Annagemma Lascari: la Designer della Moda

(di Isabella De Rorre)

Una premessa doverosa ai lettori: questa articolo è una lunga intervista, che parla di Annagemma Lascari, ma soprattutto di moda. Perché la Signora Lascari vive per la moda da quando, bambina, decise che quella era la vita che voleva.

Per me, segna uno spartiacque, o meglio una conferma che per scrivere di Moda, quella vera, bisogna capirla e sforzarsi di farla comprendere, oltre le apparenze che spesso la relegano a fenomeno senza sostanza compiuta. E che scrivere, in assoluto, è documentarsi bene per documentare altrettanto bene la voce di chi ci risponde, per coloro che ci leggeranno.

Buon viaggio, quindi.

Annagemma, parliamo del presente. Chi è oggi Annagemma Lascari, e che cosa è Atelier Lascari?

Sono prima di tutto una designer, una innovatrice. Stare indietro non è nel mio carattere, e sviluppare il segmento Sposa mi ha dato la possibilità di creare e anticipare tendenze, che altri hanno sviluppato dopo: un esempio, gli abiti leggeri, portabili, o realizzati in un tessuto unico su cui io lavoro da anni.

Mi piace farmi accompagnare dalla definizione che Gae Aulenti , docente di Domus Academy che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, forgiò, di Classico Unico: “Quando tu non riesci più ad aggiungere o togliere nulla all’oggetto che hai creato”. Per un designer, riuscire a disegnare un classico unico è una fortuna, e posso dire di essere stata fortunata: alcuni miei abiti del 1993 sono attuali ora e trasversali alle mode.

Il tubino “Classico Unico”, 1993

Atelier Lascari è il risultato di un’alta tradizione sartoriale, che si sviluppa da un pensiero di design; se non studi, se non metti cultura in quello che fai, all’abito viene a mancare il racconto, non ha la sua storia.

La mia mente è legata a doppio filo alle mani sapienti delle mie sarte.

La sposa che entra in Atelier trova cento abiti, che sono archetipi: trova quello che Annagemma è nei bustier, nelle scollature, nei volumi, nei materiali. Viene seguita in maniera personale, partendo da uno dei modelli esistenti o partendo da un abito disegnato in quel momento, davanti agli occhi increduli della sposa, la risposta concreta alla domanda: Ma lei sa disegnare?”.

Da qui parte il processo creativo, ed un legame profondo con la sposa, che non si interromperà mai più: faccio provare alcuni abiti, anche per vedere come la futura sposa si muove, come li vive. Poi si pensa alla struttura del suo abito, al decoro: sono per il decoro funzionale, amo mettermi in difficoltà da sola! Ma solo per poi risolvere il problema al meglio.

Annagemm lascari – Catosky Photo Art
Party Dress “The Great Gatsby” Annagemma Lascari – Catosky Photo Art

Dal 2016 è nata “Annagemma”, Unexpected bride, una capsule collezione di 21 abiti, per poter fare stile, innovazione, uscendo dalla tradizione prettamente sartoriale, e sfidando il pret a porter. Ogni abito della prima capsule era dedicato a una Grande Donna: ricordo “Morgane”, una fata guerriera senza tempo.

Faccio quello che ogni stilista di nicchia ritengo dovrebbe fare: offrire lo stile, il design, la qualità del Made in Italy (nel mio caso: Made in Milano). Donare leggerezza, come la intendeva Calvino. La sposa non deve pensare che il Made in Italy sia caro, ma che sia un prodotto competitivo con una qualità eccellente, e rara da ritrovare altrove.

Abito Annagemma Premium

Per questo, la linea “Annagemma” è diventata “Premium”: 15 modelli al massimo, prodotti con alti standard di qualità e design, dedicata alle spose millenial, con prezzi che restano entro i 2.500 euro. Per me, una ulteriore e appassionante sfida.

Lei ha detto: “Non puoi fare forme nuove, se non hai materiali nuovi”; come traduce nel suo lavoro di ricerca questa affermazione?

La moda è ricerca a 360 gradi; l’abito come progetto deve quindi partire dal materiale da utilizzare.

Prima di tutto bisogna studiare il materiale, poi creare una palette, per arrivarne a realizzarne di propri. Occorre conoscere natura e caratteristiche dei filati, come funzionano i telai. Un plus è conoscere il finissage, io ne sono esperta.

Le faccio degli esempi: il primo riguarda l’utilizzo di un materiale che amo molto, e che sto usando in via esclusiva, ossia il Tulle Tatou. Consistenza completamente diversa dal tulle che conosciamo: questo materiale si muove nell’aria, come se danzasse. Lo immagini in un abito da sposa!

E poi: in Francia usano mescolare i tessuti dell’alta moda con quelli usati per il teatro.Negli anni trascorsi a Parigi ho scoperto la crepeline de soie, che viene usata per rammendare i costumi teatrali e d’epoca.

La sua struttura, una armatura-tela, la rende impalpabile, viva, tanto da restare in aria tempo prima di ricadere: immagina cosa possa diventare una gonna a ruota? Certamente, un capo unico.

La stessa ricerca la porto avanti sui materiali che vanno a comporre la linea Premium, con tessuti innovativi che permettono di contenere i costi.

Nel citare l’esperienza con Ferré, lei ha detto che in seguito a quel periodo ha cominciato a intendere la moda come un progetto. Il suo approccio alla progettazione di un abito è cambiato nel corso degli anni?

La continua ricerca sui materiali – bozzetti 3d

La progettazione per me resta identica, e si sviluppa su più piani conseguenti l’uno all’altro: parto dalla ricerca iconografica e di materiali, proseguo mettendo a punto i tessuti. Comincia la parte progettuale vera e propria: inizio a disegnare, e a studiare una collezione vera e propria. A questo processo, soprattutto negli ultimi anni, si sono aggiunte figure nuove, che intervengono sul merchandising di collezione, ossia sulla tipologia vestimentale: forme, tessuti, pricing di collezione. Il product manager è colui che stabilisce per esempio che il tessuto per un determinato modello può costare al massimo una cifra prestabilita. Nasce la griglia di collezione: i prototipi vengono creati con materiali similari a quelli utilizzati per gli abiti finiti. Segue la fase di fitting con le modelle; solo in seguito ad essa, gli abiti vengono sdifettati. Per natura, devo stare vicina al manichino, lavorare con la modellista, la prémiére, spesso con entrambe. Non amo peraltro la parcellizzazione di ogni capo, lavoro perciò con la medesima persona dalla fase di prototipo fino al modello. Percorro chilometri fra macchina da cucire e vestito! E faccio a volte modifiche, studio il materiale che ho scelto, come a mano mano rende nella lavorazione.

Veniamo al Capitolo Schiaparelli, Maison della quale è stata chiamata a dirigere il rilancio. Come si conserva, e rivifica, una tradizione sartoriale già così innovatrice?

Maison Schiaparelli è un po’ il fiore all’occhiello di Della Valle. Il marchio era spento, e lui ha avuto il coraggio, l’istinto e la fortuna di rilevare a poco a poco tutti gli spazi originali della Maison, siti in Place Vendome, nella zona dove erano i gioiellieri più importanti di Parigi.

Quando sono stata chiamata a rilanciare la Maison, l’edificio in cui si trovava era un enorme cantiere! La priorià è stata quella di strutturare l’Atelier e le Salon Boutique, dal punto di vista dle personale, delle attività, dei processi creativi e produttivi.

Ho duplicato così il mio Atelier di Milano a Parigi, con i medesimi spazi, la stessa logica e il rigore. Ricordo la disponilità economica importante, per curare ogni dettaglio: le grucce con il nome della Maison in fucsia; le etichette ricamate a mano, con il numero progressivo e le iniziali delle clienti…

Un periodo straordinariamente proficuo e produttivo: da sempre, più un progetto è complicato, più sono lucida nel portarlo a termine.

Mi sono sforzata di portare in questa impresa innovazione, come sempre. Ho creato delle lavorazioni sartoriali che la esprimessero. Ultimamente l’alta moda si sta avvicinando a qualcosa di più portabile, più daily; quella presentazione è stata il trionfo della sartorialità. Anna Wintour volle farmi personalmente i complimenti, dicendomi: “Finalmente, dei capi di alta moda!”.

Nel 2009 lei è entrata a far parte de “Il Dizionario della Moda Italiana” di Vergani. Quale responsabilità ha un designer nei confronti della moda, passata e presente?

Evento di beneficenza
“Mila For Africa” con Natasha Stefanenko

Il designer crea vestiti; può incidere sull’epoca in cui si trova a operare mantenendo un modus operandi etico nei confronti del sociale, dell’ambiente, dei suoi clienti.

Credo che una responsabilità sia insegnare alle donne che porteranno i miei abiti che la bellezza è qualcosa di donato. Ecco: forse la responsabilità maggiore è lasciare un contenuto di bellezza al mondo.

Insegnare per Lei: cosa è fondamentale che comprendano le nuove generazioni di stilisti? Quale consiglio fornisce più frequentemente?

Insegnare è qualcosa di molto bello; se non si sta a contatto con le nuove generazioni, non si tiene il passo.

Per questo motivo, mantengo l’insegnamento in parallelo con la mia attività, anche se è impegnativo.

La parte di educational l’ho scoperta subito dopo il master con Ferrè alla Domus Academy, come tutor, cioè referente fra studenti e docenti.

Quello che dico sempre agli allievi è che devono studiare, si devono impegnare a fondo; non deve mai mancare in loro la passione, la curiosità, la “fame”.

I ragazi che studiano oggi per diventare i designer di domani devono “rubare” la professione a noi che siamo in aula con loro ad insegnare.

Esiste una donna “Atelier Lascari”? Una musa, un modello ideale di riferimento?

Un nome su tutte? Coco Chanel. Avrei voluto vestirla, trovo il suo rigore molto vicino al mio stile; è stata una innovatrice incredibile. E poi, Audrey Hepburn.

In tempi più recenti, Monica Vitti e Mariangela Melato, due attrici e due donne di straordinaria personalità. Sì, la donna deve avere carattere; è bello progettare un abito su questa qualità.

Red Carpet Dress Atelier Lascari for Maria Grazia Cucinotta

Per chi vorrebbe, oggi, creare un abito?

Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi: donne complesse mentalmente, stimolanti, inafferrabili.

Parliamo di Haute Couture. Quali fasi segue la realizzazione di un abito di alta moda, rispetto ad un capo di pret à porter?

L’Haute Couture, che può dire di fare chi è iscritto alla Fédération de la haute Couture et de la Mode, è il punto più alto della comunicazione di un brand.

Alta Moda e Pret a porter sono due processi con differenze sostanziali a contraddistinguerli.

In Atelier Lascari si segue in toto l’iter alta moda.

Un abito Haute Couture nasce da un figurino. Si predono le misure della cliente, e riportate sulla tela, che viene realizzata a volte in cotone a volte con il medesimo tessuto dell’abito. Il processo creativo parte proprio da essa: una parte in cartamodello, una parte a manichino. Le prove sono ridotte al minimo, per questo spesso si crea un manichino che riporta le misure della cliente, in modo da lavorare all’abito senza doverla disturbare.

Nel pret à porter si parte dal figurino, ma il cartamodello è industriale, a volte realizzato anche a computer. Il prototipo viene creato con un tessuto similare, spesso in essere. Lo stilista va in azienda, e fa il fitting direttamente sulla modella. Viene realizzato un altro campione, e un controcampione, procedendo poi allo sviluppo delle taglie, dei colori, dei materiali.

La Sposa: come è e quali sono le sue esigenze quando varca la soglia del suo Atelier?

Due di massima le tipologie di spose che si rivolgono a me: una è la sposa tradizionale, che ha un approccio romantico, arriva con la madre, con lei visita gli atelier. Solitamente opta per un matrimonio “all’italiana”.A volte arriva con un’idea di abito che viene poi personalizzato sul suo fisico, e sul tipo di cerimonia scelta.

L’altra, è la sposa millenial: arriva con le amiche e senza la mamma, che interviene alla fine, a scelta dell’abito effettuata. Ha un gusto diverso, si fa influenzare dalla moda sposa fino ad un certo punto. I suoi riferimenti sono le attrici che solcano il Red Carpet, è molto informata su quello che viene proposto sulle passerelle di moda.

Annagemma Premium

Amo lavorare con i wedding planner, perché preparano la sposa al nostro incontro, il futuro sarà nel rapporto one to one.

Oggi più che mai invito le future spose ad acquistare un abito Made in Italy, pretendendo che lo sia! A leggere quindi con attenzione le etichette per capire da dove provengono i tessuti, dove vengono lavorati e trasformati nell’abito finito.

Lo dobbiamo, tutti, al sistema Moda Italia.

E per finire, il futuro: dove e chi vorrebbe essere fra cinque anni, Signora Lascari?

Domanda difficile! Fra cinque anni vorrei essere meno timida e meno riservata. Non mi sono mai vantata né mai esposta, ma vorrei impegnarmi perché le persone sapessero cosa c’é dietro uno dei miei abiti.

Le racconto un ultimo aneddoto, sull’umiltà e l’autorevolezza: negli anni di Parigi fui chiamata dal direttore creativo di Acme Studio, che aveva ricevuto incarico di vestire la principessa Vittoria per la consegna dei Nobel. Occasione fondamentale, perché la Principessa veniva designata per così dire della carica di regina designata. Con le mie premiere ogni fine settimana partivo in aereo per andare a Stoccolma: avevamo a disposizione solo quattro settimane. Andai a Corte, e le mie sarte ed io prendemmo le prime misure con gli occhi, perché la futura regina non poteva essere toccata.

Mai ho visto tanta umiltà e semplicità in chi avrebbe potuto permettersi arroganza! Ma l’umiltà spesso si accompagna all’autorevolezza: mai all’autorità.

Sì: nel futuro, vorrei essere al centro della mia consapevolezza, della fama che so di avere e che non vanto. Voglio che emerga l’autorevolezza nel settore. Anzi, invito i lettori a dirmi come secondo loro potrò realizzare questo intento.

Annagemma Lascari è senior designer dal 1989 al 1992 per le collezioni Gianfranco Ferré e Christian Dior Accessori, per Nazareno Gabrielli e Pierre Mantoux. Vince nel 1991 il Concorso indetto dalla Camera Nazionale della Moda come Talento Emergente; dirige l’Atelier di Milano che porta il suo nome dal 1993. Collabora con rubriche dedicate con le testate “Vogue” e “Immagina”. Dal 2002 al 2004 è Direttore Creativo di alcune delle collezioni Capucci. Dal 2008 al 2012 dirige il dipartimento di Fashion Management di Domus Academy. Dal 2011 al 2014 è a Parigi come responsabile del progetto di rilancio della Maison Schiaparelli. Dal 2012 al 2015 è docente e Direttore Progetti Moda Internazionali alla Tsinghua University, in Cina. Insegna e coordina il progetto didattico al Politecnico di Milano, dal 2012 e attualmente. Nel 2015, in collaborazione con la Maison Valentino, progetta e dirige il Maste in Haute Couture e Fashion Design. E queste sono solo alcune delle attività che identificano Annagemma Lascari.

annagemma.com

#theWProjectadore- Il Direttore

Come promesso, ecco i 10 #thewprojectadore del direttore:

1. Coltivare un rito tutto per sé, come stendere sul viso la sera prima di dormire un olio prezioso (in questo periodo il J’adore va a “Huile précieuse à la rose noire” di Sisley);

2. Avere una collana/talismano gioiello, realizzata in esclusiva per me per i periodi no, per quelli sì, per affrontare le prove della vita o semplicemente la giornata che verrà. La mia è rosso fuoco e il suo nome è ovviamente “Fire” dalla collezione in pietre dure “4Elements” di Maga Gioielli .

3. Continuare a studiare, sempre. Per sempre. Magari le basi della comunicazione efficace tramite la retorica antica. Perché il passato non è mai stato così amico e attuale come ora.

4. Concedersi vizi piccoli e lussuosi, per trattarsi da regina ogni volta che se ne senta il bisogno, per esempio con una selezione delle praline di Farage Cioccolato in una confezione regalo.

5. Continuare a coltivare l’arte della scrittura. Scrivere: appunti lettere liste, magari sui quaderni di Maisons du Monde che ad ogni stagione si rinnovano e sono una tentazione cui non si può resistere.

6. Tornare a Ortigia. In ogni stagione, con ogni tempo, per riscoprirla ogni volta nuova. E poi, arrivare al Castello di Eurialo per guardare il mondo con occhi diversi, per farsi inondare dalla bellezza collaterale.

7. Scalare una vetta ad ogni stagione. Non importa l’altitudine né il dislivello. Importa il viaggio. Importa godersi, il viaggio. Io ho messo in progetto uno alla volta tutti i sentieri che portano al Cornizzolo. E poi, le Grigne.

8. Sedersi all’ora di pranzo a mangiare un panzerotto tradizionale di Luini all’inizio della primavera e dell’autunno nell’Orto Botanico di Brera. Provare per credere. E per farne una tappa fissa.

9. Coltivare un giardino, segreto ma reale, piccolo e grande che sia. Per ristabilire le priorità e saper stare in silenzio ad osservare. E coltivare in grandi vasi piante antiche e rose profumate.

10. Regalarsi un abito su misura all’anno. Per essere perfette ogni volta che ci si specchierà in qualche vetrina.

Orticola- L’arte del giardino a Milano

(di Antonella De Lucia)

L’ormai tradizionale appuntamento della primavera milanese, la Mostra Mercato Orticola di Lombardia si è svolta anche quest’anno poche settimane fa, all’interno dei Giardini Pubblici di Milano, Indro Montanelli.
Tre erano gli ingressi per accedere all’area espositiva, ognuno con un suggestivo allestimento a contraddistinguerlo, ma il più grande e tradizionale è stato quello dal portone di Palazzo Dugnani che ricordava l’atmosfera di un giardino ottocentesco dove dei gazebi a righe colorate accoglievano alcune delle attività progettate nelle tre giornate di apertura.


Il tema della manifestazione aveva come titolo “ al piacer loro”; infatti i vivaisti e non gli organizzatori sono stati liberi di scegliere di presentare, proprio a loro piacere, le piante ed i fiori che più rappresentassero la loro personalità o il loro lavoro.
La fontana di forma tondeggiante con al centro uno scoglio con un getto verticale, fulcro dell’esposizione, era stata decorata con figure fatate di fieno posate sull’acqua e circondate di fiori di campo delicati ad opera di Julia Artico.


Molti gli espositori, come sempre, con i loro stand: fiori di ogni varietà e colore, mobili da giardino, piante acquatiche o da frutto, vasi dipinti o di terracotta colorata sono stati i protagonisti assoluti della mostra mercato. Lo street food, molto apprezzato e di buon gusto, era collocato in una zona del parco molto ombreggiata per ristorare gli amanti della natura che partecipavano all’evento.


Ben organizzata e varia anche l’offerta dei laboratori per adulti e bambini con lo scopo principale di avvicinarli al piacere della bellezza della natura e favorire il più possibile la cultura del verde e il rispetto delle aree destinate a giardino.


A tale scopo anche l’associazione Orticola Arte, nata proprio quest’anno, ha presentato dei progetti di intervento artistici permanenti in alcune aree cittadine. L’opera artistica del 2018, a cura di Claudia Losi, si intitola “Dove sei? Dove Abiti?” ed è stata realizzata sulla facciata principale della Scuola dell’Infanzia di via Savona n°30, frutto della collaborazione tra l’artista e i bambini della scuola stessa.

Giardini della Guastalla

(di Martha Petrini)

Brano consigliato per l’ascolto: Woodkid, Shadows

Giardini della Guastalla

Passeggiando in storiche vie milanesi, via Francesco Sforza, via San Barnaba e via Guastalla c’è un Giardino, il più antico giardino pubblico di Milano.

Commissionato dalla contessa Paola Ludovica Torelli della Guastalla (da cui prende il nome) terminato nel 1555, fu realizzato secondo lo stile del Giardino all’Italiana, seguendo forme geometriche e perfette simmetrie.

Si racconta che Paola Ludovica Torelli, acquistò il territorio oggi occupato dai giardini, da un famoso medico milanese Matteo delle Quattro Marie vendendo la propria contea a Don Ferrante Gonzaga.

Qui costruì il “Collegio della Guastalla” che ospitava ventiquattro giovani ragazze, tra i 10 e i 22 anni, appartenenti a famiglie nobili decadute. Lo scopo del collegio era dare vitto, alloggio, educazione e una dote in modo tale che le giovani donne non prendessero i voti contro voglia né, ancor peggio, si prostituissero.
Il giardino svolgeva quindi una triplice funzione: relax, educazione e sostentamento. 

Quest’ultima avveniva grazie agli orti coltivati nel parco, agli alberi da frutta e alle numerose specie di pesci allevati nella peschiera barocca.

La Contessa diceva: «le fanciulle sono come le viti novelle, che se si appoggiano a pali ritti crescono ritte, se a torti, vengono torte e difettose». Riteneva che la bellezza stessa fosse educativa e quindi che le fanciulle dovessero vivere immerse in essa.

Per questo nella costruzione, è stata messa una cura particolare, sia dal punto di vista botanico che architettonico. 

Il parco è costituito da 183 alberi tra i quali si segnalano la Catalpa bignonioides walt, detta anche l’albero dei sigari, è stata importata in Italia dall’America meridionale per scopi decorativi, il suo tronco è possente e si contorce su se stesso assumendo forme bizzarre che lo rendono una scultura vegetale.

E’ presente il Bosso, un piccolo arbusto dalla chioma facilmente modellabile che testimonia il fatto che “la Guastalla” sia un giardino all’italiana che si basa su una particolare corrente filosofica secondo la quale l’uomo domina la natura.

Tra le specie arboree troviamo: Acero argentato (Acer saccharinum), Albero dei tulipani (Liriodendron tulipifera), Arancio trifogliato (Poncirus trifoliata), Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica), Faggio pendulo (Fagus sylvatica‘Pendula’)

Farnia (Quercus robur), Ippocastano rosa (Aesculus x carnea), Liquidambar (Liquidambar styraciflua), Tiglio selvatico (Tilia cordata).

Tra gli arbusti, Eleagno (Eleagnus spp), Pittosforo (Pittosporum tobira), Cotognastro (Cotoneaster), Nandina (Nandina spp), Aucuba (Aucuba japonica), Mahonia (Mahonia aquifolium).

 Nel 1938 il Comune di Milano acquisì l’intero complesso e affidò il progetto di restauro all’architetto Renzo Gerla per la parte architettonica e all’ingegnere Gaetano Fassi per quella botanica. Si sostituì il muro di cinta con una recinzione per offrire alla vista lo spazio prima nascosto.

Al suo interno troviamo un importante gioiello di stile Barocco: la Peschiera, con balaustre in granito bianco e ringhiere di ferro battuto, formata da due terrazze in comunicazione tra loro attraverso quattro rampe di scale.

La peschiera è stata costruita nel ‘600, sostituendo un laghetto artificiale del ‘500 che fu sotterrato per motivi igienici. Alimentata un tempo dalle acque dei Navigli (ora ricoperti per creare strade di passaggio) era utilizzata come vasca di allevamento dei pesci. 

Tra i beni architettonici interni ai giardini sono presenti anche un edicola seicentesca contenente un gruppo in terracotta policroma e stucco raffigurante la “Maddalena assistita dagli angeli”.

Un elemento utilizzato per richiamare le grotte tipiche dei giardini all’italiana, dal significato molto simbolico e fonte di ispirazione e insegnamento per le fanciulle del collegio.

Proseguendo troviamo un tempietto neoclassico opera di Luigi Cagnola, il timpano poggia su sei colonne ioniche e all’interno è presente una statua rappresentante una Ninfa posta simmetricamente al centro.

Durante il percorso collocata in un punto panoramico troviamo una statua di fanciulla delimitata da un anello di Ippocastani che la avvolgono.

All’esterno del giardino una pregevole fontana all’angolo di via della Commenda con via San Barnaba.

I Giardini della Gustalla sono un piccolo gioiello della città di Milano.

Al suo interno oggi troviamo, percorsi botanici, aree giochi per bambini, chioschi e soprattutto un bellissimo prato dove sedersi, rilassarsi ed ammirare le bellezze che lo circondano.

La Cà Brutta

(di Antonella De Lucia)

A Milano c’è una casa, una casa di sette piani, una casa sproporzionata, una casa senza armonia, una casa diversa che, ai primi del Novecento, diede scandalo.

Arrivati in piazza Stati Uniti d’America non si può non notarla: sulla curva di via Moscova sorge dal 1922 la “Cà Brutta”, come venne soprannominata dai milanesi borghesi e dagli architetti della vecchia scuola.

Giovanni Muzio, giovane architetto milanese presso lo studio V. Colonnese, P.F. Barelli, ebbe la possibilità di gestire il progetto liberamente, riuscì a conciliare le nuove esigenze abitative con la tradizione classica. La casa fu la prima opera importante che realizzò nel dopoguerra e dove visse fino alla sua morte nel 1982.

La tipologia del condominio, lo sfruttamento massimo dell’area a disposizione, il recupero immediato dei capitali investiti rappresentarono per Muzio una sfida che purtroppo sin dai primi mesi non fu apprezzata, anzi contestata, così avversata che molti provarono a far sospendere i lavori di costruzione. In occasione della rimozione delle impalcature la polemica scatenò la stampa e i cittadini della borghesia milanese che la soprannominarono appunto “Cà Brutta”, con un’espressione tipicamente milanese.

Per capire lo spirito che aleggiava intorno alla costruzione, il corrispondente milanese della rivista “Architettura e arti decorative” Paolo Mezzanotte scrisse che la casa seppur lontana “dalla tronfia volgarità e dalla banalità melensa di troppe architetture di cemento, vuole però ispirarsi alle fonti classiche e…. sembra mancare precisamente, in un tormento di linee e modanature, della dote peculiare delle architetture classiche: di serenità…”

Muzio infatti volle rivoluzionare le regole classiche dell’architettura che avevano caratterizzato fino ad allora gli edifici milanese: utilizzò una gabbia di cemento su cui impostò le facciate classicheggianti dove le colonne, le nicchie, gli archi, le modanature erano ridotti a forme geometriche pure.

L’intento fu modernizzare e rendere contemporanea la classicità utilizzando sapientemente materiali della cultura classica come il marmorino, il travertino, lo stucco francese, ma anche del colore che dal grigio scuro sfuma nel bianco.

Ma la sua modernità non si ferma all’aspetto esteriore; sono gli interni a riscuotere maggior successo: gli appartamenti sono spaziosi ed eleganti, luminosi e decorati, scanditi in ampi locali e corridoi di servizio, ma soprattutto funzionali e provvisti di tutte le comodità moderne come le cantine, i garage, ascensori e montacarichi. I più richiesti sono gli attici dell’ultimo piano che dispongono di lunghe terrazze con vista sui tetti di Milano. In uno di questi risiederà lo stesso Muzio fino alla sua morte, nel 1982

Così la “Cà Brutta”, con il trascorrere degli anni, riconquista il cuore di coloro che l’avevano denigrata definendola troppo grossa, troppo alta, troppo brutta. Il suo travagliato esordio si arricchisce di aneddoti e la sua storia viene narrata nei libri di architettura e sulle guide di Milano. Chi passa sotto le sue finestre non può fare a meno di fermarsi ad ammirarla e a fotografarla.

Nel 2013 è partito un cantiere per il restauro dell’edificio per salvaguardare la pittura delle facciate e per lo smaltimento dell’amianto, finalizzato a conservare l’autenticità del manufatto e restituirgli il suo splendore originario seguendo un progetto redatto dall’architetto Giovanni Muzio, nipote e omonimo del grande Muzio.

Ecco allora che la “Cà Brutta” brutta non lo è più, risorge, ma il suo soprannome resta, quel soprannome che l’ha resa così favolosa da diventare parte della tradizione milanese, un luogo di interesse architettonico, quasi alla pari di chiese o musei.

(photo da web)

Farage Cioccolato a Milano

(di Antonella De Lucia)

Le vetrine di Farage Cioccolato a Milano, nel cuore del quartiere Brera, riflettono la passione per lo stile francese e la cura del particolare propri della proprietaria: Lina, che con maestria cucina prelibatezze dolci e salate, che hanno il potere di attrarre all’interno il passante, soggiogato da ciò che vede e assapora.

La posizione della Cioccolateria, in via Brera n°5 appunto, a pochi passi dall’ Accademia di Belle Arti e dalla Pinacoteca di Brera, ha finito per creare uno stretto legame tra cioccolato ed arte. Tutto il quartiere ha un passato ricco di storia e di legami con il mondo artistico. Poeti, scrittori, musicisti e pittori di fama mondiale hanno passeggiato per queste vie strette o soggiornato nei fastosi palazzi che dominano le strade come Manzoni o Hayez, solo per ricordarne alcuni.

Quale migliore occasione allora per trasformare un ambiente dedicato alla dolcezza in una galleria d’arte. Proprio in questi giorni da Farage Cioccolato sono esposte le opere artistiche di Carola Castagna: sculture in terracotta che rappresentano teste di donne i cui copricapi caratterizzano la loro etnia. Sagomate nell’argilla e poi cotte, acquistano la colorazione tipica del cotto che ad un occhio inesperto ricorda quasi il cioccolato.

 

 

 

 

 

 

L’artista, da un percorso cominciato con il disegno dal vero, si è poi avvicinata alla scultura e al mondo della ceramica per poter esprimere in tre dimensioni le sue conoscenze di anatomia artistica ed infine sperimentare la lavorazione dell’argilla con il suo imprevedibile risultato dovuto alla cottura.

Chi ama il cioccolato non può fare a meno di coccolarsi con una dolce pausa in questo locale sobrio e accogliente per ammirare le splendide Donne di Carola Castagna, sorseggiando una cioccolata calda con lamponi o assaporando un brigadeiro preparato dalle mani sapiente di Lina Farage.

 

 

 

 

Arte, dolcezza, passione e amore sono i semplici ingredienti per creare quell’atmosfera di romanticismo che si respira fuori e all’interno del bistrot Farage; un piccolo angolo da sogno dove una promessa di matrimonio o una dichiarazione d’amore trovano lo scenario ideale.

Mi Vuoi Sposare? – Alioscia Mussi, l’arte del make up

(di Isabella De Rorre)

Alioscia Mussi è una Persona e non un Personaggio.
E’ un artista consapevole delle sue capacità ma che non si sente “arrivato”; da buona Vergine (il suo segno zodiacale è una delle prime cose che mi rivelerà), è costantemente pronto mettersi in discussione e mai completamente soddisfatto dei risultati, sia pur notevoli, raggiunti.
Mi accoglie nel suo studio, che lo rispecchia alla perfezione: uno stabile antico, con un soffitto affrescato, molto bianco e molti libri che non sono lasciati lì per caso o per vezzo, ma sono vissuti, letti e riletti. Mi dice che prima lo studio è appartenuto ad un pittore e che proprio l’odore della pittura ad olio lo ha conquistato, durante una delle prime visite, ricordandogli la passione per l’arte ai tempi delle scuole medie. Ogni oggetto presente in queste stanze raconta qualcosa di lui e della sua vita professionale. Lo standing, il modo di porsi, la gentilezza innata e mai affettata, la capacità di ascoltare davvero chi ha di fronte completano il quadro.

 

Puntiglioso, esigente ed amante del bello, mi precisa che la sua vita fino ad ora è comunque stata costellata di coincidenze, incontri, decisioni che hanno determinato i suoi passi e lo hanno fatto diventare ciò che è oggi.
Dopo le medie frequentate a Benevento, si trasferisce con la famiglia a Crema. Qui frequenta il liceo artistico, trascorrendo notti intere a disegnare, e a trasformare in ritratti le fotografie della madre e dei parenti.
L’università è in questo disegno una scelta quasi obbligata: la Facoltà di Storia dell’Arte di Firenze. La frequenta per due anni, ma la città e la gente che la popola gli vanno strette e decide di tornare a casa.
Ecco un altro segno con cui il destino continua ad indicargli la via: indeciso su cosa fare della sua vita, vede un manifesto della Scuola BCM di make up, si documenta, chiede informazioni, si iscrive.
Non gli interessa lavorare nella moda come stilista, il ruolo cui già aspira è quello di chi crea nel backstage rendendo raggianti le modelle e influenzando l’esito di un evento rendendolo perfetto. L’anno di scuola a Milano è durissimo ma lo forma e gli apre la possibilità di lavorare, già alla fine del primo semestre, nello show room di Madina. Da perfezionista quale è, non si sente portato per la vendita e declina l’offerta di far parte de team in modo permanente.
Arriva la partecipazione a Miss Italia 2001 con l’agenzia HM Battaglia. Romualdo Priore, uno dei più importanti make up artist italiani, lo nota e nonostante la sua giovane età ne intuisce le doti e durante un briefing a sua insaputa, lo nomina responsabile del last check trucco delle aspiranti miss prima di uscire in passerella, e del make up delle celebrity.
L’unica che non truccherà sarà Sophia Loren perchè non se ne sentirà, ecco di nuovo la mania di perfezione, all’altezza.
Il suo lavoro prosegue nel campo della moda: affianca il fotografo Roger Corona, che lo vu0le in esclusiva per i suoi photoshoot. Arrivano le copertine di Francorosso, i servizi per Jean Paul Gaultier, per Alviero Martini fra i tanti grandi nomi.
Nel 2002 partono insieme per l’Africa per un progetto voluto da Franca Sozzani per Vogue Italia, che culminerà in una mostra fotografica. Sono mesi intensi, senza mai una sosta. Tornato in Italia, sente il bisogno di riappropriarsi di sé, delle sua quotidianità, dei suoi affetti.
A Crema aiuta con successo un amico ad avviare un locale in centro.
Si sa: spesso la nostra strada è già segnata prima che ce ne rendiamo conto. In quel periodo lo contatta una agenzia di Roma che gli propone di lavorare per un brand famosissimo, Collistar, in uno degli store più importanti di Italia: La Rinascente di Milano.
Questa esperienza, che durerà per tre anni e mezzo, continua a plasmarlo e lo identifica, lui che pensava di non avere alcun spirito commerciale, come uno dei migliori venditori dello store ma non solo.


Si licenzia da Collistar, cominciando a ragionare su una carriera da libero professionista che gli permetta di esprimersi al meglio. Uscito sabato da la Rinascente, viene contattato martedì da Chanel e mercoledi dalla retail manager di Dior. Sarà questo ultimo brand a spuntarla, accaparrandosi la sua bravura. Alioscia Mussi otterrà risultati così importanti in termini di fatturato, da vincere il premio come miglior truccatore Dior in Italia nel 2013, e miglior truccatore Dior del mondo nel 2014.


Mentre nel 2015 si riposa durante una trasferta per formare i make up artist di una catena famosa di profumerie, guarda in televisione una puntata di “Detto Fatto”. Spinto dalla sorella, che e’ stata e sarà sempre la sua prima sostenitrice, scrive alla redazione proponendosi come tutor. Viene contattato più volte ed il 17 agosto sostiene il suo casting. Dopo un’ora e tre quarti, gli viene fatto firmare il contratto per la prima stagione. Durante la prima puntata l’emozione lo sovrasta, ma scompare nelle puntate successive.
Alioscia rassegna, con la correttenza che lo contraddistingue, le sue dimissioni da Dior. Non partecipa al canvas con cui, per l’ennesima volta, sarebbe stato decretato miglior truccatore in Italia per Dior. Con il brand francese la stima, l’affetto, i rapporti rimangono aperti e ottimi per la comunanza di visione e per una serie continua di progetti condivisi.

La collaborazione con Caterina Balivo, conduttrice del programma, è subito entusiasmante, tanto è che la segue anche per “Caterina Secrets”, il magazine della Balivo. Per lei il make up artist studia look eclatanti, come quello sui toni del rosso, che Lady Gaga sfoggierà identico due giorni dopo per il Super Bowl.
Alla vigilia della terza stagione di “Detto Fatto”, Alioscia Mussi può contare su un pubblico che lo segue costantemente e che lo apprezza senza condizioni.
Accanto all’attività televisiva, il mak up artist si dedica a corsi come docente per professionisti o anche per principianti che vogliano imparare le basi del trucco, crea tutorial on line, ha un agente e una agenzia moda a Milano collaborando con i brand per le sfilate, cura il look delle spose che si rivolgono a lui per il giorno del sì, e guarda ad ogni collaborazione come a nuova e importante opportunità.Dice sorridendo che il truccatore è un vezzo, perchè il suo lavoro è effimero. Ma questo lavoro effimero, penso io, si basa su anni e anni di studio, su esperienza prove perizia, attenzione alla persona e psicologia. Lavoro effimero ma che rende sicura di sé la donna che esce dalle sue mani trasformata.

 

Chi lavora sul campo sa cosa vogliano davvero le clienti, e questo è uno dei suoi punti di forza. Il capire, a volte anticipare, i desiderata dei suoi clienti.
Alioscia Mussi ha una intima coerenza che lo denota e denota il suo lavoro. Gli chiedo se ha un modello di donna particolarmente amato o che gli piacerebbe truccare, e mi risponde che ogni donna è una bella sfida. Quello che ama è una pelle pulita, un viso luminoso. Spesso consiglia di puntare, e investire, più su prodotti per la cura della pelle, che di trucco stesso.
Non è per le basi trucco spesse, le sue sono sottili, leggere, il suo make up è correttivo senza stravolgere lineamenti e caratteristiche delle donne che trucca.
Un sogno nel cassetto? Più che altro un piccolo rimpianto: non aver potuto truccare le top model anni 90, quelle di Gianni Versace per intenderci. In quel periodo il make up aveva un ruolo fondamentale nell’enfatizzare la bellezza delle modelle, e nel completare gli outfit che sfilavano in passerella.
Parliamo di spose: le sue non sono spose “a catena”, in serie. Nel colloquio conoscitivo, si definisce anche la tipologia di trucco. Il make up artist deve entrare nella psicologia del sogno della futura sposa, comprendere chi desidera essere più sexy, o più romantica.
Un punto di eccellenza oltre alla sua bravura è anche il fatto che, avendo lavorato per i maggior brand di trucco, questo make up artist non è legato a un singolo marchio, ma sceglie i prodotti migliori di ogni casa cosmetica.
Mi rivela che ama girare per mercatini, alla ricerca di pietre cristalli piume, oggetti che possano essere applicati al maquillage per tocchi eclatanti. E che ci sono prodotti che non hanno magari marchi conosciuti, ma che sono sfiziosi e versatili.

Con le spose, ma con tutti i suoi clienti, è franco e sincero. Il trucco non deve seguire le mode, non deve stravolgere. Non deve togliere sicurezza, ma donarne.
Suo compito è di vedere quelle che sono le caratteristiche della donna che deve truccare, essere gentile con lei e con le sue aspettative e insicurezze, vedere quali possono essere i punti che la possono peggiorare e intervenire su quelli, minimizzandoli.
Il nostro incontro finisce con la visita alla sala trucco, che è un piccolo paese delle meraviglie che si svela davanti a me come un forziere pieno di preziosi. E l’ultima foto ad Alioscia Mussi è proprio nel suo regno.

 

 

“Petali” nella vecchia Milano

(di Antonella De Lucia)

Se potessimo vedere chiaramente il miracolo di un singolo fiore, l’intera nostra vita cambierebbe.”

Questa famosa citazione attribuita a Buddha mi ha colpito molto perchè racchiude in sé la vera essenza della bellezza dei fiori e l’importanza che viene a loro attribuita. Non solo sono ammirati per il loro arcobaleno di colori e la varietà di specie , ma anche per gli aromi gradevolissimi che spesso emanano.

La linea ed il portamento, il colore e la forma, la tonalità e il profumo sono le caratteristiche più evidenti di questo miracolo della natura.

Questo è sicuramente il motivo per cui ognuno di noi si sofferma ad ammirare una vetrina fiorita, un angolo cittadino dove è possibile , anche se per poco, avvicinarsi e portare via con se un piccolo miracolo.

Il negozio “ Petali” in via Muratori 3, angolo via Botta, a Milano offre una grande varietà di specie nelle diverse stagioni dell’anno con lo scopo di soddisfare i molteplici gusti degli appassionati.

La signora Mirna ( Maria Angela Sgarbati), con fare pacato e gentile, da esperta padrona di casa mi introduce nel suo piccolo angolo di paradiso che da diciassette anni gestisce con maestria, estro ed eleganza

 

 

 

 

 

 

Vasi di vetro, cesti di vimini, vecchie pentole di alluminio, canestri in ferro, cachepot di ceramica ed oggetti di uso comune sono sparsi per terra e appoggiati su consolle o tavolini in un voluto disordine che ricorda una vecchia serra inglese. Perché è proprio questa la meraviglia del negozio della signora Mirna: si ha l’impressione di entrare in una stanza privata dove una collezione di suppellettili antiche fa da cornice ai veri protagonisti dell’ambiente: i fiori.

 

 

La nostra chiacchierata indugia poi su alcuni aneddoti della sua passata esperienza come quando, negli anni novanta, si diffuse la moda di decorare le case con composizioni di fiori secchi, molto più duraturi e meno dispendiosi, oppure quando per i matrimoni in campagna, secondo la tradizione contadina, il bouquet della sposa era composto da fiori freschi ed erbe aromatiche.

Scopro che anche in questo settore la moda impone i suoi diktat : le tendenze di questi ultimi anni puntano all’accostamento del bianco e del verde , anche se il fiore prediletto rimane sempre la rosa, in tutte le sue tonalità di colore.

 

 

 

 

Un mazzo di fiori o una composizione fiorita hanno sempre la capacità di attirare l’attenzione, mantenendo un equilibrio armonioso tra le diverse specie che li compongono come a ricreare un’opera d’arte naturale.

 

 

 

 

 

 

 

Marc Chagall da grande estimatore affermava che : “L’arte è lo sforzo incessante di competere con la bellezza dei fiori e non riuscirci mai.”

Massimo Panuccio- La grazia essenziale

(di Isabella De Rorre)

Prima di intervistarlo, ho avuto l’occasione di conoscere Massimo Panuccio nell’ambito di un servizio fotografico ed in un contesto informale. È una persona attenta alle esigenze di coloro che ha vicino, senza ombra di affettazione. La sua è, per l’appunto, una grazia essenziale, lineare. Durante questa intervista, che come quasi sempre accade, ha preso il ritmo ed il respiro soprattutto di una chiacchierata, questa impressione iniziale è stata più che confermata. Classe 1968, Massimo Panuccio si appassiona alla moda fin da bambino, disegnando figurini ben definiti. Figlio di un sarto, non segue da subito quello è che il lavoro di famiglia, che forse però resta nel DNA e lo spinge a frequentare, a fianco a studi quanto più lontani dalla sua passione, l’Istituto Marangoni di Milano per tre anni. Anni che formano il carattere e l’attitudine mi viene spontaneo dire, tanto è che dopo una parentesi lavorativa diversa, il progetto prende definitivamente forma. Dapprima con un negozio dove ancora non compare il suo brand, ma che è fondamentale perchè da qui parte una collaborazione con due designer di moda. Poi, alle soglie del 2000, con la sua produzione, la ricerca di un atelier, la selezione attenta di sarte che possano interpretare con sensibilità i suoi modelli e farli vivere. Punti di ispirazione, modelli di riferimento? Massimo Panuccio, nel suo stile elegante ma essenziale, è uno che prende tempo prima di rispondere, e sotto la gentilezza reale si intuisce un carattere consapevole e coerente. “Valentino in primis, e Dior”. Insomma, grandi sarti di un’epoca in cui la moda è haute couture. Il concetto di moda per Panuccio è un concetto classico. La sua impostazione, diciamo il suo tratto più caratteristico (anche se più volte lo stilista rifuggirà dall’essere rinchiuso in un capo icona) è l’abito, che deve e vuole essere elegante, e femminile. La sua evoluzione parte proprio da quello, dall’abito, da cocktail, da cerimonia, da sera. Quello da sposa arriva alla fine, per rispondere quasi ad un’affettuosa esigenza delle sue clienti: quella di indossare una creazione Sartoria Massimo non solo per la festa dei 18 anni o come testimoni al matrimonio di altri, ma anche per le proprie nozze.

I suoi tessuti preferiti riprendono l’idea di femminilità leggera, non ostentata: georgette e chiffon, fluidi, versatili, pieni di movimento, a volte leggermente trasparenti, per far intuire più che vedere. A seguire, anche il pizzo, dosato con misura, i tessuti ricamati, lo shantung e i suoi colori speziati. Chiedo quale sia, e se esista, una sua donna e cliente ideale. Mai risposta è più coerente, per un sarto che crei ogni abito come unico: la donna vera, che lavora, non importa di quale classe sociale.

L’obiettivo non è far tendenza, stupire a tutti i costi, ma creare abiti che siano classici per sempre, quasi senza tempo, non eccessivi. Abiti pensati per donne che non si lascino dominare dall’abito, ma che abbiano cura di sè e piacere nella cura dei dettagli. Da dove parte la sua ispirazione? Dal disegno e dal modello, in primis, e a seguire dai tessuti, e dai colori. Contaminazioni arrivano anche dal cinema, quello degli anni 50, di un’epoca insomma in cui le donne erano donne e l’eleganza regnava sovrana. Mi confida: “Ho nostalgia di un’epoca che non ho vissuto”, e parlando comprendo a pieno questa affermazione, perchè tanto di quell’epoca si ritrova nei dettagli, nel disegno, nel taglio dei suoi abiti. Nessun bisogno di innovazione a tutti i costi: la vera innovazione qui è rispettare il carattere e le esigenze della cliente, e proteggerne ed esaltarne l’eleganza. Uno dei complimenti più graditi è quando una cliente, notando ad una festa un abito particolarmente bello, gli confida di essere quasi sicura che lo abbia creato lui. Questa capacità di interpretare così pienamente e sottilmente le esigenze delle sue clienti è il punto di forza di questo stilista. Ogni cliente è la benvenuta nell’atelier, purchè comprenda quello che Massimo Panuccio può darle; ed il consiglio più spassionato è: “Molto meglio togliere, piuttosto che aggiungere”, o più brevemente: “Less is more”. E una volta trovato il proprio stile, perseguire la linea senza eccessi in alcun senso. Nulla di peggio che permettere che il protagonista della serata diventi l’abito, rubando la scena alla donna che lo indossa! Chiedo se ci sia un accessorio particolarmente amato a completare i suoi abiti, e mi risponde di getto. “Le scarpe”. Con il tacco, non necessariamente altissimo. Una scarpa con il tacco è per la donna che la sa indossare con maestria uno strumento di comunicazione del proprio io, della propria eleganza, della propria sensualità. Alla domanda di come si vede fra cinque anni risponde che sarà esattamente dove è perchè ama ciò che fa. Panuccio non è un elitario e non lo diventerà per cui continuerà a rendere le donne belle ed eleganti fino a che potrà, fedele alla convinzione che una donna e il suo modo di essere vadano rispettati, e non utilizzati per esaltare un brand o uno stile. Un sogno nel cassetto? I costumi per un film. Qui si comincia a confrontarsi sulla moda del cinema, e le attrici sono ancora una volta donne di carattere e di classe innata. La cliente contemporanea è anche quella più consapevole, alto spendente, che ha compreso l’importanza della qualità, del taglio e dei tessuti, e che apprezza che l’abito le venga cucito addosso, che il processo creativo sia condiviso e divertente, e che il capo che indosserà sia unico e con un costo coerente e corretto relativamente a questo processo.

Ecco, se esiste una cliente ideale, è quella che in Massimo Panuccio ha trovato un alleato per far risaltare la propria unicità senza esasperazioni: donne che vengono da famiglie milanesi che Milano hanno contribuito a farla crescere e diventare quello che è ora, che hanno senso del rispetto per il lavoro altrui. Che sanno quanto il lavoro di Panuccio sia dedicato a loro, e votato, come sempre e per sempre, all’eleganza.

 

sartoriamassimo.it – Via Vincenzo Monti, 28 Milano

Valerio Antonelli- Il lusso del sé

(di Antonella Del Lucia)

Ci siamo! Il giorno delle nozze è alle porte. Non meno importante degli altri preparativi per una sposa veramente fashion ecco presentarsi la scelta dell’acconciatura e del trucco.

Ma come districarsi tra le tante proposte che riviste e siti web suggeriscono per risplendere ed essere protagonista nel giorno più emozionante di ogni donna?

E’ per questo motivo che ho accettato l’invito di Valerio Antonelli Hairstylist e makeup-artist, patron di Metamorphosis, fucina di bellezza all’interno del centro estetico Beauty Garden in corso Magenta 76 a Milano.

Nei luminosi locali di questa casa d’epoca, a pochi passi da Santa Maria delle Grazie e dagli Orti di Leonardo, lo stylist ha creato un’oasi dove poter realizzare la tanto agognata metamorfosi da bruco a farfalla.

Dopo gli studi e il diploma come Operatore Turistico e le conseguenti esperienze nel settore, la tradizione di famiglia ha avuto il sopravvento, supportata anche dal desiderio di svolgere un’attività più creativa e manuale e dal bisogno di gratificare il richiamo della sua naturale passione per il bello .

Da qui in poi gli studi e le esperienze si sono concentrate in particolar modo sull’acconciatura e il trucco. Sono seguite alcune trasferte all’estero (a New York, per esempio, dove ha collaborato come stagista da Freddie Fekkai). Il ritorno a Milano è però stato il fattore X.

Quindici anni con il ruolo di direttore tecnico hanno reso possibile la realizzazione del sogno di Valerio Antonelli. Uno spazio tutto suo, dove lavorare in libertà, affiancato da una squadra di professionisti specializzati nei campi del benessere e dell’estetica.

Valerio non è solo un artista, ma anche un capace imprenditore. Grazie al connubio di queste due anime apparentemente contrapposte, ha potuto vedere la luce una vera e propria azienda. Una delle leve più innovative è stata l’idea di stipulare contratti di “affido di poltrona” in base ai quali il titolare di un salone di acconciatura o di centro estetico può concedere in uso una parte dell’immobile e delle attrezzature a collaboratori esterni. Il vantaggio di questa norma risiede nella flessibilità degli orari e dei giorni di lavoro al fine di consentire agli operatori e ai clienti di gestire al meglio gli appuntamenti per creare quella sorta di complicità e affiatamento che sono la base della fiducia.

 

 

 

 

Entrando da Beauty Garden ci si sente subito coccolati dalle buone maniere e la cortesia dei vari esperti, dal calore di una tisana appena fatta e dalla sobrietà un po’ retrò degli arredi.
Come ripete Valerio Antonelli:  “Il vero lusso è trovare del tempo da dedicare al proprio benessere e vederlo valorizzare con cura e garbo “.

 

 

 

 

 

 

Infine ho domandato al nostro gentile ospite quali fossero le nuove tendenze per il trucco e l’acconciatura delle spose del 2017 e la semplicità della risposta mi ha entusiasmato: “Less is more”: questo è l’aforisma ispirato dalla filosofia della Metamorphosis di Valerio Antonelli.

 

 

 

 

 

 

Pochi interventi, con l’utilizzo di prodotti naturali e all’avanguardia, mirati a valorizzare al bellezza di ogni donna senza stravolgerne l’aspetto e la personalità. Per ogni donna un trattamento di bellezza diversificato e personalizzato realizzato grazie all’instaurarsi di un rapporto di fiducia reciproca tra cliente e stylist.

 

 

 

 

 

Metamophosis di Valerio Antonelli- Corso Magenta, 76 Milano

la Sposa Regina- Marie Antoinette a Milano

(di Isabella De Rorre)

Cosa desidera di più una futura sposa? Naturalmente, essere la regina del giorno delle proprie nozze. Noi di theWProject costruiamo sogni, non potevamo perciò non accogliere questo desiderio!

Il mood- Rifarsi ad una tradizione, e celebrare ogni sposa come regina del proprio sogno e del giorno delle sue nozze, ma in una parte di Milano antica e piena di fascino. L’ispirazione primaria è stata la Marie Antoinette di Sofia Coppola. Per colori, modernità, capricci e bellezza, rappresentati magistralmente nel film da una Kirsten Durst in stato di grazia. E la grazia, intesa come qualità prettamente femminile, ma umana, è stata l’ulteriore ispirazione che ha guidato il servizio. Così, abbiamo proposto una nuova, giovane Marie Antoinette in una domenica quieta di inizio dicembre, in una città, Milano, che sembrava per luci e atmosfera, essersi cristallizzata per accoglierla. (Gabbia decorata Marthea Garden Project)

 

 

 

La location- Di Farage Cioccolato parliamo spesso, e non ci stancheremo mai di farlo. Per mille motivi: per le sue cioccolate calde, giudicate recentemente da La Pecora Nera Editore fra le 20 migliori di tutta Italia. Per l’atmosfera shabby, elegante, intima. Per la creatività e la grazia della sua titolare, Lina Farage. Perchè si trova nel cuore antico e artistico di Milano, in Via Brera. E corona dolcemente  un percorso d’arte di cultura di arricchimento, che può andare dalla Pinacoteca al suo Orto Botanico alle Via Manzoni, Montenapoleone, Bigli,  alle Gallerie D’Italia in Piazza Scala, e soddisfare tutti i sensi. Se entrerete, non potrete rinunciare ad una visita ogni tanto, per un éclair o una pralina, per ascoltare Billie Holliday che sembra parlare solo a voi, mentre gustate un’insalata e fuori scorre la città, e si illumina di gente, di luci, di voci. La nostra bellissima Marie Antoinette qui ha trovato un luogo degno di una regina.

 

 

 

mise en place a cura di Antonella De Lucia- composizione floreale di Coral Fiori e Interpretazioni

 

 

Gli abiti- Marie Antoinette, ne siamo sicuri, si sarebbe innamorata degli abiti da sposa di Simone Marulli! Giovane couturier di talento e fama consolidatissime, per la sua produzione, rigorosamente Made in Italy, spazia dal pret-à-porter ad abiti da sposa, in cui le forme tradizionali vengono reinterpretati con freschezza e modernità grazie a linee tessuti e colori attuali arditi e innovativi. Gli abiti da sposa sono strutturati ma impalpabili, racchiudono insomma forma e sostanza. La sposa di Marulli è una regina contemporanea, dinamica, sexy, ma con uno spirito romantico e femminile.


 

I gioielli- Ad ogni regina i suoi gioielli. Alla nostra Marie Antoinette, un sontuoso choker di perle barocche o scaramazze che dir si voglia, in parure con gli orecchini. A crearli con fantasia e sensibilità al tema, ed espressamente per lo shooting, Marzia Gaudio, anima di Maga Gioielli

 

Model: Beatrice Elena Maffei Frulla- Make up and hair styling: Francesca Fiorentini- Abiti: Simone Marulli- Photographer: Luca Arnone– Consulenza e ricerca still life: Antonella De Lucia, Daniela Stella, Francesca Fiorentini- Location: Farage Cioccolato

“Bellotto e Canaletto- Lo stupore e la luce”

(di Isabella De Rorre)

La conferenza stampa

Il 18 ottobre 2016 si è tenuta alle Gallerie D’Italia di Piazza Scala a Milano la conferenza di presentazione alla stampa della Mostra “Bellotto e Canaletto- Lo stupore e la Luce“.

20161018_111259Dalle parole del Professor Bazoli, Presidente Emerito di Intesa Sanpaolo, è trasparso immediatamente come la mostra non voglia stabilire un primato dell’uno sull’altro, ma esaltare due identità grandi e autonome, quasi complementari fra loro e di valore artistico inestimabile. Alcune opere del Bellotto, che fu allievo del Canaletto, suo zio, emulano con tale perizia quelle del maestro da rendere talvolta quasi indistinguibili anche ad un esame attento le opere dei due artisti. Longhi del Canaletto scrisse che questo artista ha rappresentato: “la certezza illuministica di una verità assoluta”, e questo è uno stimolo importante di ordine culturale e per affrontare con occhi attenti la visita alla mostra stessa.

 

 

 

 

 

20161018_112212Il Sindaco di Milano, Dottor Giuseppe Sala, ha ribadito il ruolo fondamentale di Gallerie D’Italia per Milano e per l’arte e per quello che nel 2016 la città lombarda vuole essere: un’apertura internazionale con la forza di progettare il futuro al suo interno. Milano, nelle parole del sindaco, “fa Milano” cioè quello che sa fare, lavorare e produrre. Ma si è votata ad una rinascita intellettuale, culturale, artistica, che all’operosità e al concetto di “milanesità” esaltato dal Manzoni, finalmente si accompagna.

 

 

 

 

 

 

 

20161018_112934La curatrice della mostra, Dottoressa Bozena Anna Kowalczyk, ha ribadito come questo progetto si sia potuto realizzare solo grazie a prestiti importanti di opere d’arte. Per questo la mostra assume un significato europeo. Fattore ancora più significativo se rapportato ad una città come Milano, che sta vivendo un Rinascimento culturale importantissimo, e che prova interesse per le culture, per rappresentarle e viverle. E a ribadire il legame dell’arte con Milano, sta l’esperienza del Bellotto, giovanissimo pittore indipendente che arriva nel capoluogo lombardo nel 1744 per soggiornarvi un anno, nel  momento in cui la città sta diventando capitale dell’Illuminismo.  La mostra vuole rivelare la personalità artistica ed intellettuale del Bellotto, che nei paesi dell’Est è più rinomato del Canaletto stesso, presentando questo artista che aveva nella sua casa anche una stamperia e una ricca biblioteca archivio con un documento che rappresenta la sua dichiarazione di intenti, a lungo studiato ma sottovalutato.  Canaletto è dedicato nell’uso della luce, e ha il merito immenso di costruire una gabbia prospettica. Bellotto arriva alla bottega di Canaletto quando questa struttura è costituita e solida, e vi introduce la sua visione realista, monumentale. Comprende la realtà delle cose, il loro peso, e li esalta nella sua pittura.

 

 

Perchè visitare la mostra

1.Come per tutti i grandi eventi proposti da Gallerie D’Italia, la mostra rappresenta una occasione per conoscere e apprezzare questi grandi artisti la cui produzione è stata selezionata con ricerca e analisi attente . 2.I visitatori si troveranno di fronte a due vedutisti con, come anticipato, forti identità distinte e percorsi artistici definiti e di importanza fondamentale per la storia dell’arte. 3.Chi ha già avuto la fortuna di vedere alcune opere nei musei da cui provengono le vedrà sotto una luce nuova, anche letteralmente, scoprendo nuovi particolari e soffermandosi magari su punti di vista anche prospettici prima non considerati. 4. Le vedute, i monumenti, le luci rappresentate nei dipinti rispondono a quelle esigenza di bellezza anche inespressa o non riconosciuta magari, ma che è insita e propria del genere umano. Dobbiamo continuare, o tornare o cominciare, a nutrirci di bellezza, a guardare con occhi nuovi arte, letteratura, e a lasciarcene conquistare. 5- La mostra offre l’occasione per visitare la sede Museale di Intesa Sanpaolo, prima sede storica della Banca Commerciale Italiana, e dei Palazzi Anguissola Antona Traversi, e Brentani; un viaggio nell’arte dell’Ottocento e del Novecento unico e che non potrà lasciare indifferenti.

BELLOTTO E CANALETTO Lo stupore e la luce- Gallerie D’Italia Piazza Scala -25 novembre 2016/ 5 marzo 2017

 

I percorsi della Sposa Esigente- Villa Necchi Campiglio e “Moda di Carta”

(di J. March)

Se la nostra sposa, appassionata di design ma anche di architettura di arte e di moda, si avventurasse in questi primi giorni di novembre per le vie di Milano ed in particolare per quel disegno liberty che contraddistingue la Zona Palestro e la Via Mozart, potrebbe scoprire Villa Necchi Campiglio, gioiello razionalista dell’architetto Piero Portaluppi più tardi appesantita da arredi e ritocchi, ora tutelata dal FAI (Fondo Ambiente Italiano). In questa location così speciale è stata inaugurata il 19 di ottobre la mostra Moda di Carta, che presenta 30 abiti, completamente realizzati in carta con i loro accessori, dall’artista Isabelle de Borchgrave. theWProject ha visitato l’esposizione avventurandosi in un percorso ricco di fascino e di storia.

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Gli abiti, che ripercorrono la storia della moda partendo dal tardo ‘500 per arrivare al Novecento, sono capolavori inseriti ognuno nell’ambiente della Villa più consono ad esaltarne i colori e le caratteristiche.

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Il lavoro certosino dell’artista loro realizzatrice si nota in ogni plissé, e si esalta nell’assoluta mancanza di spilli cuciture e punti. Sono le mani della de Borchgrave che seguendo tecniche antiche assemblano, forgiano, danno forma a ogni capo, conferendogli aderenza storica e fluidità realistica.

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I tempi di realizzazione vanno dai 15 giorni al mese e più per gli abiti più ricchi e complessi (citiamo, uno per tutti, l’abito al primo piano di Elisabetta I).

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Impossibile non restare affascinati da questa collezione che fa viaggiare nel tempo e nei cambiamenti di stile (si va dal bar dress di Dior che segnò l’avvento del New Look alla tunica di Coco Chanel, agli abiti stile Marie Antoinette e Anni 30 ai kimono), esaltando i fondamenti della moda.

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Visitare questa mostra (che si conclude il 31 dicembre 2017) è cogliere ispirazione continua per temi e contenuti , e dagli abiti e dalla villa, che resta un luogo magico, estraneo al clamore e alla frenesia milanesi, per offrire una pausa che è una gioia per gli occhi e per l’anima per il percorso architettonico e artistico che rappresenta. Non possiamo non citare, per ringraziarlo della disponibilità e sensibilità con cui ci ha preso per mano e accompagnato in questo viaggio, il Signor Marco Albertella, volontario FAI che ci ha dedicato il suo tempo per continuare a cogliere e coltivare la bellezza.

 

20161020_152841“Moda di Carta” Villa Necchi Campiglio Via Mozart, 14 Milano- Apertura al pubblico: dal mercoledì alla domenica- ore 10/18 orario continuato. Biglietto €. 12

 

I percorsi della Sposa Esigente- La Galleria Sozzani e David Seidner

(di Antonella De Lucia)

Al numero 10 di corso Como a Milano è nato nel 1991 il concept store voluto da Carla Sozzani: qui arte, cultura e commercio convivono sotto lo stesso tetto.
Il negozio al piano terra è una dei più famosi e visitati della città. L’abbigliamento, le scarpe e gli accessori più  fashion trovano qui la loro naturale collocazione.
La Galleria Sozzani, al piano superiore, ospita soprattutto mostre fotografiche come quella attuale dell’artista David Seidner (fino al 13 novembre, affettatevi se non l’avete ancora visitata), le cui foto sono presentate per la prima volta in Italia.

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60 foto di moda, d’arte, ma soprattutto ritratti che ripercorrono la breve carriera dell ‘artista scomparso nel 1999.

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Anche il vicino book-shop vale una visita se non altro per accomodarsi sulle innumerevoli poltrone a sfogliare un libro di moda o di  architettura.

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La visita dello spazio non si può concludere se non salendo per una tortuosa scala a chiocciola che conduce al Roof Garden per godere della vista dei vecchi tetti di Milano sovrastati dalla nuova sky line ambrosiana.

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Una Sposa Esigente a Milano

(di J. March)

Cosa ama una sposa esigente che si trovi a Milano durante la settimana del design? theWProject ha provato a immaginarlo, creando una bride room all’interno di Coffice Milano, uno spazio coworking innovativo e confortevole a dieci minuti dal centro città.

dsc_4451Per prima, la scelta dell’abito che, per celebrare un grande stilista e una città che da sempre ospita le sue creazioni, non poteva che portare la firma Giorgio Armani: abito vintage ma di un’attualità che non stupisce considerato il designer che lo ha realizzato. E completo casacca e pantalone a sottolineare la contemporaneità e la funzionalità dello stesso. Adatto sia a cerimonia in chiesa sia a rito civile.

 

 

 

 

 

 

 

Le scarpe? Prova difficile ma che una sposa attenta ai dettagli supera con stile, cioè osando osando un paio di Manolo Blahnik dal colore deciso ma su una struttura classica

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o rinunciando a colori accesi per il più classico della tavolozza sposa, il bianco, ma dalle inconfondibili suole rosse a contrassegnare la firma di Christian Louboutin e con un dettaglio delizioso a interromperne la linearità

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Molte altre le scelte possibili, che vi proponiamo a seconda del carattere della sposa e dell’interpretazione che si vuol dare all’outfit

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Se la nostra sposa fosse poi un architetto, di sicuro anche poco prima di prepararsi per il giorno del sì, troverebbero spazio nella sua stanza i disegni tecnici e oggetti che sono ormai simboli delle aziende che li producono e icone del design

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progetti: archivio Arch. De Lucia

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Candelabro Driade, Caffettiera Alessi

Vasi in foto copertina: Sillabe Design

(Location: Coffice Milano; styling Antonella De Lucia e Francesca Fiorentini; fotografie Luca Arnone; Scarpe: Brand Collcetion Outlet)

 

 

HOMI settembre 2016

(di Sabrina Maestri)

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Homi è per definizione, una dei saloni del lifestyle più importanti d’Europa. Successore dello storico Macef, Homi è per ben due volte l’anno, primavera ed autunno, un vasto panorama del bien vivre della persona e del suo abitare.

Tuttavia, negli ultimi anni, si trova a competere con Maison& Objects di Parigi, fiera di sempre maggior successo e risalto che, svolgendosi in contemporanea con l’edizione autunnale di Homi, è riuscita ad aggiudicarsi l’eccellenza di molti grandi brand.

Ciò nonostante il “salone degli stili di vita” di Milano rimane comunque un importante business center per produttori e commercianti, non solo europei ma anche asiatici, capace di suscitare il suo fascino su appassionati di design e di lifestyle.

Strutturato in dieci padiglioni, chiamati Satelliti, Homi si pone l’obiettivo di creare un percorso espositivo, merceologicamente e tematicamente suddiviso (purtroppo non realmente realizzato!), in cui lo stile di vita attuale si concretizza nelle proposte che i designers, e per loro le aziende, hanno colto, interpretato e saputo tradurre in scelte non solo di arredamento e accessori della casa, bensì di profumazioni, decorazioni del Natale, accessori moda, bijoux, regali per ogni evento, non trascurando il mondo tecnologico e l’infanzia, delineando una visione a 360 gradi del buon vivere moderno. Irragionevolmente trascurato invece il garden & outdoor che, seppur indicato come uno dei 10 satelliti, è risultato praticamente inesistente: dell’outdoor non rimane al visitatore che l’immagine di una sedia sdraio, dalle linee pulite in legno massello trattato al naturale, sulla scorta delle wood deck chairs americane.

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La casa Homi 2016 esprime fortemente il desiderio di regalare intense sensazioni sensoriali.

Materiali, colori, forme e profumazioni invitano ad immergersi in un ambiente armoniosamente coordinato nei colori in cui, pur tuttavia, i materiali e le forme, generalmente contrastanti, si fondono in un sorprendente connubio: Il ferro si accosta al legno naturale; la ceramica riproduce la robusta ed irregolare consistenza delle terrecotte modellate a mano; così come i tessuti grezzi, imperfetti ed elegantissimi, si sposano con pizzi e merletti, macramè e corde rustiche;

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mentre cotoni stampati dal new look anni ’50 si dividono il primato con i più preziosi velluti di seta, di cotone o di viscosa.

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Ocra, arancione e rosso bordeaux, marrone, ma anche grigio, celeste carta da zucchero, blu, viola, rosa cipria e acquamarina dominano ogni stanza, lasciando però un doveroso ed autorevole spazio all’eclettico nero, capace di donare, da sempre, quel non so che di semplicità e ricercatezza, secondo, forse, solo al bianco e a tutte le sue gradazioni.

14593364_10208821539110104_837724854_nDunque una calda palette dal prevalente sapore autunnale che si rafforza nell’accostamento con materiali naturali, capaci di rievocare la serenità e bellezza che solo la natura sa realmente trasmettere.

La fanno quindi da padroni il legno, grezzo o naturale, unicamente trattato con mordenti e cere, capaci di lasciar trasparire venature e difetti ma altresì scoprirsi, imprevedibilmente trasformato in un amplificatore del suono per smartphone , per un timbro meno metallico ( così ITòch);

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poi carta e cartone riciclati e certificati FSC e fibra di cellulosa lavabile che, allontanandosi dal loro originale impiego, prendono la forma di case e giochi smontabili per i bambini o sorprendenti contenitori, vasi e borse ( così Essent’ial);

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il marmo si veste di un nuovo design diventando, per esempio un comodo tagliere; a dominare la scena troviamo ancora la lavagna che, in diverse forme e misure, diviene la sostituta chic di fogli ed etichette di carta, confermando lo spirito sempre più diffuso di utilizzare materie riciclabili o rinnovabili; il ferro perde la sua nota funzione di struttura e diviene di per se’ mobile, oggetto, posata, lampadario, definendo il suo marcato ruolo nel crescente stile industriale; esordisce anche il rame, che grazie alla sua duttilità, prende le più svariate forme, da monili a finiture e decori;

14585374_10208821538750095_756480922_nmancante

il vetro, ed ancor più il cristallo, capace di lasciar filtrare la luce e rifletterla, mantiene incontrastato il podio di elemento principe nell’unione di stili ed ambienti.

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Sta finalmente scemando, seppur ancora presente, il mobile “consumato ed usurato industrialmente”, che riproduce uno stile shabby, ormai monotono e scontato, ma nuovamente riproposto da aziende che paiono aver abbandonato il coraggio dell’innovazione.

14518203_10208821537230057_162380087_nMolto più audaci e accattivanti i brand che accostano con elegante maestria lusso e ironia: è così che si ritrovano corone di ferro su cuscini di velluto impreziositi di generose passamanerie e nappe, con sullo sfondo riproduzioni di antiche cornici a foglia dorata, raffiguranti statuari e regali busti di cane, in rigoroso doppio petto nero, fieramente adornato di medaglie e coccarde (Jordan Interior UK/it) 

14585346_10208821667753320_145884739_nTrasformazioni anche per la tavola

Abbandonate porcellane e ceramiche colorate, la tavola del 2016/2017 ha una semplicità ed un rigore “francescano”: la tavola è lasciata a legno nudo, coperta solo da runner o tavagliette di iuta, lino o cotone grezzo sfrangiato o semplicemente di carta; i piatti di ceramica, irregolari e monocromatici, vengono affiancati da posate che, accantonando la leggerezza dell’acciaio cromato, simulano la tipica pesantezza dei metalli grezzi dei quali, in realtà, rispecchiano solo la colorazione opaca, non forgiata.

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In questo gioco allegro tra ostentato lusso ed umile semplicità si inseriscono anche l’uso di filati come la corda e la iuta che, lavorati finemente a crochet, macramè, tricot o a tombolo, danno vita a sorprendenti cesti, sacche, tovagliette, portavasi, lampadari o tende oppure a filati impercettibili che donano eleganti trasparenze.

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Non mancano plaid di pelliccia ecologica né lampadari dalle forme classiche in cui, però, le sfere e gocce di cristallo hanno lasciato il posto a originali perle di legno infilate in semplici corde.

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Presenti anche glitter, strass e cristalli soprattutto nella decorazione del Natale, ma questo fa parte di un sogno, quello che vi racconterò nel prossimo articolo!

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The Love Affair

(di Claudia Bidasio)

Sognate un matrimonio creativo, fresco e fuori dagli schemi? Allora non potete perdervi la terza edizione di The Love Affair, l’evento dedicato al wedding non convenzionale. Sabato 22 e domenica 23 ottobre, le Officine del Volo di Milano saranno la cornice di questo interessante appuntamento, punto di riferimento sia per gli addetti ai lavori che per le coppie a caccia di novità.
Chiamarlo semplicemente fiera è troppo riduttivo: TLA è una vera fucina di idee dove trovano spazio non solo fornitori ma anche artigiani e sperimentatori. La parola d’ordine di questa edizione sarà Contaminazione, tema che caratterizzerà non solo gli allestimenti ma anche i numerosi workshop proposti. (photo da sito ufficiale The Love Affair)

Info
The Love Affair
Sabato 22 e domenica 23 ottobre 2016
Dalle 10.00 alle 23.00
Officine del Volo, via Mecenate 76/5 Milano

Se dovete sposarvi, festeggiate con Dramatrà. E con Milano.

(di Isabella De Rorre)

IMG_20160322_232948Ho conosciuto La Wanda e L’Ambroeus il 19 di marzo 2016, giornata di quasi primavera con un sole splendido ed una temperatura clemente. L’occasione era conoscere meglio il quartiere di Brera, o meglio i suoi peccati: sapere come Brera era stata in passato. Un passato di case chiuse, stenti, e genuinità. La Wanda ci ha preso per mano, me e gli altri, tanti, che l’hanno  seguita per le vie ed i vicoli, e ci ha raccontato la sua storia: arrivata dalla provincia, aveva cominciato “il mestiere” da giovane, diventando subito famosa. Molti hanno fatto pazzie per lei, l’hanno corteggiata e dipinta, fino a che non ha trovato l’amore. Fino a che le case chiuse non sono state abolite.

 

 

 

La Wanda, e l’Ambroeus che l’accompagnava con la chitarra, ci hanno fatto ridere, pensare, commuovere, sognare, tornare indietro nel tempo. Siamo passati lievi per i Chiostri di San Simpliciano, per San Carpoforo, La Pinacoteca di Brera, San Carpoforo. Ci hanno lasciato, presto, un pò orfani della loro compagnia e dei loro racconti. Con gli occhi ancora pieni di Milano.

 

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L’ing. Antonio Boschi e la consorte Marieda Di Stefano, proprietari dell’omonima casa museo a loro intitolata in Porta Venezia, li ho conosciuti poco più tardi, appena rientrati da un viaggio. Ospitali come sempre, ci hanno aperto le porte della loro dimora, che ospita una delle più importanti collezioni d’arte private milanesi, forse italiane.  Entrambi belli, colti, appassionati d’arte e di musica, hanno trascorso la loro vita viaggiando e  collezionando opere, organizzando cene cui partecipavano artisti quotati come Fontana solo per citarne uno.

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Donna Marieda, intelligente e spiritosa, ci ha guidato lungo le stanze, ha ballato con noi mentre il marito ci accompagnava con la viola. Ci siamo ancora una volta riempiti gli occhi, di bellezza, di citazioni, di storia. Li abbiamo lasciati alla loro eternità, questi due fantasmi innamorati come il primo giorno.

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In una sera ventosa, abbiamo avuto la fortuna di incontrare anche l’Arch. Mengoni, che ha progettato e realizzato la Galleria Vittorio Emanuele.

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Ci siamo lasciati trasportare dal suo racconto e da quello della Contessa sua compagna di viaggio, godendoci la vista rinnovata di una Milano straordinaria. E ancora una volta, siamo stati partecipi della magia che Dramatrà ha saputo creare per noi. faceva fresco, c’era vento, ma non ce ne siamo nemmeno accorti. Eravamo lì a pendere dalle labbra di Mengoni, e ci è sembrato di averla costruita un pò anche noi, la Galleria. Un giovane ragazzo di 83 anni ha detto, rapito: “Mi sono rinnamorato di Milano stasera”.

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Dramatrà è una Associazione Culturale giovane (data 2014) e composta da giovani, che è nata per promuovere arte, cultura, architettura a Milano. Insieme agli attori che di volta in volta, indossano i panni di fantasmi, condottieri, costruttori, prostitute, accende o restituisce la passione per una città che è sempre più proiettata nel futuro, ma saldamente ancorata al suo passato storico e artistico. E’ un’associazione per chi sa apprezzare di aprire le braccia a questa città, di conoscerla nel profondo, di …sposarsi appunto con Milano ogni volta. Per questo è nato anche il Dramatram, che Milano la attraversa per gran parte, facendone apprezzare ogni via.

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Per questo  mille progetti personalizzati, per le aziende e per le scuole, si sviluppano cacce al tesoro, e la possibilità di offrire come regalo un tour nella storia e nell’arte. Per questo, e lo consigliamo vivamente, ogni Dramatours (e l’offerta è veramente ricchissima ed in continua evoluzione) può trasformarsi in un giro per la città accompagnati dagli amici subito dopo essere usciti dal Comune dove si sono celebrate le nozze. O in un riuscitissimo addio al nubilato o al celibato veramente speciale. Una festa per molti, ma non per tutti, ci permettiamo di dire. Una festa per celebrare insieme un evento felice e una grande città. Per uscire da questa esperienza un pò più ricchi e con un racconto in tasca. Perchè Dramatrà regala sogni e cultura, con semplicità ma grande eleganza e assoluta aderenza alla realtà storica.

(foto: Luca Arnone)

www.dramatra.it –  info@dramatra.it

Now Generations 2016: il Fashion Show di Accademia del Lusso

(di J.M.)

Nella serata del 10 giugno 2016, con la cornice avveniristica di Palazzo Lombardia a Milano, si è tenuto il Fashion Show 2016 di Accademia del Lusso, dal titolo #NOWGENERATIONS. I 18 migliori allievi della scuola, selezionati con un pre-contest, hanno potuto presentare una capsule collection di 3 capi ciascuno, ispirati alla bellezza in tutte le principali età della vita: fanciullezza, giovinezza, maturità. Modelle professioniste e non, in un alternarsi reale e contemporaneo di archetipo della bellezza, in tutte le sue manifestazioni. Filo conduttore il mood urban folk, declinato con maestria dai talentuosi stilisti, secondo il legame fra passato presente e futuro, i background individuali e la ricerca tessile e materica più appassionata ed evoluta. Un piacere vedere tanta capacità espressiva, declinata in moda che nasce e promette di conservarsi aderente al reale per molto tempo. Abiti per vivere il presente, esprimere se stessi, abitare metropoli; ispirati a volte a tradizioni proprie del paese di appartenenza dei designer, altri con punto di partenza da tessuti e finiture, per arrivare all’outfit. Abiti, qui si aggiunge, che piacerebbe vedere indossati dalle invitate e testimoni di un matrimonio moderno e disinvolto. Il parterre, popolato fra gli altri dalla giornalista di moda Giusy Ferrè, ha accolto con grande entusiasmo la produzione degli stilisti chiamati a rappresentare la scuola e lo stile italiano. Stile italiano, e non è un controsenso, quanto mai internazionale. Milano si conferma fucina di nuovi talenti. Ecco a voi una ricca selezione di scatti del fashion show, di cui ricordiamo gli stilisti: Maira Oliveira, Cecilia  Yamilleth Morales Rodas, Lorenzo Papi, Valentina Magretti, Gian Luigi Calonico, Liu Zixuan, Eleonora Marini, Lamia Belouard, Zorana Vujanic, Filippo Fiorini, Tijana Perisic, Mudovica Santoro, Astrid Coltré, Eka Todua, Andriana Drincic, Angelica Barbieri, Gloria Campanella, Sara Andrignolo, Nadia El Mhami, Sonia Ciamprone, Vasilija Djalovic. (photo: Luca Arnone)

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L'”Edgy Romance” di David Fielden

(di Isabella De Rorre)

Assistere ad una sfilata di David Fielden è come avere una poltrona a teatro. La solida e ultratrentennale esperienza di questo talentuosissimo designer si esprime ogni volta con uno show, che non lascia mai indifferenti ma appagati. E la presentazione della Bridal Collection 2017, al Superstudiopiù di Via Tortona a Milano, durante la manifestazione Si Sposaitalia Collezioni, ha ancora una volta confermato quanto scritto. Panche disposte a ricreare un anfiteatro di concezione antica, e megaschermo modernissimo, su cui si rincorrono luci, musiche (in un omaggio a Prince), immagini veloci. E’ davvero un romanzo tagliente, edgy romance (come recita la cartella stampa) questa collezione: le modelle sono dapprima ombre dietro lo schermo, avvolte e definite dalle luci, quasi un gioco di ombre cinesi. Poi, appaiono veloci, in abiti romantici ma dal taglio impeccabile e straordinariamente contemporaneo. E sono esposte a fari chirurgici, netti, che scolpiscono tessuti tradizionali destrutturati e reinterpretati. C’è il pizzo, e ce ne è in abbondanza; ci sono balze gipsy, volants o boho chic. Ci sono trasparenze disinvolte, e abiti corti, lievissimi. C’è, sopra tutto, la scelta istituzionale di Fielden verso la semplicità, verso l’essenziale. Un essenziale raffinato, composto, mai sopra le righe: le grandi classiche gonne in tulle si accompagnano a corpini minuti, come se le vestali che le indossano avessero il peplo sconvolto per un attimo da un soffio di vento, il moderno che arriva e che mette equilibrio e misura nella creazione. Ci sono sete scivolate addosso, ricoperte di ricami, abiti decorati come capitelli antichi. E’ una solennità senza fronzoli, quella che Fielden disegna in passerella. Talmente lineare che può interpretare il romantico, tenendolo ben saldo sul presente. Sotto gli abiti, corti o lunghi, questa volta tacchi alti. Moderna, lineare, a volte quasi ascetica, truccata come una creatura lunare, ma sempre donna, questa sposa 2017. “Rem tene, verba sequentur” diceva Catone: “Abbi ben chiaro il concetto, le parole seguiranno”. Ecco, Fielden è tutto qui. (photo: Luca Arnone)

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Fabbriche dei sogni

(Arch. Antonella De Lucia)

Nei bei tempi andati ad ogni donna, sin da piccola, veniva preparato il corredo di nozze. In bauli e ceste erano stipate lenzuola, asciugamani, coperte e tovaglie  alle quali si aggiungevano pentole, piatti, bicchieri ,posate e via dicendo : ecco la dote.
Oggi questa tradizione è quasi scomparsa ed al corredo, di solito, provvede la coppia.
Per consuetudine viene compilata la classica lista  nozze.  I più alternativi  preferiscono scoprire nuovi negozi per scegliere insieme quello che più piace.

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A tal proposito visitare i due grandi spazi  di High Tech e Cargo può rendere più agevole questo compito.  I due negozi, che si trovano in due ex opifici industriali a Milano, dispongono di una vasta gamma di prodotti professionali per la casa.

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Gli ambienti interni sono suddivisi per tema e vi è possibile trovare tutto ciò che può rendere confortevole il proprio nido d ‘amore. Dal più utile al superfluo ogni accessorio ha il suo posto e la varietà  si scelta è veramente ampia.

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Lo stile è assai ricercato e di design originale, in continua evoluzione e in linea con i cambiamenti dei gusti e delle mode.

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Vale veramente la visita e vi posso assicurare che non riuscirete ad uscire a mani vuote (anche se non avete in programma di mettere su casa in coppia ).

 

Mucha e l’Art Nouveau

(a cura dell’Arch. Antonella De Lucia)

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Nell ‘attesa dell ‘arrivo della primavera solitamente ci si appresta ad interrare nei vasi dei balconi fiori colorati,  quasi  a darle il benvenuto.  Le prime giornate di sole sono accompagnate tradizionalmente da un’aria di freschezza e da una gran voglia di rinnovamento.
È in questa atmosfera di rinascita della natura  che lo spirito di “Art Nouveau ” o “Jugenstill ” mi ha spinta a visitare, nel mese di marzo 2016, la mostra  al Palazzo Reale  di Milano  dedicata all’ artista  Alfons  Mucha: Alfons Mucha e lo spirito Art Nouveau.
Nato nel 1860 nella Repubblica Ceca, Mucha inizia sin da giovane  a dilettarsi nel disegno,  sua vera passione,  dipingendo soprattutto scenografie teatrali. Trasferitosi poi a  Parigi alla fine del secolo,  per motivi di studio,  si avvicina alla corrente dei pittori Art Nouveau.

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Comincia così il suo percorso fino a diventare uno dei maggiori esponenti di questo movimento.

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La mostra raccoglie molte delle sue opere di illuminazione che comprendono cartelloni pubblicitari, pannelli decorativi, calendari e copertine di riviste.  La famosa attrice  Sarah Bernhardt lo amava talmente   da commissionargli per anni i manifesti teatrali delle sue innumerevoli rappresentazioni

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Nei suoi disegni la protagonista assoluta è la donna che con forme sinuose,  abiti cascanti e molti, ma molti elementi floreali regala un senso di angelica leggerezza ed allo stesso tempo di sensualità.

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Cambia il secolo, tutto si rinnova,  il passato viene ripudiato.

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Accanto alle bellezze di Mucha, vasi, fioriere,  sedie e consolle ci ricordano che l’ Arte Nuova ha influenzato tutte le varie sfaccettature dell’arte.

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Allora non indugiate: per chi ha perso Milano, lo spirito Art Nouveau di questo straordinario artista rivive al Palazzo Ducale di Genova fino a settembre!

(foto Arch. De Lucia)

Peter Langner- Un artigiano della moda

Peter Langner- Un artigiano della moda (di Isabella De Rorre)

Mentre scriviamo, volge al termine la Parigi Fashion Week. Vi partecipa, fra gli altri, lo stilista Peter Langner, che presenta la sua Fall Winter 2016 Couture Collection. Abbiamo avuto modo di conoscere ed incontrare Monsieur Langner nel suo showroom di Via Bigli, a Milano, una settimana prima della partenza per la Francia, durante il Press Day della collezione. La prima cosa che ci ha, felicemente, colpito è stata la sua assoluta e cordiale disponibilità. Peter Langner, che pure vanta una lunga esperienza nell’alta moda, è umile. Non è una star capricciosa, non si arrocca dietro i meravigliosi tessuti con cui crea abiti altrettanto meravigliosi. Non si nega al pubblico di giornalisti, clienti affezionate (e ne comprendiamo bene il motivo!), operatori del settore.

Monsieur Langner accoglie e coltiva una religione della moda antica, che hanno da sempre professato i più grandi couturier: lascia parlare le sue creazioni. Lascia che siano i suoi dettagli, le sue architetture, il modo in cui un tessuto cade perfettamente, quello in cui una pince modella la vita della fortunata che li indosserà, a esprimere passione, artigianalità, dedizione assoluta alla perfezione e a far sì che la forma, esprima anche la sostanza.

_MG_6493Nelle foto, che pubblichiamo per sua gentile concessione, e grazie alla collaborazione della discreta ma altrettanto accogliente Eleonora, sua assistente, ecco chiarito il mistero: Peter Langner è un artigiano della moda.

 

 

_MG_7387Che conosce profondamente tessuti, arte sartoriale, accortezze; che misura tornando e ritornando su dettagli, pieghe, increspature, quella che sarà l’opera finita. Che vive la fatica immane e sublime di dare forma ad un sogno, di inseguire linee, di mutare il destino delle sete. Che ama, possiamo riassumerlo così, quello che fa. Per questo, osiamo un altro termine che è ormai abusato e che perde a volte della sua forza: lavora con passione. E si vede.

 

 

 

_MG_5809Le sue clienti sono giovani ragazze longilinee, ma con le ide chiare su cose sia lo stile e l’eleganza. Donne che possano e sappiano osare colori definiti e volumi inconsueti.

 

 

Che si vogliano sentire a loro agio con abiti senza peso ma talmente ben “costruiti” da comporre geometrie sublimi, adatti ad una serata di gala o a percorrere l’allea di una chiesa. Donne comospolite, vere, moderne ma con un soffio di antico nella memoria.

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Dior coltivava rose, Peter Langner coltiva la gentilezza, nel suo significato più etimologico.  Ci tornano alla mente le parola di Coco Chanel: “Il lusso è libertà. Il lusso è eleganza. Il lusso è l’esatto opposto della volgarità”. Grazie, Monsieur Langner.

(Photo: courtesy of Mr. Peter Langner, Fall Winter 2016 Couture Collection) www.peterlangner.it

Andar per musei- Il Poldi Pezzoli

Andar per musei- Il Poldi Pezzoli (di Antonella De Lucia)

Andare per musei e’ una delle attività che preferisco. Soprattutto, complice la mia passione per l’architettura, visitare case che sono state trasformate in musei mi riempie di aspettative e stupore. Il museo Poldi Pezzoli di Milano è una di queste dimore storiche che da luogo privato ha aperto le sue porte al pubblico.

IMG-20151229-WA0000L’occasione della ennesima visita è stata la riapertura della preziosa collezione di orologi dove si possono ammirare rari esempi della antica arte di misurare il tempo. Orologi da tavolo, da carrozza, da persona e pendole, sono raccolti in una sala nelle loro teche di vetro.

 

 

 


IMG-20151229-WA0006Molti sono veri e propri manufatti di gioielleria applicata all’orologeria.
Questa comunque è solo una delle meraviglie che si possono ammirare.

 

 

 

 

 

IMG-20151229-WA0011 IMG-20151229-WA0007 IMG-20151229-WA0003I vari ambienti della dimora ospitano dipinti i cui autori  attraversano diversi secoli, mobili antichi,  soprammobili di fattura pregevole e collezioni preziose di oggetti di diversa utilità.

 

 

 

 

 

 

 


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IMG-20151229-WA0013Tra di esse,  lungo un corridoio  illuminato del piano terra è possibile visionare una raccolta di manufatti di sartoria con fini ricami, pizzi , veli, ventagli e guanti da fare invidia ad una futura sposa.

 

 

 

 


IMG-20151229-WA0014Chi non ama le frivolezze ha la possibilità di entrare nella sala d ‘armi ed immaginarsi bardato come un cavaliere medioevale.
Sempre sullo stesso piano, nella sala adiacente, il museo ospita delle mostre temporanee.  In questo periodo sono esposti i dipinti della collezione Jucker “L’incanto dei Macchiaioli “, che vale la visita.

 

 

 

Istruzioni per l’uso : aprite gli occhi e le porte del cuore.

www.museopoldipezzoli.it

Very Important Trees: la moda incontra il Natale

Very Important Trees: la moda incontra il Natale (di Antonella Ravaglia)

Aroma di cannella e arancio nell’aria, cappellini rossi e bianchi, frenesia, regali, bancarelle, luci calde e decorazioni; non c’è alcun dubbio, Natale è alle porte. Molti angoli delle città sono invasi da decorazioni, addobbi e alberi più o meno grandi che cambiano completamente l’aspetto delle vie, regalando un tocco magico e unico.
In questo periodo dove lo sfarzo e il lusso la fanno un po’ da padrone, non possono mancare la moda e i grandi marchi e gli stilisti a metterci il proprio zampino, creando quasi delle competizioni per le decorazioni o gli addobbi più belli, non solo nei negozi, ma cercando di accaparrarsi anche spazi dove allestire fantastici alberi.
Come non ricordarsi, ad esempio, del Natale 2010 quando in Piazza Duomo a Milano, Tiffany aveva allestito un abete naturale alto 48 metri: centomila luci bianche illuminarono per qualche giorno il capoluogo lombardo, sotto il grande albero un’elegante e inconfondibile Tiffany Blu Box ospitava un negozio dove si poteva acquistare una selezione di prodotti dell’azienda newyorkese.

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(photo: milanurbanfashion.blogspot.it)
Quest’anno invece, sempre a Milano, una piacevole sorpresa l’ha regalata Swarovski che ha donato uno scintillante e bellissimo albero di 12 metri posto al centro della Galleria Vittorio Emanuele, proprio sotto la cupola che per Natale viene decorata con mille luci blu. Alla base dell’albero, un’insolita mostra-installazione con trenta maxi scatole blu: all’interno della mostra una campanella in cristallo in edizione limitata avrà un posto d’onore per una iniziativa benefica. L’abete è decorato con 10mila ornamenti, tra cui più di mille stelle di Natale e nastri d’argento, illuminato da 36mila luci e, in cima, al posto del puntale classico, una stella imponente, che crea uno spettacolo davvero suggestivo.

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(photo: Repubblica.it)

Se invece siete a Roma, presso l’Hotel de Russie, si può ammirare l’albero di Natale firmato Fendi. Su di una piattaforma d’oro con dei pacchi di natale luccicanti, è stato creato questo albero di nove metri con le lampadine FENDI ID-ea, simbolo della creatività della Maison; i classici colori oro, rosso e argento illuminano il cuore della capitale creando un effetto davvero unico.

ROMA, ITALIA - 9 DICEMBRE 2015: Albero di Natale Fendi all'Hotel De Russie a Roma il 9 dicembre 2015.
ROMA, ITALIA – 9 DICEMBRE 2015: Albero di Natale Fendi all’Hotel De Russie a Roma il 9 dicembre 2015.

(photo: styleandfashion.blogosfere.it)
Il CEO di Burberry, Christopher Bailey, invece quest’anno ha addobbato l’abete del Claridge, hotel in stile art deco, con camere d’epoca di lusso e che è il punto di riferimento di tutti i londinesi durante le festività.
Più di cento ombrelli di colore oro e argento riflettono la tipica stagione britannica, con un gioco di luci e ombre che rispecchia la svolta innovativa di Burberry, ovvero l’introduzione della tecnologia nella moda attraverso sensori di movimento che attivano la rotazione di alcuni ombrelli.

Claridge's Christmas Tree 2015 720 x 500

(photo: claridges.co.uk)