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Cucina giapponese: i migliori di Milano per TWP

25 Oct

Cucina giapponese: i migliori di Milano per TWP

È stato difficile scegliere, però abbiamo comunque voluto sbilanciarci. Ecco la nostra personale selezione di 8 locali japan ognuno con un’identità ben precisa.

(di Valeria Cudini)

1. Iyo – Via Piero della Francesca 74,

www.iyo.it

Iyo nasce a Milano nel 2007 quando scoppia la moda dei ristoranti giapponesi.

L’idea è del suo fondatore Claudio Liu che decide di dar vita a un progetto culinario che lo identifichi e lo appassioni. Lo battezza Iyo, nome che viene dal giapponese ukiyo, un nome che è una promessa di piacere e un invito a entrare nel “mondo fluttuante”.

L’atmosfera elegante e raffinata del ristorante lo pongono subito come punto di riferimento per i milanesi che cercano una cucina giapponese di alta qualità. Il ristorante cresce negli anni con le sue proposte e diventa il primo in Italia a vantare, dal 2015, una stella Michelin.

Oggi sono ben 11 le vetrine che invitano a entrare da Iyo riconosciuto come il tempio della cucina internazionale giapponese. Lo studio costante delle materie prime, la perfetta conoscenza delle tecniche di cottura, la sperimentazione di abbinamenti sempre nuovi e la creatività messa al servizio di ogni minimo dettaglio sono gli ingredienti di un lavoro di squadra armonico che si svolge ogni giorno.

La regia è quindi affidata a Claudio Liu,

la tecnica e la creatività sono i tratti distintivi dello chef italiano Michele Biassoni che dirige una brigata di cucina multietinica. E ancora: estro e rigore all’eccezionale banco dei crudi; la grande esperienza del maitre e sommelier Danilo Tacconi completano il quadro di unicità di Iyo.

La struttura del locale consente un particolare spazio al laboratorio del pesce che viene lavato, sfilettato, messo sotto vuoto e abbattuto secondo i più rigidi parametri.

Cucina e banco sushi sono a vista per permettere al cliente di “sbirciare” e ammirare le preparazioni dei piatti e le sapienti tecniche di realizzazione.

Per quanto riguarda il menu sia i piatti in carta sia quelli fuori carta variano in base alla stagionalità e al pescato.

Come da tradizione giapponese Iyo vanta il Menu degustazione omakase “Faccio IYO” (95 euro escluse le bevande) che richiama l’omakase dove, come vuole la tradizione giapponese, è lo chef a decidere le portate che il commensale andrà a degustare.Tra i piatti più rappresentativi dell’identità della cucina di Iyo ci si muove all’interno delle Creazioni:l’Ika somen, per esempio, ovvero il crudo di calamaro sfrangiato, caviale Kaluga Amur, verdure croccanti, uovo di quaglia e salsa soba dashi.

Tra i piatti forti i rolls di uramaki, dove si gode appieno la freschezza del pesce.

Speciale nota di merito per il nighiri di branzino, lime, capperi di Pantelleria.

L’ambiente di “Iyo” è quello di un locale elegante, di grande fascino: le 11 vetrine invitano a entrare in un cosmo fatto di cascate verdi di felci,

tavoli in marmo di Portovenere, specchi e parenti riflettenti e una lunga serie di catene che penzolano dal soffitto.

Il proprietario, il cinese Claudio Liu, il proprietario cinese, è un vero maestro di accoglienza sempre pronto a interpretare ogni esigenza del cliente per un servizio davvero impeccabile.

2. Sushi B – Via Fior Chiari 1, https://www.sushi-b.it/

Un gioiello nel cuore di Brera, che nasconde un giardino verticale scenografico.

Un ambiente semplice ma elegante, curato nei minimi particolari. L’anima giapponese è racchiusa nei vari ambienti che caratterizzano il locale:

la terrazza/giardino dove bere un drink o soffermarsi per pranzo o per cena nel giardino verticale, il bancone sushi dove i due sushi chef vi faranno degustare i sapori più autentici immergendovi nella cucina millenaria del Sol d’Oriente e il ristorante gourmet, un ambiente molto intimo dove assaporare le creazioni dello chef Nobuya Niimori.

Lo chef, classe ’73, è originario di Tokyo dove ha appreso l’arte della cucina giapponese autentica. Dal 2004 in Italia dopo aver appreso in due ristoranti italiani la cucina del nostro Paese, si è formato presso i ristoranti giapponesi Kiyo e Nobu Armani. Nella sua idea di cucina la rigida impronta nipponica apre comunque a contaminazioni italiche e alla qualità del pesce italiano. È lui stesso a definire così la sua filosofia di cucina e a considerare il cibo come parte integrante della sua giornata lavorativa e no.

«Da questo punto di vista la mia tradizione non è differente dalla tradizione italiana anche se i piatti differiscono molto. Non viene mai trascurato il momento conviviale – ha spiegato chef Niimori -.Credo che vivere il gusto sia una scoperta per il palato. Quando si spazia dalla tradizione all’innovazione bisogna essere in continua ricerca. Questo mi permette di assaporare nuovi ingredienti cercando di capire come valorizzarli trovando il giusto abbinamento.

Fare felice il cliente è certamente il modo migliore per tenere viva la mia passione per questo lavoro, un feedback positivo è quello per cui do il massimo ogni giorno. Non mi spaventano gli errori e cerco sempre di migliorarmi imparando da essi.

Applicare la tradizione giapponese alla creatività della cucina italiana è sicuramente il mio fil rouge, senza perdere i sapori e profumi originari ma aggiungendone colori e sensazioni che portano sempre il pensiero di “casa” e facendone così il punto distintivo».

La cucina di Sushi B è quella Kaiseki, ovvero la più alta espressione della filosofia gastronomica giapponese. Nasce come un pasto vegetariano di accompagnamento alla cerimonia del tè ma con il tempo diventa un pranzo o anche una cena molto particolare composta da numerose portate servite in piccole porzioni. Si cura ogni minimo dettaglio: dalla stoviglia più raffinata alla disposizione degli ingredienti nei piatti fino alla disposizione dei piatti stessi.

Il menu consta di 9 portate, si assaporano i gusti più autentici, si scoprono le antiche tradizioni culinarie e si viene a contatto con ingredienti raffinati, ricercati, espressione della millenaria cucina del Sol Levante.

Il tutto servito dalla cameriera giapponese in abito tradizionale al banco sushi banco che potete riservare in esclusiva (serve un anticipo di 24 ore).

Per noi, come sua cifra stilistica, lo chef ha scelto di presentarci i suoi piatti Kaiseki:

Ika (calamaro) Itozukuri con uni (ricci di mare),

Toro (ventresca di tonno) con salsa sumiso (aceto di riso e miso) kake, caviale e asparagi e

fritto di branzino con namas (marinatura di aceto di riso e scorza di limone) di carote e daikon.

A disposizione poi il menu a sorpresa dello chef, Omakase da 8 portate.

3. Nobu – via Gastone Pisoni 1, https://www.armani.com/restaurant/it/restaurant/nobu-milano/

All’interno degli immensi spazi, dopo aver trovato l’entrata del ristorante, si entra, come ci raccontano gli ispettori Michelin, in un ambiente dalle “linee pure e minimaliste nel più tipico stile Armani, ma anche caratteristiche di un certo design nipponico, in un locale che ha ‘gemelli’ sparsi per il mondo”.

L’indirizzo italiano dello chef giapponese ha letteralmente stregato le star hollywoodiane, come era già accaduto, del resto, sin dalla prima apertura nel 1994 a Tribeca, New York City, del primo Nobu con il suo partner in affari, nientepopodimeno che Robert De Niro.

La cucina di Nobu è fusion con influenze sudamericane. Lo chef di fama internazionale, Nobu Matsuhisa, ha, tra i suoi moltissimi pregi, quello di aver portato per la prima volta in Italia un prodotto particolarissimo valutato come il miglior pesce bianco al mondo. Stiamo parlando del Black Code, il Carbonaro dell’Alaska che vive in acque profonde, ha una polpa chiara, un alto contenuto di grassi buoni, una texture delicata e una carne che si “sfoglia” perfettamente. È arrivato qui da noi grazie a un solo abbinamento e grazie a un solo chef: Black Code e miso dello chef Nobu.

Nel menu troviamo differenti proposte di degustazione e, oltre alla carta è possibile scegliere il menu Omakase,  termine con cui il cliente dichiara la sua fiducia allo chef e lascia a quest’ultimo la scelta dei piatti da offrire.

Quest’anno, a inizio marzo, in occasione della festività della fioritura di pesco, il celebre chef Nobu Matsuhisa ha partecipato con il resident chef di Nobu Antonio d’Angelo (a Nobu dal 2009) e lo chef di Tokyo Takashi Wada alla creazione di un menu esclusivo di 8 portate e alla realizzazione di un nuovo originale cocktail.

Alcune specialità che val la pena citare: il sashimi di ricciola, olio del Garda, pomodoro caramellato al nikiri soy e granita di ceviche o, per la contaminazione nippo-sudamericana, il branzino cileno, purè di Aji Amarillo, yuba e granita di jalapeño.

La cucina dello chef Antonio D’Angelo unisce quella giapponese tipicamente Nobu a quella italiana.

I piatti proposti per TheWProject sono tre novità del menu:

roll di salmone affumicato, sashimi di gambero rosso e fasolaro, goji, kimizu e gelatina di tosazu,

branzino kobu jime, jamón ibérico, kizami kombu e pesca e, come dessert,

cremoso all’olio di oliva, pistacchio e sorbetto di erbe citriche

4. Nishiki – corso Lodi 70, http://www.nishiki.it/

Chi abita nella zona sud di Milano o gli habitué del locale lo conosceva già sotto un’altra veste, meno sofisticata. Da inizio novembre 2017 Nishiki ha riaperto dopo un sostanziale e attentissimo restyling che lo posizionano nella top ten dei ristoranti giapponesi di Milano oltre che per la cucina pregiatissima per la raffinatezza dell’ambiente che potrebbe definirsi vintage rétro nelle sfumature dello Shaded Spruce, traducibile come “bosco ombreggiato”.

NISHIKI Andrea Mariani – A13Studio ©

La scelta dei due proprietari, Alessandra e il marito Xiabo Zhou, è stata quella di trasformare il locale in un ristorante contemporaneo d’ispirazione internazionale.

 

Alla base del progetto la scelta di un colore della memoria, quello del Lago delle Fate, un piccolo lago ai piedi del Monte Rosa, le cui acque smeraldine oggi ritroviamo sui tavoli del ristorante. Il colore “bosco ombreggiato” domina in tutte e cinque le sale per poi andare a toccare le tonalità più calde del verde petrolio e quelle più fredde del turchese e del blu pavone.

Al centro del locale il lungo bancone del sushi bar dove avviene la preparazione dei crudi, dietro a cui una vetrata fumé dai riflessi champagne lascia intravedere la cucina dove vengono preparati i caldi.

L’ambiente è stato creato per mettervi completamente a vostro agio: fascino, comodità e raffinatezza nei divani e nelle poltroncine in morbido velluto. Bellissimi i tavoli in resina lucida incastonati in cornici d’ottone anticato.

E poi ci sono le 6 salette privé indipendenti in cui trascorrere serate indimenticabili.

Assolutamente da menzionare l’insegna del locale che richiama il “mondo fluttuante” e le stampe della cultura di Ukyo-e che caratterizzava l’antica Tokyo (Edo) nel XVIII secolo: luogo di piaceri degli abitanti così come vuole essere questo luogo. Da Nishiki di fluttuante ci sono le onde di maglia metallica che scendono dall’installazione luminosa del soffitto.

Ma veniamo all’attesissimo menu, una sorpresa anche per i palati più fini. Si parte con il repertorio più classico di sushi e sashimi, rolls, maki e zuppa di miso con una precisazione però: Xiabo e Alessandra non si sono mai fermati nella ricerca della perfezione continuando a rielaborare le ricette base e ricorrendo sempre a una materia prima eccellente, a tecniche di taglio e cottura perfette.

NISHIKI Andrea Mariani – A13Studio ©

Il menu si caratterizza per i diversi Nishiki Spoons, ovvero dei piccoli assaggi presentati su cucchiai di ceramica che si mangiano in un sol boccone: salmone che avvolge uovo di quaglia e tartufo, ostrica abbracciata da salmone e da una foglia sottile di zenzero e rapanello.

Ci sono poi i Nishiki Rolls, che spaziano nel gusto e nel colore, dal delicato Soft Roll con branzino e granella di pistacchi all’Astice Roll,

NISHIKI Andrea Mariani – A13Studio ©

con astice all’esterno e gambero in tempura e avocado all’interno, dall’Angus Roll,

NISHIKI Andrea Mariani – A13Studio ©

con carne di Angus e foie gras all’esterno, asparago in tempura e avocado all’interno al Fashion Roll avvolto da un misto di pesce scottato.

E non finisce qui perché poi si passa ai caldi:

NISHIKI Andrea Mariani – A13Studio ©

 

 

 

 

 

 

 

il classico Black Cod in salsa miso e gli Yakisoba al tè verde con verdura e bottarga.

La mia fortuna? Aver degustato praticamente tutto e avere avuto l’occasione di parlare con i due proprietari che mi hanno descritto con cura ogni singolo piatto e trasmesso l’amore che li accomuna per la cucina di alto livello, per la sperimentazione di nuovi piatti e per la scelta delle materie prime sempre freschissime e di altissima qualità.

5. Izu – corso Lodi 27, www.sushi-izu.it/

Inaugurato nel 2006, il locale, gestito dallo chef Jin Yue, affonda le sue radici nell’esperienza decennale che il titolare ha acquisito nel mondo della ristorazione e trae linfa vitale dalla sua passione per la cultura e la gastronomia nipponica.

Completamente rinnovato nel 2010, non appena si varca la soglia si rimane incantati dalla magia dell’oro e, contemporaneamente, dal candore del bianco: 50 crateri stellati sospesi, mattoni e travi d’epoca a vista, pareti e tavoli color oro, sedute in cuoio bianco e ferro.

La location è indiscutibilmente splendida: le originali lampade a sospensione modulari realizzate in vetroresina in foglia d’oro e gli involucri avvolgenti sono come delle sculture che guidano il cliente in un luogo suggestivo e luminoso.

La filosofia alla base del locale si fonda su tre pilastri che individuano il cibo come nutrimento, sapore e gusto. L’obiettivo dello chef è creare sapori inediti e gradevoli al palato utilizzando pesce freschissimo che arriva tutti i giorni, anche la domenica.

Il pescato del giorno è proposto in tutte le sue declinazioni: dalle tartare al sushi al sashimi alle cruditès e ai “fuori carta” a base di gamberi rossi di Mazara del Vallo, aragoste, scampi, astici, ricci di mare, fasolari giapponesi, capesante con lime e salsa di agrumi, ostriche.

Sapiente lo studio sulle materie prime, sulle loro proprietà, combinazioni e sull’eleganza e originalità della composizione del piatto.

Meritano un cenno i metodi di cottura: vengono utilizzate le più salutari, come il bagnomaria, la cottura con il cannello e la bollitura allungata con le spezie.

Abbiamo intervistato lo chef per voi e gli abbiamo chiesto quale sia il suo tipo di cucina e la filosofia che lo ispira. «Una cucina giapponese sempre in evoluzione caratterizzata da creatività e materie prime di alta qualità da tutto il mondo – ci ha risposto Jin Yue -. Mi occupo di ideare i piatti perché sin da piccolo sono cresciuto aiutando mio padre in cucina. È stato lui a trasmettermi l’amore per la cucina. Ho avuto diverse esperienze in giro per il mondo: a Londra, in Spagna e poi in giro per l’Italia. È così che ho appreso tecniche e ricette e ho potuto rielaborarle secondo il mio estro creativo orientale Prima di creare un piatto nuovo lo immagino e lo disegno. Poi inizia la sperimentazione per trovare l’equilibrio estetico perfetto e il gusto inedito».

Il piatto più rappresentativo di Izu per lo chef è il sushi omakase selection,

ovvero il piatto a mano libera dello chef a seconda del miglior pescato e creatività dello chef. Il piatto regala un’esperienza indimenticabile. 

6. Poporoya – Via Bartolomeo Eustachi 17, http://www.poporoyamilano.com/

Tutto è iniziato nel 1987 con il maestro Hirazawa Minoru, detto Shiro, diplomato alla prestigiosa scuola di cucina Tsuji di Osaka. Poporoya è sia un negozio di alimentari giapponesi sia un sushi bar

 

da segnalare come grande vanto per i proprietari che Poporoya è stato il primo ristorante in assoluto ad aver proposto a Milano l’offerta sushiya. I prodotti in vendita nel suo alimentari rappresentano il meglio per quanto riguarda l’importazione giapponese e sono consigliati direttamente dallo chef che li utilizza quotidianamente nelle sue preparazioni.

I locali di Poporoya sono stati completamente ristrutturati nel 2013 pur mantenendo l’impronta originale del ristorante che ormai da trent’anni è un sicuro punto di riferimento per i milanesi appassionati di sushi.

L’impronta della cucina è tradizionale, i piatti nella loro preparazione, cottura e composizione sono il frutto delle conoscenze apprese negli anni di studio dal maestro Shiro: dunque nulla è lasciato al caso. Da Poporoya si prepara il meglio dei piatti giapponesi: dal sushi al sashimi, dai chirashizushi alla zuppa di miso, ma anche a preparazioni con pasta udon, tonkatsu, hojicha, tempura e takos. Se ne occupa una brigata affiatatissima che lavora al banco sushi.

Il piatto forte, anche a detta dello chef stesso, è il “chirashi, con tanto pesce e tanto cuore, da preparare con una musica romantica”.

Abbiamo chiesto allo chef quali fossero i piatti più rappresentativi del suo locale. Ecco qui le sue scelte.

Kaisen Kakiage Soba: un piatto spiccatamente estivo che viene preparato con spaghetti di grano saraceno, da gustare freddi assieme ad alga Nori, erba cipollina, wasabi e salsa Mentsuyu fatta in casa, a base di mirin, soya, sake, alga Kombu e katsuobushi.

Buta Miso Syougayaki: il filetto di maiale viene tagliato a fette sottili, scottate in padella e condite con zenzero e salsa di miso fatta in casa, entrambi ricchi di proprietà benefiche e antiossidanti. Abbinamento ideale con la birra artigianale nipponica.

7. Wicky’s Wicusine – Corso Italia 6, https://wicuisine.it/

Wicky Priyan ha scelto di dare un nome alla sua cucina chiamandola Wicuisine. Una cucina giapponese tradizionale che è contaminata da ingredienti mediterranei (circa il 90% delle materie prime sono italiane). Deriva da una lunga formazione dello chef che ha vissuto un’infanzia a stretto contatto con la natura, le arti marziali, e che ha fatto la gavetta a fianco di veri maestri nei grandi ristoranti giapponesi e internazionali. È una cucina che nasce a seguito di viaggi da un continente all’altro fino all’incontro con l’Italia.

Secondo Wicky «è proprio la mano di ognuno di noi a racchiudere, fin da quando veniamo alla luce, tutta la nostra storia, il nostro futuro, le esperienze che vivremo sulla nostra pelle».

Wicuisine nasce dal rigore, dalla disciplina e dalla dedizione al lavoro. Caratteristiche che vanno di pari passo con cultura e sensibilità, con una conoscenza enciclopedica di decine di materie prime: dalle erbe di prato e di orto ai legni per affumicare, dal riso ai fiori, dai pesci agli oli, dalle spezie ai vini fino alle acque e alle carni.

Wicky, per la sua grande esperienza, non assaggia mai i suoi piatti. Incredibile, vero? Per lui è sufficiente annusarli, soppesarli e osservarli, abilità appresa da sua madre. Per lui tutto risiede nel profumo, nella consistenza, nel punto di calore esatto, nella gradazione di spezie e di salsa.

Ma chi è Wicky Priyan? Ci siamo fatti fare un ritratto dello chef.

Nato in Sri Lanka, passato da criminologo prima di diventare chef. Negli anni dell’università si divideva tra studio e lavoro part-time nelle cucine di grandi ristoranti. Ha vissuto per ben sette mesi alla stregua di un homeless per le strade di Madras, in India, allo scopo di approfondire i temi della sua tesi di laurea, per poi viaggiare e approdare in Giappone dove è rimasto per trent’anni. Qui è diventato con onore l’unico allievo non giapponese di Kaneki, Maestro di cucina “Kaiseki”, espressione più raffinata della cucina nipponica, nonché uno dei discepoli del grande Sushi Kan, Maestro di “Edomae (vecchio nome di Tokyo), ovvero “il sushi alla sua massima espressione”.

Ancora oggi, la formazione che Wicky ha ricevuto non si è interrotta ma prosegue e si trasferisce anche nell’insegnare ai ragazzi della sua brigata di cucina, molti dei quali sono con lui da ben dieci anni.

I suoi viaggi dall’Asia alla Papua Nuova Guinea, da Bali alla Thailandia fino all’Europa sono parte della sua identità e della sua formazione: rispetto, disciplina e tenacia, ma anche curiosità e apertura, capacità di concentrazione e di analisi fuori dal comune.

Il suo menu Omakase potremmo considerarlo un riassunto della sua filosofia di cui vogliamo mettervi a parte:

1.      Tartare di gamberi gobbetti della Sardegna con salsa di soia sfumata al sake e al mirin (sake dolce)

2.      Melanzana perlina arrostita con salsa a base di nashi (pera asiatica) e miso, mostarda di yuzu giapponese, salsa a base di topinambur, tofu e barbabietole + erbe aromatiche di decorazione

3.      3 Bicchieri:

–          Sashimi di salmone scottato con olio, salsa 5 continenti, coriandolo fresco e semi di sesamo;

–          Carpaccio di ricciola giapponese con bottarga di tonno, pesto di capperi di Pantelleria, indivia belga al forno e salsa “yuzu soy”;

–          Tonno scottato con senape giapponese e pepe Punjab.

4.      Foglia di daikon marinato con aceto di riso e sale di Maldon, gambero rosso di Mazara del Vallo, tartare di ventresca di tonno e caviale nero di storione

5.      Baccalà del Mar Tirreno in tempura da intingere nella salsa a base dashi

6.      Sushi:

–          Angus, rosmarino e tartufo;

–          Salmone, zenzero e menta;

–          Gambero rosso e pomodoro datterino;

–          Capasanta giapponese con yuzu;

–          Branzino con salsa 5 continenti;

–          Tonno con salsa 5 continenti;

–          Baccalà con bottarga di muggine, basilico e pomodoro datterino;

–          Mazzancolla con tartare di capperi di Pantelleria

7.      Filetto di branzino della laguna di Marano, salsa di asparago bianco piemontese, curcuma, lemongrass, zenzero e salsa 5 continenti

8.      Maki arancino JSM (maki con riso giallo allo zafferano; all’interno: polpa di granchio, tempura di verdure, olio di scampi – fatto dallo chef -; al di sopra: ossobuco alla milanese con chips di Parmigiano Reggiano e patata viola)

9.      Sfera di cioccolato bianco cotto al forno, dacquoise alla nocciola, composta di arancia tardiva calabrese, biscotto bretone

8. Finger’s – Via San Gerolamo Emiliani www.fingersrestaurants.com

All’interno della sala del ristorante troviamo una pietra dove è riportato un antico proverbio giapponese: “L’incontro fra le persone è dove tutto ha inizio”. Ed è proprio da un incontro tra due personalità differenti, l’estroso cuoco nippo-brasiliano Roberto Okabe e il grande campione internazionale Clarence Seedorf, che nel 2004 nasce Finger’s. Se prima poteva inquadrarsi nei locali alla moda, oggi è celebrato tra i migliori ristoranti milanesi dai gourmet appassionati di cucina giapponese.

La cucina è creativa e propone un raffinato mix tra la leggerezza e armonia delle tradizionali preparazioni nipponiche e i sapori sudamericani e mediterranei più decisi.

Lo chef Roberto Okabe esprime nei suoi piatti la profonda conoscenza di ingredienti e sapori di Paesi differenti che utilizza con assoluta creatività portando il cliente a compiere un vero e viaggio nel gusto.

Qualità e originalità garantiscono ai più esigenti una perfetta risposta di cucina giapponese contemporanea: estremo rigore nelle tecniche e nella scelta delle materie prime, innovazione cosmopolita nelle proposte.

I piatti proposti dallo chef come rappresentativi dell’anima di Finger’s? Eccoli qui.

10 anni di Finger’s. 10 piatti per raccontare i 10 anni di Finger’s.
© Francesco Mion

10 anni di Finger’s. 10 piatti per raccontare i 10 anni di Finger’s.
© Francesco Mion

10 anni di Finger’s. 10 piatti per raccontare i 10 anni di Finger’s.
© Francesco Mion

10 anni di Finger’s. 10 piatti per raccontare i 10 anni di Finger’s.
© Francesco Mion

Il locale? Luci soffuse e atmosfera chic, arredo in stile giappo-metropolitano.

Un bellissimo banco sushi vi darà la possibilità di cenare osservando i sushimen all’opera.

Oppure per chi cerca una maggior privacy, i due comodi tatami e le salette privée con accoglienti divani in piuma.

 

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