo capaci di capire che questo è uno dei pochi scopi per cui vale la pena lottare, consapevoli della nostra fragilità e della fragilità di tale ricerca. Sottoposta, per chi crede a disegni superiori, o al fato, e capace di mutare in modo repentino da un momento con un altro. Eppure, sta in questo, proprio in questo binomio e in questa dicotomia, la bellezza che cerchiamo. È lì, fra l’uno e l’altro eccesso, a dare significato alle nostre vite. E alle nostre parole. Buona lettura quindi, a chi è capace di servire come padrone il proprio divenire.



 

Quel che resta del design

(di Isabella De Rorre)

 

Dopo qualche settimana dalla fine della Milano Design Week, sorge spontaneo pensare ancora al design. E dire che tutto quello che sappiamo di esso è che è ovunque. Possiamo amarlo, essere critici, apprezzarlo, sospendere il giudizio, odiarlo, ma non possiamo ignorarlo.

Dirò di più: se è davvero creativo e funzionale, lavora nel passato per far sì che, un giorno, quell’oggetto nel presente ci sembri famigliare e insostituibile nel futuro. Il design ci lega ad un’epoca e la identifica con perfezione chirurgica quando osserviamo una sedia una caffettiera un tavolo. Ma la forza del design è  immensa e inarrestabile.

Perché non si ferma e non si limita. Forse abbiamo cominciato a parlarne per l’arredo, ma abita le linee delle auto, corre sulle bottiglie delle bibite preferite, ci illumina e si trasforma.

A volte si nasconde, perché nasconde la sua etimologia. Un designer traccia a mano la storia la funzione e il destino di un oggetto. Penso alla perizia dell’orafo e a chi moltiplica la luce degli specchi.

Il design ci stupisce e ci conforta, quando richiama affetti e suggestioni di un’epoca in cui siamo stati felici, o icone che accompagnano il cammino

Il design è divertente, vuole sbalordire cambiando il mondo disturbando la forma della sostanza e viceversa.


Tutto quello che sappiamo del design è che rimane, fra ombre e luci, una delle vie che abbiamo per ricercare la bellezza. Che è un modo di vivere più pienamente lo stesso numero di anni che abbiamo in sorte. Attenzione alla valutazione che date dei creativi: essi sono uno strumento per comprendere la realtà, per vederla prima, per assicurarsi la certezza che le cose sopravvivono a noi e ci rendono quasi eterni.

Ecco a voi un piccolo e sentimentale excursus sul Fuorisalone 2018. Grazie sempre, per la documentazione fotografica, a Luca Arnone.


 

Royal Wedding: Windsor e la sua Cappella

(di Antonella De Lucia)

La St. George’s Chapel di Windsor è la cattedrale inglese dove si è celebrato sabato 19 maggio il matrimonio del principe Harry con Meghan Markle. Questa cappella, che si affaccia sulla corte inferiore del castello omonimo, rappresenta uno dei più belli esempi di architettura tardo-gotica d’Inghilterra.

La sua architettura è riconducibile al periodo gotico perpendicolare molto diffuso sul territorio inglese, ben diverso da quello primitivo. A differenza del precedente, lo stile perpendicolare, che si diffuse a partire dal 1330 fino alla fine del medioevo, ristabilì un certo ordine stilistico ed è così definito per l’uso di angoli dritti; la suddivisione delle superfici murarie viene realizzata in pannelli quadrangolari, come la decorazione delle porte e delle finestre compresa tra riquadrature rettangolari.

Durante la sanguinosa e lunga guerra dei cento anni si interrompono le costruzioni che riprenderanno verso il 1480 con un nuovo periodo dello stile perpendicolare. Re Edoardo III d’Inghilterra fondò nel 1348 due nuovi collegi religiosi, dedicati uno a Santo Stefano a Westminster e l’altro a San Giorgio a Windsor unendolo alla cappella di Sant’Edoardo il Confessore, costruita all’inizio del XIII, apportando delle modifiche rilevanti all’impianto originario.

La St. George’s Chapel fu poi ampliata fra il 1475 e il 1528 ad opera dell’architetto Henry Janyns con la supervisione del vescovo di Salisbury.

Nell’ottobre del 1642 fu presa di mira dai parlamentari durante la guerra civile inglese che la saccheggiarono depredandola di molti dei suoi tesori. L’anno seguente una nuova ondata di saccheggi portò al furto del celebre monumento funebre di Enrico VIII. Con la fine delle rivolte e la caduta di Cromwell, i successori di Carlo I si adoperarono per ricostruire le parti della cappella andate distrutte.

Anche sotto il regno della Regina Vittoria il complesso subì numerosi rimaneggiamenti e la Regina particolare volle dedicare all’amato marito, il Principe Alberto, una cappella in fondo al coro.

Molti sono i reali che riposano sotto le sue volte: Re Edoardo IV è stato il primo monarca ad essere sepolto lì nel 1484, poi ricordiamo Carlo I, giustiziato nel 1649 dopo la guerra civile inglese, Re Enrico VIII, morto nel 1547, sepolto qui insieme alla terza moglie Jane Seymour, Re Edoardo IV e Re Enrico VI, Giorgio III e Giorgio IV. L’ultima è stata la Regina Madre Elizabeth nel 2002 posta al fianco di suo marito Giorgio VI ed alla figlia Margherita.

Questa chiesa è ancora oggi la casa spirituale dell’Ordine della Giarrettiera, il più antico ordine cavalleresco del regno inglese, fondato nel 1348 da Edoardo III; tutti gli anni, a giugno, vi si celebra una messa speciale dell’ordine le cui insegne sono rappresentate sugli stalli superiori del coro, che vengono occupati in quel giorno dai discendenti dei cavalieri.

La sua caratteristica più scenografica è la struttura della volta a ventaglio che poggia sui muri portanti e forma una successione di semi-coni svasati lungo le pareti; ampie arcate ribassate separano le navate centrale da quelle laterali, le volte sono decorate con fantasiosi decori, le finestre dai vetri colorati rendono armonioso il complesso e il tutto sprigiona eleganza e spiritualità.

Questa la storia della cappella di St. George a Windsro; il perché della scelta di questo luogo è semplice: qui sono soliti sposarsi i figli cadetti e i nipoti della Royal Family o si celebrano le seconde nozze.

Le dimensioni più ridotte della chiesa assolvono bene al compito di ospitare matrimoni più riservati e relativamente sobri, in confronto alle più maestose cattedrali londinesi di Westminster e di St. Paul. Non a caso il secondo matrimonio tra l’erede al trono Charles con la signora Parker Bowles si celebrò in questa chiesa nel 2005, mentre nel 1999 si sposò a Windsor l’altro figlio della regina Elizabeth II, Edward con Sophie Rhys-Jones. Ultime in ordine cronologico le nozze tra Peter Philip, figlio della principessa Anna, che a Windsor nel 2008 ha sposato la canadese Autumn Kelly.

Area Porta Romana- fra Sinagoga e Moschea


(di Antonella De Lucia)

Si è da poco conclusa la Milano design week e le manifestazioni del Fuori Salone 2018 ad essa correlate che hanno visto partecipare la redazione di TheWproject come media-partner di Areaportaromana.
Come ultimo evento della settimana, domenica 22 Aprile è stata organizzata una suggestiva passeggiata che potesse idealmente unire due luoghi di culto di grande rilevanza per la città e per l’area di Porta Romana. Partendo dal Centro Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana) che ospita la moschea al_Wahid situata in via G. Meda al n°9 ci siamo poi recati in corso Lodi al n° 8 per visitare Il Centro Studi Beth Shlomo con l’attigua Sinagoga.


La prima tappa ci ha permesso di scoprire un luogo poco noto ai milanesi che raccoglie sotto la sua guida quasi tutti i mussulmani presenti a Milano. Qui siamo stati accolti dall’ Imam Yahya Pallavicini che ci ha raccontato come l’associazione Coreis si proponga di tutelare e proteggere il patrimonio religioso islamico, ma anche formare ed aiutare la comunità islamica cittadina e diffonderne gli usi e la cultura antichissima.
La moschea al-Wahid, nata nei primi anni novanta, nel 2000 è stata riconosciuta luogo di culto ed è oggi una delle più rappresentative del nord Italia; è accessibile per la preghiera del venerdì, durante le feste del calendario islamico e per le preghiere del mese di Ramadan. Alcuni degli imam coinvolti nelle attività dell’associazione sono italiani mussulmani, perciò più vicini e attenti alle esigenze delle nuove generazioni.


Terminata la visita la comitiva si è diretta verso corso Lodi per ritrovarsi al Centro Studi Beth Shlomo dove sorge la sinagoga, punto di ritrovo di una piccola comunita’ ebraica milanese e dove si svolgono lo Shabbat e le altre feste religiose. Il centro studi, sorto con il compito di salvaguardare l’identità nazionale e diffondere le tradizioni e i valori della cultura ebraica, ha al suo attivo l’organizzazione di varie attività e progetti finalizzati all’integrazione nel tessuto cittadino.
Nata nel 1940, dopo la proclamazione delle leggi razziali, la sinagoga continuò la sua opera durante il periodo bellico, come fulcro del campo di internamento milanese. Durante la liberazione divenne il punto di incontro logistico dei soldati appartenenti alla Brigata Ebraica, che con le sue azioni ha scritto una pagina, poco conosciuta, ma determinante per la storia italiana, come ci ha illustrato Davide Riccardo Romano.
Il Corpo dell’esercitò inglese di cui facevano parte molti soldati ebrei si formò nel 1941, per scongiurare l’avanzata del comandante Rommel; si arricchì poi di ebrei provenienti da molti altri paesi e nel 1944 sbarcò a Taranto per unirsi all’esercito di liberazione che risaliva lungo l’Adriatico.
Proprio per ricordare e celebrare le numerose operazioni militari condotte da questo corpo militare sul territorio Italiano, a fine maggio presso il centro Studi Beth Shlomo verrà inaugurato il primo museo della Brigata Ebraica con una mostra intitolata “La Brigata Ebraica in Italia e la Liberazione”, curata dal ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale Stefano Scaletta e dai professori dell’Università Ben Gurion di Israele Cristina Bettin e Samuele Rocca; sarà una raccolta di testimonianze e cimeli, fotografie e reperti, cartoline e lettere risalenti a quel periodo storico.

Fuorisalone 2018- B&B e Maxalto per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Anche i noti marchi B&B Italia e Maxalto hanno scelto Area Porta Romana per presentare, durante il Fuorisalone 2018, la loro nuova collezione di arredi outdoor, firmata da Doshi Levien, Naoto Fukasawa e Antonio Citterio.

La location di alto impatto scenico è stata quella del Chiostro dei Pesci all’interno della Società Umanitaria dove armonia e tranquillità hanno accolto in maniera sublime divani, poltrone e tavoli quasi a creare un luogo preposto alla meditazione e al riposo dal rumore della città.

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Gli arredi di entrambi i brand rappresentano il punto di congiunzione tra creatività innovativa e nuove tecnologie industriali per interpretare al meglio l’evoluzione continua di un pubblico sempre più attento al proprio benessere. Il risultato finale sono la collezione di divani e poltrone Bay, la selezione di tavoli Antrum e le sedute assemblabili Otium.

Il Salone degli Affreschi, antico refettorio del convento di Santa Maria della Pace, ha ospitato inoltre una mostra commemorativa con una ventina di arredi del grande maestro Luigi Caccia Dominioni che B&B Italia rimetterà in produzione entro la fine dell’anno. Sotto la volta affrescata, su una pedana centrale hanno trovato posto alcuni degli arredi più rappresentativi del designer e architetto come la lampada Monachella del 1953, la poltroncina Catilina del 1957 e il pouff Cilindro del 1963.

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Ascoli Bottoni- La tradizione al servizio del futuro

(di Antonella De Lucia)

L’azienda Ascoli Bottoni rappresenta un pezzo di storia dell’Area di Porta Romana. Il laboratorio che produce bottoni, alamari e fibbie dal 1903 ha aperto le porte per la Milano Design Week raccontandoci l’evoluzione del gusto e della tecnologia dei questi piccoli oggetti, spesso poco considerati.

Il Design è strettamente connesso con la progettazione di accessori moda e nelle diverse epoche sono stati sperimentati materiali, forme e colori per adattarsi ai dettami dello stile.

Fantasia, creatività e praticità sono le qualità richieste dagli stilisti che si rivolgono alle sorelle Ascoli per realizzare le loro eccezionali creazioni.

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Ascoli Bottoni– via Burlamacchi 14

Al LavORO- 4 designer per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Durante la Milano Design Week si scoprono luoghi nascosti, ma soprattutto nuovi talenti artistici ed artigianali. Anche la nostra redattrice Martha Petrini ha deciso di mettersi in gioco con un allestimento creativo per sperimentare nuove vie del garden design.

L’occasione è stata la serie di eventi promossa da Area Porta Romana, associazione neonata, ma con un obiettivo ben chiaro: promuovere e far scoprire o riscoprire il distretto di Porta Romana, dall’importante valore storico e artistico.

All’interno del cortile di viale Caldara 13, sede di Castrovilli Milano , ha preso vita la collaborazione tra quattro artisti grazie all’esposizione “Al lavORO”: laboratorio orafo con Andrea Castrovilli e Beatrice Baraldi insieme all’Art Designer Alice Corbetta e appunto con Martha di  Studio Marthea Garden Projects.

L’istallazione “Naturare” ricorda una pietra preziosa esplosa in cui la fragilità dei fili d’erba è sostenuta dalla forza della struttura in ferro; ogni sfaccettatura rappresenta l’unione tra la materia inanimata del metallo e la natura vitale dell’erba.

Il visitatore ha la possibilità di attraversare questo spazio per sentirsi parte di esso e per scoprirne i segreti più reconditi.

La tavola in stile barocco

(di Antonella De Lucia)

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Leggendo la storia sull’arte della tavola scopriamo che la posata più antica usata in tavola era il coltello; nell’antichità si usava mangiare con le mani e accanto al piatto veniva sistemata una ciotola d’acqua dove i commensali potevano lavarsi le mani costantemente. Per trovare notizie sulla forchetta si deve arrivare al XI secolo in Europa, fino ad arrivare al XVIII secolo, quando gli ospiti iniziarono ad utilizzare il proprio piatto, bicchiere, coltello, cucchiaio, forchetta e tovagliolo.

Soffermandoci sullo stile barocco possiamo vedere come l’allestimento della tavola assuma un compito assai diverso da quello estetico: le mise en place tra il seicento e il settecento sono finalizzate a mostrare l’opulenza e il potere del personaggio che riceve gli ospiti alla sua tavola. Nelle sale da pranzo di re e ricchi cortigiani viene messa in scena una vera e propria scenografia sfarzosa, ricca di particolari e suppellettili, simile ad una rappresentazione teatrale.

Ogni particolare è curato nei minimi dettagli: il tavolo, le sedie e le stoviglie, le posate si arricchiscono di decorazioni e i materiali più ricchi e preziosi vengono modellati e plasmati per soddisfare le esigenze più ardite.

L’utilizzo dell’argenteria per la tavola diventa un’arte pari all’oreficeria o alla pittura e la lavorazione della ceramica raggiunge vette di perfezione.

Il regno di Luigi XIV, a partire dal 1661, costituisce una delle tappe più importanti della storia dell’oreficeria francese. La formazione di un nuovo stile è inscindibile dalla volontà autocratica del nuovo re. E’ in questo contesto che bisogna porre lo sviluppo prodigioso, ed effimero, che conobbe l’oreficeria e l’argenteria da tavola durante la prima parte del suo regno.

Il gusto di Luigi XIV per gli oggetti di metallo prezioso non si spiega solo con motivazioni politiche e di prestigio; fin dall’infanzia il principe entrò in contatto con gli arredi preziosi di cui si circondava la madre Anna d’Austria e perciò non fece altro che estendere le usanze materne su scala inaudita.

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Il suo vasellame d’oro comprendeva un nef d’oro o vassoio con contenitori per posate, trentasei piatti piani, dodici piatti fondi e sessantotto posate. Non mancavano poi gli argenti: candelabri, bacili per lavarsi le mani, vasi, vassoi forniti di sostegni, boccali ed anche sedie, specchi e tavolini.

Atro segno di prestigio erano rappresentati dai sottocoppa e dai vassoi coperti per salvaguardare la qualità delle pietanze.

La porcellana, meno utilizzata sulle tavole reali, assume comunque una sua importanza sia dal punto di vista decorativo che da quello più utilitaristico.

All’epoca di Luigi XIV la manifattura di Rouen era quella di più alto livello tecnico: la pasta delle maioliche di Rouen si compone di argilla bianca della Senna, di argilla rossa e di sabbia. L’aspetto della maiolica variava da sottile e leggero, con colorazione tendente al grigio-giallastro (sec. XVII), ad un tipo più pesante e rosato (sec. XVIII). Lo smalto poteva avere colorazioni bianco latteo, bianco azzurrato e a volte verdastro. Mentre i colori tipici della decorazione erano il rosso violetto, l’ocra e il nero.

Un settore dove si utilizzò molto la porcellana fu quello delle minuzie: manici di posate piccole ciotoline, portapillole, ditali, statuine.

Meno importanti per la tavola barocca sono i tessuti, utilizzati invece a profusione per le sedie, le poltrone, i tendaggi o per ricoprire le pareti. I tipi di tessuto in voga in quel periodo sono svariati: damaschi, broccati, sovrarizzi (velluto operato, eseguito in riccio e taglio inserendo due ferri ogni quattro trame ) con prevalenza di disegni grandi e grottesche.

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Il tavolo è a volte ricoperto da una tovaglia con decori damascati, ma più frequentemente la tavola veniva imbandita direttamente sul piano in legno; anche il tovagliolo spesso mancava e veniva sostituito da bacili d’acqua profumata dove i commensali potevano lavare le mani tra una portata e l’altra.

Le pietanze venivano poste sulla tavola tutte insieme e nel centro campeggiavano delle alzate di fiori e frutta oppure, nelle case più ricche, il surtout veri e propri trionfi in metallo prezioso in cui prendevano posto salsiere, porta spezie, saliere, oliere, candelieri e porta fiori.

Area Porta Romana – un’associazione per scoprire Milano durante la Design Week

(di Antonella De Lucia)

Area Porta Romana rappresenta il progetto di riunire realtà diverse sparse in quest’area di Milano al fine di valorizzarne l’importanza storica e renderla più fruibile ed accessibile.

Il quartiere deve il suo nome all’antica Porta Romana o porta Imperiale che nell’antica Roma rappresentava la principale via di accesso a Milano e da cui partiva la strada che portava alla capitale dell’impero passando per Lodi e Piacenza.

L’attuale arco monumentale fu edificato lungo le mura spagnole nel 1596 per festeggiare l’arrivo di Margherita d’Austria Stiria, futura sposa di Filippo III di Spagna.

Oggi la Porta sorge al centro di Piazza Medaglie d’Oro su cui convergono diverse vie la cui direttrice nord- sud comprende Corso di Porta Romana e Corso Lodi.

Tutta l’area è pervasa di storia; non c’è angolo o palazzo, strada o giardino, area industriale o teatro che non possa raccontarci dei segreti o ricordarci avvenimenti di rilievo di un passato mai dimenticato o di un futuro ancora da scoprire. Ma più di questo c’è l’amore per la propria città, il proprio quartiere, la propria via o per la propria casa.

Queste sono le ragioni che hanno guidato la scelta di un gruppo di amici di creare il distretto Area Porta Romana, che verrà presentato al pubblico durante la Milano Design Week 2018, uno degli appuntamenti più attesi e di maggior richiamo per la città, con l’organizzazione di diversi eventi su tema del design finalizzati alla riscoperta della zona.

Sarà quindi possibile visitare alcuni degli spazi più noti dell’area come la Rotonda della Besana dove verrà presentata una mostra sulla condivisione e gli spazi pubblici dal titolo “design for reading”, ma anche luoghi meno conosciuti e solitamente poco accessibili al pubblico come l’archivio storico della manifattura Ascoli Bottoni, che aprirà i battenti il 18 aprile.

Sono stati poi organizzati dei “Giri di architettura” a tema e delle presentazioni guidate in alcuni luoghi di interesse artistico, religioso e storico: il Giardino della Guastalla con visita al parco monumentale e agli alberi secolari; la mostra “City Jungle Design” a cura di una giovane architetto presso MiMade in Corso di Porta Vigentina; l’apertura del laboratorio Castrovilli con la mostra “al lavORO” Trame tessute, dove tradizione e modernità convivono; infine la possibilità di visitare la Sinagoga di Corso Lodi e la Moschea di Via Meda, con una passeggiata tra i due templi, il 22 aprile dalle 11 per conoscere la storia di due centri di fede molto attivi nel dialogo interreligioso.

Anche molti degli esercizi commerciali, botteghe artigianali, sedi di istituzioni parteciperanno alla realizzazione di questo progetto con l’esposizione di prodotti di design, di artigianato e di architettura. Non si può non menzionare il supporto fondamentale dei comitati di quartiere CO4, Portaromanabella, Raggio Crocetta e Amici della Guastalla.

Infine due associazioni collaboreranno con il progetto Area Porta Romana: Portamipermano dove venerdi alle 16,30 si svolgeranno delle letture per bambini e Aiutiamoli Onlus con la manifestazione “FUORI fuoco: Obiettivo CENTRATO”, mostra del primo corso di fotografia digitale per giovani appassionati.

La redazione di TheWProject è lieta di annunciare con orgoglio di essere stata inserita come media partner del distretto Area Porta Romana e ci auguriamo di poter fornire un valido supporto a tutte le iniziative che ci verranno proposte dai sostenitori del progetto.

Due case per due passioni

(di Antonella De Lucia)

DUE CASE PER DUE PASSIONI

L’artista messicana Frida Kahlo, conosciuta in tutto il mondo, e suo marito, il muralista Diego Rivera, hanno vissuto la loro lunga e travagliata storia d’amore in due case dove la loro passione artistica si conciliava con la vita domestica.

La casa in Messico è considerata un elemento importante della vita quotidiana, in più le condizioni climatiche e il paesaggio ne hanno condizionato in modo determinante l’architettura. Molte sono le caratteristiche che accomunano le residenze messicane dove la distribuzione degli ambienti contribuisce a rendere labile il confine tra interno ed esterno. Le aree verdi e l’immancabile patio dove prendere il fresco, le linee regolari e geometriche nelle strutture, i porticati, l’utilizzo di materiali naturali per integrarsi con l’ambiente circostante e l’uso tradizionale di colori vivaci sia all’interno che all’esterno contraddistinguono l’architettura messicana tradizionale come quella moderna.

La prima casa di Frida, progettata dall’architetto Juan O’Gorman caro amico di Diego, viene edificata in un’area sita in Calle Álvaro Obregón a Città del Messico, nel quartiere di San Ángel, nei primi anni 30’. La struttura è realizzata con forme cubiche e innovative per l’epoca e l’uso razionale della luce e degli spazi si adatta alle esigenze dei due artisti consentendo loro di lavorare insieme senza interferenze reciproche.

Fu la prima costruzione di Città del Messico che rifletteva l’architettura moderna razionale e funzionale europea senza trascurare gli elementi tipici della tradizione messicana. La casa si sviluppa in due edifici distinti in acciaio e calcestruzzo, uno blu per Frida e uno rosso per Diego, uniti da un passaggio sospeso a sottolineare la loro unione.

Ma è proprio qui che si consumò la triste separazione tra i due artisti. Poco tempo dopo il loro amore mai sopito li portò a celebrare un nuovo matrimonio e a rìtrasferirsi a vivere nella casa di Coyoacán dove Frida era nata e cresciuta.

E’ questa la famosa Casa Azul, che oggi ospita il museo di Frida Kahlo e dove sono conservati i suoi disegni, i suoi quadri, i suoi oggetti personali e le sue ceneri.

L’edificio rappresenta una casa tradizionale messicana realizzata nel 1904 dal padre dell’artista: tutte le stanze si affacciano sul vasto patio a delimitare uno spazio fresco e in ombra dove si svolgono piacevoli momenti di ritrovo e di relax; qui si trovano vasi di fiori e aiuole di piante, reperti archeologici o tradizionali, sedute e tavoli dove ricevere gli ospiti di passaggio. Gli ambienti interni sono spaziosi ed illuminati da numerose portefinestre che creano un continuum con l’esterno.

Frida e Diego apportarono poi alcune modifiche all‘impianto originario per creare quegli spazi personali di autonomia e comunione a cui erano abituati nella precedente dimora. Il giardino fu arricchito di piante locali e fu realizzata una fontana per creare un armonioso legame con la natura del luogo. La scelta dei materiali naturali e dei colori vivaci per le pareti conferma la loro volontà di mantenere un forte legame con la tradizione architettonica messicana.

Sono sempre lì le due case, a Città del Messico, a poca distanza tra loro. E come testimoni inconsapevoli di una lunga passione artistica e sentimentale riescono ancora ad affascinare migliaia di turisti.

(photo da web)

Frida per noi

(di Isabella De Rorre)

Dire qualcosa che non sia già stato scritto di Frida Kahlo è quasi impossibile. Questo è il suo anno, e anche i pochissimi che ancora non avevano mai sentito parlare di questo personaggio iconico, della sua vita, dei suoi amori, delle sue opere, sicuramente da sempre sanno riconoscere uno dei tanti ritratti o autoritratti che hanno conquistato design, moda, arte, letteratura. Frida per noi, Frida per theWProject: una donna forte, indipendente, coraggiosa ed estrema. Che ci ha insegnato i colori, i fiori, il contrasto, il sentimento. Ma anche fragile, dipendente dall’amore contrastatissimo per Diego Rivera, amore che le ragazze del 2018 giudicherebbero passionale ma forse insano, totalizzante, senza equilibrio, malata e assetata di normalità. Che dipinse molti autoritratti perchè spesso era sola, e se stessa, era la persona che conosceva più a fondo. La nostra Frida, contemporanea e antica, è tutta in questa foto: capelli al vento, gli immancabili fiori nei capelli, l’abito dal colore sgargiante, lo sguardo assorto, altrove. Una presenza forte, assoluta, piena di sfumature, misteriosa, eppure presente, dinamica, evocativa. Frida 2.0 è per noi una donna che ha scelto per prima se stessa, come compagna di viaggio. Per cui l’amore sopra e oltre tutto, è quello per il proprio carattere e per il progetto di una vita non ordinaria.

(photo Luca Arnone/dress Sartoria Massimo di Massimo Panuccio/ model Francesca Maria Cerri)

La Cà Brutta

(di Antonella De Lucia)

A Milano c’è una casa, una casa di sette piani, una casa sproporzionata, una casa senza armonia, una casa diversa che, ai primi del Novecento, diede scandalo.

Arrivati in piazza Stati Uniti d’America non si può non notarla: sulla curva di via Moscova sorge dal 1922 la “Cà Brutta”, come venne soprannominata dai milanesi borghesi e dagli architetti della vecchia scuola.

Giovanni Muzio, giovane architetto milanese presso lo studio V. Colonnese, P.F. Barelli, ebbe la possibilità di gestire il progetto liberamente, riuscì a conciliare le nuove esigenze abitative con la tradizione classica. La casa fu la prima opera importante che realizzò nel dopoguerra e dove visse fino alla sua morte nel 1982.

La tipologia del condominio, lo sfruttamento massimo dell’area a disposizione, il recupero immediato dei capitali investiti rappresentarono per Muzio una sfida che purtroppo sin dai primi mesi non fu apprezzata, anzi contestata, così avversata che molti provarono a far sospendere i lavori di costruzione. In occasione della rimozione delle impalcature la polemica scatenò la stampa e i cittadini della borghesia milanese che la soprannominarono appunto “Cà Brutta”, con un’espressione tipicamente milanese.

Per capire lo spirito che aleggiava intorno alla costruzione, il corrispondente milanese della rivista “Architettura e arti decorative” Paolo Mezzanotte scrisse che la casa seppur lontana “dalla tronfia volgarità e dalla banalità melensa di troppe architetture di cemento, vuole però ispirarsi alle fonti classiche e…. sembra mancare precisamente, in un tormento di linee e modanature, della dote peculiare delle architetture classiche: di serenità…”

Muzio infatti volle rivoluzionare le regole classiche dell’architettura che avevano caratterizzato fino ad allora gli edifici milanese: utilizzò una gabbia di cemento su cui impostò le facciate classicheggianti dove le colonne, le nicchie, gli archi, le modanature erano ridotti a forme geometriche pure.

L’intento fu modernizzare e rendere contemporanea la classicità utilizzando sapientemente materiali della cultura classica come il marmorino, il travertino, lo stucco francese, ma anche del colore che dal grigio scuro sfuma nel bianco.

Ma la sua modernità non si ferma all’aspetto esteriore; sono gli interni a riscuotere maggior successo: gli appartamenti sono spaziosi ed eleganti, luminosi e decorati, scanditi in ampi locali e corridoi di servizio, ma soprattutto funzionali e provvisti di tutte le comodità moderne come le cantine, i garage, ascensori e montacarichi. I più richiesti sono gli attici dell’ultimo piano che dispongono di lunghe terrazze con vista sui tetti di Milano. In uno di questi risiederà lo stesso Muzio fino alla sua morte, nel 1982

Così la “Cà Brutta”, con il trascorrere degli anni, riconquista il cuore di coloro che l’avevano denigrata definendola troppo grossa, troppo alta, troppo brutta. Il suo travagliato esordio si arricchisce di aneddoti e la sua storia viene narrata nei libri di architettura e sulle guide di Milano. Chi passa sotto le sue finestre non può fare a meno di fermarsi ad ammirarla e a fotografarla.

Nel 2013 è partito un cantiere per il restauro dell’edificio per salvaguardare la pittura delle facciate e per lo smaltimento dell’amianto, finalizzato a conservare l’autenticità del manufatto e restituirgli il suo splendore originario seguendo un progetto redatto dall’architetto Giovanni Muzio, nipote e omonimo del grande Muzio.

Ecco allora che la “Cà Brutta” brutta non lo è più, risorge, ma il suo soprannome resta, quel soprannome che l’ha resa così favolosa da diventare parte della tradizione milanese, un luogo di interesse architettonico, quasi alla pari di chiese o musei.

(photo da web)

Ultra Violet

(di Antonella De Lucia)

La proposta di Pantone per il colore del 2018 è il Codice 18-3838: ultra – violet, una tonalità di viola/blu simbolo di originalità e creatività.

Il viola prende il nome dall’omonimo fiore di cui descrive il colore.

Nasce dall’unione dei colori primari rosso e blu; il rosso rappresenta forza, amore ed energia mentre il blu calma, saggezza e malinconia: caratteristiche opposte che si attraggono fondendosi nel viola.

Trovandosi al limite estremo dello spettro cromatico ed essendo l’ultimo colore percepito dall’occhio umano, è sempre stato permeato di mistero e magia tanto da diventare un colore di spiritualità e metamorfosi.

Le pietre viola come il quarzo ametrino, l’ametista o la kunzite favoriscono la meditazione ascetica e spesso vengono utilizzate nella cristalloterapia. Hanno il potere di aiutare ognuno di noi a svuotare la mente per raggiungere la visione più chiara di chi si è realmente e possono facilitarci ad allontanare le cattive abitudini.

Chi predilige il viola ama sentirsi libero ed attirare la simpatia e l’ammirazione del prossimo, cura molto l’aspetto fisico, è dotato di comunicativa e riesce ad immedesimarsi negli altri. Ama le sensazioni forti, è intelligente, umile e saggio.

Questa tonalità è sempre stata ritenuta capace di accrescere le facoltà creative e la fantasia tanto da far nascere l’assioma: chi ama il viola ama l’arte.

Nel Medioevo il colore viola per il cristianesimo è stato accomunato alla penitenza e al dolore (lo si indossa ancora oggi per le cerimonie religiose durante la quaresima). Questa è anche la ragione per cui nello spettacolo gli attori non indossino mai abiti di queste tonalità: durante la quaresima erano infatti proibite le rappresentazioni teatrali e gli attori non potendo esibirsi non guadagnavano nulla.

Ha invece una connotazione di potere e prestigio per Re e principi, che sia negli abiti che nelle pietre preziose utilizzavano questo colore per far risaltare la loro supremazia e la loro autorevolezza.

Imperativo per quest’anno sarà quindi osare: indossare il viola nelle sue svariate sfumature, sentirsi ricercate ed ammirate, forti e libere con un pizzico di umiltà e snobismo.

Viola e basta

(di Isabella De Rorre)

Bandito nei teatri per motivi scaramantici, osannato dai creativi e dai coraggiosi e temuto dai più per l’aura di eccesso che lo circonda, il viola resta uno dei colori più intensi e misteriosi di sempre. In questo 2018 tocca a Pantone sdoganarlo, nella tonalità- guida dell’ultraviolet. Il viola è incontro di ragione e sentimento, blu e rosso, che si fondono in equilibrio perfetto. E’ il colore del cambiamento, della spiritualità, della metamorfosi. Nulla, dopo una sua pennellata, è uguale a prima. Colore per pochi, che invece dona a molti. Colore serio, autoritario, più profondo e cangiante del nero, più denso e criptico del blu, e potentissimo.

Quando, in “Elizabeth, The golden Age” Cate Blanchett entra in scena dominando un plastico della città di Londra in attesa dell’attacco della Invincibile Armata spagnola, è facile comprendere che la situazione è grave, e che tutto sta per mutare. Quell’abito, solo quell’abito di scena e nessun altro del film, preannuncia in modo così deciso e inequivocabile il precipitare degli eventi.

Ma il viola è anche moda, e che moda. Quella di una artista, Elsa Schiapparelli, disprezzata da Coco Chanel ma geniale nel proporre abiti di alta moda che sembrano quadri astratti.

Quella, minimale, architettonicamente destrutturata, lineare, di Giorgio Armani, che lascia parlare il colore e lo purifica, lo rende fluido.

Quella sontuosa, immaginifica, estrema, impeccabile dal punto di vista sartoriale!, di John Galliano per Dior nella sfilata del 2011, dove colore e façon diventano un unico esercizio di stile perfetto.

Quella sexy, spudorata, esibita di Versace, una cascata di seta morbida che scivola sulle curve del corpo e le ridisegna, come in un Olimpo moderno in cui le donne sono assolutamente consapevoli della propria femminilità.

Accettiamo perciò la sfida dell’ultraviolet, guardando al 2018 come ad un anno di trasformazione e di positivo cambiamento. Ne parleremo relativamente all’arte, ai fiori, al cinema, al design. Chiudo con gli occhi di una attrice che è stata involontariamente grande testimonial di questa tonalità: Liz Taylor

(photo da web)

Ho visto un posto che mi piace- Vistaterra

(di Silvia Bottazzi)

Ho visto un posto che mi piace, si chiama Vistaterra.

Sembra un paesaggio dipinto del Seicento, con un castello che domina un paesello, immerso nel verde, con giardini vialetti e fontane, vigne e boschi.

Ma Vistaterra è più di un parco, è un Agriparco, completamente eco-sostenibile che abbraccia il Castello di Parella, sulle splendide colline del Canavese, accanto alla Serra di Ivrea.

E’ un innovativo progetto di impresa etica, dove l’ecosostenibilità si misura dalle scelte architettoniche, energetiche e nell’uso di tecnologie avanzate e a basso impatto, impiegate nel pieno rispetto dell’ambiente circostante.

Il 31 maggio 2017 per 5 giorni Vistaterra ha aperto le sue porte al pubblico che ha potuto rivedere restaurati gli splendidi affreschi originali nei saloni del castello, risalenti al XVII secolo. Sono stati recuperati strutture, pavimentazioni e materiali originali e, dove non è stato possibile, sono stati utilizzati materiali locali o nazionali, con il benestare della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Monumentali del Piemonte.

Si è potuto camminare nel silenzio delle sue vigne dove persino passeggiare diventa delicato, su passatoie di legno installate apposta per non calpestare l’erba.

Nell’antico cortile delle carrozze, dove sono state ricavate piccole botteghe invece sono stati commessi peccati di gola ma con la certezza dell’assoluzione, visto che l’intento è quello di promuovere e sostenere gli artigiani cioccolatai e birrai locali.

Vistaterra nasce con lo spirito con cui si pianta un seme: amore, cura, pazienza nell’aspettare di veder germogliare una nuova vita, in armonia con il territorio e il tessuto socio-economico circostanti.

Graziano Cimadom, Presidente di Manital e Founder di Vistaterra spiega che il progetto, in cui sono stati già impiegati oltre 20 milioni di euro di 40 totali dell’investimento, è quello di creare un modello virtuoso di recupero delle eccellenze, di valorizzazione della tradizione e capacità imprenditoriale del territorio, attraverso i valori dell’azienda: etica, bellezza, sostenibilità, arte del buon vivere, nel pieno rispetto della natura e delle persone.

Il progetto è in divenire: oltre al Castello nel quale sono state ricavati spazi per eventi privati ed aziendali, è in atto il recupero a certificazione biologica della vigna storica di Erbaluce e dei Vivai canavesani fondati da Adriano Olivetti negli anni Cinquanta.

Vistaterra sarà un agrimercato dove si potranno riscoprire antichi sapori ormai appiattiti dalla grande distribuzione che provengono da orti biologici a Km 0, con prodotti artigianali della tradizione casearia, panificati, conserve, un birrificio artigianale e una cantina di vinificazione.

Vistaterra è anche un contenitore di cultura: corsi, eventi e workshop a tema cibo, botanica, cura della mente e del corpo, pensati anche per bambini con lo scopo di far passare anche nelle nuove generazioni il messaggio di rispetto per il pianeta.

Nel prossimo futuro si potranno ascoltare concerti nell’anfiteatro a gradoni verdi, sotto un boschetto di betulle e il biolago verrà reso balneabile grazie all’attività di fitodepurazione svolta dalla flora acquatica, dove le famiglie potranno ritrovare divertimento e freschezza nei giorni d’estate.

Completano l’offerta Slow life di Vistaterra una residenza di charme con 37 camere e 3 suite, camere in vigna, un centro benessere completamente bio, una varietà di ristorazione per la riscoperta dei prodotti del territorio. Perfezionano l’esperienza gastronomica il raffinato ristorante gourmet che aprirà in autunno e la cantina dell’enoteca, ,la cui selezione di vini è stata curata dalla Banca del Vino di Pollenzo.

Il connubio con slow food e con l’Università del Gusto risale infatti al 2012 e con esso la condivisione dei valori di “buono pulito e giusto”, come mi spiega Erika Ferlito, anima del progetto , della direzione e sviluppo della Manital.

Me lo racconta con orgoglio e la fatica che deriva dall’essere coerenti all’impegno rigoroso che Vistaterra ha contratto nei confronti dell’ambiente che è quello di voler “lasciare un luogo più armonioso alle generazioni future” .

Ci invita quindi a tornare per assicurarci che le promesse vengano mantenute.

Sarà un lavoro duro, ma qualcuno lo dovrà pur fare….

Aiutatemi anche voi: appuntamento quindi nel 2018 per un tuffo nel Biolago.

Vistaterra

Via Carandini, 40

10010 Parella (TO)

www.Vistaterra.it

 

La bottega creativa di Elena

(di Antonella De Lucia)

Manualità e creatività sono due attività strettamente interconnesse tra loro: più esercitiamo la manualità e più sviluppiamo la creatività e la capacità di saper fare.

All’interno del laboratorio di Elena Parenti possiamo trovare tutto ciò che serve per dare libero sfogo alla nostra fantasia creativa; l’occorrente per realizzare decorazioni per la casa, bomboniere per il matrimonio e ornamenti natalizi è affiancato dai corsi specifici di tagli, cucito, ricamo, maglia e decoupage che si svolgono periodicamente in bottega.

Ghirlande, lanterne, cuscini, tessuti, nastri, pizzi e candele fanno bella mostra di sé in un caleidoscopio di tinte pastello che non possono che attirare lo sguardo già dalla vetrina. Le novità e i pezzi originali non mancano; ogni particolare è studiato con gusto e la libertà di scelta non ha limiti.

Elena, dopo gli studi presso un istituto d’arte, si è dedicata alla gestione del negozio di abbigliamento di famiglia. Nel tempo libero ha però coltivato e migliorato la sua preparazione seguendo corsi specialistici fino al conseguimento di una abilità finalizzata all’insegnamento e all’apertura di un piccolo spazio solo suo.

Dal 2013 il suo sogno si è concretizzato nella Bottega creativa di Elena, il regno per tutte le amanti del fai da te e dei lavori creativi, in via Vittorio Emanuele 12 /A a Lazzate, in provincia di Monza e Brianza. L’atmosfera che si respira ricorda le antiche mercerie, ormai inesorabilmente scomparse, dove si andava con la nonna a cercare quel particolare bottone o pizzo per rifinire il vestitino della bambola preferita, con il contorno dei profumi degli oggetti in legno o in paglia e delle candele aromatizzate.

A coronamento del suo successo lavorativo, Elena, mamma e moglie, mi ha mostrato con orgoglio una foto del suo matrimonio con Riccardo, il 4 giugno del 1989, in cui la sposa indossa un sobrio e vaporoso abito bianco de Le Spose di Giò.

E come da tradizione non si può che ripetere: “…la sposa era bellissima”.

elenaparenti65@gmail.com

www.elenacrea.com

Il fattore Passione

(di Isabella De Rorre)

theWProject sarà la passione. Lo abbiamo deciso pochissimi giorni fa. Sappiamo di correre un rischio, perchè chi di questi tempi parla di passione (ne parlano davvero in tanti, tantissimi) rischia di cadere nel banale, peggio: di esserlo considerato. Io non credo che la passione, quella vera, ovunque si manifesti, possa mai esserla, banale. Penso a Peter Langner, nel suo laboratorio candido e quieto, mentre si muove silenzioso nella sala di taglio, dove prendono vita le sue creazioni. Penso alla sua concentrazione, che non può essere turbata da nessuna visita, altrimenti quell’equilibrio fragilissimo e impalpabile fra estro e abito si interrompe, si increspa come un tessuto delicato. Penso a Riccardo Barattia di Antèsi Milano, che quando parla di Armani dice “Il Signor Armani”, alla sua gentilezza, alla sua capacità di togliere, eliminare il superfluo, di lasciare respirare e parlare un unico fiore bellissimo, alla generosità con cui condivide il suo lavoro. Penso ad Antonio Di Meglio di SussieBiribissi, che unisce le sue pietre semi preziose per colore e poi le divide per farne un lampadario ingioiellato, che si alza lo guarda da lontano e si riavvicina e corregge ancora una, mille volte, quel dettaglio. Potrei continuare per giorni, per giorni parlare di chi la passione la conosce e la trasmette. Potrei parlare  di Elisabetta Cardani che con quella sua voce bellissima da soprano se vede che sei vestita degli stessi colori di uno dei suoi bouquet profumati te lo porge e ti fotografa. Di Melania Fumiko Benassi, che liscia e distende lo strascico di uno dei suoi abiti da sposa infinite volte prima di guardarlo soddisfatta e poter passare a fare altro.  Di Daniela Del Cima di Daphne Milano che parla dell’eccellenza italiana e dei tessuti guardandoti con quei suoi occhi luminosi e attenti, e tu li vedi, quei tessuti, dispiegarsi davanti a te. Di Massimo Panuccio di Sartoria Massimo che misura un orlo con quella pazienza infinita che è mistero come faccia a mantenere, e non è mai soddisfatto, mai, niente è mai abbastanza e lo sa. Di Valerio Antonelli, che lavora concentrato per ore sui tuoi capelli, fino a che quella sfumatura di colore non è esattamente come la aveva immaginata su di te. Non parlo ora di moltissimi altri, stimati e amici, perchè lo faremo nel corso di questi mesi. E non so se basteranno, questi mesi, per dire esattamente cosa è. Però c’è. E’ lì, ogni mattina, ogni santo giorno. Ogni volta che si accendono e si spengono le luci. Ogni volta che ci si alza dal letto per fare, per creare, per sentirsi vivi. Perchè , come diceva con saggezza Enzo Ferrari, “Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere”. Allora: questo anno si parlerà solo ed esclusivamente di passione. Con lo stile, appassionato, di theWproject.

 

Favola d’inverno

(di Isabella De Rorre)

Te lo hanno detto fin da piccola, Principessa, che un giorno quel vestito lo avresti indossato per un Principe. Così avresti dato un senso a quei bei capelli che ora porti raccolti, a quegli occhi enormi e alla bocca carnosa, alle gambe lunghe e alla tua figura sottile. Te lo hanno ripetuto così tante volte, che hai dimenticato chi per primo te lo disse e lanciò questo incantesimo. Perchè di sicuro di incantesimo si trattò, se ora stai scappando con il tuo bell’abito da sposa. Scappi senza un Principe da raggiungere, scappi senza un matrimonio da celebrare, con il tuo vestito rosso che è una bandiera, una dichiarazione di indipendenza, un segnale insieme al tuo rossetto, che sai ballare e  corrrere da sola, se lo vuoi. E lo vuoi, Principessa. E’ questa la tua favola, quella che vivi ora. I rami si ritirano per farti passare intatta e coraggiosa, dritta sulle spalle. Il moto dell’acqua si interrompe e ogni foglia si domanda chi sei. Le ultime foglie sono cadute, impallidite di fronte alla tua determinazione. Hai guardato in alto, respirando forte, e hai riso, sola, sentendo le tue risate disperdersi nel bosco.

 

Hai trovato una lanterna, e nemmeno il buio, con cui le nonne amorevoli hanno cercato di trattenerti, di domare quel carattere che già allora sapeva quanto era lunga ma inevitabile la strada fino a qui, ora ti fa più paura. Il bosco è una distesa di avventure, ogni ombra ti chiama, ogni fruscio nell’erba ti seduce. La guardi, tutta questa vita, che ti sfida giocando a nascondino. E ti muovi leggera, sai le vie degli alberi e delle stagioni. Oh sì, certo che sì. Si celebrerà un matrimonio. Lo celebrerai tu, con te stessa. Pronta, da sempre, a ricevere e dare amore, perchè ti sei amata da subito. Hai capito chi eri, hai sempre saputo, Principessa. Non importa quali sentieri prenderà la foresta, non hai fretta tu; sei in buona compagnia, hai te stessa. Puoi aspettare la luna, e l’alba, puoi cantare e fermarti a contare le stelle o gli anni degli alberi. Puoi correre sotto la pioggia e non dire a nessuno dove andrai.

 

 

 

 

Questa favola d’inverno è dedicata alle donne che amiamo, alle nostre lettrici presenti e future. A tutte le donne che hanno sposato se stesse, che non smettono di guardare al mondo ad occhi aperti. Che amano sognare, ma non perdono tempo e i sogni li realizzano. Che sanno amare, incondizionatamente. Che hanno rispetto di sé perchè hanno imparato che è l’unico modo per farsi rispettare. Che vogliono essere belle e sanno ridere dei loro difetti senza farne un dramma. Che leggono tantissimo, e hanno un gatto o un cane, un cappotto delle borse delle agende e un armadio pieno di abiti che sono simili a loro. Che riconoscono la bellezza a naso, a occhi chiusi, perché tutto ciò che è bello, bello davvero, le fa fermare in mezzo ad una strada in una mattina di inverno glaciale o sotto un albero in Toscana in piena estate.  Che sanno di essere delle privilegiate, per la capacità di stupirsi, e di imparare, di saper chiedere scusa e di chiudere porte quando sta arrivando il momento di andare. Che coltivano un’anima folle e saggia insieme, da tirar fuori quando ci saranno da contare più rughe che balli. O forse no.

Grazie al nostro couturier, Massimo Panuccio di Sartoria Massimo, che ha creato questo meraviglioso abito rosso. Grazie a Valerio Antonelli, che con make up e hair styling ha reso ancora più splendente la nostra Principessa, Francesca Maria Cerri. Grazie ad Antonio Di Meglio, anima di Sussi e Biribissi, per lo chandelier in pietre dure che ha illuminato il cammino della nostra protagonista. Grazie a Luca Arnone, i cui scatti hanno ricostruito la favola.

 

 

 

 

Farage Cioccolato a Milano

(di Antonella De Lucia)

Le vetrine di Farage Cioccolato a Milano, nel cuore del quartiere Brera, riflettono la passione per lo stile francese e la cura del particolare propri della proprietaria: Lina, che con maestria cucina prelibatezze dolci e salate, che hanno il potere di attrarre all’interno il passante, soggiogato da ciò che vede e assapora.

La posizione della Cioccolateria, in via Brera n°5 appunto, a pochi passi dall’ Accademia di Belle Arti e dalla Pinacoteca di Brera, ha finito per creare uno stretto legame tra cioccolato ed arte. Tutto il quartiere ha un passato ricco di storia e di legami con il mondo artistico. Poeti, scrittori, musicisti e pittori di fama mondiale hanno passeggiato per queste vie strette o soggiornato nei fastosi palazzi che dominano le strade come Manzoni o Hayez, solo per ricordarne alcuni.

Quale migliore occasione allora per trasformare un ambiente dedicato alla dolcezza in una galleria d’arte. Proprio in questi giorni da Farage Cioccolato sono esposte le opere artistiche di Carola Castagna: sculture in terracotta che rappresentano teste di donne i cui copricapi caratterizzano la loro etnia. Sagomate nell’argilla e poi cotte, acquistano la colorazione tipica del cotto che ad un occhio inesperto ricorda quasi il cioccolato.

 

 

 

 

 

 

L’artista, da un percorso cominciato con il disegno dal vero, si è poi avvicinata alla scultura e al mondo della ceramica per poter esprimere in tre dimensioni le sue conoscenze di anatomia artistica ed infine sperimentare la lavorazione dell’argilla con il suo imprevedibile risultato dovuto alla cottura.

Chi ama il cioccolato non può fare a meno di coccolarsi con una dolce pausa in questo locale sobrio e accogliente per ammirare le splendide Donne di Carola Castagna, sorseggiando una cioccolata calda con lamponi o assaporando un brigadeiro preparato dalle mani sapiente di Lina Farage.

 

 

 

 

Arte, dolcezza, passione e amore sono i semplici ingredienti per creare quell’atmosfera di romanticismo che si respira fuori e all’interno del bistrot Farage; un piccolo angolo da sogno dove una promessa di matrimonio o una dichiarazione d’amore trovano lo scenario ideale.

Design d’estate

(di Antonella De Lucia)

L’ occasione per tornare a parlare di design mi è arrivata sotto forma di invito ad un sobrio e tranquillo incontro estivo che racchiudeva in se l’inaugurazione di un piccolo showroom di design e la presentazione di alcuni creativi emergenti.

 

 

 

 

 

All’ombra di un vecchio albero di ficus si è svolta ai primi di luglio di quest’anno L’estate di Sillabe; tre giornate di esposizione per presentare arredi, tessuti e oggetti di firme distinte. I protagonisti che hanno deciso di collaborare unendosi in un unico evento sono stati Luca Baroni , designer e cuore pulsante di Sillabe, che firma una raccolta di tavoli ed elementi di arredo in legno e metallo, Ilaria Novembre, architetto con la passione per il restyling di imbottiti con la serie anni ‘50 ed infine Elena Vida che con il progetto Italia e Africa si incontrano in WAX MAX ha realizzato una collezione di abiti, accessori e arredi realizzati da laboratori come la sartoria del carcere di San Vittore utilizzando tessuti africani.

 

 

L’idea dell’evento era quella di una collaborazione tra designers che progettano e producono prodotti coniugando lavorazioni tradizionali ed artigianali con l’uso di materiali più diversi, con il fine di realizzare degli arredi o degli accessori che possano raccontarci delle storie, anche individuali. Ciò risulta possibile solo attraverso uno sguardo più globale sul mondo del design e non solo.

 

 

 

 

 

Lo studio di Sillabe Design, in via dei Pellegrini 6 a Milano, è un piccolo locale dai soffitti alti sito in una tranquilla via nella neo nata Area Porta Romana (Areaportaromana.com), uno spazio showroom nel quale oltre a trovare esposte le creazioni di Luca Baroni, si studiano progetti di arredo su misura eseguiti con materiali diversi, di qualità , eseguiti da maestri artigiani , tutte caratteristiche che rispecchiano lo spirito del mondo di Sillabe.

Indole di questo spazio è di essere un luogo in cui vedere, scoprire e scegliere oggetti per arredare gli spazi abitativi consentendo di usufruire di una vasta gamma di possibilità.

 

 

Sillabe design nasce da un’idea di Luca Baroni che dopo la Laurea allo IED (Istituto Europeo di Design) e dopo varie opportunità lavorative in diversi ambiti del design ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza nel campo per creare una collezione di arredi per la casa, presentati per la prima volta nelle sale della Facoltà Teologica di Milano.

 

 

 

La collezione è diventata sempre più “labile” in quanto ogni arredo e la sua ideazione viene studiato appositamente in conformità delle esigenze del committente che può così essere libero di scegliere i colori e i materiali ma anche la destinazione funzionale e le dimensioni di ogni progetto che diviene un “unico”, quasi un pezzo sartoriale pensato per le sue più specifiche esigenze.

 

 

 

 

 

 

Tutto ciò nasce dall’interesse di progettare non più in modo esclusivo, per pochi, ma in modo inclusivo ossia per tutti; una soluzione che renda più agevole abitare spazi, ormai sempre più piccoli, ma che possano rispecchiare al meglio la personalità dell’utente.

Luca Baroni- Sillabedesign.it

Ilavia Novembre -Divanetto.it

Elena Vida – Waxmax.it

Areaportaromana.com

Luoghi, Leggende e Amore

(di Antonella De Lucia)

Come ci è stato raccontato dal grande Shakespeare, nel centro di Verona si trova il balcone da dove si affacciava la bella Giulietta per intrattenersi con l’amato Romeo; sul muro sottostante si scopre come gli innamorati abbiano lasciato messaggi e bigliettini sperando che la giovane Capuleti possa intercedere in loro favore.

Molti altri luoghi in altrettante città vengono eletti a custodi dei segreti amorosi di molte generazioni.

Terni ad esempio, eletta “citta degli innamorati” proprio perchè diede i natali a San Valentino festeggiato in tutto il mondo; Roma con il suo famosissimo ponte Milvio con i suoi lucchetti appesi ad un lampione, la cui chiave viene gettata nelle acque del Tevere. Pochi invece sanno che a Grazzano Visconti, nel piacentino, si richiede aiuto in amore alla dama Aloisa legando alla sua statua una rosa o un oggetto appartenuto all’innamorato o innamorata . Lei non ebbe fortuna in amore e si crede che il suo fantasma si aggiri ancora tra le mura del castello medievale aspettando il ritorno del suo cavaliere.

Tornando indietro nel tempo molte sono le leggende sugli innamorati o sugli sposi, ma quella che più mi ha colpito la mia fantasia è stata quella che racconta come legare ad un albero particolarmente suggestivo dei nastri con piccoli oggetti possa servire a ricordare un amore passato o a favorirne uno appena sbocciato.

Eccomi allora a prepararne alcuni per proteggere e custodire le promesse d’amore dei futuri sposi che visiteranno “Mi vuoi sposare?” la fiera dedicata al matrimonio che si svolgerà a Pizzighettone il 7 e l’8 di ottobre 2017.

Là dove acqua e cielo non trovano confine…

(di Chara Franzon)

LA’ DOVE ACQUA E CIELO NON TROVANO CONFINE ED IL TEMPO SEMBRA ESSERSI FERMATO

Un’altra Venezia. A poca distanza dalla città storica, dalle meraviglie di S. Marco, Rialto, di calli, campielli e ponti, si apre uno scorcio altrettanto storico ed autenticamente veneziano: la Venezia della laguna e delle sue isole. Un’ampia distesa di acqua e terre semi-emerse, fatta di paesaggi del silenzio, di imbarcazioni lagunari, di colori d’acqua-cielo-terra che si mescolano con il rosso delle costruzioni e di barene che offrono accoglienza alla fauna del luogo.

E’ una Venezia dove domina la natura, dove i segni della storia raccontano le origini stesse della città e del suo più lontano passato.

Tra queste meraviglie si trovano Murano con la trasparenza del suo vetro, Torcello con la sua natura selvaggia e Burano con i suoi allegri colori tanto da essere annoverata tra le dieci località più colorate al mondo.

La pittoresca Burano, che con le sue case multicolore sembra un acquarello fantastico, un quadro sospeso nell’acqua, è famosa per il suo merletto, per essere stata la dimora di grandi artisti come Baldassarre Galuppi, Remigio Barbaro e Pino Donaggio e per le origini dell’arte buranella.

E’ il posto ideale dove regalarsi una passeggiata alla scoperta di angoli e scorci segreti, dove trascorrere qualche ora immersi nella pace, tra barche di pescatori, case, casette e angoli nascosti, giardini ben curati e cortili.

E’ sempre magica, d’estate per i suoi panorami incantati e d’inverno per le forti suggestioni che si provano passeggiando avvolti nella nebbia bassa sull’acqua, in un’atmosfera di silenzio, dove sembra che il tempo si sia fermato.

Le credenze popolari raccontano che i colori delle abitazioni, che si susseguono lungo i canali, siano stati dipinti in modo “vibrante” per i pescatori locali per ritrovare la via di ritorno in caso di nebbia fitta. Vero o meno che sia il tutto crea una suggestiva immagine alla vista.

I mille colori delle case si riflettono nelle acque verdi dei canali e si respirano calma e tranquillità.

Passeggiando per le calli si possono vedere anziane signore che ricamano l’originale merletto buranello con il loro tombolo mentre ridono e chiacchierano. Sembra di essere dentro un racconto delle fiabe tra balconi fioriti e variopinti, tende alle porte delle case e pescatori che issano il pesce fresco appena pescato alle loro tipiche imbarcazioni.

In questa piccola isola di pescatori sembra di ritornare indietro negli anni: il tutto è così minuscolo ed essenziale ed è sufficiente una passeggiata per ricaricarsi e riprendere fiato.

Ogni istante è novità, scoperta, esplosione di colori (merita una visita la casa di Bepi Suà in Calle del Pistor, che si dice essere la più famosa dell’isola per i suoi colori), storia, ricordi, racconti delle merlettaie.

La storia del merletto e delle merlettaie si perde negli anni ed è circondata da una nube poetica: una lavorazione complessa che richiede esperienza e dedizione e semplice al tempo stesso, per la spontaneità e naturalezza delle donne al lavoro. Si narra che la nascita di questa arte e tradizione sia legata al mare e all’amore.

Una leggenda racconta che un pescatore lasciando la fanciulla amata per partire per la guerra poneva tra le sue mani, quale pegno d’amore, una pianticella marina da lui colta, una specie di fiore che si levava con tentacoli e arabeschi, strano ed irreale al tempo stesso. Passavano i mesi e la ragazza ingannava l’attesa tessendo una fitta rete per il suo pescatore. Al rientro la rete era compiuta e quest’ultimo nell’aprirla e stenderla a terra scoprì nella sua trama leggera l’impronta di quel fiore marino.

Si racconta inoltre che tra i nodi dei lavori di intreccio delle merlettaie si intersechino racconti leggendari, storie d’amore, di attesa e di solitudine che hanno sempre al centro la donna.

In questo angolo di laguna si è catturati dalla magia di colori, semplicità e naturalezza.

Burano regala un mondo fantastico, un’oasi di pace e serenità, un luogo di ritorno alle origini e tradizione e riporta indietro alle cose semplici e più vere.

(photo credit: meteoweb)