Quarantene di Design

Proprio oggi il Salone del Mobile di Milano avrebbe aperto le porte a progettisti ed operatori del settore  per mostrare al pubblico le nuove tendenze del design.  La  redazione di TheWiderproject ha pensato di organizzare  Quarantene di Design: una piccola vetrina  per i designer dove presentare brevemente  se stessi con alcune foto delle loro creazioni accompagnate da qualche riga di commento che li racconti e rappresenti.
L’idea è di creare una sorta di Fuori Salone virtuale ed eventualmente scambiare contenuti con altri magazine o siti in Italia e nel mondo per ricordare a tutti che la creatività vola libera e travalica gli ostacoli e che l’isolamento può infondere sentimenti nuovi e nuova linfa.
L’appuntamento col design  vi aspetta da domani con alcuni amici del magazine che hanno aderito con entusiasmo all’esperimento.

Annagemma Lascari: la Designer della Moda

(di Isabella De Rorre)

Una premessa doverosa ai lettori: questa articolo è una lunga intervista, che parla di Annagemma Lascari, ma soprattutto di moda. Perché la Signora Lascari vive per la moda da quando, bambina, decise che quella era la vita che voleva.

Per me, segna uno spartiacque, o meglio una conferma che per scrivere di Moda, quella vera, bisogna capirla e sforzarsi di farla comprendere, oltre le apparenze che spesso la relegano a fenomeno senza sostanza compiuta. E che scrivere, in assoluto, è documentarsi bene per documentare altrettanto bene la voce di chi ci risponde, per coloro che ci leggeranno.

Buon viaggio, quindi.

Annagemma, parliamo del presente. Chi è oggi Annagemma Lascari, e che cosa è Atelier Lascari?

Sono prima di tutto una designer, una innovatrice. Stare indietro non è nel mio carattere, e sviluppare il segmento Sposa mi ha dato la possibilità di creare e anticipare tendenze, che altri hanno sviluppato dopo: un esempio, gli abiti leggeri, portabili, o realizzati in un tessuto unico su cui io lavoro da anni.

Mi piace farmi accompagnare dalla definizione che Gae Aulenti , docente di Domus Academy che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, forgiò, di Classico Unico: “Quando tu non riesci più ad aggiungere o togliere nulla all’oggetto che hai creato”. Per un designer, riuscire a disegnare un classico unico è una fortuna, e posso dire di essere stata fortunata: alcuni miei abiti del 1993 sono attuali ora e trasversali alle mode.

Il tubino “Classico Unico”, 1993

Atelier Lascari è il risultato di un’alta tradizione sartoriale, che si sviluppa da un pensiero di design; se non studi, se non metti cultura in quello che fai, all’abito viene a mancare il racconto, non ha la sua storia.

La mia mente è legata a doppio filo alle mani sapienti delle mie sarte.

La sposa che entra in Atelier trova cento abiti, che sono archetipi: trova quello che Annagemma è nei bustier, nelle scollature, nei volumi, nei materiali. Viene seguita in maniera personale, partendo da uno dei modelli esistenti o partendo da un abito disegnato in quel momento, davanti agli occhi increduli della sposa, la risposta concreta alla domanda: Ma lei sa disegnare?”.

Da qui parte il processo creativo, ed un legame profondo con la sposa, che non si interromperà mai più: faccio provare alcuni abiti, anche per vedere come la futura sposa si muove, come li vive. Poi si pensa alla struttura del suo abito, al decoro: sono per il decoro funzionale, amo mettermi in difficoltà da sola! Ma solo per poi risolvere il problema al meglio.

Annagemm lascari – Catosky Photo Art
Party Dress “The Great Gatsby” Annagemma Lascari – Catosky Photo Art

Dal 2016 è nata “Annagemma”, Unexpected bride, una capsule collezione di 21 abiti, per poter fare stile, innovazione, uscendo dalla tradizione prettamente sartoriale, e sfidando il pret a porter. Ogni abito della prima capsule era dedicato a una Grande Donna: ricordo “Morgane”, una fata guerriera senza tempo.

Faccio quello che ogni stilista di nicchia ritengo dovrebbe fare: offrire lo stile, il design, la qualità del Made in Italy (nel mio caso: Made in Milano). Donare leggerezza, come la intendeva Calvino. La sposa non deve pensare che il Made in Italy sia caro, ma che sia un prodotto competitivo con una qualità eccellente, e rara da ritrovare altrove.

Abito Annagemma Premium

Per questo, la linea “Annagemma” è diventata “Premium”: 15 modelli al massimo, prodotti con alti standard di qualità e design, dedicata alle spose millenial, con prezzi che restano entro i 2.500 euro. Per me, una ulteriore e appassionante sfida.

Lei ha detto: “Non puoi fare forme nuove, se non hai materiali nuovi”; come traduce nel suo lavoro di ricerca questa affermazione?

La moda è ricerca a 360 gradi; l’abito come progetto deve quindi partire dal materiale da utilizzare.

Prima di tutto bisogna studiare il materiale, poi creare una palette, per arrivarne a realizzarne di propri. Occorre conoscere natura e caratteristiche dei filati, come funzionano i telai. Un plus è conoscere il finissage, io ne sono esperta.

Le faccio degli esempi: il primo riguarda l’utilizzo di un materiale che amo molto, e che sto usando in via esclusiva, ossia il Tulle Tatou. Consistenza completamente diversa dal tulle che conosciamo: questo materiale si muove nell’aria, come se danzasse. Lo immagini in un abito da sposa!

E poi: in Francia usano mescolare i tessuti dell’alta moda con quelli usati per il teatro.Negli anni trascorsi a Parigi ho scoperto la crepeline de soie, che viene usata per rammendare i costumi teatrali e d’epoca.

La sua struttura, una armatura-tela, la rende impalpabile, viva, tanto da restare in aria tempo prima di ricadere: immagina cosa possa diventare una gonna a ruota? Certamente, un capo unico.

La stessa ricerca la porto avanti sui materiali che vanno a comporre la linea Premium, con tessuti innovativi che permettono di contenere i costi.

Nel citare l’esperienza con Ferré, lei ha detto che in seguito a quel periodo ha cominciato a intendere la moda come un progetto. Il suo approccio alla progettazione di un abito è cambiato nel corso degli anni?

La continua ricerca sui materiali – bozzetti 3d

La progettazione per me resta identica, e si sviluppa su più piani conseguenti l’uno all’altro: parto dalla ricerca iconografica e di materiali, proseguo mettendo a punto i tessuti. Comincia la parte progettuale vera e propria: inizio a disegnare, e a studiare una collezione vera e propria. A questo processo, soprattutto negli ultimi anni, si sono aggiunte figure nuove, che intervengono sul merchandising di collezione, ossia sulla tipologia vestimentale: forme, tessuti, pricing di collezione. Il product manager è colui che stabilisce per esempio che il tessuto per un determinato modello può costare al massimo una cifra prestabilita. Nasce la griglia di collezione: i prototipi vengono creati con materiali similari a quelli utilizzati per gli abiti finiti. Segue la fase di fitting con le modelle; solo in seguito ad essa, gli abiti vengono sdifettati. Per natura, devo stare vicina al manichino, lavorare con la modellista, la prémiére, spesso con entrambe. Non amo peraltro la parcellizzazione di ogni capo, lavoro perciò con la medesima persona dalla fase di prototipo fino al modello. Percorro chilometri fra macchina da cucire e vestito! E faccio a volte modifiche, studio il materiale che ho scelto, come a mano mano rende nella lavorazione.

Veniamo al Capitolo Schiaparelli, Maison della quale è stata chiamata a dirigere il rilancio. Come si conserva, e rivifica, una tradizione sartoriale già così innovatrice?

Maison Schiaparelli è un po’ il fiore all’occhiello di Della Valle. Il marchio era spento, e lui ha avuto il coraggio, l’istinto e la fortuna di rilevare a poco a poco tutti gli spazi originali della Maison, siti in Place Vendome, nella zona dove erano i gioiellieri più importanti di Parigi.

Quando sono stata chiamata a rilanciare la Maison, l’edificio in cui si trovava era un enorme cantiere! La priorià è stata quella di strutturare l’Atelier e le Salon Boutique, dal punto di vista dle personale, delle attività, dei processi creativi e produttivi.

Ho duplicato così il mio Atelier di Milano a Parigi, con i medesimi spazi, la stessa logica e il rigore. Ricordo la disponilità economica importante, per curare ogni dettaglio: le grucce con il nome della Maison in fucsia; le etichette ricamate a mano, con il numero progressivo e le iniziali delle clienti…

Un periodo straordinariamente proficuo e produttivo: da sempre, più un progetto è complicato, più sono lucida nel portarlo a termine.

Mi sono sforzata di portare in questa impresa innovazione, come sempre. Ho creato delle lavorazioni sartoriali che la esprimessero. Ultimamente l’alta moda si sta avvicinando a qualcosa di più portabile, più daily; quella presentazione è stata il trionfo della sartorialità. Anna Wintour volle farmi personalmente i complimenti, dicendomi: “Finalmente, dei capi di alta moda!”.

Nel 2009 lei è entrata a far parte de “Il Dizionario della Moda Italiana” di Vergani. Quale responsabilità ha un designer nei confronti della moda, passata e presente?

Evento di beneficenza
“Mila For Africa” con Natasha Stefanenko

Il designer crea vestiti; può incidere sull’epoca in cui si trova a operare mantenendo un modus operandi etico nei confronti del sociale, dell’ambiente, dei suoi clienti.

Credo che una responsabilità sia insegnare alle donne che porteranno i miei abiti che la bellezza è qualcosa di donato. Ecco: forse la responsabilità maggiore è lasciare un contenuto di bellezza al mondo.

Insegnare per Lei: cosa è fondamentale che comprendano le nuove generazioni di stilisti? Quale consiglio fornisce più frequentemente?

Insegnare è qualcosa di molto bello; se non si sta a contatto con le nuove generazioni, non si tiene il passo.

Per questo motivo, mantengo l’insegnamento in parallelo con la mia attività, anche se è impegnativo.

La parte di educational l’ho scoperta subito dopo il master con Ferrè alla Domus Academy, come tutor, cioè referente fra studenti e docenti.

Quello che dico sempre agli allievi è che devono studiare, si devono impegnare a fondo; non deve mai mancare in loro la passione, la curiosità, la “fame”.

I ragazi che studiano oggi per diventare i designer di domani devono “rubare” la professione a noi che siamo in aula con loro ad insegnare.

Esiste una donna “Atelier Lascari”? Una musa, un modello ideale di riferimento?

Un nome su tutte? Coco Chanel. Avrei voluto vestirla, trovo il suo rigore molto vicino al mio stile; è stata una innovatrice incredibile. E poi, Audrey Hepburn.

In tempi più recenti, Monica Vitti e Mariangela Melato, due attrici e due donne di straordinaria personalità. Sì, la donna deve avere carattere; è bello progettare un abito su questa qualità.

Red Carpet Dress Atelier Lascari for Maria Grazia Cucinotta

Per chi vorrebbe, oggi, creare un abito?

Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi: donne complesse mentalmente, stimolanti, inafferrabili.

Parliamo di Haute Couture. Quali fasi segue la realizzazione di un abito di alta moda, rispetto ad un capo di pret à porter?

L’Haute Couture, che può dire di fare chi è iscritto alla Fédération de la haute Couture et de la Mode, è il punto più alto della comunicazione di un brand.

Alta Moda e Pret a porter sono due processi con differenze sostanziali a contraddistinguerli.

In Atelier Lascari si segue in toto l’iter alta moda.

Un abito Haute Couture nasce da un figurino. Si predono le misure della cliente, e riportate sulla tela, che viene realizzata a volte in cotone a volte con il medesimo tessuto dell’abito. Il processo creativo parte proprio da essa: una parte in cartamodello, una parte a manichino. Le prove sono ridotte al minimo, per questo spesso si crea un manichino che riporta le misure della cliente, in modo da lavorare all’abito senza doverla disturbare.

Nel pret à porter si parte dal figurino, ma il cartamodello è industriale, a volte realizzato anche a computer. Il prototipo viene creato con un tessuto similare, spesso in essere. Lo stilista va in azienda, e fa il fitting direttamente sulla modella. Viene realizzato un altro campione, e un controcampione, procedendo poi allo sviluppo delle taglie, dei colori, dei materiali.

La Sposa: come è e quali sono le sue esigenze quando varca la soglia del suo Atelier?

Due di massima le tipologie di spose che si rivolgono a me: una è la sposa tradizionale, che ha un approccio romantico, arriva con la madre, con lei visita gli atelier. Solitamente opta per un matrimonio “all’italiana”.A volte arriva con un’idea di abito che viene poi personalizzato sul suo fisico, e sul tipo di cerimonia scelta.

L’altra, è la sposa millenial: arriva con le amiche e senza la mamma, che interviene alla fine, a scelta dell’abito effettuata. Ha un gusto diverso, si fa influenzare dalla moda sposa fino ad un certo punto. I suoi riferimenti sono le attrici che solcano il Red Carpet, è molto informata su quello che viene proposto sulle passerelle di moda.

Annagemma Premium

Amo lavorare con i wedding planner, perché preparano la sposa al nostro incontro, il futuro sarà nel rapporto one to one.

Oggi più che mai invito le future spose ad acquistare un abito Made in Italy, pretendendo che lo sia! A leggere quindi con attenzione le etichette per capire da dove provengono i tessuti, dove vengono lavorati e trasformati nell’abito finito.

Lo dobbiamo, tutti, al sistema Moda Italia.

E per finire, il futuro: dove e chi vorrebbe essere fra cinque anni, Signora Lascari?

Domanda difficile! Fra cinque anni vorrei essere meno timida e meno riservata. Non mi sono mai vantata né mai esposta, ma vorrei impegnarmi perché le persone sapessero cosa c’é dietro uno dei miei abiti.

Le racconto un ultimo aneddoto, sull’umiltà e l’autorevolezza: negli anni di Parigi fui chiamata dal direttore creativo di Acme Studio, che aveva ricevuto incarico di vestire la principessa Vittoria per la consegna dei Nobel. Occasione fondamentale, perché la Principessa veniva designata per così dire della carica di regina designata. Con le mie premiere ogni fine settimana partivo in aereo per andare a Stoccolma: avevamo a disposizione solo quattro settimane. Andai a Corte, e le mie sarte ed io prendemmo le prime misure con gli occhi, perché la futura regina non poteva essere toccata.

Mai ho visto tanta umiltà e semplicità in chi avrebbe potuto permettersi arroganza! Ma l’umiltà spesso si accompagna all’autorevolezza: mai all’autorità.

Sì: nel futuro, vorrei essere al centro della mia consapevolezza, della fama che so di avere e che non vanto. Voglio che emerga l’autorevolezza nel settore. Anzi, invito i lettori a dirmi come secondo loro potrò realizzare questo intento.

Annagemma Lascari è senior designer dal 1989 al 1992 per le collezioni Gianfranco Ferré e Christian Dior Accessori, per Nazareno Gabrielli e Pierre Mantoux. Vince nel 1991 il Concorso indetto dalla Camera Nazionale della Moda come Talento Emergente; dirige l’Atelier di Milano che porta il suo nome dal 1993. Collabora con rubriche dedicate con le testate “Vogue” e “Immagina”. Dal 2002 al 2004 è Direttore Creativo di alcune delle collezioni Capucci. Dal 2008 al 2012 dirige il dipartimento di Fashion Management di Domus Academy. Dal 2011 al 2014 è a Parigi come responsabile del progetto di rilancio della Maison Schiaparelli. Dal 2012 al 2015 è docente e Direttore Progetti Moda Internazionali alla Tsinghua University, in Cina. Insegna e coordina il progetto didattico al Politecnico di Milano, dal 2012 e attualmente. Nel 2015, in collaborazione con la Maison Valentino, progetta e dirige il Maste in Haute Couture e Fashion Design. E queste sono solo alcune delle attività che identificano Annagemma Lascari.

annagemma.com

In_materia – Il fashion show di Accademia del Lusso

(di La Redazione di theWProject)

What we’ll do tonight?
Try to guess!
Stasera alle 21 preso lo Spazio Eventi “La Pelota” di Via Palermo a Milano, si terrà il fashion show 2018 di Accademia del Lusso, scuola di Moda e Design. Come ogni anno i designer si sono fatti guidare da un tema dominante, che questa volta ha a che vedere con la materia. Materiali speciali per façon altrettanto innovative. theWProject ha il piacere e l’onore di essere per la terza volta testimone dell’evento. Seguiteci su sito e social!

#in_materia #in_materiafashionshow #accademiadellussomilano

Creazioni e creatori- Dario Princiotta

(di la Redazione di theWProject)

Dovima e l’eleganza che fu. Avere 257 anni e un quarto nel 2018. La Contessa di Castiglione, e la creazione generata che genera a sua volta il creatore. Sono solo alcuni dei temi di un pomeriggio di pioggia e di chiacchiere gentili con Dario Princiotta, couturier.
Presto su queste pagine!

Menta e Rosmarino: creatività a Miasino

(di la Redazione di theWProject)

Giugno inizia regalandoci belle giornate di sole: vietato restare a casa!

Cosa vedere-Vi segnaliamo una deliziosa iniziativa di questo fine settimana, ideata e promossa da Asilo Bianco: il Green Festival “Menta e Rosmarino”. Si tratta di una mostra mercato,  volta innanzi tutto alla valorizzazione del verde e al ribadire il rapporto indissolubile fra uomo e ambiente, e che raccoglie per aree tematiche vivaisti, artigiani designer e creativi, e produttori agroalimentari.

Dove- Location dell’evento è  Villa Nigra in località Miasino, sulle colline del Lago D’Orta. “Menta e Rosmarino” sarà  aperta al pubblico oggi 2  e domani 3 giugno, ad ingresso gratuito.

Perché visitarla- Per vivere una giornata all’aria aperta in una villa e una zona romantiche e suggestive. Per poter partecipare a visite guidate ai giardini e altre mille iniziative per grandi e piccoli. Per passeggiare in mezzo alla bellezza.

Cosa piace a theWProject- Tanti sono gli espositori pieni di talento che troverete e alle cui creazioni, ve lo anticipiamo!, sarà impossibile resistere. Noi ci siamo innamorate del progetto di Roberta Sapino, nata illustratrice ma dai mille interessi coltivati con cura e professionalità, che qui a Miasino presenta, insieme al team che ha sposato l’idea, “Cose Inperfette”.

Sottopentola, tovagliette all’americana, sotto bicchieri…tutto quello che regalerà alle vostre tavole un tocco in più.  Roberta ha investito, insieme alle altre ideatrici, tempo e attenzione nella scelta di filati naturali di altissima qualità, e in quella di una palette di colori chic, gradevole, adatta ad ogni mise en place.

Si parte da una tabella di colori di base, di ispirazione nordica, cui si accompagnano tre colori “di moda” scelti stagione per stagione. Esiste anche la possibilità di personalizzare le creazioni attraverso la scelta di colori diversi. Ma vi assicuriamo che una volta visto l’allestimento di Cose Inperfette, amerete anche voi alla follia questa palette così essenziale e raffinata al tempo stesso.

www.asilobianco.it

Instagram: @coseinperfette

Quel che resta del design

(di Isabella De Rorre)

 

Dopo qualche settimana dalla fine della Milano Design Week, sorge spontaneo pensare ancora al design. E dire che tutto quello che sappiamo di esso è che è ovunque. Possiamo amarlo, essere critici, apprezzarlo, sospendere il giudizio, odiarlo, ma non possiamo ignorarlo.

Dirò di più: se è davvero creativo e funzionale, lavora nel passato per far sì che, un giorno, quell’oggetto nel presente ci sembri famigliare e insostituibile nel futuro. Il design ci lega ad un’epoca e la identifica con perfezione chirurgica quando osserviamo una sedia una caffettiera un tavolo. Ma la forza del design è  immensa e inarrestabile.

Perché non si ferma e non si limita. Forse abbiamo cominciato a parlarne per l’arredo, ma abita le linee delle auto, corre sulle bottiglie delle bibite preferite, ci illumina e si trasforma.

A volte si nasconde, perché nasconde la sua etimologia. Un designer traccia a mano la storia la funzione e il destino di un oggetto. Penso alla perizia dell’orafo e a chi moltiplica la luce degli specchi.

Il design ci stupisce e ci conforta, quando richiama affetti e suggestioni di un’epoca in cui siamo stati felici, o icone che accompagnano il cammino

Il design è divertente, vuole sbalordire cambiando il mondo disturbando la forma della sostanza e viceversa.


Tutto quello che sappiamo del design è che rimane, fra ombre e luci, una delle vie che abbiamo per ricercare la bellezza. Che è un modo di vivere più pienamente lo stesso numero di anni che abbiamo in sorte. Attenzione alla valutazione che date dei creativi: essi sono uno strumento per comprendere la realtà, per vederla prima, per assicurarsi la certezza che le cose sopravvivono a noi e ci rendono quasi eterni.

Ecco a voi un piccolo e sentimentale excursus sul Fuorisalone 2018. Grazie sempre, per la documentazione fotografica, a Luca Arnone.


 

Fuorisalone 2018- B&B e Maxalto per Area Porta Romana

(di Antonella De Lucia)

Anche i noti marchi B&B Italia e Maxalto hanno scelto Area Porta Romana per presentare, durante il Fuorisalone 2018, la loro nuova collezione di arredi outdoor, firmata da Doshi Levien, Naoto Fukasawa e Antonio Citterio.

La location di alto impatto scenico è stata quella del Chiostro dei Pesci all’interno della Società Umanitaria dove armonia e tranquillità hanno accolto in maniera sublime divani, poltrone e tavoli quasi a creare un luogo preposto alla meditazione e al riposo dal rumore della città.

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Gli arredi di entrambi i brand rappresentano il punto di congiunzione tra creatività innovativa e nuove tecnologie industriali per interpretare al meglio l’evoluzione continua di un pubblico sempre più attento al proprio benessere. Il risultato finale sono la collezione di divani e poltrone Bay, la selezione di tavoli Antrum e le sedute assemblabili Otium.

Il Salone degli Affreschi, antico refettorio del convento di Santa Maria della Pace, ha ospitato inoltre una mostra commemorativa con una ventina di arredi del grande maestro Luigi Caccia Dominioni che B&B Italia rimetterà in produzione entro la fine dell’anno. Sotto la volta affrescata, su una pedana centrale hanno trovato posto alcuni degli arredi più rappresentativi del designer e architetto come la lampada Monachella del 1953, la poltroncina Catilina del 1957 e il pouff Cilindro del 1963.

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Melania Fumiko- un anno di stile

(di Isabella De Rorre)

Un anno fa esatto, alla soglia dell’autunno, theWProject conosceva Melania Fumiko Benassi, anima del marchio Melania Fumiko, durante l’inaugurazione dell’Atelier di Via Chiossetto 10 a Milano. E aveva una intuizione, semplice ma che a distanza di un anno si è rivelata centrata: questa giovane designer e imprenditrice aveva le idee molto chiare e sapeva parlare di eleganza attraverso i suoi abiti. Tanto da, in meno di un anno, creare capi che caratterizzano il suo stile e il suo marchio: la casacca declinata in seta e altri tessuti pregiati, con le ali a farfalla, che rappresenta di certo un punto forte della sua produzione sartoriale, e siamo sicuri diventerà iconica evolvendo nel tempo. L’attenzione maniacale per dettagli e tipi di orli, che fanno venire voglia di rovesciare l’abito per vedere quanto è curato un passaggio di cui nessuno sembrerebbe darsi cura, retaggio del suo amore per il Giappone che comporta altrettanto amore per ciò che non compare ma costruisce un abito.

 

 

 

Gli abiti sposa leggeri ma incredibilmente strutturati, che rispecchiano in pieno il suo carattere, gentile ma fermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le architetture dei corpini e i movimento delle gonne ampie, che ricordano la Ballerina di Rodin. I punti luce inseriti a mano seguendo l’andamento dei tessuti come una danza. Gli abiti fluidi che ricordano la passione per il vento e il design della Maison Vionnet. Le cinture e i ricami che arrichiscono con discrezione le pieghe di un abito e delineano la vita. Le giacche rigorose confortevoli, dalle fodere inaspettate che le rendono double face.

 

 

 

 

 

 

I corpetti strutturati rigidi ma croccanti, che ripercorrono le armature degli antichi samurai con gentilezza e contemporaneità. Tutto questo è il suo mondo. Ma attenzione: i richiami a stili altrui, se pur eccelsi, sono solo richiami.

 

 

 

 

 

 

 

Questa signora è capace di parlarvi per ore con gli occhi che le brillano del viaggio fatto per scegliere una seta, delle ore impiegate a dare la forma voluta al cannone di una gonna o alla spallina di un abito da star. La perizia del suo fare si rispecchia anche nei tessuti, scelti fra le eccellenze produttive italiane ogni volta che questo sia possibile.

 

 

 

 

 

 

 

Melania Fumiko è innanzi tutto una donna che vive fortemente ancorata al suo tempo, ma che ha un soffio d’antico, che dona fascino a ciò che crea. E le sue creazioni sono come la cerimonia del thè: hanno un rituale e tempi irrinunciabili, per avere un risultato perfetto. Non aspettatevi una professionista noiosa, o troppo presa da sé. Vi troverete di fronte, visitando il suo atlier, ad una designer felice di fare quello che fa, duttile, attenta alle vostre esigenze, che siate una sposa o una donna che voglia vivere il proprio abito e fare in modo che questo abito somigli in tutto e per tutto a quello che è. Dopo un anno, è bello essere qui a festeggiare insieme a lei di ogni successo presente e futuro. Il direttore tace di proposito della cintura obi dell’abito della foto di apertura: ricordatelo bene, perchè il prossimo editoriale sarà dedicato al valore rituale dell’abito. Buon primo anniversario, Melania!

(photo di apertura: Luca Arnone)

Feriti dalla bellezza

(di Isabella De Rorre)

Settembre prosegue, dopo giorni di un cielo azzurro limpido e di propositi portati dall’aria che, lo sentiamo, non è più estiva ma nuova, fragrante. Oggi ci sono ancora sprazzi di azzurro dopo giorni di pioggia. Ho pensato a come la bellezza non ci venga mai insegnata abbastanza, e spesso sia lasciata alla nostra sensibilità, ad eventi particolari, o al caso. Invece, sarebbe bello essere educati da subito ad essa. Poterne capire il valore e conservarla come un dono e uno strumento per il cammino che ognuno di noi si troverà ad intraprendere. Sono stata fortunata, la bellezza mi è stata presentata da piccola, e da allora la ricerco ogni volta che mi è possibile. E in molte forme. Allora, parliamone, almeno proviamoci.

La Bellezza Svelata– Ho riscoperto dei testi del liceo abbandonati in un baule; fra i tanti, spicca la raccolta di novelle di Pirandello. Un segnalibro mi ha indicato la chiusura di “Ciàula scopre la luna”:Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.

La Bellezza Svelata è la forma più pura forte e crudele di resurrezione. Ci colpisce, davvero a morte, apre l’anima a una rivoluzione. E ci salva, per sempre. Dopo, non si è più gli stessi. Perché è un’arma affilata, un pungolo che ci obbliga a ricercare se stesso altrove, ovunque. A non accontentarsi più.

La Bellezza Essenziale- Tempo fa ho visitato l’imponente permanente voluta da Giorgio Armani a Milano, l”Armani Silos”, che contiene una part rappresentativa delle creazioni dello stilista, una sala di proiezione e un archivio a disposizione dei visitatori. Un’opera di ristrutturazione importante di un edificio altrimenti abbandonato prima, e poi un lavoro di cesello che rende questa struttura assolutamente corrispondente al carattere e allo stile di chi l’ha creata e curata. E nei minimi dettagli, dalle luci al colore delle pareti e dei teli che dividono e definiscono gli spazi.

 

 

Si può non amare lo stile degli abiti di Armani, ma non si può non essere colpiti da questa intima, totale coerenza nell’attraversarne gli spazi. Cala su chi visita questo luogo un senso di completezza e quiete, come se improvvisamente, anche fuori da lì, la vita fosse semplice e ordinata e delicata ma ferma.

 

 

 

 

Come se modi persone e luoghi fossero eleganti, sempre, di diritto e per dovere.  Ricordo di aver sorriso perché sono entrata nelle toilettes per lavarmi le mani, ed erano talmente belle per forme e colori di design, da aver asciugato il lavandino prima di uscire. I miei compagni di visita, ho scoperto poi, avevano fatto esattamente la stessa cosa, e con la stessa motivazione. La Bellezza, quando ci colpisce, ci educa a rispettarla? Credo di poter dire di sì. A volte sì. Sarebbe bello poter dire sempre.

 

 

 

La Bellezza della Memoria- Visitare l’esposizione creata da Antonio Marras durante l’ultimo Fuorisalone è avere una riprova di quanto dello spirito creativo di questo designer passi dalla valutazione profonda del passato e della tradizione, per creare abiti che sono trasversali a diverse epoche, duttili, pensati per resistere al tempo.

 

 

 

 

 

 

 

Qui la Bellezza attinge e si nutre proprio di memoria, di taccuini con gli acquerelli originali dello stilista, di oggetti antichi riproposti come in una “Recherche” proustiana visiva, di tessuti e forme che ricordano qualcosa del passato, che si stringe saldamente a presente e futuro. Marras è sempre, sempre coerente a se stesso. Ha una gentilezza dell’anima ferma e essenziale. Elabora il suo vissuto e lo trasferisce sulle sue creazioni.

 

 

 

 

 

 

 

Il senso è di riconoscimento, di riappropriazione delle tradizioni, di attimi. E’ come vivere la vita di Marras, riconoscendovi dei brandelli della propria. La Bellezza è anche e soprattutto quello che siamo stati, i luoghi da cui veniamo, il nostro vissuto, la somma incerta ma straordinaria dei nostri giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ la cultura, l’arte, la poesia, la pittura, il rispetto degli altri e la conferma di ciò che siamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

La Bellezza della Passione- Un paio di anni fa credo, Milano si è animata, fra i tanti eventi, per una settimana dedicata alla danza. Ed è stato meraviglioso vedere, in Stazione Centrale, delle giovani ballerine di una scuola di danza muoversi leggere fra i passanti.

 

 

 

 

Ho pensato, guardandole come stavano facendo tutti, con incredulità e una carezza sul cuore per quel regalo inaspettato, che la Bellezza spesso pretende dedizione, passione, fatica, dolore a volte, esercizio. Soprattutto, fede assoluta. Coraggio, di vivere, di alzarsi sulle punte, di spiccare un salto, di fidarsi.

 

 

 

 

 

 

E’ uno sforzo su se stessi costante, è miglioramento, critica, convinzione, sgomento, rinascita, insonnia, rabbia. E’ vita

 

 

 

 

 

 

 

Ne scriverò. Ancora. Un caro amico mi ha consigliato di dedicare alla Bellezza l’attenzione che merita. Forse questi pensieri sparsi del direttore, diventeranno una rubrica. Forse. Per ora, proseguiamo in questo settembre dunque, con una consapevolezza nuova, con delicatezza, ma con determinazione e con il cuore spalancato. Molte sono le novità, come sempre. Resta theWProject, resta il nostro entusiasmo. Accompagnateci nel cammino!

(photo: Luca Arnone  tranne foto “Ciaula”, da web)

YOU|nique- il runway show 2017 di Accademia del Lusso

(di Isabella De Rorre)

Il 13 giugno theWProject ha potuto assistere alla sfilata che ha concluso il ciclo formativo annuale di Accademia del Lusso. La location prescelta questa volta era la Fonderia Napoleonica Eugenia a Milano. Protagonisti erano gli abiti degli allievi delle sedi italiane e straniere. Il concept, lanciato dalla direzione creativa di Barbara Lg Sordi, era sfidante ed interessantissimo: creare abiti che potessero mutare completamente, dalla palette di colori all’utilizzo giorno/sera. Sfida raccolta dai designer, che hanno dato vita ad una sfilata in due fasi: nella prima, Re|think, i capi hanno mostrato la loro anima giorno in colori neutri e naturali. Con una trasformazione “a scena aperta” grazie alle sapienti mani degli allievi, si è passati  alla fase Re|Mind in cui gli abiti convertiti in  outfit sera si sono arricchiti di tessuti colorati, preziosi, broccati, vintage, dipinti a mano.

Così, una borsa extra large, è diventata una gonna couture

Il più classico, ma contemporaneo, dei trenchcoat, una gonna pareo destrutturata

L’outfit coloniale con gonna a corolla, l’abito con echi giapponesi nel corpetto e la gonna- dipinto

Il tailleur-armatura rigoroso  ma dagli ampi volumi, una cappa esplosione, di impronta romantica

La mantella abito a busta, un raffinato tre pezzi con obi couture

in un gioco replicabile all’infinito. Accademia del Lusso si è confermata una voce eminente, un osservatorio e una fucina sulla e della moda di domani; segnale ne è che i designer di anno in anno sviluppano una cifra stilistica che li identifica e ne fa dei talenti da tenere assolutamente d’occhio.

www.accademiadellusso.com

(photo Luca Arnone)

 

 

 

La coerenza evidente- Daniela Del Cima

(di Isabella De Rorre)

L’appuntamento con Daniela Del Cima è nel suo atelier. E il primo tratto importante di questa lunga chiacchierata sarà la perfetta corrispondenza della stilista al suo mondo: la Signora Del Cima mi accoglie attenta e a suo agio in uno spazio vivo, dinamico, in cui i collaboratori che si muovono per le stanze sanno di averla come costante punto di riferimento. E lei, mentre parla, è davvero presente in ogni scelta, pronta a risolvere ogni dubbio, a confortare una cliente, a dare indicazioni sulla taglia e sul costo di un capo. La famiglia si nuove silenziosa ed efficiente intorno a questa figura femminile dalla straordinaria coerenza e linearità, che si rispecchia anche nel modo di vestire, di approcciare gli altri, di stare seduta, nel tono della voce. Il viaggio nella moda di questa designer comincia a Forte dei Marmi, con un negozio diventato presto punto di riferimento per le sue clienti, che continuano ad esserle affezionate anche dopo il trasferimento a Milano. Nella città meneghina, La Signora De Cima collabora come consulente stilistica con grandi aziende; presto però, e per fortuna dico io, interviene il bisogno di avere una piccola realtà produttiva, con la quale potersi esprimere al meglio. Ecco così l’Atelier Del Cima con produzione totalmente sartoriale, e la linea di demi-couture, metà sartoriale e metà industriale.

 

Ed ecco, per completare il carattere deciso dell’attività, l’approccio al mondo sposa con la linea dedicata “Daphne Milano”. Una scelta, quella di seguire le future spose, volta a dare evidenza ala femminilità delle sue clienti tramite le sue creazioni. Una femminilità, come la intende Daniela Del Cima, “gestita”, cioè mai ostentata. Il punto focale del suo lavoro è l’abito, come rappresentazione delle diverse sfaccettature del femminile. Per creare l’abito,  predilige stampe, sete, tessuti italiani, spesso della industria comasca che è sempre stata un fiore all’occhiello della moda italiana e non solo. E l’abito attiva un gioco di creatività costante, tanto da poter definire le collezioni sempre in progressione. Le chiedo quali siano e se ci siano dei materiali più amati di altri, e la risposta non mi sorprende: tessuti fluidi, cadenti, pizzi, di cotone e non, per poter “costruire” un abito, per renderlo armonioso e facile da indossare e da vivere. Nessun orpello, nessun ricamo, nessuna decorazione. Il valore dell’abito deve esistere e mostrarsi per se stesso. E questi abiti così realizzati, vivi per le linee e per i tessuti, possono essere interpretati in mille modi.

 

 

Daniela del Cima è eticamente corretta, legata come è a una cultura della moda più antica: quella di creare capi che abbiano un valore economico più intenso, più resistente all’infuriare dei trend, più antico appunto nella più nobile accezione del termine. Esploriamo insieme la collezione sposa, giocata su toni naturali come i tessuti: pizzo, ecrù, colori che si adattano a ogni tipo di carnagione e ad ogni colore di capelli, esaltandoli. L’abito sposa può e deve evolversi secondo il carattere e le esigenze della cliente: molte spose si rivolgono all’Atelier per le seconde nozze, magari chiedendo abiti funzionali, più morbidi, per poter per esempio durante la cerimonia abbracciare senza timore il figlio piccolo. In questi casi, il matrimonio diventa un evento da festeggiare, con maggiore libertà di espressione anche stilistica, e maggiore consapevolezza. Le spose in seconde nozze convolano per il piacere di poter condividere una scelta consapevole con amici, per il piacere di essere se stesse. E per le prime nozze? Le spose arrivano guidate dalla campagna di comunicazione, e trovano piena possibilità di esprimersi. Non esiste un modello di donna ideale, ma esiste la donna che arriva da Daniela Del Cima secondo una scrematura naturale data dall’immagine del brand, che deve e può parlare da sola. Gli abiti da sposa sono costruiti su misura, sono pezzi unici. Tanto è che spesso le creazioni finite sono chiamate con il nome della sposa stessa che le indosserà. Lo studio dell’abito è fatto in funzione della corporatura delle cliente, è ovvio, e della location della cerimonia per renderla coerente non solo con la sposa in primis, ma con il tono generale dell’evento. Chiedo come si sviluppa il processo creativo, e la Signora Del Cima conferma che gli abiti non nascono da un disegno ma da un incontro con il materiale. Le basi di vestibilità vengono di volta in volta adattate: parola d’ordine è “non standardizzare”. Ecco perchè la stilista parla di evoluzione continua, per questa esigenza costante di rinnovamento. Esigenza che comporta una applicazione rigorosa e altrettanto fedele nel tempo.

Cito testualmente cosa rappresenti la linea Daphne per la stilista: “E’ un angolo ritagliato per rendere le donne, donne”. E qui la conversazione verte sul ruolo, fondamentale, delle lavoranti, delle sarte che costituiscono l’esercito silenzioso ed efficientissimo dell’Atelier. La designer sa che esistono una quantità di sartorie con lavoranti che operano con maestria. E il suo progetto, realizzato, è quello di far lavorare queste sarte, importantissime per lo sviluppo e la permanenza sul mercato di un brand, permettendo loro di ritrovare un lavoro antico tramite la vena artistica che le pervade. Ecco, solo così la moda è, e resta, una forma d’arte, di espressione della bellezza. Così come le maestranze sartoriali, è importante riconoscere e difendere ancora la territorialità italiana, cioè quelle che sono le aree di eccellenza per tessuti e materiali. Strutture a volte di piccole o medie dimensioni, che ancora permettono di essere flessibili. Questo, per Daniela Del Cima, il concetto di vero lusso: esclusività, e servizio. A cosa deve mirare uno stilista? A rendere, tramite l’abito confezionato, il servizio ad una donna di farsi rivolgere il complimento non “Che bell’abito che hai”, ma “Come sei elegante”. Questa è l’unica evoluzione possibile: un passaggio per poter esprimere a pieno quello che si è. E con questo concetto, raffinatissimo e semplice nello stesso tempo, saluto Daniela Del Cima e il suo mondo.

 

(photo Michele Dell’Utri,  courtesy of Daniela Del Cima) – www.daphnemilano.com

Sussiebiribissi: di come dare forma (preziosa) alla sostanza

(di Isabella De Rorre)

Incontro Antonio Di Meglio, anima di Sussiebiribissi,  in una mattina al confine con la primavera; come spesso succede di questi tempi, finalmente abbiniamo entrambi all’immagine virtuale dei social una voce e un carattere.  E da subito, dall’affabilità e soprattutto dal mondo di pensare, riconosco in questo designer la coerenza di quando forma e sostanza coincidono. Senese di nascita, approda a Milano dopo essere stato cittadino del mondo, aver studiato Antropologia Culturale (e questo è un primo tassello, penso fra me e me, di quell’equilibrio dicevo fra forma e sostanza) e aver arricchito il suo curriculum vitae di esperienza. Perchè Antonio di Di Meglio non improvvisa nulla, soprattutto non s’improvvisa ma percorre una via di vita e professionale che lo porterà a realizzarsi. Tutto parte dalla gestione di un negozio di bijoux e semipreziosi, in Via Monti, 28 a Milano, e dalla richiesta di abbinare le sue creazioni agli abiti di una designer. Da qui, comincia un’avventura, che alla fine coincide ancora una volta con un progetto di vita: una notte arriva in sogno l’idea di destrutturare e ridare vita allo scheletro di un lampadario chandelier, e di decorarlo completamente di collane e orecchini.  E’ un successo: il pezzo unico viene venduto e la strada, trovata. Ci vogliono studio e misura e passione: elementi che sono nel DNA di Antonio Di Meglio, e che come per magia nei primi tre mesi sono anche strumento per partire. E in questo periodo iniziale, trovata la strada, chi cammina con lui interviene per aiutarlo, per spianare l’organizzazione del quotidiano.

Quando forma e sostanza coincidono, insisto io, allora tutto trova la misura e la dimensione per portare a compimento i progetti. Arriva Maison&Objet a Parigi, e il progetto piace al punto che questi chandelier insoliti e curatissimi vengono esposti a fianco dello stand Baccarat. Sono oggetti preziosi, certo: niente perline, ma perle e pietre semipreziose. Ore e ore di progettazione e lavoro manuale, prove e ancora prove. L’apparenza è semplice, quasi giocosa, e il fine unico: dare a chi voglia circondarsi di bellezza modo di farlo, senza apparire, senza farsi notare.

 

 

 

 

Chiedo come si sviluppa la fase creativa. C’è un sopralluogo iniziale, a casa del committente, con il quale si ragiona su desiderata ed esigenze. C’è una fase di proposta, che comprende anche lo studio della futura forma e dimensione, e c’è la selezione delle pietre. Una volta realizzato il primo spicchio dello chandelier, e sottoposto al vaglio del committente, dopo l’appprovazione l’opera viene completata e prende definitivamente forma. Il target di clientela è molto trasversale, anche se composto in prevalenza da donne, di ogni età.  La componente che unisce il designer al cliente è l’umanità. Antonio Di Meglio me lo dice con consapevolezza e soddisfazione: non potrebbe essere diversamente, dal momento che questi lampadari sono nati e proseguono come progetto lavorativo, ma di vita.

 

 

 

 

 

 

La produzione, partita da soli pezzi unici, si instrada verso una razionalizzazione ed un catalogo, comunque personalizzabile ma che comprende modelli su cui poi intervenire con la scelta di colori e pietre. I professionisti con cui Antonio Di Meglio collabora più strettamente sono per la maggior parte arredatori, decoratori di interni, architetti spesso stranieri, ultimamente spagnoli ed ucraini.

 

 

 

 

 

 

Un altro progetto importante è quello condiviso con un ristorante di Londra, i cui proprietari vengono in italia ad incontrare il designer, e in poche ore gli commissionano degli chandelier per le sale. E un sogno nel cassetto, che scommettiamo sarà presto realizzato, è quello di progettare e creare meravigliosi lampadari gioiello per un albergo, meglio un resort, di altissimo livello.

 

 

 

 

 

 

Antonio Di Meglio collabora anche con Wedding Designer e allestitori per creare atmosfere magiche e raffinatissime durante matrimoni ed eventi.

 

 

Dicevo di una sostanziale coincidenza di forma e sostanza, perchè il progetto lavorativo è progetto di vita e prevede il trasferimento di tutta l’attività in un buen retiro sulle prime colline Piacentine, dove esiste già un laboratorio ampio ed attrezzato e dove poter far correre lo sguardo sulla natura alla ricerca di ogni ispirazione. Questa partenza quasi per gioco, che non era nei programmi l’inizio del viaggio ma che lo è diventata con tutta la forza delle cose belle e grandi e commoventi per la loro determinazione, traspare da ogni parola, come dicevo, da ogni gesto compiuto da Antonio Di Meglio durante la chiacchierata. E i suoi lampadari lo raccontano ancora e sempre: hanno la fragilità delle cose belle, cui si deve riservare ogni cura perchè preziose e fragili, ma non effimere. E la forza antica di quello che conta davvero: una struttura portante che regge spesso molto peso, e fatica, ma che dura e si mantiene per questo sublime equilibrio.

E’ una chiacchierata, quella con questo designer, che concludo a malincuore. Quando parli con persone vere, provi la confortevole sensazione che la persona che hai di fronte abbia svelato di sè molto più di quello che traspare dalle parole dette.

Se siete curiosi di conoscere Antonio Di Meglio e di vedere dal vivo i suoi meravigliosi chandelier, vi invito a visitare la sua installazione “Caotici Dettagli” nelle sale prova del Teatro Libero di Via Savona a Milano, da oggi 4 aprile fino a domenica 9, in occasione del Fuorisalone durante la Milano Design Week 2017.

Sussiebiribissi.com – Via Vincenzo Monti, 28

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un (altro) anno da ricordare

(di Isabella De Rorre)

I bilanci, a noi di theWProject, piacciono davvero poco. Ci piace di più considerare questa avventura, straordinaria impegnativa faticosa appassionante, come un viaggio iniziato quasi per scommessa due anni fa. Un viaggio che, in questo 2016, ha gettato le basi per altri progetti e cambiamenti che impegneranno tutto il 2017. La redazione lo affronterà come sempre fatto finora: telefonate e whatsapp interminabili e feroci, bisticci, riappacificazioni, cambi di idea dell’ultimo minuto su una mise en place, una copertina, un abito, un articolo. Molte cioccolate calde. Messaggi in piena notte per riprendere le fila di un servizio o parlare dell’ultima ispirazione per il prossimo perchè non si può aspettare il giorno dopo. Foto, milioni di foto.  Ecco, se c’è una cosa che sappiamo, è che la redazione non può aspettare: mettere insieme così tanti cervelli, e cuori, così brillanti, è impegnativo e costa continua attenzione e dedizione. Le idee corrono velocissime, ci si confronta e già quello che era stato proposto all’inizio sembra vecchio, sembra da migliorare. Ecco, se c’è un’altra cosa ancora che sappiamo, è che la redazione ama imparare, e non si risparmia quando c’è da provare qualcosa di nuovo, da mettersi alla prova. Ventiquattro redattori, numero che fa paura solo a vederlo scritto, figuriamoci a dirlo, e che sta ancora aumentando, è un dato importante per spiegare un anno di fede assoluta, di lavoro duro e serio. Di passione vera. Il direttore sorride quando guarda alla redazione, composta da designer, wedding planner, esperti di marketing, flower and garden designer, sommelier, commerciali, fotografi, architetti, storici dell’arte, avvocati, consulenti di formazione, creativi… E le viene in mente il titolo di un film: “I cavalieri che fecero l’impresa”. Ecco, in poche parole, il segreto di tanto divertimento e di tanta determinazione: siamo un’armata che guarda oltre le proprie sfere di competenza, e anzi le utilizza per realizzare qualcosa di comune e sentito che, ci sembra, ve lo confessiamo, bellissimo. Ecco perchè nel 2017 theWProject diventerà ancora più nostro per essere più vostro, più trasversale, più esigente con se stesso, più affamato di ricercare gli stimoli, le ispirazioni, le idee, che stanno dietro ad un progetto, di matrimonio, di evento, di vita, ben riuscito. Può darsi che la W del nostro nome non starà più solo e soltanto per Wedding. Di certo, noi siamo, e saremo, qui. Con la stessa speranza e con l’augurio che facciamo a voi: di continuare a essere esigenti e a fare progetti, di voler migliorare. Di vivere davvero. Buon Natale e Buon Anno nuovo da tutti noi.