Smart Working

(di Antonella De Lucia)

Lo smartworking (o lavoro agile in italiano) è una modalità di lavoro che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi mesi; caratterizzato dall’assenza di vincoli spaziali e a volte anche temporali questa attività lavorativa riesce a conciliare tempi di vita e lavoro nello spazio casalingo favorendo al contempo la produttività. Ma dove sarebbe meglio posizionarsi per svolgere il lavoro da casa? Sicuramente nelle vicinanze di una fonte di luce naturale, se non addirittura sotto una finestra.

Collocare una piccola scrivania sottofinestra offre senza dubbio alcuni rilevanti vantaggi, prima di tutto quello di guadagnare spazio all’interno degli ambienti piccoli della casa rendendoli più funzionali. Inoltre una scrivania ben illuminata è fondamentale per svolgere attività lavorative o per studiare al meglio senza affaticare la vista.

Per sfruttare al massimo questa tipologia di arredo, va selezionato con criterio il locale, ma soprattutto il vano finestra da adibire ad angolo ufficio per poi progettare delle soluzioni ottimali e confortevoli. Le sue dimensioni saranno determinanti: se lo spazio è ridotto sarà preferibile scegliere un piccolo tavolino o optare per una soluzione su misura, mentre se la superficie vetrata è ampia, una lunga mensola a muro o una scrivania antica o vintage potranno rispondere a tutte le esigenze lavorative.

Non va dimenticato infine di predisporre delle apparecchiature tecniche per la luce artificiale e il collegamento internet, degli accessori aggiuntivi come contenitori o cassetti, una seduta comoda ed ergonomica che consentiranno di ottimizzare al meglio questo spazio della nostra casa.

Mi Vuoi Sposare? – Annalisa Carelli Fotografa

(di Isabella De Rorre)

Parlare di e con Annalisa Carelli è semplice e piacevole, perchè è una fotografa appassionata del suo lavoro. E quando comincia a raccontare di sè, tutta questa passione traspare da ogni parola. Sarà che è giovane, ma solo anagraficamente, e che questo lavoro lo fa, come mi dice, “per mestiere” da venti anni. Prima? Prima significa che a nove anni segue il padre, quasi per gioco, e a furia di vederlo scattare, su pellicola, comincia ad appassionarsi alla fotografia e il gioco piano piano diventa un hobby e poi una passione per la vita. Porta a termine un Master allo IED nel 2012, e altri corsi di formazione, ma la scuola vera la frequenta sul campo. Fotografandosi e confrontandosi con stili e tecniche di altri fotografi.  Le chiedo la differenza fra pellicola e digitale, e mi conferma che che la pellicola era più esigente, ossia consentiva molti meno errori. Il digitale ha aperto un mondo nuovo, pieno di opportunità, di soluzioni molteplici, e il fianco all’approssimazione di chi pensa di poter sostituire l’errore o l’incapacità tecnica con il ritocco. E dice una cosa interessante: mentre i fotografi di un tempo costruivano la loro carriera sulla professionalità, distinguendosi dai semplici appassionati per la capacità tecnica e la sensibilità artistica, il fotografo di oggi, oltre naturalmente a questo, deve essere un comunicatore. Fra tanti che si credono fotografi, chi fa ora questo lavoro ora come non mai, deve essere capace di comunicare con chiarezza la propria immagine e visione della fotografia. Nel pieno rispetto, e questo mi verrà segnalato più volte, della fotografia, che rimane l’unico, fondamentale, campo di indagine e sperimentazione per un fotografo che sia degno di questo nome. Il campo d’azione di Annalisa Carelli sono le persone, l’umanità. Obiettivo che si declina poi nella foto di matrimonio, come in reportage su chi lavora con le proprie mani, o su bambini, feste, eventi di ogni genere. Uno dei reportage di cui parliamo è quello ad una ragazza malata di tumore, che ha portato ad un confronto umano incredibile, a capire davvero come cambia la prospettiva di chi sente la morte così vicina da rendersi conto di quanto sia importante la vita. Per celebrare questo incontro, Annalisa ha usato polveri indiane, di cui il suo soggetto si è cosparso, in una esplosione di colore. Perchè ogni servizio, deve metterti in discussione. Completamente. Le chiedo se abbia un sogno nel cassetto, e mi risponde subito che vorrebbe fotografare un parto, anche se complicato per autorizzazioni burocrazia e vincoli igienici.  Ma ci è andata vicino fotografando il parto di una mucca per un progetto sulla identità sviluppato durante il Master in IED. Veniamo al reportage di matrimonio, che deve raccontare quello che succede nella giornata: per questo, le fotografie sono un mix di stili: reportage, still life… la sua presenza è discreta e mai invasiva, ma sempre creativa. Gli sposi, mi dice Annalisa, danno fiducia a qualcosa che non vedono prima, e che deve ricordare loro per il resto della loro vita quello che hanno vissuto, e provato, durante la giornata. Per questo, poco spazio al flash, e molto alla luce naturale, ambiente, e anche all’assenza di luce, che testimonia con realismo i vari monenti dell’evento.

 

 

Annalisa mi congeda dicendomi che dopo ogni matrimonio torna a casa incompleta, mai completamente appagata, perchè la fotografia è un viaggio e non un approdo: ci sono matrimoni con più personalità o meno, ma lei li ricorda tutti. Ricorda tutti gli scatti, anche dopo anni: è una artigiana della fotografia.

 

 

 

 

Annalisa Carelli – https://www.facebook.com/LaFotografiaDiAnnalisaCarelli/