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ULTRAVIOLET E L’ARTE

11 Mar

ULTRAVIOLET E L’ARTE

(di Francesca Ratti)

Il viola, nella sua sfumatura ULTRAVIOLET codice 18-3838, è stato scelto da Pantone, azienda statunitense specializzata nella classificazione e catalogazione del colore, come tinta dell’anno 2018.
Questa tonalità enigmatica, complessa e vibrante sarà quindi la tinta di riferimento per il mondo della moda, del beauty e del design.
Da sempre colore duale, il viola, è sinonimo sia di eccentricità, controcultura, anticonformismo e genialità artistica, sia di grandezza e potere.
Nel mondo dell’arte, inteso nella sua accezione più ampia, questa sua doppia valenza è sempre emersa in maniera preponderante.
Nel mondo musicale, ad esempio, artisti-icone quali JIMMY HENDRIX e la sua PURPLE HAZE,
DAVID BOWIE e il suo alter-ego ZIGGY STARDUST,
PRINCE e la mitica PURPLE RAIN hanno portato le sfumature di ULTRAVIOLET alla ribalta come rappresentazione della propria eccentricità e della propria individualità.
In letteratura poeti e scrittori come EMILY DICKINSON e WALT WHITMAN celebrarono questa poetica tonalità  nei loro magnifici componimenti descrivendo mattini e nubi viola.
VIRGINIA WOOLF addirittura scriveva i suoi celebri romanzi in inchiostro viola su quaderni ricoperti di pelle viola.
In pittura gli IMPRESSIONISTI negli ultimi anni dell’800 furono talmente affascinati da questo colore da meritarsi persino il titolo di “VIOLETTOMANI”.
Fra essi MONET più di tutti si concentrò su come rendere le sfumature di luci ed ombre sulla tela.
Gli parve che solo il viola fosse in grado di renderne la dimensionalita’: ” il vero colore dell’atmosfera è viola, l’aria fresca è viola” sentenzio’.
In seguito, nel XX secolo, molti artisti si accostarono a questa tonalità: FRANCIS BACON ad esempio lo utilizzò ampiamente per tracciare i corpi contorti, lamentosi a tratti quasi malati dei suoi dipinti e per richiamare la simbologia di potere ad essa  associata.
Famosissimi sono i suoi “PAPI IN VIOLA” e in particolare lo studio di “Papa Innocenzo X” di Velazquez.
Successivamente questa enigmatica tinta fu scelta dagli ESPRESSIONISTI ed in particolare da MARK ROTHKO che ne dipinse la ROTHKO CHAPEL di HOUSTON
e dalla POP ART di ANDY WHAROL, in tele come COW, negli anni 60 che la consacrarono definitivamente nella storia dell’arte.
Anche nel mondo della TV e del cinema l’utilizzo del colore viola è preponderante, soprattutto, per rappresentare il potere femminile attraverso l’abbigliamento.
TV SHOWS americani come THE GOOD WIFE, SCANDAL ed EMPIRE esemplificano perfettamente questa attitudine: ALICIA FLORRICK e DIANE LOCKART, OLIVIA POPE, COOKIE LYON rispettivamente protagoniste dei suddetti programmi televisivi sono donne forti e potenti con un lavoro ed una posizione di prestigio ed indossano in maniera disinvolta e spregiudicata favolosi outfit viola.
Per quanto riguarda il cinema, il film che più di ogni altro rappresenta alla perfezione questo spirito é IL DIAVOLO VESTE PRADA.
Indimenticabile rimane la celeberrima scena dell’arrivo di MIRANDA PRIESTLY, fasciata in uno splendido abito viola in abbinamento con pelliccia e scarpe, negli uffici della rivista RUNWAY dove con una perfidia inarrivabile apostrofa la sua prima assistente Emily con un tagliente:”I dettagli della tua incompetenza non mi interessano”.
Sempre inguainata nello stesso favoloso vestito sottopone la povera Andy ad un tremendo colloquio di lavoro liquidandola con uno sprezzante:”É tutto!”.
IL DIAVOLO VESTE PRADA è una romantic-comedy del 2006 tratta dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger, ex assistente di ANNA WINTOUR a VOGUE AMERICA edito nel 2003.
Nel film si raccontano le vicende di ANDREA SACKS, interpretata da un’allora esordiente ANNE HATHAWAY che grazie a questo ruolo diverrà una celebrità di Hollywood, giovane neolaureata di provincia giunta a New York in cerca di lavoro nel mondo del giornalismo.
Dopo un colloquio di lavoro accetta l’impiego come seconda assistente di MIRANDA PRIESTLY, interpretata da una gigantesca MERYL STREEP che vincerà l’ennesimo GOLDEN GLOBE e otterrà una nomination all’OSCAR, la cinica e spietata direttrice dell’influente rivista di moda americana RUNWAY che trasformerà la sua ascesa nel mondo giornalistico in in patto col diavolo.
La trama richiama il glamour di SEX AND THE CITY condividendone sia la costumista Patricia Field che il regista David Frankel e l’ironia al vetriolo di MEANS GIRLS abbinati a suggestive location come New York e Parigi e al sapore di classici come COLAZIONE DA TIFFANY riuscendo a conquistare sia il pubblico che la critica con in mix di ironia ed emozioni.
MIRANDA PRIESTLY è il fulcro dell’intera pellicola ed è una commistione tra ANNA WINTOUR e CRUDELIA DEVIL, una anti-eroina che mescola perfettamente glamour, stile, fascino e malvagità.
Lo humour cinico, infatti, è il principale tratto distintivo del film e lo pervade dall’inizio alla fine grazie alla sapiente sceneggiatura di Aline Brosh Mc Kenna, che amplia il lato umoristico presente in misura minore nel romanzo aggiungendovi un irrefrenabile spirito “MEAN”   e alle interpretazioni di Emily Blount nel ruolo di Emily, prima assistente di MIRANDA e di Stanley Tucci nel ruolo di Nigel. Il tratto romantico emerge grazie alla colonna sonora affidata alle musiche di Madonna, U2, Alanis Morissette e al tema musicale di Theodore Shapiro.
Viene inoltre mostrato un affresco sulla vanità e sulla solitudine che si nasconde dietro un’apparenza di perfezione: MIRANDA spogliandosi dei suoi sfavillanti abiti e spente le luci dei parties esclusivi a cui partecipa è una donna sola e fragile in attesa del secondo divorzio che ha accantonato la sua umanità per il successo e la gloria.
Anche ANDREA, pur cambiando poi rotta, tradisce le persone che ama, fidanzato ed amici, per il lavoro sempre sognato e la fama.
Si tratta di una sorta di analisi sociologica del mondo della moda e dello  showbusiness che danno a IL DIAVOLO VESTE PRADA un plus valore rispetto al cinema di genere e che donano allo spettatore una morale da fare propria.
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