Greta Garbo, la fata severa

(di Silvana Soffitta)

Chissà se Mauritz Stiller, attore e regista tra i più noti del cinema muto svedese, amico e pigmalione di Greta Lovisa Gustaffson nel darle il nome d’arte abbia immaginato quanto GARBO si addicesse per sobria eleganza alla divina attrice, mito osannato, a tratti demolito e oggetto di studio di Roland Barthes che analizza il viso della Garbo, algida bellezza esistenziale che eleva la bellezza essenziale. Esistenziale perché intima, sofferta, da “amor cortese” come scrive Barthes dove l’amore e il desiderio sviluppano sentimenti mistici.

Greta Lovisa Gustaffson nasce e vive la prima giovinezza in gravi ristrettezze economiche e già da adolescente fa i conti con quella sua bellezza inquietante che attrae lo sguardo maschile dal quale si sottrae. Il suo linguaggio è muto come i film del tempo e la sua voce in seguito all’avvento del sonoro risulterà sgradevole, inadeguata, di fatto superflua. Sono gli sguardi magnetici, sicuramente studiati a tavolino, poi, che contribuiranno alla carriera e alla nascita del mito Greta Garbo. Nelle rare interviste l’attrice raccontava di essere stata una bambina schiva, timida e di umore instabile. Amava travestirsi, agghindarsi davanti ad uno specchio e inscenare piccole rappresentazioni teatrali, alternando lunghi periodi di solitudine ad altri di piena euforia. Un carattere scontrosa distante anni luce dalla morbosa attenzione che la fama le riserverà.


Raggiunta la notorietà, lo stile Garbo, caratterizzato da un abbigliamento informale, a tratti androgino, con giacche, cravatte e pantaloni accompagnati da basse scarpe stringate, alimenta un’incursione giornalistica insopportabile per una personalità poco incline a svelarsi totalmente perché, un conto è recitare un ruolo, altro mettere a nudo quello che il pudore di sé non consente. Sembra incredibile – oggi – bombardati, nostro malgrado, da un’indigestione di gossip, solo pensare di ritirarsi dalle scene e dalla vita pubblica a 36 anni e per desiderio di calare il silenzio su di sé.

Un abisso di garbo separa la bellezza esistenziale da quella esibita: sì, reale, ma vagamente elegante. Ecco, forse la costruzione di un mito avviene per sottrazione; per l’impossibilità di scavare ancora e ancora nella vita privata di una star. Morbosità per lo più accettata nel nostro tempo di sovraesposizione mediatica che tutto ingoia ed espelle in una ingordigia che farebbe orrore alla misteriosa Garbo.
E cos’è la bellezza, se non il garbo accompagnato dallo stile? La grazia, il linguaggio non verbale, la mimica. Volgere lo sguardo là, in fondo, lontano da sé e allo stesso tempo catalizzare l’attenzione con la sola forza di una voce che vuole essere muta.
Eterea, il viso angelico custodisce due occhi freddi come il Baltico della sua Svezia illuminata dall’ aurora boreale mentre inarca il sopracciglio perfetto in un ovale lievemente squadrato. E labbra ben disegnate pur non carnose, che raramente si schiudono in una sonora risata, regalano un sorriso enigmatico.
Il mistero della sua bellezza sta nell’essere simbolo. Quella sfera che amalgama ciò che è materiale, tangibile e ciò che è sensibile: visibile attraverso la percezione dei sensi e anche oltre, sovrasensibile, al di là del percettibile, dimensione che costruisce il proprio Io. Greta Garbo ha cavalcato il suo essere simbolo di emancipazione edificando, suo malgrado, il racconto inesauribile di sé che si alimenta e s’arricchisce come solo accade per i miti con forte valenza simbolica. Miti che si avvalgono del silenzio, offrendo ad altri, nel tempo che verrà, la narrazione di ciò che sono stati.


Come una fata severa, così la definì Federico Fellini, ammalia, e ammonisce nel contempo mentre ci ricorda l’imperfezione della bellezza che l’uso esclusivo della vista limita ad una visione parziale. Fata severa, incanto di un rigore che vorremmo ritrovare.

Massimo Panuccio- La grazia essenziale

(di Isabella De Rorre)

Prima di intervistarlo, ho avuto l’occasione di conoscere Massimo Panuccio nell’ambito di un servizio fotografico ed in un contesto informale. È una persona attenta alle esigenze di coloro che ha vicino, senza ombra di affettazione. La sua è, per l’appunto, una grazia essenziale, lineare. Durante questa intervista, che come quasi sempre accade, ha preso il ritmo ed il respiro soprattutto di una chiacchierata, questa impressione iniziale è stata più che confermata. Classe 1968, Massimo Panuccio si appassiona alla moda fin da bambino, disegnando figurini ben definiti. Figlio di un sarto, non segue da subito quello è che il lavoro di famiglia, che forse però resta nel DNA e lo spinge a frequentare, a fianco a studi quanto più lontani dalla sua passione, l’Istituto Marangoni di Milano per tre anni. Anni che formano il carattere e l’attitudine mi viene spontaneo dire, tanto è che dopo una parentesi lavorativa diversa, il progetto prende definitivamente forma. Dapprima con un negozio dove ancora non compare il suo brand, ma che è fondamentale perchè da qui parte una collaborazione con due designer di moda. Poi, alle soglie del 2000, con la sua produzione, la ricerca di un atelier, la selezione attenta di sarte che possano interpretare con sensibilità i suoi modelli e farli vivere. Punti di ispirazione, modelli di riferimento? Massimo Panuccio, nel suo stile elegante ma essenziale, è uno che prende tempo prima di rispondere, e sotto la gentilezza reale si intuisce un carattere consapevole e coerente. “Valentino in primis, e Dior”. Insomma, grandi sarti di un’epoca in cui la moda è haute couture. Il concetto di moda per Panuccio è un concetto classico. La sua impostazione, diciamo il suo tratto più caratteristico (anche se più volte lo stilista rifuggirà dall’essere rinchiuso in un capo icona) è l’abito, che deve e vuole essere elegante, e femminile. La sua evoluzione parte proprio da quello, dall’abito, da cocktail, da cerimonia, da sera. Quello da sposa arriva alla fine, per rispondere quasi ad un’affettuosa esigenza delle sue clienti: quella di indossare una creazione Sartoria Massimo non solo per la festa dei 18 anni o come testimoni al matrimonio di altri, ma anche per le proprie nozze.

I suoi tessuti preferiti riprendono l’idea di femminilità leggera, non ostentata: georgette e chiffon, fluidi, versatili, pieni di movimento, a volte leggermente trasparenti, per far intuire più che vedere. A seguire, anche il pizzo, dosato con misura, i tessuti ricamati, lo shantung e i suoi colori speziati. Chiedo quale sia, e se esista, una sua donna e cliente ideale. Mai risposta è più coerente, per un sarto che crei ogni abito come unico: la donna vera, che lavora, non importa di quale classe sociale.

L’obiettivo non è far tendenza, stupire a tutti i costi, ma creare abiti che siano classici per sempre, quasi senza tempo, non eccessivi. Abiti pensati per donne che non si lascino dominare dall’abito, ma che abbiano cura di sè e piacere nella cura dei dettagli. Da dove parte la sua ispirazione? Dal disegno e dal modello, in primis, e a seguire dai tessuti, e dai colori. Contaminazioni arrivano anche dal cinema, quello degli anni 50, di un’epoca insomma in cui le donne erano donne e l’eleganza regnava sovrana. Mi confida: “Ho nostalgia di un’epoca che non ho vissuto”, e parlando comprendo a pieno questa affermazione, perchè tanto di quell’epoca si ritrova nei dettagli, nel disegno, nel taglio dei suoi abiti. Nessun bisogno di innovazione a tutti i costi: la vera innovazione qui è rispettare il carattere e le esigenze della cliente, e proteggerne ed esaltarne l’eleganza. Uno dei complimenti più graditi è quando una cliente, notando ad una festa un abito particolarmente bello, gli confida di essere quasi sicura che lo abbia creato lui. Questa capacità di interpretare così pienamente e sottilmente le esigenze delle sue clienti è il punto di forza di questo stilista. Ogni cliente è la benvenuta nell’atelier, purchè comprenda quello che Massimo Panuccio può darle; ed il consiglio più spassionato è: “Molto meglio togliere, piuttosto che aggiungere”, o più brevemente: “Less is more”. E una volta trovato il proprio stile, perseguire la linea senza eccessi in alcun senso. Nulla di peggio che permettere che il protagonista della serata diventi l’abito, rubando la scena alla donna che lo indossa! Chiedo se ci sia un accessorio particolarmente amato a completare i suoi abiti, e mi risponde di getto. “Le scarpe”. Con il tacco, non necessariamente altissimo. Una scarpa con il tacco è per la donna che la sa indossare con maestria uno strumento di comunicazione del proprio io, della propria eleganza, della propria sensualità. Alla domanda di come si vede fra cinque anni risponde che sarà esattamente dove è perchè ama ciò che fa. Panuccio non è un elitario e non lo diventerà per cui continuerà a rendere le donne belle ed eleganti fino a che potrà, fedele alla convinzione che una donna e il suo modo di essere vadano rispettati, e non utilizzati per esaltare un brand o uno stile. Un sogno nel cassetto? I costumi per un film. Qui si comincia a confrontarsi sulla moda del cinema, e le attrici sono ancora una volta donne di carattere e di classe innata. La cliente contemporanea è anche quella più consapevole, alto spendente, che ha compreso l’importanza della qualità, del taglio e dei tessuti, e che apprezza che l’abito le venga cucito addosso, che il processo creativo sia condiviso e divertente, e che il capo che indosserà sia unico e con un costo coerente e corretto relativamente a questo processo.

Ecco, se esiste una cliente ideale, è quella che in Massimo Panuccio ha trovato un alleato per far risaltare la propria unicità senza esasperazioni: donne che vengono da famiglie milanesi che Milano hanno contribuito a farla crescere e diventare quello che è ora, che hanno senso del rispetto per il lavoro altrui. Che sanno quanto il lavoro di Panuccio sia dedicato a loro, e votato, come sempre e per sempre, all’eleganza.

 

sartoriamassimo.it – Via Vincenzo Monti, 28 Milano

Angelo Maroi: e che evento sia!

(di Isabella De Rorre)

Incontro Angelo Maroi in una mattina di sole, e una delle cose che durante la chiacchierata che facciamo mi appare da subito ben chiara, è che “Il Cerimoniere” è un nome tagliato su misura sulla sua personalità. E quello che Maroi vuole essere è davvero un angelo custode per gli sposi e per chiunque si affidi a lui per un evento significativo della propria vita. Per questo, crede nella specializzazione e nel non essere invadenti, e rifugge il pressapochismo che spesso ha dilagato, insieme al voler sostituire il proprio progetto a quelli degli sposi. Così, il suo ruolo è quello di un coordinatore, che dimostra con il fare quanto il suo apporto e supporto siano importanti. Punto di forza del suo modus operandi è una progettualità che non vada contro le regole ma le assecondi e le completi, e che costituisce una garanzia per gli sposi di non poter sbagliare, quando si tratta di momenti del rito sia esso civile o religioso. E questa convinzione ha via via completato il percorso formativo, intrapreso nel 2007 presso La Fenice Eventi insieme alla collaborazione con un catering che gli ha dato modo di sviscerare ogni aspetto della parte organizzativa. “Coordinare” è un verbo che torna di frequente nella nostra conversazione, e il credo di Maroi è: essere presente e avere sotto controllo l’opera di tutti i partner e collaboratori, rispettandone le competenze e senza invadenza.

Gli chiedo come parte la sua giornata a seconda che il matrimonio sia pomeridiano o mattutino: nel primo caso, se i professionisti che collaborano all’evento sono suoi partner, la prima tappa e a casa degli sposi, per condividere con loro una risata, le emozioni del momento. Il passo successivo è il trasferimento nel luogo della cerimonia, dopo il wedding planner arriva con puntualità e si mette a disposizione degli invitati, che devono essere seguiti con discrezione e non costretti a fare cose che non desiderano. Punto di attenzione è il ruolo dello sposo, spesso sottovalutato perchè si tende a dare maggiore rilevanza alla sposa. Nel caso in cui le nozze siano mattutine, Angelo Maroi dopo essersi accertato che ogni partner svolga il proprio ruolo e che gli invitati siano a loro agio,  è a disposizione degli sposi per l’intera giornata e fino a che lo richiedano e ritengano opportuno. Parliamo di tendenze: rispetto a qualche anno fa, è tornato il colore. Ed è tornata la tradizione, che porta a fare le cose “come si deve”, controllando anche il budget. Budget che tende a essere disatteso, se si tratta di fuochi d’artificio o di musica. Chiedo ad Angelo quali siano i suoi obiettivi futuri: mi risponde che di certo vuole continuare a sviluppare e mantenere uno stile ben definito, che guidi a lui coppie di sposi “affini” al suo modo di progettare l’evento. E che il matrimonio non ancora realizzato ma chiuso nel cassetto è quello di un personaggio famoso, e in una città d’arte.

Un altro termine che ricorre spesso è “educazione”, che Maroi declina come rispetto per il lavoro altrui, per la figura di parroci e sindaci, e che pretende nelle fasi cruciali dei mesi precedenti l’evento: fondamentale con lui confermare la partecipazione alle nozze per definire con buon anticipo il numero degli invitati! Il consiglio rivolto agli sposi è quello di vivere il più possibile con serenità la giornata delle nozze, ed essere convinti della scelta fatta. Per lui, priorità è organizzare tutto in base alle aspettative dei clienti, adeguandolo alla propria idea di bellezza. Ed enfatizzare la grazia che già esiste, altrimenti aggiungerla con il proprio tocco. E capire che, a volte, “meno è meglio”, contro chi si affaccia al mondo wedding pensando di dover “esagerare”, fare molto, a volte troppo. Percorso più semplice ma non sempre efficace. Chiedo ad Angelo quali siano le caratteristiche che un wedding planner debba avere per gestire un evento perfetto; mi risponde che conta essere competenti, professionali, creativi, essere capaci di lavorare in team e in modo coordinato, e non essere primedonne. E se siete il fotografo dell’evento, non presentatevi vestiti in maniera sciatta!

Di fronte a Il Cerimoniere, bisogna essere impeccabili come lui, cui non sfugge alcun dettaglio. Finiamo con una confidenza, quella su momento che lo emoziona di più: quello della cerimonia, più sentito, più vero. E su cosa vuole fare “da grande”: diventare un insegnante per poter trasmettere le sue competenze, e perfezionare l’inglese. E ora, che evento sia!

(photo per gentile concessione Angelo Maroi)

la Sposa Regina- Marie Antoinette a Milano

(di Isabella De Rorre)

Cosa desidera di più una futura sposa? Naturalmente, essere la regina del giorno delle proprie nozze. Noi di theWProject costruiamo sogni, non potevamo perciò non accogliere questo desiderio!

Il mood- Rifarsi ad una tradizione, e celebrare ogni sposa come regina del proprio sogno e del giorno delle sue nozze, ma in una parte di Milano antica e piena di fascino. L’ispirazione primaria è stata la Marie Antoinette di Sofia Coppola. Per colori, modernità, capricci e bellezza, rappresentati magistralmente nel film da una Kirsten Durst in stato di grazia. E la grazia, intesa come qualità prettamente femminile, ma umana, è stata l’ulteriore ispirazione che ha guidato il servizio. Così, abbiamo proposto una nuova, giovane Marie Antoinette in una domenica quieta di inizio dicembre, in una città, Milano, che sembrava per luci e atmosfera, essersi cristallizzata per accoglierla. (Gabbia decorata Marthea Garden Project)

 

 

 

La location- Di Farage Cioccolato parliamo spesso, e non ci stancheremo mai di farlo. Per mille motivi: per le sue cioccolate calde, giudicate recentemente da La Pecora Nera Editore fra le 20 migliori di tutta Italia. Per l’atmosfera shabby, elegante, intima. Per la creatività e la grazia della sua titolare, Lina Farage. Perchè si trova nel cuore antico e artistico di Milano, in Via Brera. E corona dolcemente  un percorso d’arte di cultura di arricchimento, che può andare dalla Pinacoteca al suo Orto Botanico alle Via Manzoni, Montenapoleone, Bigli,  alle Gallerie D’Italia in Piazza Scala, e soddisfare tutti i sensi. Se entrerete, non potrete rinunciare ad una visita ogni tanto, per un éclair o una pralina, per ascoltare Billie Holliday che sembra parlare solo a voi, mentre gustate un’insalata e fuori scorre la città, e si illumina di gente, di luci, di voci. La nostra bellissima Marie Antoinette qui ha trovato un luogo degno di una regina.

 

 

 

mise en place a cura di Antonella De Lucia- composizione floreale di Coral Fiori e Interpretazioni

 

 

Gli abiti- Marie Antoinette, ne siamo sicuri, si sarebbe innamorata degli abiti da sposa di Simone Marulli! Giovane couturier di talento e fama consolidatissime, per la sua produzione, rigorosamente Made in Italy, spazia dal pret-à-porter ad abiti da sposa, in cui le forme tradizionali vengono reinterpretati con freschezza e modernità grazie a linee tessuti e colori attuali arditi e innovativi. Gli abiti da sposa sono strutturati ma impalpabili, racchiudono insomma forma e sostanza. La sposa di Marulli è una regina contemporanea, dinamica, sexy, ma con uno spirito romantico e femminile.


 

I gioielli- Ad ogni regina i suoi gioielli. Alla nostra Marie Antoinette, un sontuoso choker di perle barocche o scaramazze che dir si voglia, in parure con gli orecchini. A crearli con fantasia e sensibilità al tema, ed espressamente per lo shooting, Marzia Gaudio, anima di Maga Gioielli

 

Model: Beatrice Elena Maffei Frulla- Make up and hair styling: Francesca Fiorentini- Abiti: Simone Marulli- Photographer: Luca Arnone– Consulenza e ricerca still life: Antonella De Lucia, Daniela Stella, Francesca Fiorentini- Location: Farage Cioccolato